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Attualità

Scuola, approvato il nuovo decreto: stop al burqa, latino alle medie e tetto per gli alunni stranieri

La scuola italiana cambia letteralmente volto, puntando tutto sull’integrazione, sul merito e sul rispetto delle regole! Il Governo, su forte impulso della Premier Giorgia Meloni e del Ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, ha infatti appena approvato un durissimo e rivoluzionario “Decreto Scuola” in Consiglio dei Ministri. Le novità sono tante e destinate a far discutere: per evitare le drammatiche “classi-ghetto”, scatterà dal 2027 il tetto massimo invalicabile del 30% per la presenza di alunni stranieri (con lacune linguistiche) nelle nuove classi. Ma la vera stretta riguarda i comportamenti di genitori e famiglie: scatta infatti il divieto totale, assoluto e categorico di indossare burqa o niqab a scuola, vietando categoricamente l’accesso agli incontri scuola-famiglia e ai colloqui con il volto coperto e non riconoscibile. Chi sgarra pagherà multe salatissime, che andranno dai 200 ai 1000 euro! Stessa durissima multa economica per tutti quei genitori stranieri (segnalati dai servizi sociali) che decideranno di rifiutarsi di frequentare i nuovi corsi obbligatori statali e gratuiti per imparare la lingua italiana (con obiettivo livello A2). Ma le sorprese non finiscono qui: gli istituti tecnici diventeranno ufficialmente “Licei Tecnologici”, e, per volere del Ministero, farà il suo attesissimo ritorno il Latino tra i banchi di scuola delle medie (con un’ora facoltativa). Scopri tutti i nuovi fondi governativi a sostegno delle famiglie e per l’acquisto dei libri di testo nel nostro articolo completo 👇

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burqa-niqab

Roma – Il delicatissimo e fondamentale mondo dell’istruzione pubblica italiana si prepara ufficialmente e istituzionalmente a vivere e ad assorbire una massiccia, profonda e strutturale rivoluzione organizzativa e normativa. Al termine di una lunga, intensa e fitta riunione, il Consiglio dei Ministri ha infatti formalmente approvato il nuovissimo, atteso e dibattuto “Decreto Scuola”. Si tratta di un imponente e corposo pacchetto di riforme fortemente voluto e promosso dall’attuale Esecutivo di centrodestra, che introduce una serie di norme stringenti, novità didattiche e rigorosi paletti comportamentali pensati esplicitamente e dichiaratamente per poter agevolare, regolamentare e migliorare il complesso e delicato processo di integrazione scolastica sul territorio nazionale.
A dettare immediatamente, politicamente e chiaramente la linea filosofica e l’indirizzo governativo del neonato e discusso provvedimento è stata in prima persona la stessa Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Attraverso una tempestiva e decisa dichiarazione ufficiale affidata ai propri canali social (nello specifico sulla piattaforma X), la premier ha voluto rivendicare pubblicamente e con orgoglio la fortissima impronta identitaria, ma al tempo stesso profondamente inclusiva, della nuova e complessa manovra governativa sull’istruzione. «Oggi pomeriggio abbiamo formalmente approvato in Consiglio dei Ministri il nuovo decreto sulla scuola italiana. Abbiamo fissato un limite massimo del 30% nelle classi per gli studenti che non conoscono ancora adeguatamente la nostra lingua italiana, abbiamo inserito e finanziato più strumenti gratuiti per aiutarli a imparare il nostro idioma e abbiamo messo un definitivo e categorico stop legislativo all’utilizzo di burqa e niqab all’interno degli istituti scolastici», ha scritto a caldo la Premier Meloni ai suoi follower. «Si tratta di provvedimenti pratici e strumenti di puro e semplice buonsenso, che non hanno affatto lo scopo di dividere la società, ma che al contrario aiutano e favoriscono concretamente a integrare davvero tutti, evitando una volta per tutte la drammatica creazione di “classi-ghetto” e fornendo e garantendo a tutti i nostri studenti le medesime opportunità di crescita personale. Questa è l’esatta direzione che vogliamo pervicacemente continuare a seguire: desideriamo una scuola che sappia integrare e accogliere senza però mai dover rinunciare alle proprie regole, che sostenga attivamente chi versa in maggiore difficoltà e che, infine, metta tutti i ragazzi esattamente nelle medesime condizioni e possibilità di partire dallo stesso punto di partenza».

La rivoluzione di Valditara: il tetto del 30% per alunni stranieri

La primissima, gigantesca e dibattuta novità operativa e burocratica introdotta dalla complessa riforma scolastica riguarderà fisicamente la composizione demografica delle nuove classi negli istituti.
Come ampiamente e dettagliatamente illustrato in conferenza stampa dall’attuale Ministro dell’Istruzione e del Merito, il professor Giuseppe Valditara, il vero cuore pulsante del provvedimento risiede nel posizionare fermamente l’apprendimento della lingua italiana come l’unico e grande strumento cardine della vera integrazione. Per questo motivo legislativo, a partire dall’anno scolastico 2027/2028, entrerà formalmente in vigore un rigido e invalicabile tetto massimo del 30% destinato specificamente agli alunni stranieri e non italofoni, applicabile a tutte le nuove classi prime di ogni grado (dalla scuola primaria fino ad arrivare alle scuole medie e superiori). Il Ministro Valditara ha voluto chiarire e puntualizzare un aspetto normativo cruciale: questo limite percentuale non si applicherà a tutti gli stranieri indiscriminatamente, ma colpirà burocraticamente ed esclusivamente quegli alunni con cittadinanza non italiana che, materialmente, non conoscono ancora in modo adeguato la lingua e che non abbiano precedentemente frequentato per almeno due o tre anni il sistema nazionale di istruzione materno o elementare. Nel caso logistico e pratico in cui, in un determinato plesso, tale limite del 30% non dovesse poter essere matematicamente o fisicamente rispettato a causa dell’altissimo numero di stranieri iscritti, gli Uffici Scolastici Territoriali (in stretta e costante sinergia operativa con i singoli dirigenti scolastici provinciali) avranno l’obbligo di intervenire tempestivamente d’ufficio per riassegnare e distribuire omogeneamente le quote di alunni in esubero verso altre strutture scolastiche statali, applicando però il fondamentale “principio di prossimità urbana”. In pratica, come ha rassicurato il Ministro, i giovani non verranno mai sballottati e allontanati a venti chilometri di distanza dalla propria residenza, ma verranno semplicemente indirizzati con cura verso l’istituto di vicinato più prossimo che abbia ancora disponibilità percentuale. Per aiutare le scuole che si troveranno fisiologicamente in seria difficoltà a rispettare tali tetti, il Governo ha inoltre già saggiamente previsto lo stanziamento di uno specifico e ricco fondo dedicato al potenziamento delle competenze linguistiche (pari a ben 3,4 milioni di euro nel 2027 e di oltre 14 milioni di euro annui strutturali dal 2028 in poi).

Divieto di volto coperto a scuola e l’obbligo dei corsi per i genitori

Il secondo, fragoroso pilastro del provvedimento normativo approvato a Palazzo Chigi incide invece pesantemente, nettamente e culturalmente sulla spinosa e complessa questione delle regole di abbigliamento, del decoro pubblico e della sicurezza interna all’interno degli edifici statali.
Il decreto interviene a gamba tesa, mettendo finalmente e per la prima volta nero su bianco il divieto esplicito, totale e categorico di poter prendere parte alle normali attività curriculari ed extracurriculari delle scuole statali italiane, nonché di poter presenziare e partecipare formalmente agli incontri periodici tra la scuola e la famiglia (i famosi colloqui con i professori), presentandosi fisicamente all’interno dell’edificio con il volto interamente, parzialmente o volutamente coperto (salvo, ovviamente, rarissime e specifiche eccezioni dovute a stringenti ragioni di natura sanitaria o di oggettiva sicurezza pubblica). Il testo di legge mira espressamente a colpire l’utilizzo di indumenti religiosi o tradizionali estremamente coprenti, come il burqa o il niqab islamico, vietando severamente di fatto qualsiasi prassi o modalità di abbigliamento che non consenta l’immediato, libero e totale riconoscimento facciale della persona adulta. In caso di manifesta, ostinata e volontaria violazione formale di tale norma comportamentale, le conseguenze saranno amministrative e pecuniarie: scatterà una salata multa che potrà variare da un minimo di 200 euro fino a sfiorare un massimo di 1000 euro (spetterà direttamente al singolo e coraggioso dirigente scolastico l’onere burocratico di dover accertare formalmente la violazione, mentre l’irrogazione effettiva della multa sarà competenza esclusiva e diretta della Prefettura locale).
Ma la stretta sull’integrazione obbligatoria coinvolge a trecentosessanta gradi le intere famiglie dei giovani discenti: il decreto prevede infatti, per la prima volta in assoluto, l’introduzione di innovativi e totalmente gratuiti percorsi obbligatori di alfabetizzazione statale e di apprendimento intensivo della lingua italiana rivolti specificamente ai genitori stranieri. Qualora un ragazzo lamenti insuccesso scolastico cronico o mostri evidentissime lacune didattiche a causa del deficit linguistico assorbito nell’ambiente domestico, la scuola sarà legalmente obbligata a dover segnalare subitaneamente il delicato caso clinico e familiare ai preposti servizi sociali territoriali competenti. Questi ultimi organizzeranno d’imperio un progetto linguistico personalizzato e gratuito per la coppia genitoriale, con lo scopo di fargli raggiungere il livello minimo “A2” di padronanza dell’italiano. E attenzione alle pesanti sanzioni: i genitori stranieri che si rifiuteranno ostinatamente e ingiustificatamente di frequentare questi corsi statali gratuiti, incorreranno in una durissima multa (anch’essa variabile dai 200 ai 1000 euro).

Il ritorno del latino alle scuole medie e la trasformazione in Licei Tecnici

L’ultima e interessantissima parte della voluminosa manovra legislativa tocca invece, con mano chirurgica, la struttura prettamente accademica, didattica e formativa del nostro sistema educativo, introducendo notevoli cambi di nomenclatura e un sorprendente, graditissimo e inaspettato ritorno ai fasti della didattica umanistica e classica di un tempo.
La grandissima e principale novità in questo senso è rappresentata senza dubbio dall’atteso e annunciato ritorno in pompa magna della lingua latina all’interno dei banchi delle scuole primarie superiori. A partire dal lontano anno scolastico 2027/2028, infatti, gli istituti avranno la facoltà di inserire ufficialmente un’ora settimanale aggiuntiva (totalmente facoltativa e a scelta delle singole famiglie e degli studenti interessati) interamente dedicata all’apprendimento e allo studio dei rudimenti e delle basi del Latino. Questa preziosa ora curriculare extra di profonda educazione linguistica prenderà il via a partire dal secondo anno esatto della scuola secondaria di primo grado (le ex scuole medie), comprenderà un monte ore totale di circa 33 ore accademiche annue, e sarà rigidamente e didatticamente affidata in modo esclusivo ai docenti abilitati appartenenti alla prestigiosa classe di concorso A-12.
Oltre all’impronta spiccatamente e classicamente umanistica, il decreto prevede inoltre una fondamentale e strategica modifica nominale finalizzata ad accrescere notevolmente l’immagine pubblica e la dignità formativa degli istituti: gli ex e storici “istituti tecnici” assumeranno finalmente, d’ora in avanti, la prestigiosa e blasonata denominazione ufficiale statale di “Licei Tecnologici”, mentre i bistrattati e vecchi “istituti professionali” prenderanno l’altisonante nome accademico di “Licei Professionali”. La massiccia riforma del Governo interviene positivamente e generosamente anche sul cruciale fronte degli stanziamenti economici di supporto allo studio per le famiglie più fragili e povere. Sono infatti stati ufficialmente garantiti e inseriti a bilancio ben 70 milioni di euro freschi e aggiuntivi previsti per il vicino anno 2026, somme vitali che verranno destinate all’inclusione sociale, all’orientamento al lavoro e al feroce contrasto della tragica e dilagante dispersione scolastica. Inoltre, sempre per l’anno 2026, il decreto stanzia ulteriori 21 milioni di euro specifici per poter finanziare e garantire capillarmente l’ambita fornitura gratuita (o almeno parzialmente rimborsabile) di tutti i costosissimi libri di testo scolastici, innalzando prepotentemente e positivamente l’accesso al bonus alle famiglie meno abbienti e portando la stringente soglia del reddito minimo familiare Isee dagli attuali 30mila euro a ben 40mila euro massimi. Infine, il fondo speciale per la lotta al cyberbullismo crescerà di ulteriori 4 milioni annui, fornendo mezzi vitali per difendere psicologicamente e tecnologicamente i ragazzi dai pericolosi bulli della rete informatica.

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Esteri

Incidente Nato in Lettonia: quattro militari italiani feriti, uno in gravi condizioni

Ore di apprensione per le nostre Forze Armate all’estero: un grave incidente ha coinvolto il contingente italiano in Lettonia durante un’esercitazione della missione Nato. Nel tardo pomeriggio, nel poligono a fuoco di Ādaži, quattro militari dell’11esimo Reggimento Bersaglieri sono rimasti feriti (uno di loro in modo più serio) a causa di un drammatico caso di “fuoco amico”: il loro veicolo è stato infatti colpito in pieno dai proiettili sparati per errore da un’arma installata su un altro mezzo blindato italiano. I soldati sono stati immediatamente estratti e trasferiti d’urgenza in un vicino ospedale a Riga per le cure del caso: i medici hanno confermato che fortunatamente nessuno di loro è in pericolo di vita. Le famiglie in Italia sono già state avvisate. I vertici militari e il Ministro della Difesa Guido Crosetto, costantemente aggiornati dal Capo di Stato Maggiore, hanno espresso massima vicinanza ai soldati, mentre è già partita la rigidissima inchiesta ufficiale della Nato per chiarire la complessa dinamica del drammatico errore balistico sul campo di battaglia. Leggi tutti i dettagli del grave incidente e le condizioni dei nostri soldati👇

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Militari Italiani Nato

Riga – Ore di estrema e palpabile apprensione ai vertici della Difesa nazionale italiana e all’interno del contingente militare tricolore attualmente schierato in forza all’estero per proteggere i delicatissimi confini orientali dell’Alleanza Atlantica. Nel tardo pomeriggio di oggi, un grave, drammatico e inaspettato incidente balistico ha improvvisamente scosso e interrotto le consuete ma pericolose manovre addestrative che vedono impegnati i nostri soldati sul suolo dell’Europa dell’Est. Quattro militari in forza all’Esercito Italiano sono rimasti inopinatamente e fisicamente feriti durante lo svolgimento di una complessa e articolata esercitazione sul campo, regolarmente inquadrata sotto l’egida e le direttive formali della Nato, attualmente in corso di svolgimento in Lettonia. L’incidente ha fatto scattare immediatamente tutte le rigide e oliate procedure di massima emergenza previste dai protocolli militari internazionali, richiedendo l’immediata sospensione delle attività a fuoco e l’intervento tempestivo sul campo di battaglia simulato dei soccorritori sanitari da campo. Secondo le primissime, frammentarie ma drammatiche ricostruzioni operative filtrate in queste ore dai vertici dello Stato Maggiore, si tratterebbe purtroppo a tutti gli effetti di un classico e tragico caso di “fuoco amico”, ovvero di un drammatico quanto fatale errore umano, di calcolo balistico o di procedura verificatosi proprio all’interno delle stesse unità italiane schierate al fronte addestrativo. Tutti e quattro i militari feriti, che sono stati immediatamente estratti dai mezzi colpiti e stabilizzati sul posto, appartengono allo storico e glorioso 11esimo Reggimento Bersaglieri, un’unità di primissimo livello, d’élite e di comprovata esperienza estera, attualmente impiegata operativamente nell’ambito dell’importantissima missione internazionale di deterrenza denominata Nato Forward Land Forces (Forze Terrestri Avanzate della Nato).

Il dramma durante l’addestramento a fuoco nel poligono di Ādaži

Il gravissimo incidente si è consumato all’interno del vastissimo perimetro militare tattico del poligono di Ādaži, situato a pochi chilometri a nord-est della capitale lettone, una delle principali basi logistiche e strategiche utilizzate costantemente dalle truppe dell’Alleanza Atlantica per l’addestramento congiunto sul fronte baltico.
Stando alla prima e sommaria ricostruzione ufficiale della reale dinamica dell’accaduto fornita dallo Stato Maggiore, nel corso di una realistica, intensa e concitata esercitazione a fuoco vivo (un addestramento complesso che simula alla perfezione le reali dinamiche e lo stress psicofisico di un vero e proprio scontro a fuoco in territorio ostile), un veicolo blindato a bordo del quale viaggiavano i quattro sfortunati militari dell’Esercito Italiano è stato improvvisamente e pesantemente colpito in pieno dalla sagoma da un’arma da fuoco non automatizzata. La beffa e la tragedia sfiorata risiedono proprio nel fatto che l’arma che ha aperto erroneamente il fuoco risultava fisicamente installata e operata a bordo di un altro mezzo blindato in movimento, sempre di esclusiva e totale appartenenza al contingente militare italiano partecipante alla manovra offensiva simulata. L’impatto dei proiettili veri contro la corazza del veicolo ha provocato danni strutturali e il grave ferimento degli occupanti dell’abitacolo, scatenando il panico controllato che segue sempre questo genere di rarissimi e gravissimi incidenti tattici sul campo di battaglia.
La missione Nato Forward Land Forces in cui sono inquadrati i nostri Bersaglieri rappresenta uno dei pilastri fondamentali e irrinunciabili della sicurezza europea odierna: si tratta di una presenza armata, vigile e costante e di una forza multinazionale di rapido dispiegamento voluta esplicitamente e fortissimamente dall’Alleanza Atlantica dopo lo scoppio della crisi ucraina, allo scopo primario di rassicurare politicamente e militarmente le popolazioni dei Paesi Baltici e fungere da concreto deterrente militare contro qualsiasi possibile aggressione esterna ai confini dell’Europa orientale.

I soccorsi tempestivi e il trasferimento d’urgenza all’ospedale di Riga

La complessa macchina dei soccorsi militari internazionali si è attivata in maniera letteralmente fulminea, dimostrando per fortuna un’eccellente efficienza organizzativa.
Subito dopo l’inaspettato e devastante impatto balistico contro il loro mezzo, i quattro valorosi militari colpiti dal fuoco amico sono stati estratti dalle lamiere, immediatamente soccorsi dal personale medico del contingente e dai paramedici militari presenti a bordo campo per l’esercitazione. Dopo le primissime cure di vitale e fondamentale stabilizzazione emodinamica prestate in via d’urgenza direttamente all’interno del rigido perimetro del poligono di tiro, tutti i feriti sono stati caricati a bordo dei mezzi di soccorso avanzato e successivamente trasferiti a sirene spiegate, con la massima priorità di transito, in una moderna e attrezzatissima struttura ospedaliera sanitaria civile situata nel centro della capitale, Riga.
Il primo bollettino medico trapelato e fornito dalle autorità in merito alle loro attuali condizioni cliniche conferma la gravità dell’accaduto, ma infonde anche un cauto sollievo. Dei quattro soldati ricoverati d’urgenza, uno si trova in condizioni cliniche giudicate dai medici lettoni “più serie”, avendo presumibilmente riportato traumi o ferite da schegge molto più invasive e complesse rispetto ai commilitoni. Attualmente, tutti e quattro i nostri connazionali in divisa sono sottoposti in queste ore a delicatissime e continue cure intensive e a tutti gli approfonditi e complessi accertamenti clinici radiologici necessari per scongiurare complicanze invisibili. Tuttavia, la notizia più importante, confortante e dirimente per le famiglie a casa è che i medici ospedalieri lettoni hanno ufficialmente certificato che nessuno dei quattro soldati del Reggimento Bersaglieri risulta essere, al momento in cui scriviamo, in alcun imminente pericolo di vita.

Le indagini in corso e la vicinanza del Ministro Guido Crosetto

In ossequio ai rigidi e stringenti regolamenti disciplinari e penali militari in vigore, la drammatica catena di comando italiana ha immediatamente provveduto a compiere il passo più doloroso e delicato in questi casi: tutte le famiglie italiane dei soldati feriti nel poligono di Ādaži sono state tempestivamente rintracciate e puntualmente informate di persona dai vertici dell’Esercito sull’accaduto, potendo fortunatamente tirare un sospiro di sollievo dopo aver ricevuto le ampie e documentate rassicurazioni mediche circa il reale e non critico stato di salute dei loro amati cari.
Parallelamente alla fondamentale e prioritaria gestione sanitaria dell’emergenza sul campo lettone, si è mossa rapidamente anche la grande e inesorabile macchina investigativa della giustizia militare. Come è rigorosamente doveroso in questi gravissimi casi di incidenti tattici con fuoco vivo in ambito internazionale Nato, le autorità militari preposte hanno immediatamente e formalmente avviato tutte le approfondite e capillari verifiche del caso per accertare in maniera certosina e incontrovertibile le reali cause che hanno scatenato il disastro e ricostruire l’esatta, millimetrica dinamica dell’accaduto.
L’inchiesta interna, condotta parallelamente da ufficiali italiani e ispettori Nato, dovrà chiarire senza alcuna ombra di dubbio se il “fuoco amico” che ha colpito in pieno il mezzo dei Bersaglieri sia scaturito da una drammatica fatalità tecnica legata a un guasto ai sistemi di puntamento dell’arma non automatizzata, oppure se, al contrario, sia stato purtroppo il frutto letale di un tragico, fatale errore umano di valutazione, di mancata comunicazione via radio o di una violazione diretta delle rigorosissime norme di sicurezza operative all’interno del poligono di tiro balistico. La politica italiana, intanto, si è stretta compatta e silenziosa attorno alle Forze Armate in questo momento di ansia. Il Ministro della Difesa italiano, l’onorevole Guido Crosetto, viene costantemente e meticolosamente informato e tenuto aggiornato minuto per minuto in tempo reale dal Capo di Stato Maggiore della Difesa, l’ammiraglio Luciano Portolano, e dall’esperto Comandante del Covi (il Comando Operativo di Vertice Interforze), il generale Giovanni Maria Iannucci, sia in merito alle in costante evoluzione condizioni cliniche dei quattro militari italiani ricoverati in corsia a Riga, sia, soprattutto, in merito ai delicati, rapidi e riservatissimi sviluppi degli accertamenti e delle inchieste in corso. In una sentita nota ufficiale diramata in serata agli organi di stampa dalle agenzie di Stato, il Ministro della Difesa Crosetto, unito in maniera indissolubile a tutti i massimi vertici militari e all’intero dicastero della Difesa, hanno voluto stringersi in un abbraccio virtuale esprimendo ufficialmente e calorosamente la propria massima vicinanza morale, spirituale e istituzionale ai coraggiosi commilitoni feriti in servizio estero e alle loro preoccupatissime famiglie in Italia, formulando loro, a nome di tutta la Nazione, il più sincero, caloroso e affettuoso augurio di una rapida e totale guarigione.

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Economia

Caro carburanti, Eni blocca i prezzi: benzina a 1,99 e diesel a 2,19 euro per un mese

La folle corsa del caro carburanti subisce una storica e inaspettata battuta d’arresto grazie all’intervento del privato. Eni ha ufficialmente annunciato l’introduzione di un clamoroso “price cap” (tetto massimo di prezzo) su tutte le pompe di benzina della rete Enilive a partire dal 28 settembre: per i prossimi 30 giorni (con possibile proroga fino a fine anno), la benzina verde non costerà più di 1,99 euro al litro, mentre il diesel si fermerà a un tetto di 2,19 euro. Uno sconto massiccio di ben 17 centesimi rispetto alla media disastrosa attuale (arrivata oggi a sfiorare i 2,42 euro in autostrada). Plaude l’Unione Nazionale Consumatori (UNC), con il presidente Dona che non risparmia però critiche durissime al Governo: “Siamo contenti che società private facciano più di quanto faccia la politica, da mesi colpevolmente immobile davanti ai prezzi stratosferici”. Eni ha motivato la coraggiosa scelta come “un contributo di solidarietà al Paese” in un momento di crisi geopolitica globale che ha fatto crollare l’offerta di prodotti raffinati in Europa. Scopri da quando parte lo sconto e come usufruirne👇

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Eni

Roma – La spirale inflattiva che sta letteralmente travolgendo il bilancio delle famiglie italiane e l’operatività quotidiana delle piccole e medie imprese ha finalmente trovato, forse per la prima volta dall’inizio dell’anno, un inaspettato e concreto argine privato. In un momento di estrema e acuta tensione sociale ed economica, dominato dal caro carburanti che continua inesorabilmente a colpire e svuotare le tasche di milioni di automobilisti, il colosso energetico nazionale Eni ha deciso di rompere gli indugi e scendere direttamente in campo con una mossa commerciale e politica senza precedenti. L’azienda del cane a sei zampe ha infatti annunciato ufficialmente e a sorpresa di aver fissato un rigoroso tetto massimo insuperabile al prezzo di vendita al dettaglio sia per il diesel che per la tradizionale benzina verde. A ufficializzare questa drastica e attesissima manovra di contenimento dei costi è stata la stessa dirigenza di Eni attraverso la diramazione di un dettagliato comunicato stampa, all’interno del quale si fa chiaramente sapere di aver deciso di fissare «un limite massimo (il cosiddetto price cap) al prezzo finale dei carburanti commercializzati dalla rete Enilive, che sarà pari a un tetto di 2,19 euro al litro per il gasolio e a 1,99 euro al litro per la benzina». Si tratta di una sforbiciata importantissima per le tasche dei guidatori, che si traduce in un risparmio netto di circa 17 centesimi in meno rispetto ai drammatici livelli medi attuali registrati sulla rete stradale ordinaria italiana.

Il price cap sulle pompe Enilive: durata, sconti e andamento del mercato

Questa aggressiva e benvenuta politica di calmieramento dei listini non sarà ovviamente eterna, ma è stata accuratamente calibrata sui delicatissimi equilibri finanziari dell’azienda e sulle turbolenze della borsa.
«L’applicazione del price cap sulle pompe è strettamente correlata al mantenimento dell’agevolazione fiscale statale sulle accise attualmente in vigore, e sarà applicato materialmente in tutti i distributori aderenti a partire dal prossimo 28 settembre», si legge nella nota aziendale diramata da Eni. L’azienda ha inoltre specificato che l’iniziativa commerciale avrà una durata iniziale garantita e blindata di 30 giorni esatti, ma ha lasciato strategicamente la porta aperta a una «concreta possibilità di estensione della misura calmierante fino alla fine del corrente anno, ma sempre in stretta funzione e in stretta dipendenza dall’imprevedibile andamento del mercato internazionale e della stabilità delle difficili catene degli approvvigionamenti di greggio».
Per comprendere appieno la portata vitale di questo massiccio sconto applicato dal colosso dell’energia, basta analizzare con occhio clinico i dati drammatici e spietati rilevati e certificati quotidianamente dall’autorevole Osservatorio sui prezzi dei carburanti gestito dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit). Attualmente, infatti, il prezzo medio dei carburanti erogati in modalità ‘self service’ lungo l’intera rete stradale nazionale ordinaria è tragicamente salito, assestandosi a quota 2,154 euro al litro per la benzina e all’esorbitante cifra di 2,338 euro al litro per il più pesante gasolio, mantenendo gli stessi irragionevoli livelli di ieri. La situazione diventa addirittura insostenibile se si osserva la rete autostradale italiana (già gravata dai costi dei pedaggi): qui il prezzo medio self service è schizzato a 2,247 euro al litro per la benzina (in ulteriore e preoccupante lieve rialzo giornaliero rispetto ai 2,245 euro di ieri) e alla cifra monstre di 2,421 euro al litro per il gasolio (in crescita dai 2,419 del giorno precedente). A peggiorare drasticamente un quadro già tinteggiato a tinte fosche, contribuisce la fine imminente degli aiuti di Stato: l’attuale sconto in vigore sul taglio delle accise del diesel, che oggi è pari (comprensivo dell’Iva applicata) a 12,2 centesimi di euro al litro, subirà infatti una netta dimezzata a partire da domani e fino al 5 ottobre, calando drasticamente a soli 6,1 centesimi di sconto reale per l’utente finale.

Il plauso dei consumatori (UNC) e la dura critica all’immobilismo del Governo

L’azione forte e decisa intrapresa dalla dirigenza di Eni ha immediatamente scatenato un’ondata di reazioni estremamente positive da parte di tutte le principali associazioni di categoria a tutela dei diritti dei cittadini, che da mesi lottano strenuamente contro il caro vita.
«Si tratta senza ombra di dubbio di un’ottima, insperata e bellissima notizia. Come associazione non possiamo che esprimere pubblicamente il nostro totale e incondizionato consenso, unito a un forte e doveroso plauso per questa coraggiosa iniziativa di Eni volta a mettere finalmente un tetto massimo artificiale al prezzo fuori controllo dei carburanti», ha dichiarato a caldo Massimiliano Dona, attivissimo e combattivo presidente dell’Unione Nazionale Consumatori (UNC). Dona, profondo conoscitore delle dinamiche del mercato energetico, non si nasconde dietro a un dito e affronta apertamente anche i possibili retropensieri e i calcoli politici che potrebbero celarsi dietro a questa enorme mossa di marketing strategico: «Certo, da analisti del mercato è assolutamente possibile ipotizzare che questa clamorosa mossa commerciale da parte di un colosso dell’energia miri anche, in maniera indiretta, a voler cercare di smorzare i toni accesi della politica e a ridurre considerevolmente le crescenti probabilità dell’introduzione di una dura tassazione statale sugli extraprofitti energetici, un’idea fortemente avanzata da molti partiti in questi difficili mesi; ma onestamente, davanti a un risparmio reale per le famiglie alla pompa di benzina, la motivazione di fondo ha francamente pochissima importanza pratica».
La soddisfazione per l’intervento provvidenziale del privato si trasforma però ben presto in un durissimo, affilato e inequivocabile atto di accusa politico rivolto direttamente e senza filtri contro l’esecutivo. «A fronte dell’evidente, imbarazzante e colpevole immobilismo di questo Governo in carica, un esecutivo che nei fatti fa sempre meno per arginare e combattere il caro carburante mentre, parallelamente, i prezzi sui tabelloni stradali salgono sempre di più stracciando e superando ogni precedente primato storico, non possiamo che essere amaramente contenti che, alla fine, siano le società private quotate in Borsa a fare nei fatti molto di più di quanto non riesca a fare la politica per i propri cittadini», incalza Dona. Il presidente dell’Unione Nazionale Consumatori conclude infine il suo lucido intervento con un prezioso, utile e pratico vademecum operativo rivolto a tutti i guidatori in cerca del miglior risparmio quotidiano: «Naturalmente i consumatori più accorti e intelligenti dovranno sempre e costantemente continuare a confrontare i prezzi utilizzando i dati ufficiali pubblicati sull’Osservaprezzi carburanti del Mimit, prestando sempre la massima attenzione ai prezzi effettivamente esposti sui cartelli luminosi su strada, e assicurandosi scrupolosamente che si tratti effettivamente di una stazione di servizio battente l’insegna aggiornata Enilive per avere la certezza assoluta dello sconto».

Le ragioni di Eni: tra solidarietà sociale, geopolitica asiatica e le bioraffinerie

La decisione aziendale di intervenire pesantemente sulle dinamiche economiche non è stata presa alla leggera, ma si basa su un’attenta analisi di un mercato petrolifero globale sempre più drogato dalle innumerevoli e sovrapposte crisi internazionali.
La nota ufficiale diramata dall’ufficio stampa di Eni si premura infatti di contestualizzare le scelte finanziarie e di delineare il cupo quadro globale che ha generato l’attuale folle aumento dei costi dell’energia in tutto l’Occidente. «La drammatica e preoccupante contrazione globale dell’offerta di prodotti raffinati sul mercato internazionale, una penuria strutturale che deriva in gran parte dall’inasprimento delle sanguinose crisi geopolitiche attualmente in corso nel mondo, fortemente associata alla gravissima e miope carenza di capacità di raffinazione a livello dell’intero continente europeo (abbiamo assistito inermi a quasi 30 grandi raffinerie chiuse definitivamente negli ultimi 15 anni per motivazioni industriali o ambientali), ha fatalmente ed inevitabilmente portato i prezzi finali dei carburanti a toccare livelli estremamente onerosi, insostenibili e punitivi per i bilanci delle famiglie lavoratrici e per l’operatività e la competitività delle aziende italiane», scrive nero su bianco la direzione della società energetica.
È proprio all’interno di questo delicatissimo, fragile e infiammabile contesto macroeconomico e sociale che si inserisce l’intervento “solidale” del gruppo, che ha deciso di rinunciare a una fetta dei propri margini per sostenere il Paese. «In questo difficile contesto storico ed economico», prosegue incalzante e rassicurante la lunga nota ufficiale, «Eni intende responsabilmente dare un forte e nuovo contributo tangibile di solidarietà pratica al Paese Italia, ai consumatori e in particolar modo alla propria fedele clientela. Un’azione forte che va logicamente a unirsi alle innumerevoli e silenziose iniziative calmieranti già intraprese proattivamente dalla Società sin dallo scorso mese di marzo, quando abbiamo deciso di operare attraverso un ribaltamento solo ed esclusivamente in via parziale dell’enorme aumento delle quotazioni petrolifere internazionali sui prezzi finali consigliati presso i propri distributori in franchising, scegliendo di fatto di assorbirne così, all’interno del proprio bilancio aziendale, una parte davvero significativa».
A margine della questione squisitamente economica legata al calmieramento del prezzo alla pompa del distributore, Eni ha voluto intelligentemente ribadire il proprio ruolo centrale di motore trainante dell’economia green del Paese, ricordando l’impegno costante nella transizione ecologica ed energetica del settore dei trasporti italiani. «Eni è oggi fortemente e orgogliosamente impegnata nella gestione diretta e nell’innovazione tecnologica delle grandi e moderne bioraffinerie realizzate con successo nei poli di Venezia e di Gela», conclude infatti strategicamente la nota aziendale, «nonché nell’ambizioso sviluppo industriale e nella totale trasformazione ecologica del polo di Livorno e di molti altri siti produttivi strategici sparsi sul territorio nazionale, salvaguardando strenuamente l’occupazione locale di migliaia di addetti e l’integrità dell’ambiente circostante. Stiamo investendo enormi capitali privati e altamente significativi nel territorio italiano, preservando una preziosissima capacità di raffinazione nazionale (per di più incentrata stabilmente sulla produzione di carburanti in prodotti totalmente sostenibili e a basso impatto), una capacità industriale e chimica vitale che, se non avessimo agito tempestivamente, sarebbe irrimediabilmente e tragicamente mancata all’intero mercato energetico, rendendoci ancora più dipendenti dall’estero».

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Esteri

Cosa hanno in testa le leadership europee ?

È chiaro a tutti ormai che mentre gli Usa con Trump si sono sfilati dal conflitto ucraino le leadership europee, guidate dal governo inglese che non fa parte nemmeno della UE, non fa niente per aprire un negoziato con la Russia per fare finire la guerra. Peraltro i russi conquistano sempre nuovi territori e il governo di Kiev è in preda a una crisi di consensi accompagnata da crescenti tensioni interne al cerchio magico di Zelensky.

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Leadership europee

Redazione-  È chiaro a tutti ormai che mentre gli Usa con Trump si sono sfilati dal conflitto ucraino le leadership europee, guidate dal governo inglese che non fa parte nemmeno della UE, non fa niente per aprire un negoziato con la Russia per fare finire la guerra. Peraltro i russi conquistano sempre nuovi territori e il governo di Kiev è in preda a una crisi di consensi accompagnata da crescenti tensioni interne al cerchio magico di Zelensky.
Pur sapendo che una guerra aperta con la Russia senza gli alleati americani non avrebbe nessuna possibilità di essere vinta assistiamo ogni giorno a una fobia anti-russia delle leadership europee. Di fronte al tracollo di Merz e al successo di Adf, di fronte all’inflazione galoppante e alla crisi industriale per i costi dell’energia, invece di intraprendere la strada diplomatica per chiudere il conflitto in Ucraina, invece accentuano le provocazioni e le minacce di guerra alla Russia. Assistendo ogni giorno a questa escalation di follia mi chiedo con insistenza: ma cosa hanno in testa queste leadership europee ?
Ci ho pensato e ho dato la seguente risposta.
Io non credo che la linea di scontro con la Russia a tutti i costi che stanno portando avanti le leadership europee sia dovuta alla loro insipienza o alla idea di mantenere così la loro sopravvivenza come leadership in Europa, sooravvivenza in difficoltà per tante ragioni.
Credo che si capisca da tutto che questa è proprio la linea che le porta al suicidio, bene che vada a perdere la loro leadership in Europa, non a mantenerla. Sanno anche loro che quello che è successo in Sassonia, col crollo del partito di Merz e il successo stratosferico di Adf, è solo l’antipasto di quello che succederà in tutta la Germania e nel resto d’Europa se continuano con la linea di guerra alla Russia.
Io do la seguente risposta.
Il Deep State americano (che è il gruppo occulto dei poteri forti americani che governano gli Usa al di là dei presidenti eletti) si è impadronito del tutto, col sistema di intelligence (infiltrazione, corruzione, ricatti, minaccie, assassini riusciti e tentati, ecc.), di una parte importante delle leadership europee, di quella tedesca, di quella francese, di quella inglese e di gran parte di quella italiana, per non parlare delle leadership della Polonia e dei paesi baltici e fa fare a queste tutto ciò che vuole. Ha fatto così da decenni con l’Ucraina. Estendete ciò che ha fatto con l’Ucraina ai paesi europei. Tanto dell’Europa, dei popoli europei e anche della sopravvivenza delle leadership europee non gli interessa nulla (vi ricordate il “Fuck Europe!” della Nuland?). I burattinai americani potrebbero giungere persino a far fare alle leadeship europee una guerra diretta alla Russia, che – come hanno detto Caracciolo e ultimamente anche Lavrov – durerebbe molto poco. Quindi bisogna stare molto attenti, la situazione è veramente pericolosa, perché chi dirige le leadership europee è a Washington, non a Bruxelles, e Washington pensa di starne fuori e di salvarsi da una guerra in Europa con la Russia, anzi pensa cosi di rafforzarsi nel dominio del mondo.
L’unica speranza che l’Europa non finisca in macerie è che i popoli europei, che sono contrari, alla guerra, si facciano sentire al più presto, se non nelle piazze almeno nelle urne alle prossime elezioni, come è avvenuto in Germania.

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