Roma – Si apre uno spazio di riflessione estetica e filosofica di portata internazionale sulle pagine della nostra testata. Presentiamo in versione integrale e inalterata il manifesto teorico e l’intervista che definiscono i contorni di Tarashe’r, il movimento d’avanguardia fondato dal poeta e teorico iraniano Amin Afzalpour (membro dell’Unione degli Scrittori Svedesi e del PEN Svedese), arricchito dalla preziosa e profonda disamina critica del celebre poeta e giornalista iracheno Malik Al-Batli. Un viaggio straordinario che mette in discussione la natura stessa della parola scritta, trasformando la poesia da semplice testo da leggere a evento percettivo totale in cui la lettera si fa corpo, spazio e immagine visiva.
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Primo: Amin Afzalpour e il progetto Tarashe’r
Amin Afzalpour è uno scrittore, poeta e teorico iraniano, fondatore di Tarashe’r, un movimento che mira a ripensare il rapporto tra poesia, lingua, immagine e percezione. Il suo lavoro esplora le connessioni tra letteratura, arti visive, semiotica e strutture visive del linguaggio, con l’obiettivo di ampliare le possibilità della scrittura poetica al di là delle forme familiari.
Tra le sue opere più significative figurano Tarashe’r e Il Manifesto di Tarashe’r, insieme al Portfolio di Tarashe’r, pubblicato e archiviato sulla piattaforma Zenodo, che contiene esempi e documenti relativi al movimento. Il manifesto presenta il quadro teorico del progetto, concentrandosi sui ruoli delle lettere, delle parole, delle immagini, dello spazio e della composizione nella creazione del significato.
In questa visione, la lingua non è semplicemente un mezzo per trasmettere idee, ma diventa un materiale visivo e compositivo nel quale lettere e parole possono svolgere simultaneamente funzioni linguistiche e artistiche. La poesia, pertanto, non viene soltanto letta, ma anche vista e percepita, rendendo il rapporto tra testo e immagine, lingua e forma, lettura e visione una parte essenziale della sua struttura.
Afzalpour è inoltre membro dell’Unione degli Scrittori Svedesi e dell’Associazione PEN Svedese, e lavora per presentare il suo progetto all’interno di un orizzonte letterario che si estende oltre i confini tradizionali della scrittura poetica.
Secondo: che cos’è Tarashe’r?
Tarashe’r è un movimento della poesia iraniana contemporanea basato sull’interazione simultanea tra lingua e immagine. Secondo questa visione, una poesia non è semplicemente una raccolta di parole e suoni, ma una struttura visiva modellata da lettere, forme, spazi, colori, immagini e dalla disposizione degli elementi sulla pagina.
In Tarashe’r, la lettera acquisisce un ruolo che va oltre la sua convenzionale funzione scritta. Può diventare un’unità visiva indipendente, portatrice di significati aggiuntivi, pur mantenendo la propria leggibilità. La lettera diventa così sia un elemento linguistico sia una forma visiva.
Le immagini non vengono utilizzate come aggiunte decorative al testo, ma come componenti integranti della costruzione e del significato della poesia. Questo movimento mira a stabilire un dialogo tra parola e immagine, lingua e forma visiva, e tra ciò che viene letto e ciò che l’occhio percepisce direttamente.
Terzo: Tarashe’r e la rivoluzione ontologica nella poesia
L’idea teorica centrale di Tarashe’r risiede nel riesaminare una questione fondamentale: che cos’è la poesia?
Le tradizioni letterarie hanno generalmente considerato la poesia come un testo linguistico composto da parole, immagini figurative e strutture espressive, che raggiunge il suo pubblico attraverso la lettura. Anche con le trasformazioni apportate dalla poesia moderna e postmoderna, il testo scritto ha mantenuto la sua posizione centrale.
Tarashe’r, tuttavia, propone di considerare la poesia come un evento percettivo che emerge dall’interazione tra lingua, immagine, spazio, tempo e destinatario. In questo quadro, il significato non è confinato alle sole parole, ma si sviluppa anche attraverso le relazioni visive e spaziali e attraverso il modo in cui il destinatario vive l’opera.
Dalla rappresentazione alla presenza
Nel linguaggio ordinario, le parole rimandano a oggetti e concetti che esistono al di fuori di esse. In Tarashe’r, invece, una parte di ciò a cui una parola rimanda può diventare presente all’interno della sua stessa forma visiva.
Quando la lettera Alef assume la forma di una colonna, di sbarre o di fili di tessuto intrecciato, la lingua non si limita a indicare il mondo, ma porta alcune delle sue caratteristiche all’interno della propria struttura visiva. La poesia passa così dal rappresentare le cose al mostrarne direttamente determinati aspetti.
Dal segno al suo referente
Tarashe’r riconsidera la distanza tra un segno e l’oggetto a cui esso rimanda. Nel linguaggio convenzionale, una parola indica un oggetto senza diventare essa stessa quell’oggetto. Quando, tuttavia, una lettera si trasforma in una forma, un disegno o un simbolo, il segno si avvicina visivamente al proprio referente, permettendo ad alcuni aspetti di ciò che significa di diventare presenti nella sua manifestazione materiale.
Questa trasformazione conferisce alla lingua una presenza tangibile sulla pagina, consentendo a una lettera di conservare la propria identità leggibile e, al tempo stesso, di acquisirne una nuova, visiva. Questo processo può essere descritto come l’incarnazione visiva della lingua, attraverso la quale determinati elementi linguistici vanno oltre il semplice riferimento, avvicinandosi all’evocazione visiva degli oggetti e delle loro forme.
Ridefinire la materia della poesia
In Tarashe’r, la materia della poesia si amplia fino a comprendere lettere, parole, immagini, colori, spazio, aree vuote, silenzio visivo e impaginazione. L’opera letteraria diventa una rete di relazioni tra elementi linguistici e non linguistici, tutti partecipi della produzione del significato.
Cambia anche il rapporto tra l’opera e il suo destinatario. Il destinatario non si limita a ricevere un significato già pronto, ma si muove tra testo, immagine e spazio, scoprendo connessioni tra gli elementi e ricostruendone il significato. La realizzazione della poesia è quindi legata sia al momento della creazione sia al modo in cui essa viene percepita dal lettore.
Cambia anche il concetto di tempo poetico. La lettura lineare segue la sequenza dei versi e il loro sviluppo, mentre Tarashe’r permette all’occhio di muoversi tra il vedere e il leggere, di ritornare a elementi precedenti, riconoscere somiglianze e scoprire relazioni nascoste. La pagina non è più soltanto un luogo destinato alle parole, ma diventa parte della struttura della poesia attraverso i suoi spazi vuoti, le direzioni visive e la disposizione degli elementi.
Da questa prospettiva, Tarashe’r cerca di spostare la poesia dal testo all’evento percettivo, dalla rappresentazione alla presenza, dalla sola lettura a un’esperienza che combina visione e lettura, e da una forma fissa a una struttura stratificata alla cui scoperta il destinatario partecipa.
Quarto: Tarashe’r e la rivoluzione nella percezione della poesia
Tarashe’r non mira semplicemente a modificare la forma della poesia, ma anche a ripensare il modo in cui essa viene percepita.
Nella lettura convenzionale, il destinatario legge il testo, riconosce le sue unità linguistiche, comprende le loro relazioni semantiche e giunge quindi a un’interpretazione. In Tarashe’r, invece, l’interazione comincia non appena l’occhio incontra la poesia, prima ancora che la lettura sia completata.
Il destinatario può incontrare inizialmente le forme delle lettere, le immagini, i colori e gli spazi, formando impressioni e possibilità di significato prima di leggere l’intero testo. Da ciò nasce l’idea della percezione che precede la lettura, nella quale la visione diventa una fase attiva nella formazione del significato, anziché essere soltanto un mezzo per trasmettere le parole scritte alla mente.
In questo quadro, il primo momento della visione viene inteso come una fase in cui il destinatario interagisce con l’opera senza aver ancora stabilito un’interpretazione definitiva. Può essere descritto come la sospensione del significato nel momento della visione, quando i significati rimangono aperti mentre la mente comincia a scoprire relazioni tra forma, immagine e lingua.
Il processo di percezione di una poesia Tarashe’r può quindi essere compreso attraverso diverse fasi: vedere, percezione precedente alla lettura, scoperta delle relazioni visive e basate sulle lettere, lettura e interpretazione e, infine, ricostruzione del significato.
Ciò non significa che ogni poesia debba seguire una sequenza fissa. Piuttosto, visione e lettura possono sovrapporsi e integrarsi in un flusso continuo.
Conclusione generale
Il progetto Tarashe’r di Amin Afzalpour si basa sul ripensamento della natura della poesia, del rapporto tra lingua e immagine e del ruolo del destinatario nella formazione del significato. Propone che una poesia possa essere un’esperienza che combina lettura e visione, il segno linguistico e la forma visiva, nonché la struttura del testo e lo spazio in cui esso appare.
Le idee principali del progetto possono essere comprese attraverso cinque dimensioni interconnesse:
- La natura della poesia: considerare la poesia come un evento percettivo che va oltre la sua natura di testo scritto.
- La percezione della poesia: riconoscere il primo momento della visione come parte della formazione del significato, prima che la lettura e l’interpretazione siano completate.
- Forma e composizione: ampliare la struttura della poesia fino a includere lettere, immagini, colori, spazi e impaginazione.
- La lingua e la lettera: consentire alla lettera di acquisire un’identità visiva aggiuntiva, pur conservando la propria funzione linguistica.
- Il ruolo del destinatario: passare dalla ricezione del significato alla partecipazione alla sua scoperta e ricostruzione.
L’importanza di questo progetto risiede nelle domande che solleva sui confini della poesia, sulle possibilità del linguaggio visivo e sulla capacità della lettera di unire lettura e visione in un’unica esperienza. Il valore di queste proposte dipende, in ultima analisi, dalla loro capacità di tradursi in opere poetiche che raggiungano un equilibrio tra sperimentazione formale, coerenza semantica e risonanza umana.
L’innovazione poetica non si definisce semplicemente attraverso l’allontanamento dalle forme familiari, ma attraverso ciò che aggiunge all’esperienza della scrittura e della lettura e attraverso le nuove possibilità che apre per la lingua e per il suo destinatario.
Tarashe’r può quindi essere considerato un progetto sperimentale che mira ad ampliare il concetto di poesia e a trasformare la lingua in un materiale visibile, aperto a essere rimodellato. La poesia diventa uno spazio in cui lettera, immagine e significato si incontrano, e la pagina stessa si trasforma da superficie destinata alla scrittura in uno spazio che partecipa alla costruzione dell’esperienza poetica.
Tarashe’r: quando la poesia cerca un’altra finestra
Di Malik Al-Batli, poeta, scrittore e giornalista iracheno
Ci sono poesie che leggiamo e poesie che ci spingono a mettere in discussione il significato stesso della lettura.
Noi, abituati a cercare nella poesia un’immagine bella, una storia che tocchi il cuore o una parola che apra una finestra nelle pareti delle nostre giornate, a volte abbiamo bisogno di avvicinarci a un testo con uno sguardo diverso, uno sguardo che non si affretti a comprendere e non chieda alla poesia di rivelare tutti i suoi segreti in una sola volta.
Da questa distanza possiamo avvicinarci all’esperienza del poeta e scrittore iraniano Amin Afzalpour, creatore di Tarashe’r, un progetto che solleva interrogativi sulla lingua, sulla struttura poetica e sui confini di ciò che tradizionalmente abbiamo chiamato poesia.
Tutto comincia con una domanda apparentemente semplice: le sole parole sono sufficienti a creare poesia?
Forse no.
Per quanti significati possa contenere una parola, essa rimane legata agli usi e alle associazioni che ha ereditato. Un poeta alla ricerca di una nuova strada non si limita a sostituire le parole, ma ripensa il modo in cui si affiancano le une alle altre, gli spazi che le separano e l’effetto che producono all’interno del testo.
È qui che Tarashe’r tenta di aprire una porta diversa. Secondo la visione di Afzalpour, la poesia non è semplicemente un significato scritto in versi. È un’esperienza plasmata dalla lingua stessa, dalle sue lettere, dalle sue strutture e dalle sue relazioni, nonché dal modo in cui l’occhio del lettore incontra il testo prima di giungere al suo significato.
È un tentativo di spingere la poesia oltre i confini dell’espressione familiare, verso uno spazio più ampio, nel quale la forma del testo diventa parte dell’esperienza e la lingua stessa si trasforma in un materiale di riflessione e scoperta.
Forse l’aspetto più interessante di questa impresa è che essa attribuisce una responsabilità anche al lettore. Non tutti i testi nuovi diventano chiari alla prima lettura, e non ogni ambiguità è prova di profondità. Esiste una differenza tra una poesia che apre lentamente le proprie porte e un testo che le chiude in faccia al lettore, tra una sperimentazione che corre dei rischi per scoprire qualcosa di nuovo e una che cerca soltanto di sfidare le convenzioni.
È questa distinzione a conferire il suo vero valore a qualsiasi progetto poetico.
Tarashe’r non può essere giudicato soltanto in base all’estraneità del suo nome o alla distanza che lo separa dalle forme consolidate. Le sperimentazioni letterarie non conquistano il proprio posto semplicemente dichiarando una rottura con il passato, ma aggiungendo qualcosa di valido al presente. Le idee di Afzalpour sulla lingua e sulla struttura poetica meritano di essere esplorate come parte di un progetto che cerca di mettere alla prova nuove possibilità di scrittura.
Eppure, rimane aperta una domanda: come possono queste idee trasformarsi in una poesia capace di raggiungere il cuore umano?
Un’idea può essere ampia, un termine può risultare affascinante e una teoria può offrirci un modo diverso di guardare un testo. Ma, in definitiva, una poesia ha bisogno di un’anima propria. Ha bisogno di lasciare un’impressione che rimanga con noi dopo che abbiamo chiuso la pagina, di un momento in cui sentiamo che la lingua ha toccato qualcosa all’interno della nostra esperienza, anche se non riusciamo a spiegarlo pienamente.
Credo che Tarashe’r affronti qui la sua sfida più grande: nella capacità di unire la sperimentazione a un tocco umano e di coniugare la ricerca di una nuova forma con un’autentica necessità di quella forma. L’obiettivo non è che la poesia abbandoni il proprio passato, ma che scopra ciò che ancora non ha detto.
Poiché la poesia non appartiene a una sola lingua, confrontarsi con un’esperienza iraniana come quella di Amin Afzalpour crea un’opportunità di dialogo tra due visioni letterarie e, forse, tra due culture che condividono una vicinanza geografica pur differendo nelle loro modalità espressive. Non abbiamo bisogno di essere d’accordo con tutto ciò che una determinata sperimentazione propone per poterla ascoltare. È sufficiente che ci offra una nuova domanda o ci incoraggi a ripensare qualcosa che un tempo consideravamo ormai definito.
Nella poesia, le domande possono essere più sincere delle risposte definitive.
Forse il valore di questa sperimentazione non è determinato da ciò che dichiara di essere, ma da ciò che la poesia riesce a realizzare quando abbandona le pagine della teoria e raggiunge il lettore. È lì, nello spazio tra ciò che il poeta intendeva e ciò che il lettore sente, che comincia la vera prova.
La lingua è la nostra prima casa, e la poesia è uno dei modi in cui cerchiamo di allargarne le finestre. Quando un poeta propone una nuova finestra, il poeta ha il diritto di sperimentare, il lettore ha il diritto di contemplare e la critica ha il diritto di porre domande.
Quanto alla poesia, non ha bisogno di dimostrare ogni volta di essere diversa. È sufficiente che ci dia una nuova ragione per amare la lingua e lasci nelle nostre anime qualcosa che cambi il modo in cui torniamo alle parole.
Vi invitiamo a unirvi a noi in un viaggio attraverso le immagini di questa forma poetica, percorrendo il linguaggio dell’occhio e scoprendo ciò che un’immagine può dire quando la poesia va oltre le parole.