Roma – La notte tra il 14 e il 15 aprile 1912 il Titanic scomparve nell’Atlantico settentrionale lasciando dietro di sé molto più di un semplice naufragio. Lasciò un enorme enigma culturale destinato a sopravvivere per oltre un secolo. Intorno alla nave più famosa della storia umana sono infatti nate innumerevoli teorie che chiamano in causa la sua quasi gemella Olympic, un gigantesco risarcimento assicurativo, alcuni degli uomini più ricchi del mondo dell’epoca, J. P. Morgan, la futura e dibattuta nascita della Federal Reserve e persino una presunta maledizione egizia. Ma che cosa è realmente documentato inoppugnabilmente e che cosa, invece, appartiene al vasto regno della leggenda metropolitana? Abbiamo rimesso sapientemente in ordine tutti gli elementi, confrontando in maniera scientifica la documentazione delle inchieste ufficiali del 1912, i rigidi registri assicurativi dell’epoca, i più recenti studi scientifici e le inconfutabili fonti museali. Ne abbiamo parlato con la Dottoressa Valentina Pelliccia.
Il mito dello scambio con l’Olympic e l’enigma dell’assicurazione
Dottoressa Pelliccia, cominciamo dalla teoria più clamorosa. È storicamente possibile che la nave affondata nel 1912 non fosse realmente il Titanic?
Valentina Pelliccia: «È certamente una delle ipotesi alternative più famose e discusse, ma occorre essere estremamente rigorosi. Titanic e Olympic erano effettivamente navi della stessa classe e straordinariamente simili nell’aspetto, ma non identiche. Olympic era il numero di costruzione 400 dei celebri cantieri Harland & Wolff, Titanic era invece il 401. La cosiddetta “switch theory” sostiene che, subito dopo il grave incidente subito dall’Olympic nel settembre del 1911, le identità legali e fisiche delle due navi sarebbero state scambiate per consentire alla compagnia di liberarsi della nave danneggiata attraverso un successivo sinistro assicurativo premeditato. È una storia suggestiva, lo ammetto. Il vero problema è che non disponiamo di prove documentali affidabili dello scambio e diversi e fondamentali elementi tecnici vanno nella direzione diametralmente opposta.» (Fonti: U.S. Senate Titanic Inquiry; documentazione Harland & Wolff riportata da Encyclopedia Titanica; Lloyd’s).
Però l’incidente dell’Olympic avvenne davvero.
Valentina Pelliccia: «Assolutamente sì, ed è proprio questo fatto reale e documentato che rende l’intera teoria così seducente e plausibile agli occhi di molti. Il 20 settembre 1911 l’Olympic entrò in collisione con l’incrociatore britannico HMS Hawke e riportò danni strutturali molto importanti. Il contenzioso arrivò peraltro davanti all’Admiralty Court. Quindi non stiamo parlando di un incidente inventato successivamente a tavolino dai complottisti moderni. L’incidente esiste ed è provato. Ciò che non è dimostrato è il salto logico successivo: “Olympic fu danneggiata, dunque venne astutamente trasformata nel Titanic e fatta affondare appositamente”. Tra i due enunciati manca del tutto la prova decisiva.» (Fonti: British Wreck Commissioner’s Inquiry; U.S. Naval Institute Proceedings; documentazione dell’Admiralty Court).
E la questione dell’assicurazione? È vero che una delle due navi valeva cifre enormi in polizze?
Valentina Pelliccia: «Sì, ma qui emerge inaspettatamente uno degli elementi che più indeboliscono la teoria della frode colossale. Lloyd’s documenta chiaramente che il 9 gennaio 1912 il broker Willis Faber & Co. assicurò Titanic e Olympic per conto della White Star Line. La copertura totale dello scafo del Titanic era pari a un milione di sterline. Nell’inchiesta americana J. Bruce Ismay dichiarò apertamente che il Titanic era costato alla compagnia circa un milione e mezzo di sterline, equivalenti allora a circa 7,5 milioni di dollari, mentre l’assicurazione esterna ammontava soltanto a circa 5 milioni di dollari. Se questi dati ufficiali sono corretti, non siamo affatto davanti alla classica situazione elementare di una nave assicurata molto oltre il proprio reale valore per ottenere un gigantesco guadagno facendola sparire.» (Fonti: Lloyd’s, “Lloyd’s and the Titanic”; U.S. Senate Inquiry, 1912).
J. P. Morgan, i banchieri miliardari e l’ombra della Federal Reserve
Sul Titanic, però, morirono alcuni uomini straordinariamente potenti e influenti.
Valentina Pelliccia: «Questo è un fatto tristemente vero ed è forse l’elemento narrativamente più impressionante dell’intera vicenda. Morirono personaggi del calibro di John Jacob Astor IV, Benjamin Guggenheim e Isidor Straus. Erano altissimi esponenti di un’élite economica globale eccezionale. Ma da questo freddo dato numerico non possiamo minimamente dedurre che fossero stati riuniti appositamente sulla nave per essere eliminati fisicamente.» (Fonti: U.S. Senate historical records; contemporanea stampa finanziaria americana).
Esiste una precisa teoria secondo cui quei tre uomini sarebbero stati duramente contrari alla nascita della Federal Reserve. È documentata?
Valentina Pelliccia: «Qui bisogna essere metodologicamente molto precisi, perché una coincidenza storica non costituisce automaticamente una prova causale. Non risultano assolutamente prove attendibili che Astor e Guggenheim fossero fieri protagonisti di una battaglia campale contro la futura Federal Reserve. Il caso di Straus è persino ancora più significativo per sfatare il mito: documentazione giornalistica dell’epoca (del 1911) indica che sostenne pubblicamente e con forza una riforma del sistema delle riserve bancarie. Quindi la nota versione complottista secondo cui tutti e tre sarebbero stati eliminati perché acerrimi oppositori della Federal Reserve non trova alcuna conferma nelle fonti che ho scrupolosamente esaminato.» (Fonti: The New York Times, ottobre 1911; History; Washington Post; ricostruzioni storiche sulla Federal Reserve).
Eppure il magnate J. P. Morgan avrebbe dovuto viaggiare sul Titanic e invece non partì.
Valentina Pelliccia: «È un’altra circostanza che viene continuamente e puntualmente citata. Morgan controllava l’International Mercantile Marine, la gigantesca società madre della White Star Line, eppure non viaggiò sul Titanic come inizialmente previsto. Anche qui, però, bisogna separare nettamente la coincidenza dall’evidenza documentale. Le accurate ricostruzioni biografiche collegano la sua permanenza in Europa esclusivamente ai suoi affari e alla sua preziosa collezione d’arte. Non abbiamo trovato alcun documento che dimostri che Morgan conoscesse segretamente in anticipo l’oscuro destino della nave. Una banale rinuncia al viaggio, per quanto incredibilmente suggestiva dopo una tragedia di tali proporzioni, non costituisce una prova legale di preconoscenza del disastro.» (Fonti: Jean Strouse, “Morgan: American Financier”; Washington Post; History).
La “Mummia Maledetta” e la vera anatomia scientifica del disastro
Passiamo alla parte forse più inquietante. Sul Titanic viaggiava davvero una mummia egizia considerata maledetta?
Valentina Pelliccia: «No, assolutamente no. Ed è forse uno dei pochissimi punti sui quali abbiamo una fonte primaria eccezionalmente autorevole e incontrovertibile: il British Museum di Londra. La famosa leggenda riguarda il reperto EA22542, una tavola funeraria egizia risalente alla XXI dinastia e soprannominata comunemente “Unlucky Mummy”. Nel tempo le furono attribuite innumerevoli disgrazie e morti, fino alla folle storia secondo cui sarebbe stata imbarcata sul Titanic provocandone misticamente il naufragio. Ma il British Museum dichiara esplicitamente che questa storia non ha alcun fondamento di verità e che il delicato reperto non lasciò mai il museo fino a una mostra temporanea organizzata nel 1990. Dunque, logicamente e fisicamente, nel 1912 non poteva assolutamente trovarsi sul Titanic.» (Fonte: British Museum, Collection EA22542, “The Unlucky Mummy”).
Quindi la storia della maledizione egizia è completamente inventata?
Valentina Pelliccia: «Come spiegazione materiale del naufragio, non abbiamo alcuna evidenza. Come fenomeno culturale, invece, è un aspetto interessantissimo. All’inizio del Novecento la vecchia Europa era letteralmente affascinata dall’Egitto, dall’occultismo e dalle presunte e misteriose maledizioni delle tombe. La nascita della leggenda dimostra qualcosa di profondamente e tragicamente umano: davanti a una tragedia reale di dimensioni quasi inconcepibili per la mente, cerchiamo quasi disperatamente una causa altrettanto eccezionale e soprannaturale.»
Un’altra obiezione riguarda la dinamica dell’iceberg. Com’è possibile che un enorme blocco di ghiaccio sia arrivato così a sud senza sciogliersi?
Valentina Pelliccia: «Qui la scienza contemporanea offre forse una storia ancora più affascinante e straordinaria della leggenda stessa. Uno studio accademico pubblicato su Weather da Grant Bigg e David Wilton ha ricostruito con precisione, attraverso modelli oceanografici, le possibili traiettorie degli iceberg del 1912. Un iceberg compatibile con il luogo e il periodo della collisione potrebbe tranquillamente essersi staccato dalla Groenlandia sudoccidentale nell’autunno del 1911. Il modello scientifico lo fa partire con dimensioni mastodontiche (dell’ordine di 500 metri) e una massa impressionante di circa 75 milioni di tonnellate. Nell’aprile 1912, al momento dell’impatto, ne sarebbero rimaste “solo” circa 2,1 milioni. Dunque si sarebbe sciolto eccome: avrebbe in realtà perso la grandissima maggioranza della sua massa originaria durante il lungo viaggio oceanico.» (Fonti: Bigg e Wilton, Weather, 2014; University of Sheffield).
Il 1912 fu un anno statisticamente anomalo per gli iceberg?
Valentina Pelliccia: «Fu certamente un anno caratterizzato da un rischio elevato di collisioni, ma la rigorosa ricerca scientifica disponibile oggi conclude che non fu affatto un fenomeno meteorologico senza precedenti storici. Anche questo aspetto è vitale per la ricerca: l’iceberg non necessita di alcuna spiegazione misteriosa o complottista per giustificare la sua presenza nella zona di mare attraversata dal Titanic.» (Fonti: Bigg e Wilton, Weather, 2014).
E come si spiega fisicamente che una nave ingegneristicamente gigantesca si sia spezzata in due tronconi? Non è un fatto anomalo?
Valentina Pelliccia: «Per lunghissimi decenni questo fu in effetti uno degli aspetti tecnici più dibattuti, perché alcune ricostruzioni iniziali non rappresentavano affatto correttamente la dinamica finale del disastro. Il ritrovamento storico del relitto nel 1985 ha però mostrato inconfutabilmente la prua e la poppa separate sul fondo dell’oceano. Le complesse ricostruzioni ingegneristiche successive spiegano la frattura fisica dello scafo attraverso le sollecitazioni enormi generate mentre la parte anteriore della nave era ormai quasi del tutto allagata e la pesante poppa veniva di conseguenza sollevata altissima fuori dall’acqua. Il peso immenso non era più distribuito come in condizioni normali di navigazione e lo scafo venne sottoposto a momenti flettenti catastrofici.» (Fonti: National Geographic; analisi forensi del relitto; Society of Naval Architects and Marine Engineers).
Quindi possiamo dire che il Titanic era costruito male in cantiere?
Valentina Pelliccia: «È una domanda ingegneristica sicuramente più interessante e concreta del vago concetto di “nave maledetta”. Le moderne analisi metallurgiche condotte dal National Institute of Standards and Technology sui materiali originari recuperati dal fondo hanno indicato che alcuni rivetti in ferro battuto presentavano elevate quantità di scorie, con caratteristiche palesi di maggiore fragilità alle basse temperature. Secondo queste ricerche, l’impatto violentissimo avrebbe potuto provocare il cedimento a catena di rivetti e giunzioni, consentendo all’acqua gelida di penetrare rapidamente tra le piastre dello scafo. Questo non significa che un singolo difetto abbia “causato” da solo l’intero disastro, ma dimostra quanto una catastrofe epocale possa nascere improvvisamente dalla fatale concatenazione di molteplici vulnerabilità tecniche.» (Fonti: National Institute of Standards and Technology, NIST).
L’iceberg quindi non aprì quella gigantesca e teatrale ferita continua nello scafo che vediamo spesso rappresentata nei film?
Valentina Pelliccia: «È un altro dettaglio storico davvero sorprendente. Le analisi sonar citate dal NIST hanno in realtà indicato una serie di aperture relativamente sottili, per una superficie complessiva molto più limitata rispetto all’iconica immagine cinematografica di un’enorme lacerazione continua. Il vero problema letale fu dove esattamente l’acqua riuscì a entrare e quanti compartimenti stagni interessò simultaneamente, non soltanto la dimensione visivamente spettacolare di una singola falla.» (Fonti: NIST).
Alla fine di questa indagine, quindi, dobbiamo chiudere definitivamente ogni teoria alternativa sul Titanic?
Valentina Pelliccia: «No. Dobbiamo fare qualcosa di culturalmente molto più serio e profondo: distinguere ciò che possiamo continuare a interrogare utilmente da ciò che le prove hanno già inesorabilmente smentito. La ricerca storica vive e si nutre di domande, ma una domanda non equivale mai a una prova. L’Olympic esisteva ed ebbe davvero un grave incidente. Morgan non salì davvero sul Titanic come previsto. Sul Titanic morirono davvero alcuni degli uomini più ricchi e influenti dell’intera epoca. La nave era davvero coperta da assicurazione. Il Titanic si spezzò davvero in due scomparendo tra le onde. Tutti questi sono fatti. Ma trasformare creativamente questi fatti in una regia complottista occulta richiede un ulteriore elemento imprescindibile: la prova del collegamento causale. Ed è proprio quella che, incrociando tutte le fonti oggi disponibili, non emerge in alcun modo.»
E allora, a più di un secolo di distanza, qual è il vero mistero del Titanic?
Valentina Pelliccia: «Forse il mistero più profondo di tutti non è capire affannosamente se il Titanic fosse o meno una nave maledetta dal destino. È capire invece perché, dopo più di un secolo di distanza, abbiamo ancora così disperatamente bisogno che lo sia. Una nave considerata all’unanimità l’apice e il simbolo del progresso incontra fatalmente nella notte un iceberg, mentre viaggia oggettivamente troppo velocemente in un’area già ampiamente segnalata per la presenza di ghiaccio; una fatale concatenazione di vulnerabilità tecniche latenti e decisioni umane scellerate trasforma l’incidente in una catastrofe di proporzioni epiche; oltre 1.500 persone innocenti perdono la vita in mare. La realtà dei fatti è già abbastanza cruda e impressionante. E forse è proprio questo l’insegnamento che il Titanic continua a ricordarci imperituramente: quando una società comincia ciecamente a credere che la propria tecnologia sia assolutamente invulnerabile, il pericolo più grande in agguato non è una maledizione sovrannaturale. È l’umana presunzione di avere sconfitto il limite.»
Ringraziamo la Dottoressa Valentina Pelliccia per il suo importante e prezioso contributo.