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Cultura & Spettacolo

Afghanistan alla Biennale di Venezia 2028: gli artisti vogliono raccontare il proprio Paese senza il controllo dei talebani

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Afghanistan alla Biennale di Venezia 2028: gli artisti vogliono raccontare il proprio Paese senza il controllo dei talebani

Venezia- Artisti e operatori culturali afghani hanno avviato una campagna per la creazione di un padiglione indipendente dell’Afghanistan alla Biennale d’Arte di Venezia del 2028. L’iniziativa mira a offrire alla comunità creativa afghana uno spazio autonomo in cui presentare la propria arte, cultura e identità, senza interferenze o controlli da parte dei talebani.

Il progetto, intitolato «Pathway to an Afghanistan Pavilion 2028», è stato presentato durante un incontro presso la Fondazione Querini Stampalia a Venezia, in occasione dell’attuale edizione della Biennale.

Tra gli interventi figurano quelli di Richard Bennett, Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Afghanistan, degli artisti afghani Zhanou Gaussy e Yama Rahimi, della curatrice Lisa Ahmadi e del curatore britannico Jonathan Watkins.

Oltre l’arte: il diritto di raccontare l’Afghanistan

L’iniziativa va oltre la semplice partecipazione a una manifestazione internazionale. Al centro vi è una questione fondamentale: chi ha il diritto di rappresentare la cultura afghana nel mondo, il governo talebano o gli artisti e la comunità culturale del Paese?

Dal ritorno al potere dei talebani nell’agosto 2021, gli artisti afghani hanno dovuto affrontare restrizioni sempre più severe. I divieti sulla musica, le limitazioni alle arti visive e le difficoltà imposte alla vita culturale hanno costretto numerosi artisti a lasciare il Paese o a proseguire il proprio lavoro in condizioni difficili.

In questo contesto, un padiglione indipendente potrebbe diventare uno spazio di libertà e di espressione, permettendo agli artisti di presentare una visione dell’Afghanistan che non sia definita esclusivamente dalla guerra, dalle crisi politiche o dalle restrizioni imposte dal regime.

Un padiglione guidato dalla comunità culturale

Secondo gli organizzatori, il progetto prevede una struttura simile a quella dei tradizionali padiglioni nazionali della Biennale, con un curatore, un modello di governance e una visione artistica ben definita.

La differenza fondamentale è che la direzione artistica e gestionale sarebbe affidata alla comunità culturale afghana, anziché a un governo.

La campagna è guidata da Art for Freedom Initiative (AFI) e Art Liberation Initiative (ILA), in collaborazione con Boom Freedom Initiative.

L’obiettivo è coinvolgere sia gli artisti che vivono in Afghanistan sia quelli appartenenti alla diaspora, creando un dialogo tra esperienze diverse e dando spazio a temi come l’identità, l’esilio, la memoria, la libertà e la vita quotidiana.

Una nuova opportunità per la cultura afghana

La cultura dell’Afghanistan possiede una storia secolare, che comprende poesia, musica, calligrafia, arti visive e artigianato. La partecipazione alla Biennale offrirebbe l’opportunità di presentare queste tradizioni insieme alle forme più contemporanee della produzione artistica afghana.

L’Afghanistan aveva partecipato alla 51ª Biennale di Venezia nel 2005, ma nelle edizioni più recenti non ha avuto un padiglione nazionale ufficiale indipendente.

Il progetto per il 2028 apre quindi un percorso biennale volto a rendere possibile una nuova presenza afghana sulla scena artistica internazionale. La sua realizzazione richiederà tuttavia un lavoro organizzativo, risorse economiche e una struttura curatoriale e gestionale adeguata.

Venezia 2028: una questione di libertà e identità

La Biennale di Venezia non è soltanto una grande esposizione d’arte contemporanea. È anche un luogo di confronto internazionale sui temi dell’identità, della storia, della libertà di espressione e del ruolo della cultura nella società.

Un padiglione afghano indipendente potrebbe consentire agli artisti di presentare il proprio Paese attraverso prospettive plurali, senza ridurre la sua identità culturale alle decisioni del potere politico.

La sfida, dunque, non consiste soltanto nel portare opere d’arte a Venezia, ma nel restituire agli artisti afghani il diritto di raccontare la propria storia con la propria voce.

La campagna per il 2028 rappresenta così un tentativo di trasformare la partecipazione artistica in uno spazio concreto di libertà, riconoscimento internazionale e continuità culturale, in un momento in cui la libertà artistica in Afghanistan è sottoposta a forti restrizioni.

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Cultura

“La geografia dello smarrimento” di Amaal Al-Ardawi: la potente voce poetica dell’Iraq contemporaneo

Dalle terre dell’Iraq contemporaneo arriva la voce lirica potente e viscerale di Amaal Al-Ardawi, giovane autrice e studentessa di scienze infermieristiche a Baghdad! Vi presentiamo in versione integrale la sua straordinaria poesia “La geografia dello smarrimento”, un viaggio poetico straziante e toccante che esplora il dramma dell’esilio, l’alienazione e la fuga disperata dalla follia del mondo contemporaneo. Un testo di rara bellezza in cui l’invocazione materna e la rottura delle speranze dipingono un ritratto indimenticabile della fragilità umana! Leggete l’articolo completo per scoprire il testo integrale della poesia e l’analisi critica del capolavoro! E per immergervi nella lettura dei grandi capolavori poetici con la massima definizione e il comfort del display antiriflesso, scoprite il nuovo Kindle Paperwhite Signature Edition in super offerta su Amazon! 👇

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Amaal Al-Ardawi:

Baghdad – Dalle terre della Mesopotamia, culla millenaria della scrittura e della grande tradizione lirica orientale, continuano a fiorire voci poetiche di disarmante potenza emotiva e modernità espressiva. Tra le figure emergenti più interessanti e promettenti del panorama culturale mediorientale spicca il profilo di Amaal Al-Ardawi, scrittrice irachena, autrice di racconti brevi e poetessa, attualmente al terzo anno del corso di laurea in scienze infermieristiche. Una doppia vocazione – quella per la cura del corpo ferito e quella per la scandagliatura dell’anima attraverso la parola – che conferisce alla sua scrittura una sensibilità viscerale, priva di retorica e profondamente ancorata alla fragilità della condizione umana. Fin dall’infanzia, attraverso le attività scolastiche di recitazione e declamazione, Al-Ardawi ha coltivato un legame intimo con la lingua, sfociato negli anni della scuola secondaria nella sperimentazione della prosa poetica e della narrazione breve.

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Il talento di Amaal Al-Ardawi tra penna e arti visive

Il percorso artistico della giovane autrice irachena ha già saputo attirare l’attenzione della critica accademica e della stampa nazionale. Al-Ardawi si è infatti classificata al secondo posto in un prestigioso concorso letterario universitario grazie a un suo racconto breve, mentre diverse sue liriche e narrazioni sono state ospitate sulle pagine dei principali quotidiani culturali di Baghdad. A nutrire la sua immaginazione poetica interviene inoltre la passione per il disegno e le arti visive: un’interazione feconda che le consente di tradurre sulla pagina scritta immagini di straordinaria forza plastica. La sua poetica scava senza sconti nelle piaghe dell’alienazione, dell’incertezza esistenziale, della solitudine dell’esilio e della speranza che fatica a morire, offrendo al lettore uno sguardo autentico, limpido e coraggioso sull’esperienza umana.

Il testo integrale: “La geografia dello smarrimento”

Proponiamo di seguito la lirica integrale di Amaal Al-Ardawi, un componimento in cui il moto febbrile della fuga si scontra con l’immobilità del dolore e l’ombra del destino:

Le mie ferite pendevano
dalle finestre degli abbandonati,
e i miei giorni si perdevano nelle strade degli emigrati.

Correvo,
poi correvo, e correvo ancora.

Madre,
oh, quanto sono stanca di correre!

Correvo

alla ricerca di qualcosa
che mettesse a tacere la follia degli uomini ubriachi,
che riecheggiava nei vicoli del mio esilio.

In un angolo,
trovai la mia ombra impaurita.

All’inizio della strada,
trovai i miei desideri che mi fissavano
con occhi che non battevano ciglio.

Ma alla sua fine,
mi attendeva la morte.

Correvo,
poi correvo, correvo…

Cercando qualcosa che lenisse
la follia di questa notte,
che si scioglieva come il kajal intorno ai miei occhi.

Trovai la corda delle mie speranze.
Era sfilacciata,
esausta,
sul punto di spezzarsi da un momento all’altro.

Le dissi:

«Sono giunta a te da una radura di tenebre.
Potrei avere un poco di ciò che custodisci?»

Non rispose.

Cominciò a disfarsi davanti ai miei occhi,
e io la supplicai:

«Restiamo insieme ancora un po’.»

Ma, con la mia ultima parola,
si spezzò.

Correvo,
poi correvo, e correvo ancora.

A ogni passo,
gli edifici torreggianti crollavano
e venivano inghiottiti dalla terra affamata.

Correvo
perché finalmente avevo capito
che questo mondo era un luogo per pazzi.

Eppure, la notte continuava ad allungarsi,
e la strada continuava a distendersi.

In fondo alla distanza,
vidi la mia ombra correre davanti a me.

Anche lei stava correndo.

Analisi critica: l’infinita corsa contro il nulla

La poesia di Amaal Al-Ardawi si struttura attorno al ritmo ossessivo e ansimante del verbo “correvo”, ripetuto come un mantra disperato che scandisce l’impossibilità di trovare approdo. La fuga dell’io lirico non è una scelta vigliacca, ma una necessità biologica e spirituale di fronte a un paesaggio urbano e interiore devastato dalla follia e dal crollo delle certezze (“gli edifici torreggianti crollavano e venivano inghiottiti dalla terra affamata”). Il grido rivolto alla figura materna (“Madre, oh, quanto sono stanca di correre!”) incarna il bisogno universale di protezione di una generazione cresciuta tra le macerie della storia. L’immagine delicatissima e orientale della notte che si scioglie come il kajal attorno agli occhi si contrappone alla tragica rottura della “corda delle speranze”, che si spezza nell’esatto istante in cui viene implorata. Nel finale memorabile, la scissione dell’identità si compie: l’ombra non segue più il corpo, ma corre davanti a esso, proiettando lo smarrimento verso un orizzonte privo di confini. Una testimonianza lirica di grandissimo valore che arricchisce la letteratura contemporanea di una voce necessaria e indimenticabile.

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Cultura

Amin Afzalpour e Tarashe’r: la rivoluzione tra poesia, lingua e immagine nel dialogo con Malik Al-Batli

La poesia contemporanea vive una straordinaria rivoluzione ontologica e visiva grazie a Tarashe’r, il movimento d’avanguardia fondato dal poeta e teorico iraniano Amin Afzalpour! In questo testo integrale e inalterato, Afzalpour espone il suo manifesto teorico che ridefinisce il rapporto tra parola, lettera, spazio e percezione visiva, trasformando la poesia in un evento percettivo totale prima ancora della lettura. A dialogare con questa visione è il celebre poeta e giornalista iracheno Malik Al-Batli con un saggio critico di rara bellezza sulla necessità della poesia di toccare l’anima umana oltre ogni sperimentazione. Leggete l’articolo completo per scoprire i segreti di questa nuova frontiera dell’arte! E per studiare, annotare e vivere la letteratura con la massima comodità tecnologica senza affaticare gli occhi, scoprite il Kindle Scribe con penna digitale in super offerta su Amazon! 👇

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Amin Afzalpour e Tarashe’r

Roma – Si apre uno spazio di riflessione estetica e filosofica di portata internazionale sulle pagine della nostra testata. Presentiamo in versione integrale e inalterata il manifesto teorico e l’intervista che definiscono i contorni di Tarashe’r, il movimento d’avanguardia fondato dal poeta e teorico iraniano Amin Afzalpour (membro dell’Unione degli Scrittori Svedesi e del PEN Svedese), arricchito dalla preziosa e profonda disamina critica del celebre poeta e giornalista iracheno Malik Al-Batli. Un viaggio straordinario che mette in discussione la natura stessa della parola scritta, trasformando la poesia da semplice testo da leggere a evento percettivo totale in cui la lettera si fa corpo, spazio e immagine visiva.

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Primo: Amin Afzalpour e il progetto Tarashe’r

Amin Afzalpour è uno scrittore, poeta e teorico iraniano, fondatore di Tarashe’r, un movimento che mira a ripensare il rapporto tra poesia, lingua, immagine e percezione. Il suo lavoro esplora le connessioni tra letteratura, arti visive, semiotica e strutture visive del linguaggio, con l’obiettivo di ampliare le possibilità della scrittura poetica al di là delle forme familiari.

Tra le sue opere più significative figurano Tarashe’r e Il Manifesto di Tarashe’r, insieme al Portfolio di Tarashe’r, pubblicato e archiviato sulla piattaforma Zenodo, che contiene esempi e documenti relativi al movimento. Il manifesto presenta il quadro teorico del progetto, concentrandosi sui ruoli delle lettere, delle parole, delle immagini, dello spazio e della composizione nella creazione del significato.

In questa visione, la lingua non è semplicemente un mezzo per trasmettere idee, ma diventa un materiale visivo e compositivo nel quale lettere e parole possono svolgere simultaneamente funzioni linguistiche e artistiche. La poesia, pertanto, non viene soltanto letta, ma anche vista e percepita, rendendo il rapporto tra testo e immagine, lingua e forma, lettura e visione una parte essenziale della sua struttura.

Afzalpour è inoltre membro dell’Unione degli Scrittori Svedesi e dell’Associazione PEN Svedese, e lavora per presentare il suo progetto all’interno di un orizzonte letterario che si estende oltre i confini tradizionali della scrittura poetica.

Secondo: che cos’è Tarashe’r?

Tarashe’r è un movimento della poesia iraniana contemporanea basato sull’interazione simultanea tra lingua e immagine. Secondo questa visione, una poesia non è semplicemente una raccolta di parole e suoni, ma una struttura visiva modellata da lettere, forme, spazi, colori, immagini e dalla disposizione degli elementi sulla pagina.

In Tarashe’r, la lettera acquisisce un ruolo che va oltre la sua convenzionale funzione scritta. Può diventare un’unità visiva indipendente, portatrice di significati aggiuntivi, pur mantenendo la propria leggibilità. La lettera diventa così sia un elemento linguistico sia una forma visiva.

Le immagini non vengono utilizzate come aggiunte decorative al testo, ma come componenti integranti della costruzione e del significato della poesia. Questo movimento mira a stabilire un dialogo tra parola e immagine, lingua e forma visiva, e tra ciò che viene letto e ciò che l’occhio percepisce direttamente.

Terzo: Tarashe’r e la rivoluzione ontologica nella poesia

L’idea teorica centrale di Tarashe’r risiede nel riesaminare una questione fondamentale: che cos’è la poesia?

Le tradizioni letterarie hanno generalmente considerato la poesia come un testo linguistico composto da parole, immagini figurative e strutture espressive, che raggiunge il suo pubblico attraverso la lettura. Anche con le trasformazioni apportate dalla poesia moderna e postmoderna, il testo scritto ha mantenuto la sua posizione centrale.

Tarashe’r, tuttavia, propone di considerare la poesia come un evento percettivo che emerge dall’interazione tra lingua, immagine, spazio, tempo e destinatario. In questo quadro, il significato non è confinato alle sole parole, ma si sviluppa anche attraverso le relazioni visive e spaziali e attraverso il modo in cui il destinatario vive l’opera.

Dalla rappresentazione alla presenza

Nel linguaggio ordinario, le parole rimandano a oggetti e concetti che esistono al di fuori di esse. In Tarashe’r, invece, una parte di ciò a cui una parola rimanda può diventare presente all’interno della sua stessa forma visiva.

Quando la lettera Alef assume la forma di una colonna, di sbarre o di fili di tessuto intrecciato, la lingua non si limita a indicare il mondo, ma porta alcune delle sue caratteristiche all’interno della propria struttura visiva. La poesia passa così dal rappresentare le cose al mostrarne direttamente determinati aspetti.

Dal segno al suo referente

Tarashe’r riconsidera la distanza tra un segno e l’oggetto a cui esso rimanda. Nel linguaggio convenzionale, una parola indica un oggetto senza diventare essa stessa quell’oggetto. Quando, tuttavia, una lettera si trasforma in una forma, un disegno o un simbolo, il segno si avvicina visivamente al proprio referente, permettendo ad alcuni aspetti di ciò che significa di diventare presenti nella sua manifestazione materiale.

Questa trasformazione conferisce alla lingua una presenza tangibile sulla pagina, consentendo a una lettera di conservare la propria identità leggibile e, al tempo stesso, di acquisirne una nuova, visiva. Questo processo può essere descritto come l’incarnazione visiva della lingua, attraverso la quale determinati elementi linguistici vanno oltre il semplice riferimento, avvicinandosi all’evocazione visiva degli oggetti e delle loro forme.

Ridefinire la materia della poesia

In Tarashe’r, la materia della poesia si amplia fino a comprendere lettere, parole, immagini, colori, spazio, aree vuote, silenzio visivo e impaginazione. L’opera letteraria diventa una rete di relazioni tra elementi linguistici e non linguistici, tutti partecipi della produzione del significato.

Cambia anche il rapporto tra l’opera e il suo destinatario. Il destinatario non si limita a ricevere un significato già pronto, ma si muove tra testo, immagine e spazio, scoprendo connessioni tra gli elementi e ricostruendone il significato. La realizzazione della poesia è quindi legata sia al momento della creazione sia al modo in cui essa viene percepita dal lettore.

Cambia anche il concetto di tempo poetico. La lettura lineare segue la sequenza dei versi e il loro sviluppo, mentre Tarashe’r permette all’occhio di muoversi tra il vedere e il leggere, di ritornare a elementi precedenti, riconoscere somiglianze e scoprire relazioni nascoste. La pagina non è più soltanto un luogo destinato alle parole, ma diventa parte della struttura della poesia attraverso i suoi spazi vuoti, le direzioni visive e la disposizione degli elementi.

Da questa prospettiva, Tarashe’r cerca di spostare la poesia dal testo all’evento percettivo, dalla rappresentazione alla presenza, dalla sola lettura a un’esperienza che combina visione e lettura, e da una forma fissa a una struttura stratificata alla cui scoperta il destinatario partecipa.

Quarto: Tarashe’r e la rivoluzione nella percezione della poesia

Tarashe’r non mira semplicemente a modificare la forma della poesia, ma anche a ripensare il modo in cui essa viene percepita.

Nella lettura convenzionale, il destinatario legge il testo, riconosce le sue unità linguistiche, comprende le loro relazioni semantiche e giunge quindi a un’interpretazione. In Tarashe’r, invece, l’interazione comincia non appena l’occhio incontra la poesia, prima ancora che la lettura sia completata.

Il destinatario può incontrare inizialmente le forme delle lettere, le immagini, i colori e gli spazi, formando impressioni e possibilità di significato prima di leggere l’intero testo. Da ciò nasce l’idea della percezione che precede la lettura, nella quale la visione diventa una fase attiva nella formazione del significato, anziché essere soltanto un mezzo per trasmettere le parole scritte alla mente.

In questo quadro, il primo momento della visione viene inteso come una fase in cui il destinatario interagisce con l’opera senza aver ancora stabilito un’interpretazione definitiva. Può essere descritto come la sospensione del significato nel momento della visione, quando i significati rimangono aperti mentre la mente comincia a scoprire relazioni tra forma, immagine e lingua.

Il processo di percezione di una poesia Tarashe’r può quindi essere compreso attraverso diverse fasi: vedere, percezione precedente alla lettura, scoperta delle relazioni visive e basate sulle lettere, lettura e interpretazione e, infine, ricostruzione del significato.

Ciò non significa che ogni poesia debba seguire una sequenza fissa. Piuttosto, visione e lettura possono sovrapporsi e integrarsi in un flusso continuo.

Conclusione generale

Il progetto Tarashe’r di Amin Afzalpour si basa sul ripensamento della natura della poesia, del rapporto tra lingua e immagine e del ruolo del destinatario nella formazione del significato. Propone che una poesia possa essere un’esperienza che combina lettura e visione, il segno linguistico e la forma visiva, nonché la struttura del testo e lo spazio in cui esso appare.

Le idee principali del progetto possono essere comprese attraverso cinque dimensioni interconnesse:

  • La natura della poesia: considerare la poesia come un evento percettivo che va oltre la sua natura di testo scritto.
  • La percezione della poesia: riconoscere il primo momento della visione come parte della formazione del significato, prima che la lettura e l’interpretazione siano completate.
  • Forma e composizione: ampliare la struttura della poesia fino a includere lettere, immagini, colori, spazi e impaginazione.
  • La lingua e la lettera: consentire alla lettera di acquisire un’identità visiva aggiuntiva, pur conservando la propria funzione linguistica.
  • Il ruolo del destinatario: passare dalla ricezione del significato alla partecipazione alla sua scoperta e ricostruzione.

L’importanza di questo progetto risiede nelle domande che solleva sui confini della poesia, sulle possibilità del linguaggio visivo e sulla capacità della lettera di unire lettura e visione in un’unica esperienza. Il valore di queste proposte dipende, in ultima analisi, dalla loro capacità di tradursi in opere poetiche che raggiungano un equilibrio tra sperimentazione formale, coerenza semantica e risonanza umana.

L’innovazione poetica non si definisce semplicemente attraverso l’allontanamento dalle forme familiari, ma attraverso ciò che aggiunge all’esperienza della scrittura e della lettura e attraverso le nuove possibilità che apre per la lingua e per il suo destinatario.

Tarashe’r può quindi essere considerato un progetto sperimentale che mira ad ampliare il concetto di poesia e a trasformare la lingua in un materiale visibile, aperto a essere rimodellato. La poesia diventa uno spazio in cui lettera, immagine e significato si incontrano, e la pagina stessa si trasforma da superficie destinata alla scrittura in uno spazio che partecipa alla costruzione dell’esperienza poetica.


Tarashe’r: quando la poesia cerca un’altra finestra

Di Malik Al-Batli, poeta, scrittore e giornalista iracheno

Ci sono poesie che leggiamo e poesie che ci spingono a mettere in discussione il significato stesso della lettura.

Noi, abituati a cercare nella poesia un’immagine bella, una storia che tocchi il cuore o una parola che apra una finestra nelle pareti delle nostre giornate, a volte abbiamo bisogno di avvicinarci a un testo con uno sguardo diverso, uno sguardo che non si affretti a comprendere e non chieda alla poesia di rivelare tutti i suoi segreti in una sola volta.

Da questa distanza possiamo avvicinarci all’esperienza del poeta e scrittore iraniano Amin Afzalpour, creatore di Tarashe’r, un progetto che solleva interrogativi sulla lingua, sulla struttura poetica e sui confini di ciò che tradizionalmente abbiamo chiamato poesia.

Tutto comincia con una domanda apparentemente semplice: le sole parole sono sufficienti a creare poesia?

Forse no.

Per quanti significati possa contenere una parola, essa rimane legata agli usi e alle associazioni che ha ereditato. Un poeta alla ricerca di una nuova strada non si limita a sostituire le parole, ma ripensa il modo in cui si affiancano le une alle altre, gli spazi che le separano e l’effetto che producono all’interno del testo.

È qui che Tarashe’r tenta di aprire una porta diversa. Secondo la visione di Afzalpour, la poesia non è semplicemente un significato scritto in versi. È un’esperienza plasmata dalla lingua stessa, dalle sue lettere, dalle sue strutture e dalle sue relazioni, nonché dal modo in cui l’occhio del lettore incontra il testo prima di giungere al suo significato.

È un tentativo di spingere la poesia oltre i confini dell’espressione familiare, verso uno spazio più ampio, nel quale la forma del testo diventa parte dell’esperienza e la lingua stessa si trasforma in un materiale di riflessione e scoperta.

Forse l’aspetto più interessante di questa impresa è che essa attribuisce una responsabilità anche al lettore. Non tutti i testi nuovi diventano chiari alla prima lettura, e non ogni ambiguità è prova di profondità. Esiste una differenza tra una poesia che apre lentamente le proprie porte e un testo che le chiude in faccia al lettore, tra una sperimentazione che corre dei rischi per scoprire qualcosa di nuovo e una che cerca soltanto di sfidare le convenzioni.

È questa distinzione a conferire il suo vero valore a qualsiasi progetto poetico.

Tarashe’r non può essere giudicato soltanto in base all’estraneità del suo nome o alla distanza che lo separa dalle forme consolidate. Le sperimentazioni letterarie non conquistano il proprio posto semplicemente dichiarando una rottura con il passato, ma aggiungendo qualcosa di valido al presente. Le idee di Afzalpour sulla lingua e sulla struttura poetica meritano di essere esplorate come parte di un progetto che cerca di mettere alla prova nuove possibilità di scrittura.

Eppure, rimane aperta una domanda: come possono queste idee trasformarsi in una poesia capace di raggiungere il cuore umano?

Un’idea può essere ampia, un termine può risultare affascinante e una teoria può offrirci un modo diverso di guardare un testo. Ma, in definitiva, una poesia ha bisogno di un’anima propria. Ha bisogno di lasciare un’impressione che rimanga con noi dopo che abbiamo chiuso la pagina, di un momento in cui sentiamo che la lingua ha toccato qualcosa all’interno della nostra esperienza, anche se non riusciamo a spiegarlo pienamente.

Credo che Tarashe’r affronti qui la sua sfida più grande: nella capacità di unire la sperimentazione a un tocco umano e di coniugare la ricerca di una nuova forma con un’autentica necessità di quella forma. L’obiettivo non è che la poesia abbandoni il proprio passato, ma che scopra ciò che ancora non ha detto.

Poiché la poesia non appartiene a una sola lingua, confrontarsi con un’esperienza iraniana come quella di Amin Afzalpour crea un’opportunità di dialogo tra due visioni letterarie e, forse, tra due culture che condividono una vicinanza geografica pur differendo nelle loro modalità espressive. Non abbiamo bisogno di essere d’accordo con tutto ciò che una determinata sperimentazione propone per poterla ascoltare. È sufficiente che ci offra una nuova domanda o ci incoraggi a ripensare qualcosa che un tempo consideravamo ormai definito.

Nella poesia, le domande possono essere più sincere delle risposte definitive.

Forse il valore di questa sperimentazione non è determinato da ciò che dichiara di essere, ma da ciò che la poesia riesce a realizzare quando abbandona le pagine della teoria e raggiunge il lettore. È lì, nello spazio tra ciò che il poeta intendeva e ciò che il lettore sente, che comincia la vera prova.

La lingua è la nostra prima casa, e la poesia è uno dei modi in cui cerchiamo di allargarne le finestre. Quando un poeta propone una nuova finestra, il poeta ha il diritto di sperimentare, il lettore ha il diritto di contemplare e la critica ha il diritto di porre domande.

Quanto alla poesia, non ha bisogno di dimostrare ogni volta di essere diversa. È sufficiente che ci dia una nuova ragione per amare la lingua e lasci nelle nostre anime qualcosa che cambi il modo in cui torniamo alle parole.

Vi invitiamo a unirvi a noi in un viaggio attraverso le immagini di questa forma poetica, percorrendo il linguaggio dell’occhio e scoprendo ciò che un’immagine può dire quando la poesia va oltre le parole.

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Cultura

L’arte di Lulzime Malaj conquista la Calabria: il ritratto di Scanderbeg esposto a Spezzano Albanese

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Lulzime Malaj

Spezzano Albanese – L’arte visiva si conferma ancora una volta come lo strumento più nobile, universale e potente per custodire la memoria storica dei popoli, costruire ponti identitari e favorire un dialogo fecondo tra culture che condividono radici secolari. In questo solco di straordinaria vitalità creativa si colloca il nuovo e prestigioso traguardo internazionale raggiunto dall’artista e scrittrice Lulzime Malaj. Parallelamente alla sua apprezzata produzione letteraria, la pittrice sta vivendo una stagione di intensa affermazione espositiva che la vede protagonista in importanti contesti europei, da Lisbona fino all’Italia meridionale. Al centro di questo percorso brilla un’opera di eccezionale valore simbolico ed emotivo: il ritratto monumentale di Gjergj Kastrioti Scanderbeg, leggendario eroe nazionale albanese e baluardo della libertà europea. L’evento e la valorizzazione del progetto sono magistralmente curati dalla poetessa, giornalista e traduttrice Irma Kurti, instancabile promotrice di scambi culturali internazionali tra le due sponde dell’Adriatico.

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Il concorso “Luigi Amato – Expo Arbëria” a Palazzo Luci

Il dipinto dedicato al condottiero è stato ufficialmente selezionato tra centinaia di candidature per la prestigiosa seconda edizione del concorso internazionale di pittura intitolato a “Luigi Amato – Expo Arbëria”, un’iniziativa di altissimo profilo che vedrà le opere finaliste esposte per l’intero biennio 2026–2027. La prima, solenne presentazione al pubblico si è tenuta all’interno della Pinacoteca dello storico e nobiliare Palazzo Luci a Spezzano Albanese, in provincia di Cosenza. Questo spazio museale rappresenta uno dei presidi culturali più importanti e identitari del Meridione italiano, da decenni custode geloso e attivo del costume tradizionale, della lingua e della memoria storica della straordinaria comunità arbëreshe (gli italo-albanesi insediatisi in Calabria a partire dal XV secolo a seguito della morte di Scanderbeg).

L’interpretazione su tela: la forza visionaria del condottiero

Nella sua opera, Lulzime Malaj non si è limitata a una fredda e accademica riproduzione iconografica dei ritratti rinascimentali del condottiero. L’artista ha scelto di offrire una lettura intimista, moderna e profondamente partecipe sul piano emotivo. Sulla tela, Gjergj Kastrioti Scanderbeg emerge con una presenza scenica intensa, fiera e autorevole: lo sguardo magnetico dell’eroe sembra bucare lo spazio pittorico, capace di guardare oltre le contingenze del proprio tempo per parlare direttamente alle generazioni future. L’uso sapiente del colore, dei contrasti chiaroscurali e delle pennellate dense riesce a instaurare un legame empatico e immediato con lo spettatore, trasmettendo al contempo il rigore del capo militare e la solitudine esistenziale di chi ha speso la propria vita per la difesa dell’identità del proprio popolo.

Il dialogo tra pittura, letteratura e diaspora arbëreshe

Questo prestigioso riconoscimento segna una tappa fondamentale nel percorso espressivo di Lulzime Malaj, confermando la sua capacità di far dialogare in modo armonico il linguaggio visivo della pittura con quello evocativo della letteratura. Come hanno confermato con soddisfazione gli organizzatori dell’evento – la prestigiosa Manifestazione Nazionale Arbëresh (MNA) e la vivace associazione culturale “Regno d’Arbëria” –, oltre alla mostra permanente presso il nuovo e innovativo spazio culturale denominato Lab Arbëresh, è già in fase di realizzazione la pubblicazione del catalogo ufficiale a colori della rassegna.

Una mostra itinerante verso Puglia e Sicilia

L’intero progetto non si esaurirà tra le suggestive mura di Spezzano Albanese, ma assume i contorni di una vera e propria ambasciata culturale itinerante. L’obiettivo primario è rinsaldare i nodi storici e affettivi che legano la madrepatria Albania con la storica diaspora presente in Italia da oltre cinque secoli. Dopo questa trionfale prima tappa nel cuore della Calabria cosentina, la mostra proseguirà il suo viaggio per fare tappa in altri centri nevralgici delle comunità arbëreshe situate in Puglia e in Sicilia. Un itinerario di bellezza e riscoperta delle radici che proietta l’arte di Lulzime Malaj e la curatela di Irma Kurti ai vertici dell’attenzione critica contemporanea.

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