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Salute

Antibiotici, perché il nuovo libro di De Plato e Scaglione riapre il nodo dell’uso corretto in Italia

💊 In Italia l’uso scorretto degli antibiotici resta un problema aperto e il nuovo libro di De Plato e Scaglione riaccende il confronto tra clinica, ricerca e sanità pubblica.
Un volume che punta a cambiare metodo e prescrizioni: leggi l’articolo completo sul nostro sito 👇
#Antibiotici #Sanità #AIFA #Farmacologia

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Redazione-  Roma torna al centro del dibattito su uno dei temi più delicati della sanità pubblica: l’uso degli antibiotici. A rilanciare la discussione è l’uscita del volume Le basi scientifiche della terapia antibiotica, firmato da Francesca De Plato e Francesco Scaglione per Male Edizioni di Monica Macchioni. Il libro si presenta come un contributo destinato a incidere nel confronto scientifico e clinico su prescrizioni inappropriate, resistenze batteriche e ritardi culturali che continuano a pesare sul sistema sanitario italiano.

Il punto di partenza è netto: in Italia gli antibiotici si usano ancora troppo, spesso in modo improprio e non sempre con criteri coerenti rispetto al quadro clinico. Il volume non si limita a fornire nozioni tecniche, ma prova a mettere in discussione pratiche consolidate, automatismi prescrittivi e approcci semplificati che, nel tempo, hanno favorito un ricorso eccessivo a questi farmaci. In questa prospettiva, il testo si colloca come un’opera di taglio specialistico ma con un impatto più ampio, perché tocca un problema che riguarda ospedali, medicina territoriale, decisori pubblici e formazione dei professionisti.

il quadro italiano tra consumi elevati, spesa alta e appropriatezza ancora fragile

Nel comunicato che accompagna l’uscita del volume viene richiamato il Rapporto AIFA 2024, pubblicato nell’aprile 2026, indicato come la conferma di una situazione ancora problematica. Il dato generale è quello di consumi elevati, con una spesa che supera 1,5 miliardi di euro e una quota rilevante di popolazione che riceve almeno una prescrizione nell’arco dell’anno. A colpire sono soprattutto gli estremi anagrafici: bambini molto piccoli e anziani molto avanti con l’età risultano tra i gruppi più esposti alla prescrizione.

Il messaggio che emerge è distante da ogni lettura rassicurante. L’appropriatezza prescrittiva resta un tema aperto e il contrasto all’antimicrobico-resistenza continua a rappresentare una delle principali sfide per la sanità contemporanea. In questo senso, il volume di De Plato e Scaglione arriva in un passaggio in cui il tema non può più essere affrontato soltanto sul piano dell’allarme, ma richiede strumenti di formazione e aggiornamento capaci di incidere sul lavoro quotidiano dei prescrittori.

Gli autori impostano il discorso su basi rigorosamente scientifiche: terapia antibiotica, variabili cliniche, microbiologia, farmacocinetica e farmacodinamica vengono presentate come parti di un insieme che non può essere ridotto a scelte automatiche o a protocolli usati in modo meccanico. Il presupposto è chiaro: prescrivere un antibiotico non significa soltanto scegliere un farmaco, ma valutare contesto, efficacia attesa, rischi, profilo del paziente e possibili conseguenze individuali e collettive.

un testo rivolto ai clinici ma destinato a pesare nel dibattito sanitario

Il volume viene descritto come un’opera in linea con le pratiche più avanzate di Antimicrobial Stewardship, cioè quell’insieme di strategie che puntano a migliorare l’uso degli antibiotici, limitare le prescrizioni inappropriate e contenere l’insorgenza di resistenze. In questo quadro, il libro appare come una presa di posizione chiara: i clinici sono chiamati a cambiare passo, i professionisti sanitari ad abbandonare scorciatoie consolidate, mentre chi ha responsabilità decisionali deve considerare la terapia antibiotica come un terreno che richiede organizzazione, formazione e controllo di qualità.

A rafforzare il peso scientifico dell’opera c’è la prefazione del professor Nicola Petrosillo, tra i nomi più autorevoli dell’infettivologia europea. La sua riflessione insiste su un punto centrale: nell’immaginario collettivo gli antibiotici sono stati spesso percepiti come una risposta quasi automatica a ogni sospetta infezione, una sorta di rimedio universale. Ma la medicina, ricorda Petrosillo, non può essere affidata a riflessi condizionati. Deve fondarsi su metodo, conoscenza e capacità di leggere la complessità.

Secondo questa impostazione, il libro accompagna il lettore dentro i nodi reali della prescrizione: l’interpretazione dell’antibiogramma, il peso delle variabili farmacocinetiche e farmacodinamiche, l’ottimizzazione della terapia nel paziente critico, la necessità di uniformare i comportamenti prescrittivi. L’obiettivo non è soltanto migliorare l’efficacia dei trattamenti, ma ridurre i danni collaterali di un uso scorretto degli antibiotici, dalle resistenze microbiche alle complicanze cliniche.

Anche il profilo degli autori contribuisce a definire la portata del volume. Francesca De Plato, farmacista e specialista in Farmacologia e Tossicologia, guida la Farmacia ospedaliera di Giulianova ed è impegnata sia nei team di Antimicrobial Stewardship sia nei gruppi tecnici regionali sull’antimicrobico-resistenza e le infezioni correlate all’assistenza. Francesco Scaglione è uno dei riferimenti italiani della farmacologia clinica, già docente all’Università degli Studi di Milano, direttore del Servizio di Farmacologia clinica dell’Ospedale Niguarda e oggi presidente della Società Italiana di Chemioterapia.

Il cuore del messaggio resta però politico e culturale oltre che scientifico: l’Italia non può più permettersi leggerezze nell’uso degli antibiotici. Il libro di De Plato e Scaglione arriva con questa ambizione, riportare rigore dove si sono stratificate abitudini, semplificazioni e ritardi. In un sistema sanitario che continua a misurarsi con prescrizioni eccessive e resistenze in crescita, il testo si propone come uno strumento per rimettere la scienza al centro e ricordare che curare bene significa, prima di tutto, evitare errori.

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Salute

Le disabilità invisibili: esisto anche se non lo vedi. Dare voce e dignità a ciò che l’occhio ignora

Esiste un’abitudine dello sguardo che cerca conferme visive per validare la sofferenza o la limitazione altrui. Nella mia professione di psicoterapeuta, noto quotidianamente quanto questa tendenza sia radicata. Siamo stati

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Redazione-  Esiste un’abitudine dello sguardo che cerca conferme visive per validare la sofferenza o la limitazione altrui. Nella mia professione di psicoterapeuta, noto quotidianamente quanto questa tendenza sia radicata. Siamo stati educati a leggere la disabilità solo attraverso i simboli universali come una sedia a rotelle, un bastone bianco, un tutore. Ma cosa succede quando il limite non occupa uno spazio fisico visibile?

​Qui cadiamo nella trappola dell’evidenza. Se l’occhio non vede un segno netto, la mente conclude che il problema non esista. Questo pregiudizio visivo crea una barriera invisibile tra chi soffre e chi osserva, caricando la persona di un peso ulteriore, e cioè l’obbligo estenuante di doversi giustificare.

​Il vero dramma non è l’invisibilità in sé, ma la negazione. Accade quando la burocrazia, la società e persino la medicina decidono che una sofferenza sia un’invenzione solo perché non lascia tracce negli esami strumentali standard. Senza un riscontro visivo, perdi il diritto alla tua fragilità. Diventi agli occhi del mondo un soggetto difficile, quello pigro, un problema. Se il dolore non ha un’immagine, il mondo conclude che non c’è.

​Questa è una violenza subdola e silenziosa. Si manifesta in modo emblematico con la Fibromialgia, sindrome tanto devastante quanto drammaticamente orfana di tutele perché ancora non riconosciuta; con l’Ipoacusia, spesso accompagnata dal tormento silenzioso degli acufeni; con l’Endometriosi, dove un dolore ginecologico devastante e sistemico è stato per decenni normalizzato come un semplice “fatto intimo”. In mancanza di segni esterni, la comprensione viene sostituita dal sospetto, trasformando un limite strutturale e fisico in esagerazione, in scarsa tolleranza e colpa caratteriale.

​Per abbattere questa cecità collettiva, dobbiamo considerare che il disturbo mentale rappresenta spesso l’apice di questa invisibilità. È qui che si radica profondamente il problema dello stigma. Il pregiudizio sociale trasforma la malattia in una macchia che diventa un’ulteriore patologia. Non solo devi gestire il tuo malessere, ma anche difenderti dal giudizio. Spesso persino chi ti ama, come familiari e amici, finisce per allontanarsi, perché hanno paura di ciò che non possono vedere e non sanno comprendere.

​Questa dinamica si riflette ferocemente in ogni forma di sofferenza non esibita, dallo stress cronico da lavoro al burnout. Il corpo non ha gessi o bende, ma è svuotato. La violenza si manifesta nel presupposto che la sofferenza sia una mancanza di tempra. La depressione e l’ansia non usano stampelle, eppure rallentano i pensieri e i movimenti con la stessa pesantezza di un arto paralizzato. E se sei giovane e sorridi, la tua fatica viene liquidata come un capriccio. Lo stigma isola, silenzia e impedisce la richiesta di aiuto per timore dell’emarginazione.

​Dobbiamo capire che il dolore non ha bisogno di un’immagine per essere reale. Pensiamo al Disturbo Post-Traumatico da Stress – PTSD. È una ferita invisibile che altera la percepzione dello spazio personale e la soglia di tolleranza agli stimoli. Un evento banale, come un rumore improvviso o persino un odore particolare, può scatenare una reazione di difesa estrema. In quel momento, la società non vede la ferita aperta che l’ha generata, ma giudica e condanna solo la reazione scomposta.

​Ci sono infiniti modi di essere invisibili. Penso alle condizioni organiche, metaboliche e immunitarie, come il Diabete di Tipo 1 o le tiroiditi autoimmuni, prima fra tutte quella di Hashimoto, esempio di come un organo minuscolo possa spegnere la luce a tutto il corpo, senza che all’esterno si veda. Chi ne soffre vive una stanchezza che non è semplice sonnolenza, ma un’incapacità cellulare di produrre energia, accompagnata da sbalzi d’umore e da quella “nebbia cognitiva” (brain fog) che il mondo scambia per svogliatezza. È quella stessa, logorante spossatezza cellulare che oggi riscontriamo nella realtà clinica sommersa del Long Covid o nelle aggressioni silenziose del Lupus, condizioni che spengono l’energia vitale di corpi apparentemente sani, esponendo allo scetticismo di medici e datori di lavoro.

​Penso alle malattie infiammatorie croniche intestinali come il Morbo di Crohn e la colite ulcerosa, o alle condizioni neurologiche a decorso episodico, come la Sclerosi Multipla e l’Epilessia. A queste si associano l’isolamento forzato al buio e il dolore violento imposti dalla cefalea a grappolo o dall’emicrania cronica, troppo spesso ridotte a un banale mal di testa da sopportare con più forza di volontà. È un dolore che divora da dentro, che blocca il lavoro e limita la vita sociale, ma che non ha ferite da fasciare. Solo un silenzio che urla.

​Dobbiamo avere il coraggio di guardare dove l’occhio si ferma, specialmente nell’ambito delle neurodivergenze (come l’autismo e l’ADHD) e delle disabilità intellettive. Queste condizioni sono spesso ignorate perché la persona appare integra, magari brillante, mentre sperimenta un sovraccarico sensoriale e cognitivo che l’ambiente circostante etichetta sbrigativamente come “stranezza”. Qui il limite non è fisico, ma risiede in una diversa velocità di elaborazione: le istituzioni non aiutano e la scuola fatica a fornire strumenti fondamentali come le mappe cognitive o metodi di apprendimento alternativi a chi ha solo uno schema cognitivo differente, esattamente come chi necessita di occhiali per vedere bene. È solo un modo diverso di mettere a fuoco la realtà.

​Chi convive con una disabilità invisibile, quindi, si trova a scontare la pena di una doppia malattia: la prima, organica, che aggredisce il corpo e la seconda, psicologica ed emotiva, inflitta dall’incredulità di una società che costringe la persona a un esaurimento emotivo e a una rivendicazione estenuante del proprio vissuto.

​Riconoscere questa fatica significa restituire dignità. Il percorso necessario ci impone di passare dal pregiudizio alla validazione. Dobbiamo smettere di cercare il “segno” e iniziare ad accogliere la narrazione dell’altro. Validare significa considerare che una persona esiste con la sua ferita, anche se io non riesco a vederla. Nel mio lavoro clinico, dare un nome e una legittimità a ciò che è invisibile è un atto di giustizia necessario per restituire dignità a ogni forma di esistenza fondamentale.

​Se accettiamo che il limite esiste anche quando l’occhio non lo certifica, allora la cura deve farsi spazio attraverso l’ascolto, non attraverso la pretesa di prove. Dobbiamo abbattere il sospetto e trasformare la diffidenza in comprensione e accoglienza, restituendo a chi soffre il diritto di abitare la propria fragilità senza l’umiliazione di dovere costantemente dimostrare il proprio dolore.

​Parallelamente, è fondamentale riprogettare gli spazi del quotidiano con una reale flessibilità, dalla scuola ai luoghi di lavoro. Non si tratta di concedere privilegi, ma di fornire strumenti e tempi differenti che permettano a chi convive con disabilità invisibili di operare senza subire un esaurimento delle risorse energetiche.

​Questo cambiamento deve essere sostenuto da un’infrastruttura della dignità che colmi il vuoto burocratico, legittimando finalmente l’invisibile attraverso garanzie giuridiche certe e riconoscimenti ufficiali per le patologie croniche, rare o funzionali attualmente prive di tutele. Solo garantendo misure concrete e canali discreti di segnalazione del bisogno, si permetterà a queste persone di muoversi nel mondo senza dover esibire la propria cicatrice per ottenere assistenza.

​Il passo decisivo risiede, infine, in una profonda rieducazione del nostro sguardo. Dobbiamo smantellare l’idea che soffre solo chi è visibilmente ferito. Educare la società, le scuole e le famiglie a comprendere che la stanchezza cronica, la nebbia cognitiva, il dolore profondo e i differenti modi di funzionare non sono colpe caratteriali, è l’unico modo per impedire che il giudizio diventi un’altra condanna invalidante. Solo così trasformeremo la percezione del “difetto” nella consapevolezza collettiva di un’esistenza che, anche se non vedi, merita tutto il nostro ascolto e rispetto.

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Salute

Cnr e policlinico Umberto I insieme per la ricerca: firmato l’accordo per nuove cure e medicina traslazionale

🏥 CNR e Policlinico Umberto I firmano un accordo storico di cinque anni: ricerca avanzata, medicina traslazionale e nuove cure per le malattie rare diventano realtà attraverso una collaborazione strategica senza precedenti. Leggi l’articolo completo sul nostro sito 👇
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Redazione-  Una collaborazione destinata a segnare un punto di svolta nel panorama della medicina italiana è stata ufficializzata nella Capitale. Il Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) e l’Azienda ospedaliero-universitaria Policlinico Umberto I hanno sottoscritto un accordo quadro di durata quinquennale, stabilendo una sinergia operativa che punta a trasformare i risultati dei laboratori in cure immediate per i pazienti. L’intesa è stata siglata da Andrea Lenzi, presidente del Cnr, e da Fabrizio d’Alba, direttore generale del Policlinico, segnando l’inizio di un percorso comune basato sull’innovazione e sul trasferimento tecnologico.

L’obiettivo di questa intesa riguarda tre pilastri fondamentali della sanità moderna: la medicina traslazionale, il contrasto alle malattie croniche non trasmissibili (Ncd) e l’approfondimento scientifico sulle malattie rare. Queste ultime, in particolare, rappresentano una sfida complessa a causa della scarsità di dati disponibili e della difficoltà nel reperire campioni statistici ampi, motivo per cui l’unione tra un polo assistenziale di eccellenza e il principale ente di ricerca nazionale diventa un passaggio fondamentale per ottenere risultati tangibili.

medicina traslazionale e condivisione dei dati scientifici

Uno dei punti cardine dell’accordo risiede nella gestione delle informazioni. La collaborazione prevede l’avvio di studi clinici congiunti e, soprattutto, la creazione di un ecosistema digitale per la condivisione di banche dati seguendo i principi Fair (Findable, Accessible, Interoperable, Reusable). Questo approccio permette ai ricercatori di accedere a informazioni preziose, rendendole rintracciabili e riutilizzabili nel tempo, evitando dispersioni di risorse e accelerando la comprensione di patologie complesse.

La medicina traslazionale agisce come un ponte tra la biologia di base e l’attività clinica quotidiana. Grazie a questa intesa, le scoperte effettuate nei laboratori del Cnr potranno trovare una rapida applicazione nei reparti del Policlinico Umberto I, permettendo ai pazienti di accedere a protocolli sperimentali e terapie avanzate in tempi ridotti. L’accordo non si limita alla teoria, ma stabilisce parametri operativi precisi per la valorizzazione delle infrastrutture di ricerca, che verranno messe a disposizione della comunità scientifica per potenziare la capacità di risposta del sistema sanitario nazionale.

Oltre all’aspetto puramente medico, l’intesa promuove iniziative di divulgazione scientifica e public engagement. La trasparenza e la comunicazione dei risultati verso la cittadinanza sono considerate parti integranti del progetto, con l’intento di sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza dell’investimento nella ricerca pubblica e sul valore del progresso scientifico per la qualità della vita.

la sinergia strategica tra sapienza, cnr e policlinico

L’evento di firma ha visto la partecipazione della rettrice della Sapienza Università di Roma, Antonella Polimeni, che ha sottolineato il valore istituzionale di questa operazione. La convergenza tra l’università, il nosocomio e il Cnr crea un polo di conoscenza di rilievo internazionale. Secondo la rettrice, questo risultato rappresenta il compimento di una visione strategica che mira a integrare le eccellenze del territorio romano per competere a livello globale.

Fabrizio d’Alba, direttore generale del Policlinico Umberto I, ha evidenziato come l’azienda ospedaliera abbia la necessità di guardare oltre i propri compiti assistenziali ordinari. La ricerca e la formazione sono elementi presenti nel patrimonio genetico dell’istituzione e questo accordo permette di valorizzare ulteriormente il patrimonio clinico a disposizione. Il coinvolgimento dei dipartimenti ospedalieri sarà immediato, con una focalizzazione specifica sull’area delle malattie rare, dove il Policlinico agisce già come centro di riferimento.

L’accordo quadro non rimarrà un documento formale, ma sarà declinato attraverso specifiche convenzioni attuative. Queste ultime regoleranno i singoli progetti, definendo budget, personale coinvolto e tempistiche. La fase operativa è già iniziata e punta a individuare le prime priorità infrastrutturali, con l’obiettivo di modernizzare le attrezzature e ottimizzare gli spazi destinati alla sperimentazione clinica all’interno del comprensorio ospedaliero.

obiettivi comuni per le patologie croniche e rare

Il presidente del Cnr, Andrea Lenzi, ha posto l’accento sulla vocazione multidisciplinare dell’ente, che grazie al Dipartimento di scienze biomediche può offrire competenze che vanno dalla biologia molecolare alla bioingegneria. L’integrazione con l’eccellenza clinica dell’Umberto I permette di affrontare sfide sanitarie che richiedono un approccio integrato, come nel caso delle malattie croniche non trasmissibili, tra cui diabete, patologie cardiovascolari e malattie respiratorie croniche, che oggi rappresentano la principale causa di mortalità a livello mondiale.

Affrontare queste patologie richiede un monitoraggio costante e l’uso di tecnologie digitali applicate alla salute, settori in cui il Cnr detiene numerosi brevetti e competenze avanzate. Il trasferimento dei risultati della ricerca verso il letto del paziente diventa così un percorso strutturato e non più episodico. L’accordo quinquennale fornisce la stabilità necessaria per pianificare studi a lungo termine, garantendo una continuità che è spesso difficile ottenere con finanziamenti frammentati.

In conclusione, l’intesa tra Cnr e Policlinico Umberto I si configura come un modello di collaborazione virtuosa capace di ottimizzare le risorse pubbliche e di generare un impatto diretto sulla salute dei cittadini. La combinazione tra l’elevato volume di casi clinici trattati dal Policlinico e la capacità analitica del Cnr pone le basi per una nuova stagione di scoperte mediche nel cuore di Roma.

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Salute

La rarità non può essere una condanna: la nuova roadmap per la cura dell’egpa tra reti multidisciplinari e terapie mirate

🩺 La lotta contro la Granulomatosi Eosinofila con Poliangioite evolve verso una nuova strategia nazionale: sette passi per garantire equità, diagnosi tempestive e accesso alle terapie mirate. La rarità non deve più essere una condanna.
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#EGPA #malattierare #sanità #dirittiasalute

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Redazione-  Roma accoglie una svolta nel panorama delle malattie rare. Alla Camera dei Deputati è stato presentato un piano d’azione in sette punti dedicato alla Granulomatosi Eosinofila con Poliangioite (EGPA), una patologia complessa che richiede interventi strutturali immediati per superare la frammentazione assistenziale che ancora oggi caratterizza il sistema sanitario nazionale. L’iniziativa nasce dal Libro Bianco “Storie di vita con EGPA”, un documento frutto di un percorso di ascolto che ha coinvolto istituzioni, esperti, industria e, soprattutto, i pazienti, rappresentati da APACS APS.

la necessità di superare la frammentazione territoriale

L’EGPA colpisce meno di 5 persone ogni 100.000 abitanti, una rarità che spesso si traduce in isolamento diagnostico e terapeutico. Augusto Vaglio, docente presso l’Università degli Studi di Firenze e specialista presso l’Azienda Ospedaliero Universitaria Meyer, sottolinea come la fase iniziale della malattia sia frequentemente confusa con asma grave o rinosinusite cronica. Questo ritardo diagnostico espone i pazienti al rischio che la patologia evolva verso una forma vasculitica, capace di compromettere organi vitali come cuore, reni e sistema nervoso periferico.

La disparità regionale nell’accesso alle cure rimane una ferita aperta. Il piano presentato propone l’adozione di un Percorso Diagnostico Terapeutico Assistenziale (PDTA) nazionale che garantisca uniformità di trattamento dal nord al sud del Paese. Senza una governance condivisa, il rischio è quello di una sanità a più velocità, dove la qualità della presa in carico dipende esclusivamente dalla residenza del paziente. La proposta avanza l’istituzione di un Registro Nazionale dell’EGPA e di un codice di invalidità specifico, in grado di riconoscere l’impatto sistemico e invalidante di una condizione che non può essere trattata esclusivamente attraverso la lente delle malattie respiratorie.

il ruolo della rete multidisciplinare e delle terapie avanzate

La gestione clinica della patologia richiede uno sguardo d’insieme. Giacomo Emmi, professore all’Università di Trieste, evidenzia come l’infiltrazione di eosinofili nei tessuti possa innescare processi infiammatori persistenti, capaci di accelerare la degenerazione vascolare. Le statistiche parlano chiaro: fino a un paziente su quattro rischia eventi trombotici, inclusi infarto e ictus. Per contrastare queste derive, l’approccio deve essere multidisciplinare, integrando competenze reumatologiche, immunologiche e nefrologiche.

Roberto Padoan, responsabile del Centro Vasculiti di Padova, pone l’accento sulla rivoluzione terapeutica in atto. L’arrivo di farmaci biologici e di trattamenti mirati ha cambiato radicalmente la gestione della malattia, permettendo di ridurre la dipendenza dai glucocorticoidi, che in passato rappresentavano quasi l’unica opzione disponibile. Tuttavia, l’innovazione rimane inefficace se non viene inserita all’interno di percorsi di cura ordinari e tempestivi. La sfida attuale è duplice: da un lato, potenziare la formazione dei Medici di Medicina Generale affinché sappiano riconoscere i segnali d’allarme; dall’altro, integrare l’ospedale con il territorio, valorizzando il ruolo fondamentale dei caregiver. Questi ultimi, spesso dimenticati dalle normative vigenti, rappresentano il pilastro su cui poggia la continuità assistenziale quando la patologia limita l’autonomia del paziente.

L’onorevole Gian Antonio Girelli, componente della XII Commissione Affari Sociali della Camera, ha accolto le proposte del Libro Bianco come base per future iniziative parlamentari. La presenza delle istituzioni in questo processo di co-creazione testimonia la consapevolezza che le rare non sono casi isolati, ma richiedono una visione politica capace di tradurre la ricerca scientifica in diritti esigibili. Il piano in sette punti non è solo una lista di intenti, ma una road map che mira a trasformare l’assistenza in un sistema connesso, dove la rarità non si traduca in un percorso ad ostacoli, ma veda il paziente al centro di una rete protettiva e competente. La strada per il pieno riconoscimento della dignità dei pazienti con EGPA traccia un solco importante per tutte le patologie rare in Italia.

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