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SAN PIETRO EREMITA,IL PATRONO DI ROCCA DI BOTTE

Rocca di Botte-Ma dal tempo vorace estinta alfine Fra le ruine sue sepolta giacque; Però non ebbe alle sue glorie il fine; Anzi più vaga e più gentil rinacque, Mentre dalle sue nobil ruine Rocca di Botte inclita terra nacque Alle delizie sue tanto simile Che vi piantò perpetuo soglio Aprile.11

  Tratto da Vita di San Pietro Eremita scritta in lingua italiana e in ottava rima, è tramandata dal Pietrantoni nelle due raccolte conservate nell'archivio di S. Maria in Trevi col titolo Vite diverse, et altre memorie di S. Pietro Confessore. L'autore, che è un poeta di Rocca Di Botte, resta anonimo augurandosi il perdono e una perennità degna del suo patrono. S. Pietro Eremita nasce intorno all'anno 1125. Non si hanno di lui dati anagrafici, ma questi si ricostruiscono almeno approssimativamente dagli elementi correlativi focalizzanti la sua personalità storico-sociale, quali l'ambiente familiare, l'età nuziale, le vicende, pubbliche, infine i risultati scientifici delle ricognizioni ostologiche, che indicano le ossa del Santo come quelle di un giovane poco più che ventenne. La chiesa di S. Pietro Apostolo, parrocchiale del piccolo centro roccatano, l'accoglie per la rigenerazione battesimale, nella quale in segno di predestinazione della sua futura missione riceve lo stesso nome del primo degli apostoli:

Pietro, un nome e un presagio, infatti anche il piccolo neonato sarà alfiere di Dio, apostolo coraggioso e tenace, roccia su cui poggeranno le sorti future e progressive della nuova storia di Rocca di Botte e di Trevi. Chi fossero e come si chiamassero i genitori non sappiamo. La Vita antica non ne fa menzione, ne potrebbe farne, considerata la ritiratezza del Santo e la brevità della sua presenza in terre lontane. Uno sguardo esegetico attento ai costumi del tempo può invece metterci a contatto con le condizioni sociali della famiglia. La tradizione vuole che Pietro operasse da giovane due miracoli a favore dei suoi, intenti alla coltura: la moltiplicazione della semente e la scaturigine del fonte. Il settore agricolo fu dunque l'attività primaria dei genitori, alla quale d'altronde il feudalesimo lasciava pochi spazi di fuga. E’ il marzo dell'anno 1148.

Per sfuggire ad un matrimonio combinato, il giovane Pietro decide di partire alla volta di Tivoli. L'inverno ancora crudo non da spazi alla primavera. All'alba d'un giorno, col cuore in gola che gli ribolle degli affetti più cari, abolite le ultime titubanze, fingendo di muoversi per i campi, parte deciso, lasciando la casa, la famiglia, la patria, i beni e con una sportula al collo si dirige alla via Valeria. I denti naccherano freddo, ma dal volto del giovane scompaiono le rughe della tristezza. Gli strappi affettivi lasciano segni indelebile nel cuore e l'uomo difficilmente ne esce senza crepe, ma su sfondi di fede esse diventano assaggi di liberta. E' allora che la gioia, gigantesco segreto del cristiano, diventa l'arte di musicare i silenzi. Rimane due anni nella scuola apostolica di Cleto, diacono della chiesa tiburtina. Il suo maestro quando vide che aveva raggiunto un’adeguata preparazione, lo presentò al vescovo di Tivoli, Gregorio, il quale gli diede il compito di andare a predicare la religione fra gli abitanti dei vari paesi della diocesi conferendogli la tonsura e consegnandogli una croce di ferro, che si conserva ancora tra le reliquie della Collegiata di Trevi. Il 9 agosto del 1052, lascia Subiaco e raggiunge Trevi il giorno successivo risalendo la valle dell’ Aniene. Rimane a Trevi per un periodo 20 giorni, durante il quale svolse la sua attività di profonda evangelizzazione, compiendo anche vari miracoli di cui beneficiarono 2 bambini : Gualtiero a cui ridiede la vista e Liuto che, paralizzato, riacquistò la libertà nei movimenti. Il 29 Agosto il Santo fu preso da una fortissima febbre e si ritirò nel buio di un sottoscala dove il giorno successivo , 30 Agosto, morì. Le sue ossa sono conservate nella cripta che si trova nella Chiesa di Santa Maria Assunta.

Ultima modifica ilSabato, 30 Maggio 2015 21:37

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