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IL 2018 SARA' UN BIVIO PER L'ITALIA: TROIKA O USCITA DALL'EURO

In evidenza Troika Troika

Redazione-Il futuro dell’Italia si fa sempre più minaccioso man mano che il 2018 si avvicina: all’incertezza derivante dalle elezioni politiche si somma un quadro europeo ostile, dove la Germania, disposta forse a sobbarcarsi la Francia per ragioni geopolitiche, non ha alcuna intenzione di concedere sconti al nostro Paese. Un commissariamento esplicito o subdolo, sulla falsariga del governo Monti, è tra le ipotesi sul tavolo e, se a Berlino dovesse prevalere una linea ancora più rigorista, non si potrebbe neanche escludere l’imposizione di un “default ordinato”. Di fronte a questo scenario, l’Italia sarà costretta a scegliere: capitolazione o un’uscita dall’euro. Un soccorso può venire soltanto dalle potenze emergenti.

Nessuno sconto da parte della Germania (cui interessa solo il Veneto)

I prossimi 12-18 mesi, come abbiamo sovente evidenziato nelle nostre ultime analisi, saranno cruciali per il futuro dell’Italia e dell’Europa: man mano che il 2018 si avvicina e nuovi dettagli si aggiungono, è quindi opportuno riallacciare i fili dell’analisi. Avevamo abbandonato il discorso parlando del “nuovo sacco di Roma” che Germania e Francia andavano preparando ai danni del nostro Paese e della conseguente necessità, per l’Italia, di stringere una serie di alleanze internazionali per evitare un tristissimo epilogo. Tutti gli ultimi sviluppi confermano i nostri presagi.

Bisogna iniziare ribadendo che gli “Stati Uniti d’Europa” allargati all’intero continente, se qualcuno li ha mai davvero presi in considerazione, sono stati ormai scartati da anni: il vertice a Deauville dell’ottobre 2010, cui partecipano Angela Merkel e Nicolas Sarkozy, può essere considerato lo spartiacque che separa il progetto dell’Europa allargata da quello dell’Europa franco-tedesca, moderna riproposizione dell’Impero Carolingio. È un disegno che non soddisfa pienamente gli USA (da cui una serie di attacchi al sistema-Germania come Volkswagen e Deutsche Bank), ma ha il probabile assenso della Gran Bretagna (da cui il tentativo di fondere Lse-Deutsche Boerse e l’uscita dall’Unione Europea per facilitare i piani federativi di Angela Merkel e Macron).

All’interno della coppia franco-tedesca, la posizione dominante spetta, ovviamente, alla Germania, la cui prestazioni economiche e finanziarie surclassano quelle della Francia. Probabilmente Berlino, se ragionasse in termini meramente egoistici, procederebbe con l’integrazione politica della sola area euro-marco (Austria, Olanda, Slovenia, Lussemburgo, Slovacchia, Estonia, Finlandia), ma ragioni di natura geopolitica la inducono a sobbarcarsi anche la storica rivale: la Francia dispone ancora di un seggio permanente nel consiglio di sicurezza dell’ONU, è dotata di testate atomiche e, se abbandonata a se stessa, rischia di scivolare verso pericolose posizioni revanchiste-nazionaliste. Ad ogni modo, qualsiasi proposta di ulteriore integrazione europea, come l’introduzione di obbligazioni comuni1, è ormai circoscritta all’asse franco-tedesco e gli ultimi sviluppi politici in Germania, dove la destra nazionalista è in forte crescita, chiudono la porta a qualsiasi integrazione a 27 (complicando persino la convergenza tra Emmanuel Macron e Angela Merkel).

Il “resto” dell’Europa ha, in ottica franco-tedesca, valore modesto: non dispiacerebbe, se possibile, annettere al neo-impero carolingio la Catalogna, regione sviluppata e contigua alla Francia. Farebbe gola anche quella “Padania” che Gianfranco Miglio sognava di federare alla Germania: il Triveneto, in particolare, è il naturale sbocco della Germania sul Mar Adriatico e non è un caso se Luca Zaia, esponente della vecchia Lega Nord, abbia presentato il recente referendum sull’autonomia come “una risposta al plebiscito del 18662, che separò Venezia ed il suo retroterra all’orbita germanica.

La penisola italiana nel suo complesso, però, non è nei desideri di Berlino e l’improvvisa ricomparsa dei secessionismi “insulari3”, in primis quello sardo, testimonia che altre cancellerie europee (Londra in testa) sono interessate allo spezzatino dell’Italia. Se la Germania non ha intenzione di spendere un centesimo perché Roma rimanga agganciata all’eurozona, è solo questione di tempo prima che la situazione dell’Italia, sottoposta a letali dosi di austerità (perché “smetta di vivere al di sopra dei propri mezzi”), si faccia insostenibile.

In prossimità del 2018, a distanza di sette anni dall’imposizione delle ricette della Troika, l’Italia è  allo stremo: il rapporto debito pubblico/PIL ha raggiunto livelli record a causa della costante crescita del nominatore e la contrazione del denominatore, la caduta verticale dell’attività economica ha gonfiato i bilanci delle banche di crediti inesigibili e gli indicatori occupazionali/demografici sono drammatici (il Sud Italia ed alcune aree del Nord stanno sperimentando un vero processo di desertificazione). Se la Germania avesse interesse a tenere la penisola nell’euro, dovrebbe immediatamente invertire marcia. Invece, tutti i segnali che provengono dal Nord vanno nella direzione di un ulteriore inasprimento dell’austerità: il testamento politico di Wolfgang Schäuble, lasciato al prossimo ministro delle Finanze (un liberale ultra-rigorista?), contempla apertamente il “default ordinato” per i membri dell’eurozona4ed il recente ammonimento del vicepresidente della Commissione europea, il finlandese Jyrki Katainen, sulla necessità di varare una manovra-bis subito dopo le elezioni, conferma che Berlino non intende fare alcuno sconto all’Italia in materia di riduzione/contenimento del debito5.

Nel 2018 si prospettano quindi due strade all’Italia: la capitolazione di fronte all’asse franco-tedesco o l’uscita dall’eurozona.

La prima soluzione equivarrebbe ad inasprire ulteriormente le politiche lato offerta (tagli alla sanità e pensioni, licenziamenti, etc. etc.), taglieggiare il risparmio privato (prelievo sui conti o patrimoniale), saccheggiare quel che rimane del patrimonio pubblico (riserve di Bankitalia, immobili e partecipate) e lasciare che le ultime medie-grandi imprese italiane passino in mano straniera. Preme per questa soluzione il “partito Draghi” (o “partito Bilderberg”) che annovera, oltre al governatore della BCE, Ignazio Visco, Giorgio Napolitano, Eugenio Scalfari, Ferruccio De Bortoli, Carlo De Benedetti, Paolo Mieli, Mario Monti, Romano Prodi, gli Agnelli-Elkann etc. etc. Il “partito Draghi”, in vista delle politiche 2018, punta sulla vittoria elettorale del Movimento 5 Stelle, cui andrebbe sommata in Parlamento la sinistra “prodiana”: il reddito di cittadinanza o provvedimenti analoghi sarebbero ottimi paraventi per completare con discrezione la definitiva spoliazione dell’Italia.

La seconda opzione, invece, prevede l’abbandono dell’eurozona di fronte ai diktat franco-tedeschi sempre più gravosi ed umilianti. L’uscita dalla moneta unica sarebbe emergenziale, dettata dal semplice istinto di sopravvivenza del nostro Paese: non esiste al momento “un partito dell’uscita dall’euro” analogo a quello che preme per il commissariamento (formazioni come la Lega Nord si sono appropriate della causa anti-euro per meri fini elettorali, senza possedere né prevedere alcun programma concreto per l’Italexit), anche se la vittoria della destra alle politiche del 2018 favorirebbe senza dubbio questa strada. L’unico “boiardo di Stato” ad aver apertamente contemplato un “piano B” è stato l’economista Paolo Savona, ex-ministro del governo Ciampi.

Nonostante il “partito dell’uscita dall’euro” sia ancora in gestazione, c’è da scommettere che cresca in fretta nel corso del 2018 e, entro la fine dell’anno, prenda il sopravvento: come abbiamo evidenziato all’inizio della nostra analisi, infatti, il progetto europeo allargato all’intero continente è ormai morto ed arrendersi al commissariamento franco-tedesco significherebbe soltanto abbandonare l’eurozona con 2-3 anni di ritardo, spogliati di ogni ricchezza residua (proprio come i governi Monti-Letta-Renzi hanno favorito il saccheggio del Paese, anziché risanare le finanze).

Gli squilibri sul mercato interbancario europeo, ben visibili dai saldi dal sistema Target 2, lasciano pensare che nel mondo della finanza continentale ci si stia preparando per una Italexit nel corso dei prossimi dodici mesi: mai le banche tedesche hanno accumulato così tanto denaro presso la Bundesbank e mai, specularmente, le banche italiane si sono indebitate in maniera così alta presso Bankitalia.

Un’imminente uscita dall’euro, quindi, per non essere schiacciati: contando su quali alleanze internazionali? Evaporate in fretta le speranze riposte in Donald Trump, totalmente paralizzato dagli intrighi di Washington, solo le potenze emergenti hanno interesse a sostenere la svolta italiana: un terremoto

finanziario, quindi, e geopolitico.

Fonte:stopeuro.news

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