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Attualità

Follia d’estate: 18 tonnellate di pomodori sommergono un’auto, mentre uno squalo terrorizza i bagnanti ad Amalfi

L’estate italiana è ufficialmente impazzita! 🍅 🦈 Due video clamorosi stanno facendo il giro del web in queste ore, entrambi in Campania. A Pomigliano, un tir contromano fa una frenata improvvisa e scarica ben 18 tonnellate di pomodori su un’auto, sommergendola completamente in un mare rosso! Ad Amalfi, invece, turisti terrorizzati per l’arrivo in riva di uno squalo (una verdesca) che nuotava tra i bagnanti. Nessun ferito, ma immagini pazzesche. Leggi l’articolo e guarda di cosa sta parlando tutta Italia! 👇 😱

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Squalo in mare

Napoli / Salerno – Se c’è una cosa che l’estate italiana riesce sempre a fare, è sorprenderci e strapparci un sorriso o un sussulto di stupore. Mentre i telegiornali sono comprensibilmente invasi da notizie pesanti di politica estera e traffico autostradale, i social network e le chat di WhatsApp degli italiani stanno letteralmente impazzendo per due video diventati virali nel giro di pochissime ore. Entrambi provengono dalla Campania e ci raccontano due storie diametralmente opposte, ma accomunate da un elemento inconfondibile: il sapore dell’assurdo. Da un lato, un incidente stradale che sembra uscito dalla sceneggiatura di un film comico di Hollywood; dall’altro, un incontro ravvicinato da brivido nelle acque cristalline di una delle mete turistiche più famose del mondo.

Il “mare rosso” di Pomigliano: 18 tonnellate di pomodori su un’auto

La prima disavventura, rocambolesca e per fortuna senza conseguenze tragiche, si è verificata a Pomigliano, nelle immediate vicinanze degli svincoli dell’autostrada A16. Protagonista assoluto della vicenda (in negativo) è stato il conducente di un tir carico di scarti agricoli. Secondo le prime assurde ricostruzioni, il mezzo pesante si sarebbe immesso sulla rampa di scorrimento viaggiando inspiegabilmente contromano. Accortosi all’ultimo secondo dell’errore fatale, il camionista ha inchiodato di colpo per evitare un disastroso scontro frontale con i veicoli che procedevano nel giusto senso di marcia.

La brusca frenata ha però innescato una reazione a catena dai risvolti tragicomici: l’enorme cassone del tir ha ceduto, ribaltando il suo contenuto sulla carreggiata sottostante. Il risultato? Ben 18 tonnellate di scarti di pomodoro fresco si sono riversate a cascata come un vero e proprio tsunami rosso, sommergendo completamente una povera automobile che stava transitando proprio in quel momento ignara di tutto. La vettura è letteralmente scomparsa sotto una montagna di salsa, trasformando la strada in una scena degna di un film splatter di Quentin Tarantino.

Il miracolo e l’ironia pungente del web: “Pronti per il ragù”

L’immagine dell’auto sepolta dai pomodori ha fatto in pochi minuti il giro d’Italia. Il conducente della vettura sommersa, sebbene sotto choc e comprensibilmente terrorizzato dall’improvviso tonfo sordo sul tetto del veicolo, è miracolosamente uscito illeso dall’abitacolo, coperto solo da una spessa patina di sugo rosso. Nessun ferito grave, dunque, ma disagi incalcolabili per il traffico della zona, bloccato per ore nel disperato tentativo di “spalare” la montagna agricola dall’asfalto infuocato.

I social network, ovviamente, non hanno perdonato. I commenti ironici si sono moltiplicati a dismisura: “Mancava solo una spolverata di parmigiano”, ha scherzato un utente; “A Pomigliano quest’anno hanno anticipato la festa della passata”, ha fatto eco un altro. Una dose di ironia tutta partenopea che ha sdrammatizzato una situazione che, per un soffio, non si è trasformata in tragedia.

Panico e meraviglia in Costiera: lo squalo tra i bagnanti di Amalfi

Mentre i vigili del fuoco ripulivano la strada dal sugo a Pomigliano, a pochi chilometri di distanza, nel mare da cartolina di Amalfi, andava in scena il secondo video virale della giornata. Questa volta niente sorrisi, ma una generosa dose di adrenalina pura. A pochissimi metri dalla riva, dove l’acqua tocca a stento le ginocchia e i bambini giocano con secchiello e paletta, ha fatto la sua comparsa un ospite decisamente inatteso: uno squalo.

Le immagini, riprese dai bagnanti prima increduli e poi spaventati, mostrano l’inconfondibile pinna dorsale fendere la superficie dell’acqua piatta e cristallina. L’allarme è scattato immediatamente, con fughe precipitose verso i lettini e bagnini intenti a far evacuare rapidamente il bagnasciuga. Fortunatamente, gli esperti intervenuti subito dopo hanno placato il panico generale: si trattava di una “verdesca” (o squalo azzurro), un predatore pelagico molto diffuso nel Mar Mediterraneo, noto per essere tendenzialmente innocuo per l’essere umano, a meno che non si senta gravemente minacciato.

Lo specchio folle e imprevedibile dell’estate italiana

Lo squalo, visibilmente disorientato dalla confusione, dai rumori dei motoscafi e probabilmente spintosi a riva in cerca di piccoli pesci o ingannato dalle correnti, ha nuotato placidamente per qualche minuto sotto gli sguardi sbalorditi (e i cellulari spianati) dei turisti, per poi inabissarsi nuovamente verso il mare aperto, lasciando dietro di sé solo una grandissima storia da raccontare al bar la sera.

Tra tir che piovono sugo rosso e squali che si prendono il sole ad Amalfi, l’estate italiana 2026 ci conferma ancora una volta una regola d’oro non scritta: la realtà riesce sempre a superare, di gran lunga, qualsiasi forma di fantasia. E noi, puntualmente, non possiamo far altro che restare a guardare, meravigliati e divertiti.

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Economia

Caro carburanti, la vera causa non è Hormuz: gli errori europei e la risposta dell’Italia

La vera causa dei prezzi folli alla pompa non è solo la crisi internazionale, ma anni di cieca deindustrializzazione europea mascherata da transizione green ideologica. Aver chiuso le nostre raffinerie ci ha resi dipendenti da Asia e Medio Oriente. Oggi il Governo Meloni cambia rotta: dall’accordo strategico con Eni per arginare le speculazioni sui prezzi, fino alla storica legge sul nucleare appena approvata dal Parlamento per garantire all’Italia la vera sovranità energetica👇

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Caro carburante

Roma – Analizzare superficialmente il drammatico rincaro dei prezzi dell’energia limitandosi a osservare esclusivamente i tabelloni luminosi dei distributori di benzina rischia di fornire una fotografia distorta, fuorviante e gravemente incompleta della realtà economica attuale. Il gravoso e insostenibile “caro carburanti” che affligge pesantemente famiglie e imprese non nasce unicamente, come spesso si è portati a credere, dalle tensioni legate alla perdurante guerra in Ucraina, dall’acuirsi della crisi iraniana o dal blocco delle rotte commerciali nello stretto di Hormuz. Questi drammatici eventi geopolitici internazionali fungono certamente da detonatore immediato per far esplodere i prezzi sui mercati, ma trovano in realtà terreno fertile in un’Europa già profondamente indebolita e strutturalmente minata da decenni di scelte industriali miopi, ideologiche e scellerate. Il Vecchio Continente ha colpevolmente ridotto la propria vitale capacità produttiva interna, chiuso frettolosamente o riconvertito decine di raffinerie strategiche e, di conseguenza, affidato ciecamente a Paesi terzi una parte sempre crescente e vitale della lavorazione delle materie prime fondamentali. Oggi, purtroppo, il sistema industriale e i cittadini ne pagano il salatissimo conto alla pompa.

Il paradosso dei prezzi: la perdita di capacità di raffinazione europea

Per comprendere a fondo l’entità del disastro strutturale europeo, basta osservare un macroscopico ed evidente paradosso economico legato alle quotazioni storiche.
Nel lontano luglio del 2008, il prezzo del greggio Brent raggiunse il suo record assoluto toccando i 147,5 dollari al barile; in quel preciso frangente storico, in Italia la benzina costava circa 1,52 euro al litro e il gasolio si attestava a 1,36 euro. Oggi, con un costo del petrolio greggio che orbita intorno ai 100 dollari, i prezzi finali alla pompa superano invece abbondantemente la soglia psicologica dei due euro. Fattori come l’inflazione galoppante, le fluttuazioni del cambio euro-dollaro e l’elevata tassazione statale spiegano matematicamente solo una parte di questa enorme differenza. Il vero nodo cruciale è che benzina e diesel non sono greggio, ma prodotti finiti e raffinati. Ed è proprio la capacità di produrli autonomamente che l’Europa ha progressivamente, drammaticamente e colpevolmente indebolito. Dal 2005 al 2025, il continente ha perso circa il 30% della propria capacità di raffinazione. Nel 2009 operavano ben 117 raffinerie (di cui 16 in Italia); oggi il sistema si è fortemente ridimensionato, con la chiusura o la riconversione di 5 impianti strategici solo nel nostro Paese. Nel frattempo, i giganti di Asia e Medio Oriente hanno fatto esattamente l’opposto, accrescendo la loro capacità del 50%. Noi abbiamo considerato l’industria pesante quasi come un fardello di cui liberarci frettolosamente, mentre le potenze orientali la consideravano un inestimabile strumento di sviluppo e sovranità.

Deindustrializzazione e green ideologico: l’illusione di una transizione miope

Uno dei più grandi, gravi e letali errori di valutazione commessi dalla politica comunitaria europea negli ultimi anni è stato quello di aver confuso, in buona fede o per mero calcolo politico, la necessaria transizione ecologica con una deindustrializzazione forzata.
L’ambizioso obiettivo di ridurre le emissioni nocive e l’inquinamento globale è ovviamente giusto, sacrosanto e pienamente condivisibile da tutti. Tuttavia, pensare ciecamente di poterlo raggiungere smettendo improvvisamente di produrre in Europa ciò che, di fatto, continuiamo comunque a consumare quotidianamente, significa semplicemente attuare un ipocrita trasferimento altrove di fabbriche, occupazione strategica ed emissioni. Spostare il problema inquinante in Asia per poi importarne i prodotti finiti denota una mentalità individualista e un approccio quasi coloniale e ottocentesco. Una transizione ecologica e industriale seria, pragmatica e strutturata accompagna gradualmente il cambiamento, non distrugge ciecamente il sistema produttivo precedente prima che quello nuovo e sostenibile sia realmente, tecnologicamente ed economicamente in grado di sostituirlo su vasta scala. L’ipocrisia di chi condanna le vecchie automobili utilitarie ignorando deliberatamente le immense emissioni del traffico navale intercontinentale ha mostrato tutta la sua drammatica fragilità durante la crisi di Hormuz, quando l’Italia ha scoperto quanto costa aver delegato all’Asia e al Medio Oriente oltre 16 milioni di tonnellate annue di prodotti raffinati essenziali.

Il modello Eni e il Governo Meloni: lo scudo contro la speculazione

Di fronte a questa enorme debolezza strutturale decostruita nell’arco di decenni, il Governo Meloni sta intervenendo con decisione per proteggere i cittadini e il tessuto produttivo, agendo sia sulle accise che sull’autotrasporto.
La vera novità politica ed economica, tuttavia, risiede nel virtuoso modello di cooperazione strategica instaurato tra le istituzioni statali e i grandi attori industriali nazionali. La recente e fondamentale introduzione di un tetto massimo ai prezzi dei carburanti deciso da Eni (fissato a 1,99 euro per la benzina e 2,19 euro per il gasolio) ne è l’esempio più lampante e riuscito. In un sistema economico occidentale aperto e liberale, dove l’imposizione forzata e statale di vincoli tariffari genererebbe inevitabilmente gravi distorsioni di mercato o pericolose carenze di offerta, l’efficace sintonia pragmatica tra l’esecutivo Meloni e i vertici dirigenziali di Eni ha dimostrato che una “terza via” governativa è assolutamente possibile e percorribile. Combinando intelligentemente le leve fiscali nazionali con decisioni aziendali responsabili e calibrate, il sistema-Paese ha eretto un formidabile e concreto scudo a tutela delle tasche dei consumatori italiani, arginando le follie speculative internazionali. L’intento politico è chiaro: spingere al ribasso il mercato costringendo le altre aziende concorrenti ad allinearsi alle politiche calmieratrici di Eni.

Sicurezza energetica e nucleare: la nuova rotta per la sovranità nazionale

Argomentare contro le emergenze momentanee, tuttavia, non basta per garantire il futuro. Occorre guardare oltre l’ostacolo, riprendendo a parlare apertamente e senza complessi ideologici di politica industriale, mix energetico e nucleare.
La recente e storica approvazione in via definitiva della legge sul nucleare da parte del Parlamento italiano traccia finalmente una rotta chiara e pragmatica. È fondamentale modernizzare e proteggere le raffinerie nazionali esistenti, valutare la costruzione di nuovi impianti sicuri, investire massicciamente nelle bioraffinerie e mantenere alta la capacità produttiva nazionale, accompagnando l’inevitabile elettrificazione senza mai trasformarla in un dogma religioso. Le guerre, fortunatamente, finiscono e il petrolio tornerà a scendere. Ma una raffineria smantellata o una competenza tecnologica perduta richiedono decenni per essere ricostruite faticosamente da zero. La durissima lezione impartita dal caro carburanti è inequivocabile: la vera sicurezza energetica non si conquista cambiando semplicemente il fornitore estero da cui dipendiamo. Si conquista tornando coraggiosamente a produrre, a investire e a innovare sul territorio nazionale. La transizione deve rendere l’Italia più moderna, non più fragile; più pulita, non meno industriale.

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Politica

Futuro Nazionale scende in piazza a Milano: sostegno al Generale Burgio con Gianni Alemanno

La politica attiva scende in piazza. Futuro Nazionale ha animato Milano con un partecipato gazebo per sostenere la candidatura del Generale Carmelo Burgio. Presente una folta delegazione di militanti del Comitato 47 di Cesano Maderno, coordinati da Elisa Mangano. All’evento ha partecipato anche Gianni Alemanno, che ha ribadito l’importanza vitale del radicamento dei comitati locali sul territorio per rilanciare la sfida conservatrice👇

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Sostegno al Generale Burgio

Milano – La politica attiva, quella fatta di stringenti confronti faccia a faccia, di piazze affollate, di volantinaggio tra la gente e di un capillare radicamento strada per strada, torna finalmente ad essere l’assoluta e vitale protagonista del dibattito pubblico nel cuore pulsante del capoluogo lombardo. In una fase storica in cui i messaggi elettorali viaggiano quasi esclusivamente attraverso i freddi filtri dei social network e i rapidi post digitali, il movimento Futuro Nazionale ha deciso di invertire nettamente la rotta, riportando coraggiosamente il dibattito civico direttamente in mezzo alla cittadinanza milanese. Nel corso dell’ultimo fine settimana, infatti, un vivace e partecipato presidio politico ha animato le vie della città, fungendo da catalizzatore per simpatizzanti, militanti e semplici curiosi interessati a comprendere da vicino le nuove e ambiziose traiettorie del panorama conservatore. L’iniziativa, organizzata in maniera impeccabile attraverso l’allestimento di un tradizionale gazebo informativo, ha rappresentato un fondamentale snodo strategico per serrare i ranghi del movimento e, soprattutto, per esprimere un forte e incondizionato appoggio pubblico alla prestigiosa candidatura del Generale Carmelo Burgio. Un evento che ha visto la partecipazione attiva di numerose delegazioni provenienti dall’hinterland, a dimostrazione di una rete territoriale ormai solida e ben strutturata, pronta a mobilitarsi concretamente in vista dei futuri e imminenti appuntamenti elettorali che attendono il Paese.

Il Comitato 47 di Cesano Maderno in trasferta: militanti uniti per il Generale Burgio

Il grande fermento politico registrato attorno al gazebo milanese ha messo in luce la straordinaria capacità di mobilitazione delle sezioni periferiche del movimento.
Tra i protagonisti assoluti della giornata di sensibilizzazione e propaganda spicca senza dubbio l’entusiastica e massiccia partecipazione della folta delegazione giunta appositamente dalla vicina Brianza. I militanti e i vertici dirigenziali del Comitato 47 di Cesano Maderno non hanno voluto in alcun modo far mancare la propria fondamentale presenza fisica e il proprio supporto morale e logistico alla manifestazione. Affrontando la trasferta meneghina, la compagine brianzola di Futuro Nazionale ha voluto lanciare un segnale inequivocabile di grande coesione interna e di ferrea compattezza partitica. Il loro obiettivo primario e dichiarato, condiviso apertamente con tutti gli altri simpatizzanti accorsi all’evento, era proprio quello di fare quadrato e manifestare un pieno, convinto e incondizionato sostegno strategico e politico alla figura e alla candidatura di spicco del Generale Carmelo Burgio. Una scelta di campo netta e decisa, motivata dalla ferma convinzione che l’alto ufficiale possa incarnare perfettamente quei solidi valori di competenza, rigore istituzionale, profondo senso dello Stato e autorevolezza di cui il movimento si fa fiero e instancabile portavoce sul territorio.

La regia di Elisa Mangano: incontrare i cittadini per illustrare il programma

La perfetta e fluida riuscita dell’iniziativa milanese è stata garantita dall’attento, costante e instancabile lavoro di coordinamento svolto dietro le quinte dai vertici locali del movimento.
L’allestimento del presidio e la fitta rete di contatti che ha permesso di aggregare militanti e cittadini sono stati promossi e coordinati in prima persona da Elisa Mangano, attivissima e stimata coordinatrice del Comitato 46. Grazie al suo capillare e determinato impegno civico, il gazebo si è rapidamente trasformato da semplice punto di distribuzione di materiale cartaceo in un vero e proprio e dinamico polo di ascolto e dialogo aperto e costruttivo. Lo scopo primario dell’organizzazione, infatti, non era unicamente legato a una passiva e sterile vetrina elettorale, ma puntava concretamente ad incontrare fisicamente i cittadini milanesi di passaggio, ad ascoltare le loro istanze quotidiane, a recepire le reali preoccupazioni legate alla sicurezza urbana e alla crisi economica e, parallelamente, a illustrare con chiarezza e puntualità i punti programmatici e valoriali cardine del movimento Futuro Nazionale. Sotto l’attenta regia della coordinatrice Mangano, l’appuntamento ha saputo rafforzare enormemente il percorso politico a supporto del Generale Burgio, dimostrando sul campo come una buona e sana politica debba necessariamente ripartire dal basso, dal contatto umano diretto e dalla capacità di spiegare vis-à-vis le soluzioni concrete per risollevare le sorti della nazione.

La presenza di Gianni Alemanno: l’importanza vitale del radicamento territoriale

A suggellare definitivamente l’importanza politica, strategica e mediatica della giornata milanese è arrivata, attesissima e applaudita dai presenti, una presenza istituzionale di assoluto ed indiscusso rilievo nazionale.
L’appuntamento al gazebo di Futuro Nazionale ha infatti registrato la partecipazione attiva di Gianni Alemanno. L’ex sindaco di Roma ed esponente di spicco del mondo conservatore italiano ha risposto presente, accogliendo con slancio e convinzione il formale invito rivoltoogli dalla coordinatrice Elisa Mangano. La presenza di Alemanno tra la folla e i militanti non è stata affatto una semplice, formale o silenziosa apparizione di cortesia, bensì un momento di altissimo e profondo arricchimento ideologico per tutta la base elettorale riunita. Portando il proprio autorevole ed esperto contributo al dibattito politico in corso, Alemanno ha voluto fortemente porre l’accento e sottolineare in maniera marcata, decisa e inequivocabile la cruciale e vitale importanza dell’impegno politico svolto quotidianamente a livello territoriale. Nel suo incisivo intervento, ha infatti ribadito come il capillare, serio e faticoso radicamento dei comitati locali, unito allo sforzo incessante di militanti come quelli di Cesano Maderno, costituisca l’unica vera e solida base per costruire un’opposizione credibile e un movimento destinato a durare nel tempo, capace di sostenere validamente figure di alto profilo come quella del Generale Burgio nelle sfide istituzionali di domani.

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Politica

Sforzini svela il piano americano per Vannacci: “Lui disfaceva la mia tela come Penelope”

Scontro totale a destra, con una rivelazione bomba che farà tremare i palazzi della politica! Luca Sforzini svela di aver pianificato un progetto internazionale di area conservatrice per portare il Generale Vannacci a Washington ad incontrare JD Vance e i potenti think tank americani MAGA. Un’occasione d’oro clamorosamente distrutta dallo stesso Generale: “Io tessevo la tela di giorno, lui la disfaceva di notte come Penelope, scegliendo di chiudersi in uno sgabuzzino estremista”. Leggi le durissime accuse👇

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Roberto Vannacci, Futuro Nazionale

Castello Sforzini di Castellar Ponzano – Nel magmatico, turbolento e spesso imperscrutabile universo del centrodestra italiano e delle sue multiformi anime culturali, i clamorosi retroscena politici non mancano mai di emergere con la potenza devastante di un terremoto mediatico, svelando le complesse e faticose trame strategiche tessute lontano dai riflettori. Questa volta, a scuotere violentemente l’opinione pubblica e a gettare una pesantissima e inedita luce sulle dinamiche interne al mondo conservatore è una rivelazione a dir poco dirompente, capace di ridefinire completamente la narrazione politica attorno a una delle figure più polarizzanti degli ultimi anni: il Generale Roberto Vannacci. A rompere il silenzio, con toni decisi, accusatori e profondamente amari, è Luca Sforzini, intellettuale di spicco e autorevole presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale. Attraverso una lucidissima e spietata disamina degli eventi recenti, Sforzini ha deciso di squarciare il velo di Maya su un ambiziosissimo e colossale progetto politico di respiro internazionale, costruito meticolosamente nel corso dei mesi per accreditare la figura di Vannacci nei più alti e prestigiosi salotti della geopolitica d’Oltreoceano. Un piano studiato nei minimi dettagli che, tuttavia, si è inesorabilmente e drammaticamente infranto contro l’atteggiamento politico e l’ostinata chiusura tattica del suo stesso protagonista.

La rivelazione choc: un piano strutturato a gennaio per il Generale

L’affondo politico sferrato dal presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale è netto, circostanziato e supportato da un’accurata ricostruzione temporale che non lascia alcun margine a futili smentite o libere interpretazioni.
«Rivelo pubblicamente che già nel mese di gennaio esisteva sul tavolo una proposta scritta, concreta e ampiamente strutturata per costruire attorno alla controversa figura di Roberto Vannacci un serio percorso politico internazionale, di chiara e solida area conservatrice e liberale», dichiara fermamente Sforzini, spazzando via ogni dubbio. Non si trattava affatto, dunque, di semplici velleità filosofiche, di chiacchiere da salotto o di vaghe suggestioni formulate furbescamente a posteriori per convenienza mediatica, bensì di un vero e proprio e formidabile dossier strategico, corredato da un rigido cronoprogramma semestrale operativo e da obiettivi politici di primissimo piano. L’intento primario e fondamentale di questa imponente architettura concettuale era quello di incanalare il vasto consenso popolare raccolto dal Generale verso un alveo istituzionale, serio, presentabile e di stampo squisitamente occidentale. «Prima ancora della nascita effettiva e formale del movimento Futuro Nazionale, era stata lucidamente messa sul tavolo una possibile e formidabile traiettoria politica precisa: conservatrice, fieramente liberale, perfettamente inserita nel grande e storico circuito occidentale e in stretto, proficuo e leale rapporto con le radici del conservatorismo americano moderno», precisa accuratamente Sforzini, tracciando il perimetro di quello che avrebbe potuto essere un clamoroso posizionamento atlantista di altissimo livello.

Obiettivo Washington: l’incontro sfumato con JD Vance e i think tank conservatori

Il cuore nevralgico, ambizioso e stratosferico di questo piano strategico fallito mirava direttamente e coraggiosamente al centro del potere politico mondiale: gli Stati Uniti d’America.
Il documento programmatico svelato oggi proponeva infatti l’organizzazione capillare di una delicatissima missione diplomatica e politica nella capitale Washington. Un tour istituzionale di altissimo profilo che avrebbe visto il Generale confrontarsi, dialogare e accreditarsi presso i più potenti, influenti e storici santuari del pensiero conservatore a stelle e strisce, quali la celeberrima Heritage Foundation, l’autorevole American Enterprise Institute, l’Hudson Institute e il temuto America First Policy Institute, autentico motore ideologico del mondo MAGA e della destra trumpiana. Ma la vera, inestimabile e clamorosa ciliegina sulla torta di questo enorme progetto diplomatico, il traguardo finale capace di consacrare Vannacci sul palcoscenico globale, sarebbe stato l’organizzazione di un vertice a porte chiuse nientemeno che con il senatore e attuale vicepresidente in corsa per gli Stati Uniti, JD Vance, affiancato da potentissimi esponenti economici e vertici finanziari da sempre intimamente vicini alle logiche del Partito Repubblicano. Un asse politico transatlantico formidabile che, tuttavia, non ha mai visto la luce del sole, sprofondando miseramente nel nulla a causa delle continue, incomprensibili e sistematiche retromarce tattiche operate dall’autore del libro “Il mondo al contrario”.

La dura metafora omerica: Sforzini tesseva di giorno, Vannacci disfaceva di notte

Per descrivere accuratamente il frustrante, estenuante e logorante logorio psicologico derivante dal veder crollare sistematicamente mesi di duro lavoro diplomatico, Sforzini ricorre in maniera geniale, sarcastica e pungente ad una celebre figura letteraria, sfidando ironicamente Vannacci proprio sul suo stesso terreno culturale preferito.
«Poiché Vannacci ama citare spessissimo, e a mio avviso spesso totalmente a sproposito, la fitta mitologia classica, la figura di Ulisse e il vasto mondo omerico, allora in questa sede prendo in prestito anch’io una celeberrima immagine da Omero», affonda inesorabilmente Sforzini. «Per lunghissimi mesi, tra me e lui è accaduto amaramente qualcosa di molto simile alla famosa e tragica tela di Penelope. Io tessevo faticosamente e instancabilmente di giorno, e lui disfaceva ostinatamente e puntualmente la tela di notte. Costantemente e inesorabilmente. Costruivo solide relazioni internazionali, aprivo difficili e delicate interlocuzioni estere, mettevo sul tavolo pazzesche opportunità politiche e irripetibili occasioni internazionali; e poi, puntualmente, quella formidabile tela diplomatica veniva sorda e sistematicamente disfatta». Un’accusa pesantissima di totale miopia strategica e di clamorosa incapacità gestionale, che inchioda il Generale alle sue esitazioni, dipingendo un ritratto politico profondamente inadeguato per le enormi e complesse sfide poste dall’agenda internazionale. Questa inspiegabile ritrosia, sottolinea Sforzini, non si è purtroppo limitata a un banale e singolo incidente di percorso. L’ambizioso e sfumato progetto di Washington non fu affatto un episodio isolato. «Lo stesso frustrante e logorante schema di chiusura e rifiuto si è ripetuto pedissequamente almeno altre due distinte volte, con una particolare ed amara evidenza riscontrata nei mesi cruciali di maggio e giugno, ancora una volta specificatamente sul fertile terreno dei rapporti diplomatici con il vasto mondo statunitense», chiosa misteriosamente Sforzini, lasciando intendere l’esistenza di ulteriori e pesantissimi retroscena non ancora del tutto rivelati.

L’accusa di estremismo finale: la triste fine di un progetto di destra moderna

L’amarezza politica finale che traspare in maniera evidente e tangibile dalle parole del presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale è la triste, oggettiva e inesorabile constatazione del fallimento di un sogno culturale e identitario ambiziosissimo.
La proposta programmatica iniziale non si esauriva infatti in una banale gita politica americana, ma prevedeva strutturalmente un capillare, metodico e serio lavoro decennale sull’internazionalizzazione della destra, sulla profonda analisi della geopolitica, sulla sicurezza internazionale nel delicato bacino del Mediterraneo, sulla fondamentale tutela istituzionale delle libere imprese italiane e, soprattutto, sulla rigorosa e necessaria formazione di una seria, credibile e preparata futura classe dirigente di matrice conservatrice. «A questo punto evidente, non si può purtroppo più parlare minimamente di una singola occasione mancata per inesperienza, ma di una palese, chiara e consapevole sequenza politica di chiusura», sentenzia duramente Sforzini. «Oggi, guardando con amarezza quella solida proposta di gennaio e analizzando lucidamente ciò che è accaduto nei mesi successivi, l’immagine di Penelope resta la più calzante». La chiosa finale di Luca Sforzini suona infatti come un’implacabile ed inappellabile pietra tombale sulle ambizioni liberali del progetto Vannacci, condannato senza appello per le sue stesse miopi scelte strategiche. Secondo l’intellettuale, il Generale ha infatti deciso, progressivamente e con sempre maggiore e suicida convinzione politica, di abdicare clamorosamente al ruolo di potenziale leader atlantista, scegliendo invece tristemente di «rinchiudersi volontariamente in uno sgabuzzino buio, estremista, apertamente para-suprematista e pericolosamente radicalizzato». Un giudizio politico feroce, tagliente e definitivo, che scuote dalle fondamenta il dibattito interno alla destra italiana.

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