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"PRIGIONIERI ITALIANI NEL CAMPO DI LETTERKENNY, IN PENNSYLVANIA, UNA MOSTRA FOTOGRAFICA A NESPOLO RICORDA LA LORO STORIA"

  • Scritto da Prof.Flavio Giovanni Conti
  • Pubblicato in CULTURA
  • 1 commento
"PRIGIONIERI ITALIANI NEL CAMPO DI LETTERKENNY, IN PENNSYLVANIA, UNA MOSTRA FOTOGRAFICA A NESPOLO RICORDA LA LORO STORIA" Prigionieri e italo-americani in visita nel campo di Letterkenny.

Redazione-Nel corso della seconda guerra mondiale circa un milione e duecentomila soldati italiani furono fatti prigionieri. Seicentomila furono catturati dai tedeschi dopo l’8 settembre 1943. Altri seicentomila furono fatti prigionieri dagli Alleati e di questi 51.000 furono inviati negli Stati Uniti. Erano stati catturati in gran parte in Africa settentrionale nella primavera del 1943, in particolare nelle ultime settimane della campagna di Tunisia, conclusasi con la resa delle forze dell’Asse il 12 maggio. Dopo un viaggio che durava circa tre settimane i prigionieri arrivavano a New York, a Boston, nel Massachusetts, o a Norfolk in Virginia. Sbarcati dalle navi venivano sottoposti ad una procedura che prevedeva il taglio dei capelli, la doccia, la disinfestazione dei vestiti e se necessario la consegna di nuovi, sui cui era stampata la scritta PW. Poi venivano interrogati, venivano controllate le generalità, prese le impronte digitali e venivano fotografati, con il numero di matricola in evidenza sulla fotografia. Ricevevano anche cartoline della Croce Rossa da inviare alle famiglie. Infine venivano caricati sui treni dove ricevevano i primi pasti caldi e abbondanti. Per la maggior parte dei prigionieri l’arrivo in America fu un’esperienza indimenticabile. Le grandi città piene di auto, i grattacieli, i vagoni dei treni con i sedili di velluto, il servizio del personale di colore, il cibo, i campi di detenzione spesso costruiti ex novo e forniti di acqua calda e fredda, colpirono positivamente i militari italiani che provenivano da un paese economicamente molto arretrato rispetto agli Stati Uniti.

Per alcuni mesi i prigionieri italiani furono trattati alla stessa stregua di quelli tedeschi e giapponesi.  A partire da marzo 1944 le autorità militari americane offrirono ai prigionieri italiani la possibilità di cooperare nella guerra contro la Germania, in attività anche connesse con lo sforzo bellico americano, escluso il combattimento. Questa decisione, che tra l’altro contrastava con le norme della Convenzione di Ginevra sui prigionieri di guerra del 1929, non era stata concordata con il governo italiano e ciò causò incertezze nei prigionieri circa la decisione da prendere. In ogni caso la maggior parte di loro aderì alla cooperazione. I 36.000 cooperatori utilizzati, furono organizzati nelle Italian Service Units (ISU), le Unità Italiane di Servizio, e inviati nei campi dove maggiore era la richiesta di manodopera. I cooperatori vestivano divise americane, differenti solo per la scritta ITALY riportata sulla manica sinistra. Erano pagati 24 dollari al mese, di cui un terzo in contanti e il resto in buoni per lo spaccio. Nei fine settimana potevano ricevere ospiti nel campo o recarsi in visita presso parenti italo-americani nelle città vicine. Potevano fraternizzare con i militari e i civili americani. In cambio di qualche maggiore libertà i cooperatori fornirono agli Stati Uniti un lavoro molto importante, in un periodo di forte carenza di manodopera civile.

Oltre 1.200 prigionieri, organizzati nel 321° battaglione italiano di cooperatori, comandato dal magg. Angelo Bassi, un bersagliere, come molti altri prigionieri del battaglione, e suddivisi in sei ISU, furono inviati a Letterkenny, presso la cittadina di Chambersburg, in Pennsylvania. Letterkenny era un vasto deposito militare, forse il più grande degli Stati Uniti, creato agli inizi del 1942. Trenta magazzini e 800 depositi sotterranei, sparsi su oltre 6.400 ettari, ospitavano munizioni e armamenti di ogni tipo, che venivano inviati sui fronti di guerra. La potenza militare americana, dimostrata anche dalla quantità degli armamenti che transitavano a Letterkenny, confermò in molti prigionieri italiani l’assurdità della scelta di Mussolini di entrare in guerra contro gli Stati Uniti.

I cooperatori nel campo svolgevano varie mansioni. Provvedevano alla manutenzione della ferrovia interna, delle strade, ma soprattutto lavoravano al carico e scarico di materiali dei vari treni merci che trasportavano armamenti e allo stoccaggio di questi nei vari magazzini. In quest’attività lavoravano fianco a fianco con civili americani, spesso di colore, incluse molte donne. Ciò favorì anche il nascere di rapporti sentimentali, spesso sollecitati dalle stesse donne che, nel dopoguerra, sfociarono in matrimoni, fatto questo che permise ad alcuni prigionieri di tornare a vivere negli Stati Uniti. Nei momenti liberi, dopo il lavoro e nei fine settimana, i cooperatori potevano dedicarsi alle attività preferite, tra cui lo sport, la musica, l’artigianato. Per quanto riguarda lo sport il calcio faceva la parte da leone. Gli incontri erano frequenti e furono organizzati anche veri e propri tornei. Circa la musica furono organizzati un’orchestra, una banda e un coro. Nei fine-settimana gli amanti del ballo si potevano esibire con le donne italo-americane che venivano con le famiglie in visita al campo. Qualcuno passava il tempo costruendo, con pazienza certosina, modellini di navi.

Alcuni prigionieri si impegnarono nella costruzione di edifici e strutture da utilizzare per le loro esigenze. La più importante fu certamente la cappella, tuttora esistente e diventato monumento storico protetto, ma va ricordato anche il Post Assembly Hall, ossia l’edificio in cui americani e italiani si riunivano per vedere i film, assistere a spettacoli teatrali, praticare sport al chiuso.  Costruirono inoltre anche un semi-anfiteatro, dove nella buona stagione si esibiva l’orchestra e i prigionieri potevano ballare con le ospiti femminili nei fine-settimana e che era il luogo preferito per farsi fotografare.

Foto del fascicolo di prigioniero di Giovanni Appi.
Foto del fascicolo di prigioniero di Giovanni Appi.

 

 

 

I prigionieri italiani negli Stati Uniti furono quelli che ebbero la sorte migliore nell’intero panorama della prigionia dei soldati italiani nella seconda guerra mondiale. Ciò fu dovuto innanzi tutto al fatto che gli Stati Uniti erano il paese con il più alto standard di vita e, poiché, secondo le norme internazionali, dal punto di vista materiale, doveva trattare i prigionieri allo stesso modo dei propri soldati, il buon trattamento di questi ultimi aveva riflessi positivi anche sui prigionieri. Il vitto, l’alloggio, il vestiario, l’assistenza sanitaria erano sicuramente superiori a quelli che i prigionieri avevano nell’esercito italiano. Vi era poi un secondo motivo del tutto peculiare e cioè la presenza di alcuni milioni di italo-americani, i quali svolsero un ruolo decisivo nel rendere la vita dei prigionieri quanto più sopportabile possibile. Da un lato essi cercarono di influenzare l’amministrazione americana in favore dei prigionieri e d’altro li assistettero direttamente, recandosi in visita nei campi, portando doni di ogni genere e ospitandoli nelle loro case quando quelli poterono uscire nei fine-settimana. Vi era infine, la presenza di una ricca chiesa cattolica che, attraverso la Delegazione Apostolica retta da Mons. Amleto Cicognani, le organizzazioni assistenziali dei vescovi, i cappellani militari, le parrocchie, forniva ai prigionieri assistenza spirituale e materiale, e inoltre faceva da tramite nello scambio della corrispondenza tra i prigionieri e le loro famiglie in Italia.  I prigionieri del 321° battaglione rimasero a Letterkenny 17 mesi. La loro relativa libertà provocò in alcuni periodi la reazione negativa di parte dell’opinione pubblica locale, la quale accusava le autorità militari di trattare troppo bene i prigionieri. Ciò causò la limitazione di alcune libertà, come quella di uscire da soli il sabato e la domenica, decisione che provocò grande disillusione nei cooperatori, mitigata solo dall’aumento delle visite nel campo da parte dei civili italo-americani. I prigionieri italiani negli Stati Uniti furono anche i più fortunati per quanto riguarda il rimpatrio. Tra l’autunno del 1945 e il marzo 1946, infatti, tornarono tutti a casa. Alcuni prigionieri degli inglesi, ad esempio, rimpatriarono nel marzo 1947.

Giovanni Appi, primo in basso a destra,  a una manifestazione per la pace nel dopoguerra.
Giovanni Appi, primo in basso a destra, a una manifestazione per la pace nel dopoguerra.

            A seguito dell’interesse manifestato negli Stati Uniti per la storia dei prigionieri italiani di Letterkenny e in particolare per la chiesa da loro costruita nel campo, insieme al Prof. Alan Perry, ho deciso di scrivere un libro sulla vicenda di quei prigionieri, che sarà pubblicato in autunno dalla Fairleigh Dickinson University Press, con il titolo “Italian Prisonsers of War in Pennsylvania, Allies on the Home Front, 1944-1945”. Nell’ottobre dello scorso anno, inoltre, si è tenuta a Chambersburg una manifestazione per ricordare i prigionieri di Letterkenny, alla quale hanno partecipato, tra gli altri, numerosi parenti di prigionieri giunti dall’Italia insieme al sottoscritto. In Italia analoga iniziativa si è svolta a Milano il 13 novembre 2015, con l’allestimento anche di una mostra fotografica da me curata. L’impegno dei familiari, unito all’interesse dimostrato da molti sindaci dei comuni in cui erano nati i prigionieri, ha fatto si che la mostra diventasse “itinerante”. Dopo Milano, è stata ospitata da varie cittadine: prima a Gozzano (NO), poi a Solaro (MI), di recente a Nespolo (RI). A ottobre sarà ospitata a Gaeta e molto probabilmente a Magenta e a Erice.

A Nespolo era nato Giovanni Appi, uno dei prigionieri di Letterkenny, e l’allestimento della mostra (per tutto il mese di agosto) da parte del comune si deve al grande impegno di Paola Appi figlia di Giovanni e del sindaco Luigino Cavallari. All’evento del 30 luglio erano presenti anche l’altra figlia di Appi, Itala, il sindaco di Vimodrone, Antonio Brescianini, figlio di un prigioniero di Letterkenny, e chi scrive, in qualità di relatore, oltre a rappresentanti di alcuni comuni vicini. Nonostante le piccole dimensioni del comune di Nespolo, un folto pubblico ha partecipato all’iniziativa, a dimostrazione dell’interesse a conservare la memoria storica degli eventi della seconda guerra mondiale e in particolare delle dolorose vicende della prigionia.

 

Flavio Giovanni Conti

Flavio Giovanni Conti da molti anni studia l’esperienza di prigionia dei militari italiani durante la seconda guerra mondiale. Ha scritto vari saggi sul tema, l’ultimo dei quali “I prigionieri italiani negli Stati Uniti”, pubblicato da Il Mulino, Bologna 2012. Sui prigionieri di Letterkenny, oltre al citato libro in corso di pubblicazione negli Stati Uniti, ha curato anche un catalogo fotografico.

1 commento

  • Antonella Pino
    Antonella Pino Sabato, 24 Agosto 2019 13:00 Link al commento Rapporto

    Mio padre è stato uno di loro. Mi ha sempre parlato della sua fortuna di essere stato prigioniero degli americani con un solo rammarico mai visti i soldi promessi per il lavoro fatto durante la prigionia,partiti si dice dall' america ma mai arrivati agli interessanti.

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