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Attualità

Maria Assunta, il Cielo che entra nei nostri cortili

Ci sono feste cristiane che sembrano portarci lontano dalla terra. L’Assunzione di Maria potrebbe apparire una di queste: lo sguardo sale verso il Cielo, mentre Maria entra nella gloria di Dio eppure, se ne comprendiamo davvero il significato, scopriamo esattamente il contrario.
L’Assunta non ci allontana dalla vita, ci obbliga a prenderla sul serio. Il 15 agosto la Chiesa non celebra una donna che fugge dal mondo, ma una donna la cui esistenza viene accolta interamente da Dio. Maria è assunta in Cielo in anima e corpo: niente della sua umanità viene scartato; la sua storia, la maternità, le fatiche, le attese, le lacrime, la carne che ha custodito Cristo, il dolore attraversato sotto la Croce: tutto entra nell’eternità.

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Maria Assunta in cielo

Redazione-  Ci sono feste cristiane che sembrano portarci lontano dalla terra. L’Assunzione di Maria potrebbe apparire una di queste: lo sguardo sale verso il Cielo, mentre Maria entra nella gloria di Dio eppure, se ne comprendiamo davvero il significato, scopriamo esattamente il contrario.
L’Assunta non ci allontana dalla vita, ci obbliga a prenderla sul serio. Il 15 agosto la Chiesa non celebra una donna che fugge dal mondo, ma una donna la cui esistenza viene accolta interamente da Dio. Maria è assunta in Cielo in anima e corpo: niente della sua umanità viene scartato; la sua storia, la maternità, le fatiche, le attese, le lacrime, la carne che ha custodito Cristo, il dolore attraversato sotto la Croce: tutto entra nell’eternità.
È una verità teologica immensa e nello stesso tempo, profondamente umana, per Dio nulla di ciò che siamo è insignificante ed è pensando a questo che, alla vigilia dell’Assunta, il mio pensiero torna inevitabilmente ai nostri oratori. Torna ai cortili pieni di voci, ai palloni che finiscono dove non dovrebbero, alle corse, alle risate. Torna ai bambini che ti prendono per mano senza chiedere permesso e agli adolescenti che sembrano non voler parlare con nessuno, salvo poi aspettarti alla fine di una giornata per dirti sottovoce: «Don, posso parlarti un momento?».
È anche lì che comprendo il Vangelo, perché l’oratorio non è semplicemente uno spazio della parrocchia e non è un servizio di intrattenimento per tenere occupati i ragazzi. L’oratorio è un luogo dove la Chiesa impara ogni giorno a farsi casa e una casa cristiana non domanda a chi entra se sia perfetto, accoglie, ascolta,educa,
corregge quando è necessario,
perdona e soprattutto non abbandona. Oggi abbiamo una responsabilità enorme nei confronti dei giovani; li descriviamo spesso come una generazione fragile, distratta, impaziente, prigioniera dei telefoni e dei social, ma prima di giudicarli dovremmo avere l’umiltà di domandarci quale mondo abbiamo costruito intorno a loro. Abbiamo dato loro una società nella quale bisogna apparire prima ancora di imparare a essere.
Abbiamo moltiplicato le connessioni e non sempre le relazioni. Abbiamo insegnato la velocità e dimenticato l’attesa.
Abbiamo costruito strumenti capaci di conoscere quasi tutto di una persona e rischiamo di non accorgerci della solitudine di chi vive nella stanza accanto.
Un ragazzo può avere migliaia di contatti e non sapere a chi raccontare una paura.
Può ricevere centinaia di approvazioni e continuare a chiedersi se vale davvero qualcosa,è qui che la comunità cristiana deve tornare a pronunciare parole semplici e rivoluzionarie:tu non vali per quanto appari, non vali per quanti ti seguono,
non vali perché vinci,
non vali perché sei perfetto,
tu vali perché sei figlio.
Maria stessa ce lo insegna,
Dio non entra nella storia scegliendo il palazzo più potente, entra nella vita di una giovane donna di Nazareth. Maria non possiede ricchezze, titoli o potere, possiede qualcosa di infinitamente più grande: la libertà di pronunciare il proprio «Eccomi».
Quell’eccomi dovrebbe tornare a risuonare nei nostri oratori,
perché educare un giovane non significa decidere il suo futuro al posto suo. Significa aiutarlo a scoprire che la propria esistenza è una chiamata e che la libertà non consiste nel poter fare qualsiasi cosa, ma nel comprendere per che cosa valga la pena spendere la propria vita. Maria, poi, non rimane ferma, ricevuto l’annuncio, si alza e raggiunge Elisabetta. Questa immagine mi è particolarmente cara: Maria porta Dio dentro di sé e proprio per questo va incontro a qualcuno, qui c’è forse una delle definizioni più belle della fede cristiana. Chi incontra veramente Dio non si chiude,
si muove verso l’altro.
Per questo vorrei che i nostri oratori insegnassero ai ragazzi una fede capace di inginocchiarsi davanti all’altare e subito dopo di rimboccarsi le maniche. Una fede che prega e serve, che celebra e condivide,
che sa recitare un’Ave Maria, ma sa anche accorgersi del compagno escluso.
Che parla di carità e poi divide davvero ciò che possiede.
Che non domanda soltanto: «Signore, cosa puoi fare per me?», ma arriva un giorno ad avere il coraggio di chiedere:
«Signore, per chi posso diventare io una risposta?»
È allora che un ragazzo comincia davvero a diventare adulto e qui entrano inevitabilmente le famiglie.
Nessun sacerdote, nessun catechista, nessun educatore può sostituirle, possiamo accompagnare, sostenere, raccogliere qualche pezzo quando la vita si rompe, ma l’educazione ha bisogno di un’alleanza. Abbiamo bisogno di genitori che tornino a parlare con i figli e soprattutto ad ascoltarli. Abbiamo bisogno di adulti capaci di dire qualche “no” senza sentirsi in colpa e molti “ti voglio bene” senza vergognarsi. Abbiamo bisogno di comunità nelle quali una famiglia in difficoltà non venga giudicata, ma accompagnata e soprattutto abbiamo bisogno di recuperare la testimonianza,
perché i ragazzi possono anche dimenticare molte delle nostre parole, ma difficilmente dimenticheranno come li abbiamo fatti sentire.
C’è poi un messaggio dell’Assunzione particolarmente necessario nel nostro tempo; Maria entra nella gloria anche con il corpo.
In una società ossessionata dal corpo perfetto, giovane, efficiente, esibito e continuamente giudicato, il cristianesimo proclama qualcosa di completamente diverso: il corpo umano possiede una dignità che non dipende dalla bellezza, dall’età, dalla salute o dall’efficienza.
Il corpo fragile dell’anziano ha dignità, il corpo della persona con disabilità ha dignità,
il corpo ferito dalla malattia ha dignità. Il corpo che non corrisponde ai modelli imposti ha dignità. Ogni essere umano possiede una dignità che viene prima di qualsiasi giudizio del mondo, anche questo dobbiamo insegnarlo nei nostri oratori: nessuno è uno scarto. Nessuno
e allora comprendo perché la festa dell’Assunta abbia tanto da dire proprio ai nostri ragazzi.
Maria ci ricorda che siamo fatti per qualcosa di più grande dell’immediato, ma ci insegna anche che il cammino verso il Cielo attraversa necessariamente la terra.
Attraversa le nostre case,
le famiglie, i cortili, le amicizie,
le ferite, le riconciliazioni.
Attraversa quella porta dell’oratorio che continuiamo a lasciare aperta anche per chi non viene a Messa, per chi si è allontanato, per chi non sa ancora se crede, per chi porta domande difficili e persino per chi pensa che Dio non abbia più nulla da dirgli. La Chiesa non deve avere paura di questi ragazzi, deve aspettarli e
quando arrivano, prima ancora di chiedere loro dove siano stati, dovrebbe riuscire a dire:
«È bello che tu sia qui».
Forse la pastorale giovanile comincia proprio da questa frase. In questo 15 agosto affido allora a Maria Assunta i bambini e i ragazzi dei nostri oratori,
quelli che corrono felici e quelli che rimangono in disparte.
Quelli che credono con semplicità e quelli che attraversano il dubbio.
Quelli che hanno famiglie solide e quelli che stanno imparando troppo presto quanto possa essere complicata la vita.
Quelli pieni di sogni e quelli che un sogno non riescono più a trovarlo a tutti vorrei dire: non abbiate paura di alzare lo sguardo; perché il Cielo non è la negazione dei vostri sogni è la misura più grande che possiamo dare alla vita e
a noi adulti Maria affida una responsabilità ancora più seria: non limitarci a indicare il Cielo con le parole, ma renderlo credibile attraverso il modo in cui sappiamo amare sulla terra.
Perché un ragazzo crederà più facilmente che Dio non lo abbandona se avrà incontrato almeno un adulto che non lo ha abbandonato. Crederà nel perdono se qualcuno gli avrà dato la possibilità di ricominciare. Crederà nella fraternità se avrà trovato una comunità capace di fargli posto.
Crederà nell’amore di Dio quando quell’amore avrà avuto, almeno una volta, un volto umano. Questo vorrei chiedere a Maria Assunta per i nostri oratori, che rimangano luoghi con le porte aperte, le mani tese e lo sguardo alto. Luoghi nei quali imparare che la fede non significa fuggire dalla vita, ma entrarci più profondamente, con i piedi nella polvere dei nostri cortili e il cuore rivolto all’eternità, perché forse il Cielo comincia molto prima di quanto immaginiamo. Comincia ogni volta che un bambino viene accolto, un giovane viene ascoltato, una famiglia viene sostenuta, una fragilità viene rispettata e una persona che si sentiva perduta scopre di avere ancora un posto. Maria Assunta ci insegni allora ad alzare gli occhi verso il Cielo senza smettere di guardare chi cammina accanto a noi
e soprattutto ci insegni una cosa che nei nostri oratori non dovremmo dimenticare mai:
nessuno arriva al Cielo da solo.

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Attualità

Delitto di Garlasco, svolta clamorosa: chiuse le indagini per Andrea Sempio, Stasi spera nella revisione

Svolta clamorosa e terremoto giudiziario nel delitto di Garlasco! A 19 anni dall’omicidio di Chiara Poggi, la Procura di Pavia ha ufficialmente chiuso le indagini (preludio al rinvio a giudizio per omicidio volontario) nei confronti di Andrea Sempio. A incastrarlo ci sarebbe l’esatta compatibilità del suo piede con la celebre orma insanguinata (taglia 42) rinvenuta sulla scena del crimine. Ma non è tutto: spunta l’ombra inquietante di un clamoroso depistaggio iniziale per nascondere analisi del DNA che avrebbero scagionato Alberto Stasi. Ora, chi sta scontando 16 anni in carcere, spera vivamente in una clamorosa revisione del processo👇

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Andrea Sempio

Garlasco (Pavia) – A distanza di quasi vent’anni da quel tragico, afoso e sanguinoso 13 agosto del 2007, uno dei casi di cronaca nera giudiziaria più complessi, mediatici, oscuri e divisivi dell’intera storia repubblicana italiana torna improvvisamente e clamorosamente a scuotere con violenza inaudita le aule dei tribunali e le coscienze dell’opinione pubblica nazionale. L’orribile e feroce omicidio della giovane Chiara Poggi, massacrata senza pietà all’interno della sua elegante villetta nel tranquillo e placido comune della Lomellina, sembrava aver trovato una sofferta, contestata ma definitiva chiusura processuale in Cassazione con la dura e irrevocabile condanna a 16 anni di reclusione inflitta al fidanzato dell’epoca, Alberto Stasi. Tuttavia, le ultimissime, dirompenti e sensazionali notizie che rimbalzano in queste ore frenetiche dai severi e blindati uffici della Procura della Repubblica di Pavia stanno letteralmente riscrivendo e stravolgendo l’intera e solida architettura accusatoria di questa immensa tragedia. I magistrati inquirenti pavesi hanno infatti appena notificato, in via ufficiale, formale e perentoria, l’avviso di conclusione delle indagini preliminari (il famigerato atto ex art. 415-bis del codice di procedura penale) direttamente nei confronti di Andrea Sempio, storico amico del fratello della vittima. Un atto giudiziario pesantissimo e cruciale, che di fatto e di diritto prelude inesorabilmente a una imminente e formale richiesta di rinvio a giudizio per il reato di omicidio volontario, per giunta gravato dalle pesantissime e spietate aggravanti della crudeltà e degli abietti e futili motivi. Una vera e propria bomba a orologeria innescata nel cuore della giustizia italiana, destinata a riaprire un capitolo dolorosissimo e a mettere pesantemente in discussione decenni di lavoro investigativo e dibattimentale.

L’impronta della discordia: la scarpa Frau taglia 42

Il clamoroso e inaspettato ribaltamento di fronte accusatorio operato dalla determinata Procura di Pavia non si basa certamente su flebili supposizioni o vecchie suggestioni giornalistiche, ma poggia le sue solide basi su nuovissime, complesse e iper-tecnologiche perizie scientifiche depositate recentemente agli atti.
Il fulcro nevralgico della nuova e pesante accusa costruita metodicamente contro Andrea Sempio ruota ossessivamente attorno a una specifica e insanguinata impronta di scarpa, rinvenuta all’epoca dei fatti direttamente sulla terribile scena del crimine e rimasta per lunghissimi anni un vero e proprio enigma insoluto per gli esperti della scientifica. Attraverso modernissime e sofisticatissime consulenze tecniche tridimensionali e chimiche, gli inquirenti odierni sarebbero clamorosamente riusciti a dimostrare una piena, totale e inequivocabile compatibilità biometrica e morfologica tra l’orma insanguinata lasciata da una calzatura modello “Frau” (corrispondente esattamente a una taglia 42) e la reale conformazione plantare del piede di Sempio. A corroborare ulteriormente questa pesantissima ipotesi accusatoria vi sarebbero inoltre nuove e approfondite valutazioni forensi effettuate sulla misteriosa e dibattuta “impronta 33” presente sul pavimento della villetta dell’orrore. Tuttavia, il preparato e agguerrito collegio difensivo di Andrea Sempio non ci sta affatto a subire passivamente questa offensiva giudiziaria, passando immediatamente al contrattacco mediatico e legale. Gli avvocati dell’indagato hanno prontamente ridimensionato e sminuito la reale portata del nuovo atto formale, definendolo pubblicamente come un semplice e “classico 415-bis di routine”, contestando inoltre in maniera furibonda, logica e categorica la famigerata compatibilità della suola: la difesa sostiene infatti strenuamente, carte mediche alla mano, che all’epoca dei drammatici fatti il loro assistito calzasse abbondantemente un numero di scarpa superiore, ovvero il 44, rendendo fisicamente e scientificamente impossibile la sua associazione con l’impronta incriminata taglia 42.

Il giallo del DNA sui pedali: l’ombra oscura del depistaggio

Se la durissima battaglia balistica e forense sulle impronte insanguinate rischia di infiammare enormemente il futuro e probabile dibattimento in aula, è un altro, oscuro e inquietantissimo dettaglio burocratico a gettare un’ombra letteralmente spaventosa e sinistra sull’intera e annosa conduzione delle indagini originarie.
Il punto più sconvolgente, rilevante e incomprensibile sollevato in queste ore cruciali riguarda infatti il famosissimo e dibattuto giallo del materiale genetico (DNA) individuato sui pedali della bicicletta sequestrata ad Alberto Stasi, elemento che contribuì in maniera determinante, pesante e fatale alla sua definitiva e irrevocabile condanna in Cassazione. Secondo quanto emerso clamorosamente dalle recenti e approfondite revisioni dei faldoni storici, esisterebbero agli atti alcune contro-analisi chimiche e genetiche, regolarmente effettuate e certificate nel lontano 2007, che avrebbero indicato in maniera chiara, netta e incontrovertibile la totale e assoluta assenza del DNA della vittima Chiara Poggi dai pedali della famigerata bicicletta. Il dettaglio a dir poco agghiacciante e paradossale è che questi fondamentali risultati scientifici, che sarebbero stati perfettamente idonei e sufficienti a scagionare totalmente e immediatamente Alberto Stasi dall’accusa di omicidio, non sarebbero inspiegabilmente e misteriosamente mai stati inseriti fisicamente all’interno del fascicolo processuale principale fornito ai giudici giudicanti. Questa macroscopica e gravissima omissione formale ha immediatamente e inevitabilmente sollevato l’ombra pesante, inquietante e gravissima di un possibile, lucido e volontario depistaggio istituzionale avvenuto all’epoca delle primissime battute d’indagine. Un aspetto a dir poco torbido e inaccettabile, sul quale l’attuale Procura pavese ha doverosamente deciso di vederci chiaro fino in fondo, disponendo audizioni segrete e approfondimenti mirati, arrivando perfino a convocare e sentire come persona informata sui fatti l’ex celebre generale del RIS di Parma, Luciano Garofano, per cercare di dipanare la fitta e vergognosa nebbia investigativa.

Stasi punta alla revisione del processo, ma la famiglia frena

L’onda d’urto mediatica, emotiva e prettamente giudiziaria generata da queste ultimissime, dirompenti e devastanti novità investigative ha inevitabilmente e repentinamente scatenato reazioni diametralmente opposte, furenti e contrastanti tra le diverse e agguerrite parti in causa.
Gli stoici avvocati difensori di Alberto Stasi (che ricordiamo sta attualmente, duramente e silenziosamente scontando la sua pesantissima condanna definitiva all’interno del carcere milanese di Bollate) esultano con prudenza, chiedendo pubblicamente, a gran voce e con estrema fermezza, che la magistratura faccia finalmente e totalmente piena luce sulle gravissime responsabilità, omissioni e coperture di quegli anni oscuri. Diversi e autorevoli esperti del settore giurisprudenziale suggeriscono ormai apertamente che, alla luce abbagliante di questi nuovi, granitici e sconvolgenti elementi probatori, la stessa Procura Generale potrebbe addirittura decidere di valutare autonomamente, e in totale autonomia, la formale e clamorosa presentazione di una ufficiale istanza di revisione della sentenza definitiva per Stasi (un evento più unico che raro nel diritto italiano). Di umore diametralmente opposto, cupo e assolutamente scettico, si dichiara invece la famiglia della povera Chiara Poggi. Attraverso i propri combattivi e addolorati legali di fiducia, i familiari della vittima hanno espresso fortissimo sdegno e freddezza per questa nuova pista investigativa, sostenendo fermamente che, a loro insindacabile giudizio, non vi sarebbero affatto elementi di reale, concreta e decisiva novità scientifica rispetto a quanto già ampiamente, svisceratamente e definitivamente emerso durante il lungo e doloroso iter processuale a carico di Stasi. I legali della famiglia Poggi ribadiscono la necessità assoluta di affidarsi unicamente alle sentenze già scritte, lasciando l’eventuale, e da loro non auspicata, patata bollente della riapertura del caso unicamente nelle mani della competente Corte d’Appello di Brescia. Il mistero di Garlasco, a distanza di vent’anni, è incredibilmente e drammaticamente ripartito da zero.

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Attualità

Caso Orlandi, Laura Casagrande rompe il silenzio a Filorosso: parla l’amica indagata

Colpo di scena nel mistero irrisolto di Emanuela Orlandi! Dopo un gelido silenzio mediatico durato ben 40 anni, rompe il silenzio Laura Casagrande, l’amica e storica “compagna di banco” della povera 15enne scomparsa. La donna è stata clamorosamente iscritta nel registro degli indagati dalla Procura di Roma con un’accusa pesantissima: “False informazioni al Pubblico Ministero”. Gli inquirenti sospettano che abbia clamorosamente mentito o coperto dettagli vitali sulle ore precedenti al rapimento! Rintracciata in strada dall’inviato di Filorosso (Rai 3), l’amica ha dovuto finalmente fare i conti con le telecamere e con la Giustizia👇

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Filorosso,Rai

Roma – La fitta, oscura e complessa rete di omertà, silenzi, paure inconfessabili e presunti, clamorosi e innumerevoli depistaggi istituzionali che da oltre quattro decenni avvolge strettamente e inesorabilmente uno dei più dolorosi, irrisolti e celebri misteri della storia repubblicana italiana, si arricchisce in queste ultimissime e convulse ore di un nuovo, inaspettato, drammatico e fondamentale tassello narrativo e giudiziario. Dopo aver ascoltato con assoluto sconcerto le dirompenti e devastanti rivelazioni pubbliche rilasciate in diretta dall’ex poliziotto Bruno Bosco (che ha letteralmente e clamorosamente demolito la storica e consolidata pista investigativa legata al cosiddetto “uomo della Avon”), l’attenzione morbosa, mediatica e istituzionale torna prepotentemente, prepotentemente e bruscamente a concentrarsi su un’altra figura femminile chiave, ambigua e storica dell’intricata vicenda legata alla scomparsa della giovanissima cittadina vaticana Emanuela Orlandi. A decidere clamorosamente di interrompere e spezzare un lunghissimo, ferreo, impenetrabile e ostinato mutismo mediatico e personale durato quasi quarant’anni, è infatti la signora Laura Casagrande, figura storicamente conosciuta dalle voluminose e impolverate cronache giudiziarie dell’epoca dei fatti come l’ex amica del cuore e affezionata compagna di banco della sfortunata quindicenne scomparsa nel nulla quel tragico 22 giugno del 1983. L’esclusiva, rarissima e tesissima apparizione televisiva della donna, rintracciata con estrema e certosina fatica giornalistica dopo decenni passati abilmente e volontariamente nell’ombra più totale dell’anonimato mediatico, è stata intelligentemente e caparbiamente strappata dalle telecamere di Filorosso, il graffiante e coraggioso programma di approfondimento d’inchiesta condotto con polso fermo da Antonino Monteleone in prima serata sui canali di Rai 3.

Quarant’anni di ombre: il ritorno della compagna di banco

La primissima, reale e tangibile importanza storica e documentale di questa clamorosa e insperata intervista televisiva risiede, in primis e fondamentalmente, proprio nella sua estrema, assoluta e innegabile rarità temporale all’interno del vasto panorama mediatico italiano.
L’ultima, lontanissima e sbiadita volta in cui la timida e giovane Laura Casagrande aveva pubblicamente e ufficialmente accettato di sedersi davanti al freddo obiettivo di una telecamera, per rispondere apertamente e pubblicamente a specifiche e mirate domande formulate apertamente dai giornalisti in merito ai suoi intimi ricordi personali legati al carattere, alle abitudini e agli ultimi, spensierati giorni di vita scolastica vissuti in compagnia di Emanuela Orlandi, risale in maniera impressionante e documentata addirittura al lontanissimo anno 1987. Da quel preciso e lontano istante storico in poi, complice l’escalation mediatica, il clamore, l’aumento vertiginoso, asfissiante e pericoloso del clamore pubblico, la moltiplicazione incontrollata, caotica e spesso fantasiosa delle decine di piste investigative, il proliferare di telefonisti anonimi inquietanti e l’ombra lunga, fredda e minacciosa proiettata dai silenzi del Vaticano e della criminalità organizzata capitolina (Banda della Magliana), l’ex compagna di scuola aveva fermamente, coerentemente e categoricamente deciso di ritirarsi a vita privata, sparendo letteralmente, strategicamente e fisicamente dai radar ossessivi dei media nazionali per cercare disperatamente di proteggere la propria tranquillità. Il suo improvviso e clamoroso ritorno sulle scene catodiche odierne non è, però, affatto dettato da una tardiva, sincera o malinconica voglia di pura e semplice commemorazione, ma rappresenta piuttosto e drammaticamente un necessario, obbligato e delicatissimo tentativo personale di estrema difesa pubblica contro accuse che potrebbero costarle molto care.

L’accusa gravissima della Procura: false informazioni al PM

Il delicatissimo, spinoso e pericolosissimo terreno giudiziario sul quale è costretta a muoversi a fatica oggi l’ex compagna di banco di Emanuela Orlandi non è affatto quello confortevole e tutelato della semplice “persona informata sui fatti”, né tanto meno quello della mera testimone disinteressata o marginale di una vicenda tragica.
L’attuale e tenacissima Procura della Repubblica di Roma, che in questi ultimissimi anni ha lodevolmente, faticosamente e coraggiosamente riaperto gli archivi e ripreso in seria considerazione l’esame incrociato di vecchi, sbiaditi e apparentemente innocui verbali e di antiche e contraddittorie testimonianze, ha infatti iscritto ufficialmente, formalmente e pesantemente la signora Laura Casagrande nel registro ufficiale degli indagati. Il capo d’imputazione mosso a suo carico dai severi magistrati capitolini è estremamente specifico, tecnico e grave per il buon e veloce esito delle lunghe indagini in corso: “false informazioni fornite al pubblico ministero”. In estrema sintesi, i sospettosissimi e scrupolosi inquirenti romani ritengono concretamente, fermamente e alla luce dei nuovi accertamenti incrociati effettuati recentemente, che l’amica d’infanzia della Orlandi abbia deliberatamente, lucidamente e volontariamente mentito agli investigatori, oppure abbia coscientemente, colpevolmente e sistematicamente taciuto (o omesso di rivelare integralmente e fedelmente) circostanze, discorsi, confidenze intime, movimenti sospetti, paure o dettagli assolutamente cruciali di cui era in realtà segretamente e pienamente a conoscenza fin dai lontani anni Ottanta. Un sospetto gravissimo e infamante che, qualora venisse definitivamente accertato e provato in un’aula di tribunale penale, getterebbe un’ulteriore e inquietante ombra complottista sul ruolo ambiguo giocato dai primissimi e più stretti conoscenti della vittima nell’agevolare, seppur indirettamente, chi ha architettato il sequestro.

L’inviato in strada: il confronto duro sulle accuse recenti

Il grande merito giornalistico e professionale dell’importante operazione verità messa sapientemente in piedi dalla valida redazione investigativa di Filorosso è stato proprio quello di non arrendersi passivamente ai cortesi e classici rifiuti telefonici o alle porte diplomaticamente sbattute in faccia in questi mesi.
Il tenace, caparbio e abile inviato della trasmissione, Gabriele D’Angelo, forte di un accuratissimo e faticoso lavoro preventivo di intelligence pura e ricerca incrociata di contatti, è fisicamente riuscito a individuare e rintracciare in strada la donna, ponendola inaspettatamente, bruscamente ma rispettosamente di fronte all’obiettivo della telecamera di Stato. Nel corso di questo inatteso, rapido e tesissimo incontro ravvicinato andato in onda martedì sera, il giornalista d’assalto ha incalzato senza mezzi termini l’indagata, chiedendole in modo diretto, esplicito e inequivocabile di chiarire finalmente la sua reale, oscura e dubbia posizione giudiziaria e fornendole apertamente e pubblicamente la grande e forse irripetibile possibilità televisiva di rispondere apertamente, punto su punto, alle gravissime e infamanti accuse sollevate ufficialmente dai procuratori del Tribunale di Roma. Resta ora da capire, alla luce di questa rara, esclusiva e importantissima intervista fiume e ascoltando attentamente il tono e le giustificazioni (o i non detti) della donna, se le flebili, spaventate e confuse dichiarazioni della storica ex compagna di banco riusciranno effettivamente, in sede dibattimentale, a smontare le solide teorie della magistratura italiana, oppure se finiranno tragicamente, grottescamente e inesorabilmente per aggravare ulteriormente la sua già traballante e scomoda posizione, riaprendo involontariamente nuovi squarci di verità nel fittissimo, eterno e orribile buio che inghiottì Emanuela Orlandi 40 anni fa.

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Politica

Centrodestra, Sforzini gela Renzi su Vannacci: “Matteo stai sereno, hai sbagliato cavallo”

La clamorosa bocciatura politica arriva diretta da Luca Sforzini, presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale, che asfalta senza mezzi termini le strategie di Matteo Renzi e il flop elettorale di Roberto Vannacci e del suo movimento “Futuro Nazionale”. Commentando il disastroso risultato raccolto in Calabria dall'”ufficiale in pensione”, Sforzini accusa Renzi di aver puntato goffamente sul cavallo sbagliato sperando di usare il populismo come un burattino per spaccare l’alleanza di centrodestra. La chiosa finale di Sforzini è una citazione pungente che gela l’avversario: “Matteo, stai sereno. Hai sbagliato cavallo, e pure gli stallieri”👇

Pubblicato

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Luca Sforzini

Castello Sforzini di Castellar Ponzano (AL) – Nel complesso, spietato, cinico e mutevole e sempre affascinante scacchiere della politica nazionale italiana, non è certamente e assolutamente una novità assistere impotenti a spericolate e spregiudicate manovre di palazzo, tentativi maldestri di infiltrazione, fragili alleanze sottobanco e astutissimi giochi di sponda architettati meticolosamente e segretamente nelle fredde stanze del potere romano per cercare disperatamente di logorare, sfiancare e dividere inesorabilmente gli schieramenti avversari. Tuttavia, quando questi ambiziosi, machiavellici e audaci piani strategici si scontrano rovinosamente e drammaticamente contro la dura, fredda e inappellabile realtà e la matematica e inesorabile verità dei numeri espressi dalle urne elettorali, il tonfo mediatico, politico e istituzionale che ne consegue è inevitabilmente e fragorosamente destinato a farsi sentire fortissimo. A sottolineare con affilata, caustica, tagliente e chirurgica ironia politica l’ennesimo e bruciante fallimento strategico orchestrato magistralmente dietro le quinte dai finti burattinai della politica nostrana è sceso nuovamente e pesantemente in campo l’autorevole Luca Sforzini, stimato presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale e ormai voce sempre più solida, pungente, lucida e ascoltata dell’area culturale di centrodestra moderato. Attraverso una nota ufficiale, diffusa direttamente, formalmente e solennemente dalla prestigiosa e storica sede piemontese del Castello Sforzini di Castellar Ponzano (in provincia di Alessandria), Sforzini ha lanciato un pesantissimo, mirato e inequivocabile siluro dialettico e politico indirizzato senza alcun mezzo termine direttamente all’indirizzo dell’ex premier Matteo Renzi, smontando pezzo per pezzo la presunta, oscura e fallimentare operazione legata alla figura mediatica del Generale Roberto Vannacci.

Il flop in Calabria: i numeri impietosi di Futuro Nazionale

Il durissimo, mirato e circostanziato attacco politico e culturale sferrato con grande sicurezza da Sforzini parte volutamente e intelligentemente da un dato assolutamente e matematicamente inconfutabile, freddo e impossibile da smentire o manipolare a proprio piacimento: i recenti, disastrosi e fallimentari risultati elettorali ottenuti sul campo.
«Nel vasto, complesso e imprevedibile mondo della politica e del potere, le scommesse e gli azzardi si possono certamente vincere in modo trionfale o si possono amaramente perdere e pagare a caro prezzo. Ma quando si punta presuntuosamente e incautamente l’intero proprio capitale politico e d’immagine sul cavallo palesemente sbagliato fin dalla partenza, e ci si affida ciecamente anche e soprattutto agli stallieri più sbagliati e inetti della piazza, prima o poi arriva inesorabilmente e fatalmente il momento di fermarsi e guardare in faccia la dura realtà del tabellone e del traguardo», ha dichiarato con voce ferma, solenne e decisa il presidente Sforzini, ricorrendo a una efficacissima, pungente e colorita metafora di chiara matrice ippica per descrivere meticolosamente e perfettamente l’attuale, grottesca e disastrosa situazione politica del presunto, decantato e mediatico fenomeno “vannacciano”. Il riferimento diretto, preciso e inequivocabile del leader del Centro Studi Rinascimento Nazionale è mirato esplicitamente e puntualmente alla recente e debolissima prova di forza elettorale registrata nel profondo Sud Italia. «Il verdetto inappellabile, cristallino e definitivo fornito recentemente dal freddo risultato elettorale emerso dalle urne della regione Calabria ha fornito dati a dir poco eloquenti, impietosi e definitivi per chiunque sappia leggere e interpretare la politica vera: il movimento Futuro Nazionale è politicamente, numericamente e strutturalmente irrilevante», ha sentenziato Sforzini, certificando di fatto, senza possibilità di replica alcuna, la totale inconsistenza e l’evidente pochezza di una forza populista che, nei sogni di gloria dei suoi creatori e fiancheggiatori, avrebbe dovuto spaccare e stravolgere clamorosamente le urne del Paese.

“Non manipolerai il centrodestra tramite l’ufficiale in pensione”

Ma la vera e acutissima e pericolosa chiave di lettura politica intelligentemente fornita dalla mente lucida di Sforzini va ben oltre la semplice, banale e fisiologica constatazione della palese e manifesta debolezza del movimento legato a doppio filo alla figura di Vannacci, andando audacemente e coraggiosamente a colpire e smascherare i presunti e subdoli registi occulti di questa operazione di disturbo.
«Noto con estrema curiosità, divertimento e malcelata sorpresa una particolare, nervosa e febbrile agitazione da parte del senatore Matteo Renzi nel correre affannosamente e goffamente in pubblico soccorso mediatico di Vannacci, arrivando addirittura al paradosso politico di tentare disperatamente di magnificare, giustificare e coprire l’evidente e disastrosa Caporetto elettorale appena registrata in terra di Calabria», ha fatto notare acutamente Sforzini, evidenziando una convergenza di interessi a dir poco sospetta, anomala e innaturale tra leader così apparentemente e formalmente distanti. La lucida, fredda e spietata tesi sostenuta con grandissima fermezza e solidità argomentativa dal presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale è che vi fosse in atto, nelle segrete stanze dei bottoni, un preciso, diabolico e calcolato tentativo di infiltrazione e logoramento sistematico, fortunatamente e clamorosamente abortito. «Chiunque, cullandosi in false speranze e manie di grandezza, pensava illusoriamente di poter manovrare o manipolare liberamente e spregiudicatamente, proprio come se fosse un facile burattino nelle mani di un esperto e cinico burattinaio, la controversa figura mediatica dell’ufficiale in pensione, dovrebbe ormai e definitivamente fare amaramente i conti con il flop fragoroso del movimento Futuro Nazionale. Chi pensava ingenuamente che Futuro Nazionale potesse rapidamente, magicamente e incontrastatamente trasformarsi in una forza politica d’urto realmente capace di logorare, modificare o stravolgere gli stabili, consolidati e vincenti equilibri della grande coalizione di centrodestra, finendo per favorire indirettamente e cinicamente le deboli truppe della sinistra e lo stesso Renzi in persona, ha sbagliato di grosso tutti i suoi calcoli strategici».

Il consiglio finale: l’eco di una frase che ha fatto storia

L’affilata e precisa nota politica diffusa pubblicamente dal Castello Sforzini si chiude magistralmente e sapientemente con una pungente, geniale e velenosissima citazione storica, riadattata perfettamente per l’occasione, capace di evocare immediatamente ricordi politici del passato.
Conscio del totale fallimento strategico dei propri incauti avversari, e confermandosi ancora una volta e indiscutibilmente come un baluardo culturale solidissimo e una mente finissima a difesa dei reali valori moderati, riformisti e liberali del centrodestra, Sforzini ha voluto assestare il colpo di grazia finale e definitivo a questa complessa ed intricata vicenda. «Per questo banale e lampante motivo, con tutta la fredda, serafica e compassionevole serenità e clemenza che meritano inesorabilmente tutte le scommesse politiche finite in modo disastroso e rovinoso contro un muro di cemento armato, mi permetto soltanto di dare un piccolissimo e gratuito consiglio non richiesto al mio diretto interlocutore: Matteo, stai sereno. Hai sbagliato completamente il tuo cavallo su cui puntare. E pure i tuoi pessimi stallieri». Una bordata dialettica finale che non lascia assolutamente scampo e che rimette definitivamente, fermamente e inesorabilmente le cose al loro posto nel complesso e intricato panorama della politica italiana: il centrodestra, e i suoi valori fondanti, non si lasciano certo spaccare o affondare dalle manovre occulte o dalle illusioni di “stallieri” e “ufficiali in pensione” rimasti drammaticamente senza truppe al momento del vero scontro elettorale.

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