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Campidoglio: il premio della discordia ! | filo diretto con i lettori di Alessandra Hropich

Essendo lei, dottoressa, una persona con diversi titoli e di cultura, come vede la polemica nata intorno al premio alla cultura assegnato alle signore Marchi?
So bene che lei ha ricevuto diversi premi, alcuni proprio in Campidoglio. Ho letto la sua storia: è laureata, ha conseguito vari master, è relatrice in diverse occasioni e frequenta dunque, per ragioni professionali e culturali, persone che condividono con lei determinati interessi.

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ALESSANDRA HROPICH

Redazione-  Essendo lei, dottoressa, una persona con diversi titoli e di cultura, come vede la polemica nata intorno al premio alla cultura assegnato alle signore Marchi?
So bene che lei ha ricevuto diversi premi, alcuni proprio in Campidoglio. Ho letto la sua storia: è laureata, ha conseguito vari master, è relatrice in diverse occasioni e frequenta dunque, per ragioni professionali e culturali, persone che condividono con lei determinati interessi.
Come considera, quindi, una premiazione assegnata a due signore non solo protagoniste di fatti di cronaca conosciuti da tutti, ma anche apparentemente lontane dal mondo della cultura?
Si è fatta, sia pure vagamente, un’opinione su quanto è accaduto?
Vorrei il suo illuminato punto di vista. Grazie infinite, perché so che lei, pur essendo una persona critica, detesta le polemiche.
Federico da Silandro

Le signore premiate non hanno ricevuto alcun premio dal Campidoglio. Il Comune di Roma affitta delle sale per gli eventi. Io stessa ho ricevuto premi per la scrittura che mi sono stati consegnati nella sala della Protomoteca, in Campidoglio, ma questo non significa affatto che sia stato il Comune a premiarmi.
Credo quindi che questo sia il primo punto da chiarire, prima ancora di indignarsi e, soprattutto, prima di trasformare una vicenda in un processo sui social.
Non entro nel merito delle due persone premiate, né voglio stabilire se abbiano meritato o meno quel riconoscimento. Quello che mi interessa è piuttosto ciò che questa vicenda ha nuovamente messo in evidenza: il modo in cui discutiamo sui social.
Per giorni abbiamo assistito a un diluvio di commenti, insulti, giudizi e sentenze. E forse sarebbe utile domandarsi se questo rappresenti davvero un modo sano di difendere la cultura, il merito o il buon gusto.
Si può criticare una scelta, anche duramente. Si può ritenere inopportuno un premio e discutere pubblicamente dei criteri con cui vengono assegnati certi riconoscimenti. Ma c’è una differenza enorme tra esprimere un’opinione e trasformare delle persone nel bersaglio di una gogna collettiva.
È un meccanismo che vediamo continuamente. Siamo diventati molto rapidi nel giudicare, spesso senza conoscere davvero le persone o le circostanze, e ancora più rapidi nel trasformare il dissenso in un attacco personale.
Lo stesso atteggiamento, con modalità diverse, lo vediamo spesso nei confronti di chi emerge o torna alla ribalta. È accaduto e accade anche nei confronti della nuova compagna di Totti (tanto per citarne una) bersaglio di giudizi, ironie e condanne che spesso sembrano avere ben poco a che fare con ciò che quella persona è realmente.
Facciamo fatica ad accettare chi è esposto, chi ricomincia, chi sceglie di mostrarsi e di occupare nuovamente uno spazio pubblico. E sui social questo atteggiamento viene amplificato enormemente.
Forse dovremmo imparare a distinguere una critica da una condanna, un’opinione da un insulto e soprattutto una discussione sul merito di una scelta dall’esigenza di demolire le persone che quella scelta riguarda.
Non credo che il problema sia stabilire chi abbia il diritto di ricevere un premio o chi debba essere escluso dalla vita pubblica. Il problema, semmai, è capire se abbiamo ancora la capacità di discutere senza trasformare ogni episodio in una guerra di tutti contro tutti.
E soprattutto, prima di chiederci quanto sia caduta in basso la Cultura italiana, dovremmo chiederci anche quanto sia caduto in basso il livello mentale e culturale di una grandissima fetta di italiani che non legge più, di che cultura si parla?

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In famiglia si tace su quasi tutto! | filo diretto con i lettori di Alessandra Hropich

Carissima, a me sembra che non si possa più parlare di nulla: al lavoro, bisogna tacere su molte cose perché, altrimenti, ci si trova isolati e si vive un inferno.
A casa, altro problema: i figli, soprattutto se sono adolescenti, sembrano sapere tutto loro, noi genitori siamo di un’ altra epoca, dunque non possiamo orientarli o guidarli. Per non parlare del silenzio nella coppia, si condividono spazi, spese, famiglia ma, su certi argomenti importanti, ci si sente estranei in casa propria.

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ALESSANDRA HROPICH

Redazione-  Carissima, a me sembra che non si possa più parlare di nulla: al lavoro, bisogna tacere su molte cose perché, altrimenti, ci si trova isolati e si vive un inferno.
A casa, altro problema: i figli, soprattutto se sono adolescenti, sembrano sapere tutto loro, noi genitori siamo di un’ altra epoca, dunque non possiamo orientarli o guidarli. Per non parlare del silenzio nella coppia, si condividono spazi, spese, famiglia ma, su certi argomenti importanti, ci si sente estranei in casa propria. Ha notato questa assurdità? Poi ci meravigliamo quando una coppia litiga e ci scappa il morto. Le coppie non comunicano più nemmeno a tavola, lo vedo nel mio ristorante (sono il titolare) di cosa dobbiamo ancora meravigliarci?
O si tace o si litiga e, addirittura, a quanto pare, sembra più rilassante parlare con degli estranei che con la propria famiglia dove, ogni parola, sembra essere un campo minato.
Guido da Minervino Murge

Caro Guido, comunicare è difficile sempre e per tutti, anche per chi, come me, vive di comunicazione.
Esprimere emozioni, difficoltà e timori personali senza il timore di essere giudicati è praticamente impossibile. E spesso il silenzio non nasce dalla mancanza di cose da dire, ma dalla paura di ciò che potrebbe accadere se le dicessimo.
In psicologia sappiamo quanto sia importante sentirsi ascoltati e accolti: quando una persona teme il giudizio, il conflitto o il rifiuto, può scegliere di tacere come forma di protezione. Il problema è che ciò che non viene detto non scompare: spesso si accumula, diventa distanza, risentimento, incomprensione. E, prima o poi, può emergere sotto forma di rabbia o di un litigio apparentemente provocato da una piccola cosa.
Bisognerebbe investire in una vera cultura dell’ascolto, nel sostegno alle famiglie e in servizi capaci di restituire alle persone il senso di non essere sole nelle proprie fragilità.
La comunicazione più difficile in assoluto è forse proprio quella familiare e quella tra coniugi. Con gli estranei, paradossalmente, ci si può sentire più liberi perché non abbiamo una storia condivisa da proteggere, aspettative da rispettare o ferite precedenti che possono riaprirsi. In famiglia, invece, ogni parola può sembrare carica di conseguenze.
Anche con i figli adolescenti il dialogo richiede un cambiamento: non significa avere sempre la risposta giusta, ma riuscire a rimanere presenti anche quando non condividiamo le loro idee. Un genitore non perde autorevolezza perché ascolta; al contrario, può diventare un punto di riferimento proprio quando rinuncia a voler avere sempre ragione.
E nella coppia parlare non significa soltanto discutere di problemi pratici, di soldi, di figli o di organizzazione della casa. Significa anche riuscire a dire: “Ho paura”, “Mi sento solo”, “Questa cosa mi ha ferito”, “Ho bisogno di te”. Sono proprio queste parole, spesso le più difficili, che permettono all’altro di conoscere davvero ciò che sta accadendo dentro di noi.
Il silenzio, dunque, non è sempre pace. A volte è soltanto un conflitto che non ha ancora trovato le parole per manifestarsi.
Forse dovremmo imparare che comunicare non significa parlare continuamente, né avere sempre qualcosa di intelligente da dire. Significa soprattutto creare uno spazio nel quale l’altro possa parlare senza sentirsi immediatamente giudicato, corretto o aggredito.
E forse una famiglia non è quella in cui non si litiga mai, ma quella in cui, dopo un litigio, si trova ancora la strada per tornare a parlarsi.

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MP impianti tecnologici, per il caldo ed il freddo siamo il tuo riferimento

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Stufe

Redazione-  Per ogni stagione, per ogni situazione, per ogni emergenza chiama la MP IMPIANTI TECNOLOGICI. La MP IMPIANTI TECNOLOGICI è Centro assistenza autorizzato stufe a Pellet THERMOROSSI, CAMINETTI MONTEGRAPPA, EVA CALOR, VIBROK, IPERCALOR. Centro Assistenza caldaie e condizionatori BONGIOANNI, centro assistenza autorizzato gruppo CORDIVARI. Esperti nell’istallazione e progettazione impianti di riscaldamento civili ed industriali, riscaldamento pavimento a terra, pannelli solari. Inoltre la MP, è leader per gli impianti di nebulizzazione per edifici privati ed attività commerciali. Realizzazione di impianti idraulici, elettrici, e gas, con certificazione autorizzata. Certificato FER e FGAS. L’azienda troverà una soluzione adatta per ogni esigenza.

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Per ogni tragedia, uno spettacolo! | | filo diretto con i lettori di Alessandra Hropich

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ALESSANDRA HROPICH

Redazione-  Dottoressa, mi sembra che, in Tv, sui social e sui giornali, per chi li legge, non ci siano fatti di cronaca ma spettacoli a puntate. Ogni giorno, un particolare viene aggiunto ad ogni tragedia. Questa, sarebbe informazione?
La mia domanda è breve e mi piacerebbe avere una risposta esaustiva come lei sa fare.
Siamo diventati dei pettegoli da far divertire con fatti raccontati nei minimi particolari senza vera informazione. È una vergogna perché non mi sembra che la gente impari qualcosa.
Monica da Poggibonsi

Sempre più spesso la televisione, la stampa e i social propongono ricostruzioni estremamente dettagliate di ogni omicidio o fatto grave.
Si racconta come sarebbe stato organizzato un agguato, quali mezzi sarebbero stati impiegati, quali accorgimenti adottati e persino la sequenza precisa degli avvenimenti. Informazioni che, in alcuni casi, possono essere utili alle indagini o alla comprensione di un fatto, ma che altre volte finiscono soltanto per aggiungere morbosità al racconto.
Informare su un delitto non significa necessariamente descriverne ogni modalità.
Esiste infatti un confine tra il diritto del pubblico a conoscere e la trasformazione della tragedia in un prodotto da consumare. Quando lo stesso episodio viene riproposto per giorni e giorni ed arricchito continuamente di nuovi particolari, immagini e ricostruzioni, il rischio è che l’attenzione si sposti dalla vittima alla spettacolarizzazione dell’accaduto.
E questo dovrebbe far riflettere anche per un’altra ragione. Una rappresentazione eccessivamente particolareggiata della violenza può avere conseguenze sulle persone più fragili o maggiormente esposte a comportamenti imitativi. Il tema dell’emulazione è stato affrontato in diversi studi e dibattiti sulla criminalità e sulla comunicazione. Non significa sostenere che un articolo o un servizio televisivo siano la causa di un comportamento criminale, ma invita a chiedersi se sia sempre indispensabile mettere a disposizione del pubblico una descrizione così precisa delle modalità con cui un atto violento è stato realizzato.
C’è poi il problema del linguaggio.
Alcune espressioni sono entrate quasi automaticamente nel racconto degli omicidi: “raptus di gelosia”, “amore malato”, “non riusciva ad accettare la fine della relazione”, “un momento di follia”. Frasi apparentemente descrittive che, però, possono costruire una narrazione nella quale le motivazioni dell’autore occupano più spazio della responsabilità per ciò che ha fatto.
Comprendere il contesto è importante. Cercare di capire che cosa abbia preceduto un delitto è parte del lavoro giornalistico. Ma spiegare non dovrebbe diventare giustificare, né attenuare la gravità della violenza.
Forse sarebbe necessario dare maggiore spazio anche a ciò che normalmente riceve meno attenzione: alle famiglie che rimangono dopo una tragedia, alle conseguenze subite dalle vittime, ai segnali di rischio che possono precedere determinati episodi, alle forme di prevenzione, alle eventuali responsabilità e a ciò che le indagini possono insegnare per evitare che tragedie simili si ripetano.
Non tutto deve per forza essere raccontato nei minimi dettagli.
È una distinzione che dovrebbe accompagnare il lavoro di ogni redazione. La domanda non dovrebbe essere soltanto “possiamo pubblicare questa informazione?”, ma anche “è davvero necessario pubblicarla?” e “che effetto produce il modo in cui la stiamo raccontando?”.
Dietro una notizia di cronaca ci sono persone, famiglie, vite spezzate e una comunità che cerca di comprendere ciò che è accaduto.
Il giornalismo ha certamente il compito di raccontare i fatti. Ma raccontare significa anche scegliere: stabilire quali informazioni aiutano davvero a comprendere una tragedia e quali, invece, rischiano soltanto di alimentare curiosità, morbosità o imitazione.
Informare, quindi, non dovrebbe voler dire mostrare tutto. Dovrebbe significare avere la responsabilità di capire che cosa è importante far conoscere, che cosa merita di essere approfondito e quali dettagli, invece, è più giusto lasciare fuori dal racconto.

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