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Salute

Roma, Il mare entra al Policlinico Umberto I: la realtà virtuale nei reparti oncologici

Il mare entra in ospedale e lo fa grazie alla tecnologia per alleviare le sofferenze dei malati. Al Policlinico Umberto I di Roma è stato presentato il progetto “Immersione nel Benessere”, in collaborazione con l’ente RomaNatura. Attraverso l’uso della Realtà Virtuale a 360 gradi, i pazienti del Day Hospital Oncologico e i bambini del reparto di Pediatria potranno “tuffarsi” per qualche minuto tra i meravigliosi fondali delle Secche di Tor Paterno, abbassando i livelli di ansia e stress durante le cure mediche e la chemioterapia👇

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Roma – Portare fisicamente e visivamente la purezza, l’incantevole bellezza, i colori sgargianti e la profonda suggestione del mare aperto direttamente all’interno delle asettiche e fredde corsie di un ospedale, trasformando un semplice paesaggio naturale in una formidabile e tangibile esperienza di benessere psicologico, scoperta ed evasione mentale durante il difficile, doloroso e logorante percorso di cura. È questo lo straordinario, ambizioso e nobilissimo obiettivo terapeutico di “Immersione nel Benessere – Le Secche di Tor Paterno al Policlinico Umberto I”, l’innovativo e pionieristico progetto pilota nato dalla stretta e felice collaborazione istituzionale stipulata tra la direzione dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Policlinico Umberto I di Roma e l’Ente Regionale RomaNatura (il prestigioso ente pubblico gestore della magnifica Area Marina Protetta Secche di Tor Paterno). Lo storico e fondamentale Protocollo d’Intesa che ha gettato le basi operative dell’intera iniziativa solidale è stato presentato ufficialmente nella giornata odierna, martedì 29 settembre 2026, presso l’elegante Salone della Direzione Generale dell’ospedale capitolino. A fare gli onori di casa e a illustrare i dettagli tecnici del piano sono intervenuti in prima persona il Direttore Generale della struttura sanitaria, Fabrizio d’Alba, e il Presidente in carica dell’ente RomaNatura, Marco Visconti.

Immersione nel Benessere: la VR per i pazienti oncologici e pediatrici

Il progetto tecnologico e sanitario è rivolto in modo specifico e mirato alle categorie di degenti ritenute psicologicamente più fragili e bisognose di conforto.
L’iniziativa coinvolgerà attivamente i tantissimi pazienti adulti in cura presso il delicato reparto di Day Hospital Oncologico e i piccolissimi pazienti ricoverati nel complesso e sempre affollato reparto di Pediatria del Policlinico Umberto I. Sfruttando le immense e recenti potenzialità offerte dalla modernissima tecnologia della Realtà Virtuale (VR), il progetto mira a trasferire simbolicamente, visivamente e acusticamente il mare cristallino e i meravigliosi e brulicanti fondali delle Secche di Tor Paterno direttamente all’interno dei rigidi percorsi ospedalieri. L’obiettivo medico e psicologico di base è quello di riuscire a offrire concretamente ai pazienti un’esperienza sensoriale immersiva capace di favorire un rapido rilassamento muscolare, una distrazione positiva dalla malattia e un ritrovato benessere emotivo, contribuendo fattivamente alla profonda umanizzazione degli spazi clinici e dei lunghi percorsi di cura. Nel Day Hospital Oncologico, la magica esperienza virtuale sottomarina potrà accompagnare e distrarre positivamente i pazienti adulti durante le interminabili e stressanti sedute di infusione dei farmaci chemioterapici. In Pediatria, invece, i visori VR di ultima generazione potranno essere utilizzati efficacemente dai bambini per superare la paura durante i ricoveri brevi, nei momenti di snervante attesa per i referti, durante le procedure mediche ritenute dolorose o altamente stressanti e, ovviamente, nel corso delle normali attività educative e ludiche di reparto.

Le parole di Fabrizio d’Alba: “L’umanizzazione delle cure ospedaliere”

L’introduzione massiccia della Realtà Virtuale in corsia non rappresenta un semplice “gioco” ricreativo, ma un vero e proprio e modernissimo strumento terapeutico integrato.
«Prendersi cura quotidianamente e profondamente di una persona malata», ha dichiarato con orgoglio Fabrizio d’Alba, Direttore Generale dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria, «significa indubbiamente dover garantire in primis altissima qualità clinica ed estrema sicurezza sanitaria, ma vuol dire anche e soprattutto prestare un’attenzione maniacale a come il singolo paziente vive e percepisce emotivamente il difficilissimo tempo della malattia e della cura medica. Con l’avvio del progetto “Immersione nel Benessere” andiamo a introdurre formalmente uno strumento tecnologico innovativo che arricchisce e rivoluziona la tradizionale relazione di cura: poter uscire simbolicamente e visivamente dalla fredda stanza d’ospedale e immergersi letteralmente per qualche minuto nella sconfinata bellezza del mare aperto, può contribuire ad abbattere drasticamente i livelli di tensione emotiva e rendere molto più sostenibile l’intero percorso assistenziale, specialmente nei reparti più duri come l’Oncologia e la Pediatria».

Il ruolo di RomaNatura e la meraviglia delle Secche di Tor Paterno

Il grande partner istituzionale che ha reso materialmente e visivamente possibile questo vero e proprio miracolo virtuale è l’Ente Regionale RomaNatura, custode di un tesoro ecologico inestimabile e unico nel suo genere.
L’Area Marina Protetta delle Secche di Tor Paterno, istituita legalmente nel lontano 2000, rappresenta infatti una particolarissima realtà geologica e biologica di immenso valore: si tratta dell’unica area marina protetta italiana a essere situata in mare aperto, risultando completamente sommersa e del tutto priva di affioramenti ed emergenze costiere. Un gigantesco laboratorio naturale sottomarino dedicato alla biodiversità. «Con questo splendido e toccante progetto», ha sottolineato visibilmente emozionato Marco Visconti, Presidente dell’Ente Regionale RomaNatura, «vogliamo fortemente portare un piccolo ma significativo momento di sollievo mentale a chi sta affrontando a testa alta un duro percorso di cura in corsia. Grazie all’ausilio dei nuovi visori e all’utilizzo di riprese e immagini reali girate a 360 gradi dai nostri operatori subacquei, i pazienti potranno staccare la spina, distogliere totalmente per qualche minuto i pensieri dalle angoscianti preoccupazioni cliniche e “volare” magicamente tra i fondali e i pesci delle Secche. Ringrazio sentitamente il Policlinico Umberto I per aver voluto aderire in prima fila a questo bellissimo progetto pilota, che contiamo di replicare presto anche in altre strutture sanitarie regionali».

Tecnologia VR e biologi marini: come funziona l’esperienza per i bimbi

Da un punto di vista puramente logistico, tecnico e pratico, l’organizzazione dell’attività terapeutica in corsia richiederà protocolli severi e rigidi standard igienici a tutela della salute dei pazienti più immunodepressi.
Il progetto prevede attualmente l’utilizzo quotidiano di un parco tecnologico composto da 10 visori VR di altissima risoluzione, affiancati da potenti cuffie audio immersive in grado di trasmettere e replicare fedelmente i suoni naturali dell’acqua e del mare profondo. Per garantire la totale e assoluta sicurezza batteriologica dei pazienti oncologici e dei bambini, l’utilizzo dei delicati dispositivi tecnologici avverrà esclusivamente sotto la costante supervisione del personale medico e, soprattutto, previa una rigorosa, profonda e certificata sanificazione e sterilizzazione delle plastiche e delle lenti dopo ogni singola esperienza virtuale. Inoltre, per i bambini ricoverati nel reparto di Pediatria, la strabiliante e giocosa esperienza virtuale a 360 gradi non sarà mai fine a sé stessa: la proiezione subacquea sarà costantemente affiancata e arricchita da importanti momenti di educazione ambientale e da laboratori con attività ludico-didattiche specifiche, guidate dalla presenza rassicurante e fisica in reparto di esperti biologi marini e di un animatore ambientale fornito da RomaNatura.

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Sport

Prigionieri dello smartphone: come lo sport e il movimento consapevole riattivano il cervello dallo stress da iperconnessione. Parla lo psicologo Claudio Belardo

Smartphone e iperconnessione digitale: come l’eccesso di notifiche e intelligenza artificiale altera il cervello e disconnette il corpo. Lo psicologo clinico e dello sport Claudio Belardo spiega il legame tra dopamina dei social, cortisolo cronico e dissociazione corporea, indicando nel movimento consapevole la vera cura neurobiologica. Tutti i dettagli nell’articolo completo 👇

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Claudio Belardo

Roma – Mani incollate al display, occhi perennemente affaticati dalla luce blu degli schermi e una cascata ininterrotta di notifiche social, messaggi istantanei, email professionali e aggiornamenti algoritmici governati dall’intelligenza artificiale. L’umanità del ventunesimo secolo si trova imprigionata in una condizione di sovraccarico cognitivo e informativo permanente, che sta mettendo a durissima prova la resilienza biologica del sistema nervoso centrale. Questa iperattivazione cronica non genera soltanto stati diffusi di ansia, insonnia e calo dell’attenzione, ma alimenta una progressiva e alienante «disconnessione corporea»: una frattura silenziosa tra la mente, costantemente proiettata nel flusso immateriale del web, e i bisogni primari del corpo fisico. A fare chiarezza sulle dinamiche neuropsicologiche della dipendenza da smartphone e a indicare la via d’uscita terapeutica è il dottor Claudio Belardo, psicologo clinico e dello sport.

La trappola dell’iperconnessione: il sovraccarico informativo tra social e intelligenza artificiale

La rivoluzione digitale ha trasformato gli smartphone da utili strumenti di lavoro e comunicazione in veri e propri prolungamenti protesici della nostra identità biologica. La mediazione tecnologica è ormai pervasiva: dal risveglio al momento di coricarsi, il cervello umano viene bombardato da migliaia di micro-sollecitazioni sensoriali ogni ora, senza mai concedersi quegli intervalli di decompressione e noia feconda che hanno storicamente consentito alla specie umana di consolidare la memoria a lungo termine e stimolare la riflessione introspettiva.

L’integrazione sempre più capillare dell’intelligenza artificiale generativa nella vita quotidiana ha moltiplicato la velocità dei flussi lavorativi, cancellando ogni residuo confine tra tempo professionale e spazio privato. Questo stato di allerta costante attiva in modo anomalo l’amigdala e l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, costringendo l’organismo a vivere in un perenne assetto di emergenza, come se dovesse difendersi da un predatore invisibile che non concede alcuna tregua.

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Il loop neurobiologico dello stress: dopamina da «like», cortisolo cronico e dissociazione corporea

Nel decodificare i processi cerebrali che alimentano la dipendenza dai dispositivi, il dottor Claudio Belardo punta il dito sul corto circuito biochimico orchestrato dalle piattaforme social: «L’esposizione prolungata e passiva agli schermi e la spasmodica ricerca di gratificazione digitale, legata ai meccanismi dopaminergici della ricompensa a intervalli variabili dei like, dei commenti e delle visualizzazioni, rischiano di allontanare progressivamente l’individuo dalla percezione consapevole del proprio corpo».

Questo meccanismo innesca una reazione tossica a catena: «La mancata corrispondenza tra l’iperstimolazione mentale e l’immobilità fisica favorisce un massiccio accumulo di cortisolo, il principale ormone dello stress, senza che l’organismo riesca a trovare una corretta via di scarico biologico e di autoregolazione somatica». L’individuo sperimenta così quella che la psicologia clinica definisce disconnessione propriocettiva: la mente naviga tra centinaia di video veloci e messaggi, mentre il corpo resta inchiodato alla sedia o al divano con muscoli contratti, respirazione toracica corta e tachicardia latente.

L’analisi clinica del dottor Claudio Belardo: superare il fallimento del «digital detox» passivo

La soluzione a questa spirale di logoramento non può risiedere nelle ricette semplicistiche del cosiddetto «digital detox» passivo. Spegnere semplicemente lo smartphone o imporsi ore di isolamento rigido genera spesso l’effetto opposto, alimentando la cosiddetta FOMO (Fear of Missing Out, la paura angosciosa di essere tagliati fuori) e un senso di vuoto che spinge rapidamente alla ricaduta.

«Il vero problema clinico – rimarca il dottor Belardo – non risiede affatto nello strumento tecnologico in sé, che conserva straordinarie potenzialità di sviluppo e connessione, ma nell’uso disfunzionale e inconsapevole che ne isola la mente dalle risposte somatiche e sensoriali primarie». Per disinnescare la dipendenza non basta sottrarre lo schermo: occorre sostituire il flusso virtuale con un’esperienza corporea reale, intensa e gratificante, capace di rimettere in dialogo il cervello con i muscoli, i polmoni e il battito cardiaco.

Il movimento come cura: come l’attività sportiva consapevole riprogramma il cervello

La risposta scientificamente più solida risiede nell’attività motoria consapevole e nello sport outdoor. L’esercizio fisico strutturato agisce come un potente mediatore neurochimico, capace di ristabilire l’equilibrio tra il sistema nervoso simpatico (deputato all’azione e all’allerta) e quello parasimpatico (deputato al recupero e alla quiete). Quando ci muoviamo, corriamo, nuotiamo o pratichiamo discipline a contatto con la natura, il cervello interrompe il loop della reattività digitale e rilascia endorfine, serotonina e BDNF (fattore neurotrofico cerebrale), che promuovono la neurogenesi e rigenerano la concentrazione.

«Muoversi con consapevolezza – conclude il dottor Claudio Belardo – non risponde soltanto a un banale bisogno di forma estetica o di benessere muscolare, ma offre alla mente quello spazio di silenzio e presenza indispensabile per smaltire il sovraccarico cognitivo accumulato». L’integrazione virtuosa tra scienze motorie, psicologia clinica e riscoperta della corporeità si afferma così come la frontiera più autorevole e necessaria per riappropriarsi del proprio tempo e tornare a vivere da uomini liberi, e non da prigionieri di un display.

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Salute

Ginecologia e ostetricia, a Villa Mondragone la svolta della medicina personalizzata: dall’intelligenza artificiale alla chirurgia mininvasiva per la salute delle donne

A Villa Mondragone (Monte Porzio Catone) la VII edizione del congresso sulla medicina personalizzata per la donna con l’Ospedale dei Castelli e AOGOI. Dalla diagnosi precoce dei tumori e dell’endometriosi con Vizza e Muzii, all’IA per trombosi e diabete gestazionale con Ferrazzani e Rizzo, fino alla chirurgia mininvasiva V-NOTES. Tutte le videointerviste e gli approfondimenti nell’articolo completo 👇

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BARLETTA COVER

Monte Porzio Catone – La medicina contemporanea attraversa una stagione di profonda metamorfosi, abbandonando protocolli rigidi e generalisti per abbracciare la frontiera della massima personalizzazione delle cure. In un contesto demografico segnato dal progressivo calo delle nascite, dall’innalzamento dell’età media della popolazione e dalla crescente incidenza di complesse patologie croniche e oncologiche, la vera sfida dei sistemi sanitari consiste nel tradurre le scoperte della biologia molecolare, della genomica e dell’innovazione tecnologica in percorsi clinici tempestivi, accessibili ed empatici. È attorno a questa visione che si è svolta a Villa Mondragone, nel cuore dei Castelli Romani, la settima edizione del congresso «Personalizzazione delle cure in ginecologia ed ostetricia dal territorio all’ospedale», appuntamento di caratura nazionale che ha visto al centro il ruolo trainante dell’Ospedale dei Castelli (ASL Roma 6), sotto il patrocinio dell’AOGOI (Associazione Ostetrici Ginecologi Ospedalieri Italiani).

Il summit a Villa Mondragone: la sfida dell’Ospedale dei Castelli e la medicina a misura di donna

Coordinato dal professor Francesco Barletta, Direttore dell’UOC di Ostetricia e Ginecologia dell’Ospedale dei Castelli e presidente del congresso, affiancato dai presidenti onorari professor Antonio Chiantera ed Enrico Vizza, il simposio ha riunito i massimi esponenti del panorama clinico italiano. L’obiettivo primario emerso dai lavori è il rafforzamento della continuità assistenziale tra i presidi territoriali e l’ospedale, riducendo la migrazione sanitaria e garantendo una presa in carico globale della paziente dall’età fertile alla menopausa avanzata.

«Le innovazioni tecnologiche e scientifiche ci impongono una valutazione della donna a 360 gradi, non limitata alla singola patologia d’organo», ha chiarito il professor Barletta nel delineare le prospettive della medicina di precisione e gli obiettivi di potenziamento strutturale dell’Ospedale dei Castelli, a partire dall’attivazione dei posti previsti per la Terapia Intensiva Neonatale. L’approfondimento completo sulle sfide cliniche del territorio è consultabile nella videointervista al professor Francesco Barletta.

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Dall’oncologia alla chirurgia mininvasiva: nuove frontiere per tumori dell’utero ed endometriosi

Un capitolo centrale del congresso è stato dedicato all’oncologia ginecologica e alla chirurgia conservativa. Il professor Enrico Vizza, Direttore del Dipartimento di Clinica e Ricerca Oncologica dell’IRCCS Regina Elena di Roma, ha tracciato l’evoluzione delle strategie terapeutiche per i tumori dell’endometrio, dove la profilazione molecolare permette oggi di evitare trattamenti adiuvanti troppo aggressivi, personalizzando la chirurgia robotica come documentato nella videointervista al professor Enrico Vizza.

Sul versante dell’endometriosi, patologia cronica e invalidante che colpisce milioni di donne in età fertile, il professor Ludovico Muzii, Direttore della UOC di Ginecologia del Policlinico Umberto I – Sapienza Università di Roma, ha fatto il punto sulle terapie mediche di lungo periodo e sui corretti stili di vita, riducendo il ricorso a interventi chirurgici ripetuti che possono compromettere la riserva ovarica, come spiegato nella videointervista al professor Ludovico Muzii.

I progressi della chirurgia mininvasiva hanno trovato ulteriore conferma nelle relazioni del professor Attilio Di Spiezio Sardo (Università Federico II di Napoli), focalizzato sulle potenzialità dell’isteroscopia diagnostica e operativa ambulatoriale (videointervista al professor Di Spiezio Sardo), e del dottor Andrea Lombisani (Ospedale Isola Tiberina – Gemelli Isola), che ha illustrato i vantaggi della tecnica V-NOTES, procedura senza cicatrici visibili che unisce l’approccio vaginale a quello laparoscopico (videointervista al dottor Andrea Lombisani).

Gravidanza, diabete gestazionale e intelligenza artificiale: la prevenzione dei rischi

La tutela della salute materno-fetale è stata approfondita sotto il profilo della prevenzione delle complicanze metaboliche e vascolari. Il professor Sergio Ferrazzani (Policlinico Gemelli – Università Cattolica di Roma) ha analizzato i fattori predittivi del rischio trombotico in gravidanza, evidenziando il supporto offerto dagli algoritmi di intelligenza artificiale nella stratificazione del rischio clinico individuale, come dettagliato nella videointervista al professor Sergio Ferrazzani.

Sul fronte metabolico, il professor Giuseppe Rizzo (Sapienza Università di Roma) ha ribadito l’importanza degli screening precoci per il diabete gestazionale, condizione che se non gestita adeguatamente espone madre e feto a complicanze ostetriche a breve termine e a rischi cardiovascolari futuri, argomento sviscerato nella videointervista al professor Giuseppe Rizzo.

Spazio anche all’umanizzazione del parto e alle scelte consapevoli della partoriente: la dottoressa Ilaria Zannini, dirigente medico all’Ospedale dei Castelli, ha affrontato il tema del VBAC (parto vaginale dopo un precedente taglio cesareo), illustrando i protocolli di sicurezza e l’importanza di scoraggiare cesarei inappropriati privi di indicazione clinica, come illustrato nella videointervista alla dottoressa Ilaria Zannini.

Inclusione, professioni ostetriche e tutela legale: le videointerviste con i massimi specialisti

Il congresso ha dedicato ampia attenzione all’approccio olistico e inclusivo delle cure. La dottoressa Cristina Panizza, consigliera della FNOPO (Federazione Nazionale Ordini della Professione di Ostetrica), ha messo in luce il ruolo primario dell’ostetrica nel percorso nascita a basso rischio e nel supporto emotivo e pratico al puerperio e all’allattamento (videointervista alla dottoressa Cristina Panizza).

Un approfondimento pionieristico sull’incongruenza di genere è giunto dal professor Francesco Lombardo (Policlinico Umberto I), che ha illustrato le barriere di accesso ai servizi sanitari per le persone transgender e l’urgenza di istituire percorsi multidisciplinari di accoglienza ormonale e psicologica (videointervista al professor Francesco Lombardo).

Infine, il tema della responsabilità professionale e delle garanzie assicurative alla luce della legge Gelli-Bianco è stato sviscerato dall’avvocato Alfonso Mandara, fornendo un quadro essenziale per la tutela dei medici e dei giovani specializzandi (videointervista all’avvocato Alfonso Mandara). Un congresso di straordinario valore scientifico che conferma l’Ospedale dei Castelli come presidio d’avanguardia per la salute e la dignità della donna.

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Salute

Dalla rabbia all’odio sociale, quando la violenza diventa nei giovani una difesa contro la fragilità. Il punto di vista di Adelia Lucattini, Psichiatra e Psicoanalista, Membro Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana e Full Member dell’International Psychoanalytical Association

Spesso derubricata a semplice perdita di educazione o a rabbia estemporanea, la violenza sociale nasconde in realtà nella vita dei giovani, vissuti profondi, segnati da paura, vulnerabilità e da un inespresso bisogno di protezione. La cronaca quotidiana continua a riportare con frequenza crescente bollettini di episodi di violenza tra i giovani, a scuola e nei diversi contesti di aggregazione.

​Per comprendere cosa stia realmente accadendo nella società contemporanea, ne abbiamo parlato con la Dott.ssa Adelia Lucattini, Psichiatra e Psicoanalista della Società Psicoanalitica italiana (SPI) e dell’International Psychoanalytical Association (IPA). 

Con la Dott.ssa Adelia Lucattini,  esploreremo oggi, in questa intervista, le radici invisibili di questo fenomeno e le possibilità di ritrovare uno spazio di ascolto e di riflessione. Intervista di Marialuisa Roscino

Lucattini: “Non rispondere alla rabbia con altra rabbia. La calma è una risposta  e anche un esempio significativo di regolazione emotiva, e riduce l’escalation del conflitto”.

 

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Lucattini

Redazione-  Spesso derubricata a semplice perdita di educazione o a rabbia estemporanea, la violenza sociale nasconde in realtà nella vita dei giovani, vissuti profondi, segnati da paura, vulnerabilità e da un inespresso bisogno di protezione. La cronaca quotidiana continua a riportare con frequenza crescente bollettini di episodi di violenza tra i giovani, a scuola e nei diversi contesti di aggregazione.

​Per comprendere cosa stia realmente accadendo nella società contemporanea, ne abbiamo parlato con la Dott.ssa Adelia Lucattini, Psichiatra e Psicoanalista della Società Psicoanalitica italiana (SPI) e dell’International Psychoanalytical Association (IPA).

Con la Dott.ssa Adelia Lucattini,  esploreremo oggi, in questa intervista, le radici invisibili di questo fenomeno e le possibilità di ritrovare uno spazio di ascolto e di riflessione.

Lucattini: “Non rispondere alla rabbia con altra rabbia. La calma è una risposta  e anche un esempio significativo di regolazione emotiva, e riduce l’escalation del conflitto”.

 

Dott.ssa Lucattini, l’aggressività fa parte della natura umana, ma non equivale necessariamente alla violenza. Cosa accade nel mondo interno di un giovane quando la rabbia smette di essere un segnale di disagio da comprendere e si trasforma in odio strutturato e distruttività verso l’altro?

 

​La rabbia può ancora essere un segnale che chiede di essere riconosciuto e trasformato, mentre l’odio tende a organizzarsi quando il giovane non riesce più a tollerare sentimenti di vulnerabilità, vergogna, impotenza o paura e ha bisogno di collocarli fuori di sé. In questi casi, l’altro può essere vissuto come il responsabile del proprio disagio e trasformarsi in un oggetto persecutorio, contro cui diventa più facile dirigere l’aggressività.

La distruttività compare quando non basta più prendere le distanze da ciò che fa soffrire, ma nasce il bisogno di svalutarlo, ferirlo o annullarlo. È particolarmente nociva perché riduce la capacità di riconoscere l’altro come una persona complessa e separata, trasformandolo sempre più facilmente in un nemico. Quando questo funzionamento si stabilizza, possono diminuire l’empatia, il senso di responsabilità e la possibilità di tollerare sentimenti contrastanti.

Quando si indebolisce la capacità di comprendere e dare significato a ciò che si prova, di dare un nome alle emozioni e di tollerare l’ambivalenza, aumenta il rischio che la tensione venga agita invece che pensata. È proprio questa difficoltà nella regolazione emotiva, che negli adolescenti è associata a maggiore aggressività e favorisce il passaggio dalla rabbia episodica a forme più persistenti di ostilità e distruttività (Scientific Reports, 2025).

 

​In che modo, la paura di mostrarsi vulnerabili può spingere i più giovani a difendersi arroccandosi in gruppi rigidi, arrivando a percepire la diversità dell’altro come una minaccia?

La paura di apparire fragili può spingere un giovane a cercare nel gruppo una forma di protezione che gli permetta di sentirsi più forte, riconosciuto e meno esposto. Quando l’identità, cioè il modo in cui il ragazzo percepisce se stesso, il proprio valore e il proprio posto nelle relazioni, è ancora in costruzione, il bisogno di appartenenza può diventare molto intenso, perché il gruppo offre conferme, regole condivise e un senso di sicurezza.

In alcuni casi, però, questa appartenenza può irrigidirsi e trasformarsi in una difesa, per cui ciò che è simile a sé viene percepito come rassicurante, mentre ciò che è diverso può essere vissuto come destabilizzante o minaccioso. Il gruppo può allora favorire una separazione molto netta tra ciò che viene sentito come familiare e positivo e ciò che viene collocato fuori e percepito come estraneo, ostile o pericoloso.

Per questo l’integrazione autentica, a partire dalla scuola, ha un valore fondamentale. Quando bambini e adolescenti crescono in contesti nei quali la differenza viene conosciuta, incontrata e condivisa nella vita quotidiana, la paura degli altri tende a diminuire, perché ciò che prima appariva estraneo diventa comprensibile e umano. La diversità può allora essere vissuta non come una minaccia alla propria identità, ma come una ricchezza che amplia il modo di vedere se stessi e il mondo. Nei contesti digitali, soprattutto chat e social, al contrario, il rischio è che gruppi molto omogenei confermino, ripetano e amplifichino all’infinito sempre le stesse idee e rendano progressivamente più rigide, e le appartenenze assolute e totali, con le dinamiche del branco, riducendo e in certi casi azzerando il confronto autentico e la capacità di accettare punti di vista differenti (Psychoanalytic Inquiry, 2023).

​Quali meccanismi inconsci scattano, in particolare nei casi di bullismo e cyberbullismo, quando per proteggersi dal dolore i ragazzi finiscono per assimilare proprio i linguaggi e i comportamenti pretestuosi o violenti di chi li spaventa?

 

Quando un ragazzo si sente sopraffatto dalla paura o dall’umiliazione può difendersi identificandosi inconsciamente con chi lo minaccia, perché assumere il linguaggio, i gesti e perfino la durezza dell’aggressore gli consente di sentirsi meno vulnerabile. È il meccanismo dell’identificazione con l’aggressore descritto dallo psichiatra e psicoanalista ungherese Sándor Ferenczi agli inizi del Novecento e conosciuto anche come “la Sindrome di Stoccolma” quando riguarda i gruppi, attraverso il quale ciò che inizialmente viene subìto è interiorizzato, condiviso e riprodotto nelle relazioni. Nei fenomeni di bullismo e cyberbullismo questo passaggio può trasformare chi si è sentito impotente in chi cerca di controllare, svalutare o intimidire l’altro, mentre la ripetizione dell’aggressività permette di tenere a distanza sentimenti più dolorosi di vergogna, paura e dipendenza. Quando questo funzionamento si consolida, la distinzione tra difendersi e aggredire può diventare sempre più fragile. Proprio nel bullismo e cyberbullismo è particolarmente evidente nei ragazzi che sono contemporaneamente vittime e aggressori, la sofferenza emotiva e la disregolazione che possono favorire la trasformazione dell’esperienza passiva (aggrediti da qualcuno dentro e fuori alla scuola) in comportamento violento e persecutorio (Societies, 2025).

 

Quali sono in particolare le varie forme in cui può manifestarsi questo fenomeno?

 

Oggi la violenza giovanile assume forme molto differenti e attraversa contesti diversi della vita quotidiana. Può comparire nei gruppi di strada, nelle baby gang e negli episodi legati alla movida, ma anche nelle relazioni tra coetanei nel “dating violence” (l’abuso nelle prima relazioni sentimentali).

A queste forme si aggiungono le challenge social alcune particolarmente rischiose e gli atti di vandalismo gratuito. Un fenomeno sempre più preoccupante è poi violenza performativa, vale a dire le aggressioni realizzate per essere riprese e diffuse online, nelle quali i gesti violenti rappresentano una vera e propria forma di esibizionismo. In questi casi il bisogno di attenzione, consenso o riconoscimento da parte gruppo può oscurare la percezione della sofferenza inflitta alla vittima e trasformare la violenza in qualcosa da mostrare, condividere e soprattutto rendere virale attraverso l’utilizzo dei social. Vi rientrano, inoltre, gli episodi di vandalismo gratuito a scuola, in cui l’aggressività può coinvolgere anche strutture e insegnanti.

 

Dietro molte manifestazioni di violenza, o nella ricerca esasperata di un colpevole, si cela talvolta la difficoltà dei giovani di affrontare perdite, lutti o sofferenze che non riescono a esprimere a parole. Perché quando il dolore non trova un linguaggio per essere pensato e condiviso rischia nella vita dei ragazzi di tradursi sempre più spesso in un gesto impulsivo?

 

Quando il dolore non riesce a diventare parola può restare come un’esperienza interna troppo intensa e poco rappresentabile, che il ragazzo tenta di allontanare attraverso l’azione. Se una perdita, un’umiliazione o una sofferenza non trovano uno spazio mentale e relazionale in cui essere riconosciute, l’affetto può trasformarsi in tensione, rabbia e bisogno di scarica, soprattutto quando la capacità di regolare le emozioni è ancora fragile. In questi casi, il gesto impulsivo può assumere la funzione di liberarsi momentaneamente da qualcosa che non si riesce a contenere dentro di sé, mentre la ricerca di un colpevole permette di dare una forma esterna a un dolore che internamente appare confuso e ingestibile. Gli studi più recenti confermano che nei giovani il lutto complicato e la soppressione emotiva si associano a maggiori difficoltà psicosociali e che la disregolazione emotiva è strettamente collegata ai comportamenti in cui il disagio viene espresso impulsivamente verso l’esterno e pericolosamente aggressivi (European Child and Adolescent Psychiatry, 2026).

Di fronte a un clima di forte contrapposizione, la vera sfida sembra essere per i giovani di oggi, quella di reimparare a tollerare le fragilità e dare valore all’altro. Da dove è possibile, secondo Lei, ripartire, tra famiglia, scuola e comunità, per ricostruire spazi capaci di accogliere l’angoscia che spesso attanaglia i giovani e trasformare la loro rabbia e insoddisfazione, invece, in dialogo?

Occorre ripartire da relazioni positive nelle quali i ragazzi possano sentirsi accolti senza essere immediatamente giudicati, perché è nella presenza di adulti capaci di tollerare i loro voli pindarici, le fantasie e la loro angoscia che diventa possibile trasformare gli impulsi in pensiero. La famiglia può offrire il primo contenimento emotivo, avendo il privilegio di stare con i propri figli, mentre la Scuola e la comunità possono ampliare questa funzione, creando luoghi nei quali il conflitto non venga negato, ma possa essere nominato, ascoltato e condiviso. Quando un giovane incontra adulti che non reagiscono alla sua rabbia con altra rabbia, ma riescono a restituire un significato a ciò che prova, può progressivamente sviluppare una maggiore capacità di regolazione, di riconoscimento dell’altro e di tolleranza della differenza. Gli studi recenti mostrano che ambienti familiari e relazionali più caldi e supportivi favoriscono una migliore regolazione emotiva e che gli interventi psicosociali possono rafforzare proprio queste capacità nei bambini e negli adolescenti (Emotion, 2025).

 

Quali indicazioni e consigli si sente di dare?

-Ascoltare prima di correggere. Capire cosa c’è dietro la rabbia aiuta a trasformare il comportamento in una richiesta comprensibile;

-Non rispondere alla rabbia con altra rabbia. La calma è una risposta  e anche un esempio significativo di regolazione emotiva, e riduce l’escalation del conflitto;

-Dare un nome alle emozioni. Riconoscere paura, vergogna e impotenza rende meno necessario esprimerle attraverso l’aggressività;

-Appartenere senza chiudersi. L’appartenenza deve dare sicurezza senza trasformare la diversità dell’altro in una minaccia;

-Creare spazi reali di parola. Parlare in un contesto non giudicante permette ai ragazzi di esprimere il loro disagio prima di essere “agirlo”;

-Chiedere aiuto il prima possibile per se e per altri. Se rabbia, isolamento o violenza persistono, un intervento tempestivo

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