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Attualità

Scuola, lavoro e crisi demografica: Marion Gajda racconta la nuova identità italo-albanese

Siamo davvero sicuri che imporre per legge un “tetto massimo del 30%” di alunni stranieri nelle classi italiane sia la soluzione per risolvere i problemi dell’integrazione? A bocciare questa idea ci ha pensato Marion Gajda (ex consigliere comunale a Parma), intervenuto ai microfoni di Radio Radicale! In una bellissima intervista, Gajda ha ripercorso la parabola storica degli albanesi giunti in Italia negli anni ’90: oggi sono diventati cittadini italiani a tutti gli effetti (tanto da sparire quasi dalle “statistiche” degli immigrati!), dando vita a una meravigliosa e solida “identità italo-albanese”. Gajda ha poi lanciato l’allarme sulla crisi demografica e sul mondo del lavoro: l’Italia si regge economicamente sul contributo fondamentale e fiscale degli stranieri (dall’agroalimentare all’assistenza agli anziani)! E per fare figli, non servono slogan politici, ma asili meno costosi e contratti di lavoro finalmente stabili! Siete d’accordo con la sua analisi schietta e diretta?👇

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Marion Gajda e Artur Nura

Roma – Esistono storie personali che, per la loro straordinaria potenza, tenacia e forza evocativa, smettono di essere semplici biografie individuali per trasformarsi nello specchio fedele e nitido di un intero, complesso e formidabile cambiamento sociale. La storia di Marion Gajda è innegabilmente una di queste. Ospite ai microfoni della storica e seguitissima rubrica “Albania-Italianofona” in onda sulle frequenze di Radio Radicale, Gajda ha ripercorso le tappe fondamentali del suo personalissimo e vincente percorso di integrazione: un viaggio lunghissimo che lo ha portato dalle coste dell’Albania fino all’Italia, passando prima attraverso i faticosi anni degli studi universitari a Parma, e culminando poi con un solidissimo e proficuo impegno professionale e politico-istituzionale. Gajda, infatti, non si è limitato a laurearsi e a trovare la propria dimensione lavorativa nel tessuto emiliano, ma è stato eletto per ben due mandati consecutivi all’interno del Consiglio comunale della città di Parma, mantenendo ancora oggi, a distanza di anni, un rapporto solido, profondo e indissolubile con l’amministrazione e con le dinamiche vibranti della comunità locale. La sua lucida e acuta testimonianza ai microfoni radiofonici si è trasformata rapidamente in una riflessione a tutto tondo, profonda e senza filtri, sulle sfide cruciali che l’Italia di oggi deve urgentemente affrontare: dall’integrazione reale nelle aule scolastiche al gelido inverno demografico che minaccia il Paese, fino al preziosissimo e insostituibile contributo lavorativo offerto quotidianamente dai cittadini stranieri al nostro Pil.

Il bluff delle statistiche e la nascita dell’identità Italo-Albanese

Il cuore dell’intervento di Gajda si è concentrato sull’evoluzione storica e antropologica del concetto stesso di integrazione, sfatando falsi miti e luoghi comuni troppo spesso cavalcati dalla politica.
Gajda sottolinea con assoluta onestà intellettuale come il processo di integrazione non sia “mai completamente semplice”. Apprendere da zero una nuova lingua ostica, metabolizzare regole sociali diverse e confrontarsi quotidianamente con una cultura differente richiede tempo, pazienza e un’enorme capacità di adattamento umano. Tuttavia, integrarsi non deve mai significare annullarsi o rinunciare dolorosamente alle proprie radici storiche: significa, piuttosto, costruire un ponte, un armonico “equilibrio tra la propria identità e il Paese nel quale si è scelto di vivere”. La sua parabola personale diventa così l’emblema di un fenomeno macroscopico: la comunità albanese, giunta in Italia in massa sui barconi della disperazione durante i turbolenti anni Novanta, oggi, dopo oltre trent’anni di sudore e sacrifici, è letteralmente e profondamente fusa nel tessuto connettivo della società italiana. Gajda fa notare un paradosso affascinante: oggi la presenza degli albanesi sembra sparita o “meno evidente” nelle statistiche ufficiali sull’immigrazione. Questo non accade certo perché la comunità sia magicamente scomparsa, ma per il semplice fatto che centinaia di migliaia di cittadini di origine albanese, a forza di lavorare onestamente, sono oggi formalmente diventati a tutti gli effetti cittadini italiani. Le nuove generazioni sono nate e cresciute qui: “Gli albanesi, semplicemente, sono diventati parte della società italiana”. E da questa fusione è nata una vera e propria, orgogliosa e solidissima “nuova identità italo-albanese”, testimoniata anche dal boom assoluto di matrimoni e famiglie miste.

La bocciatura del tetto del 30% a scuola e il vero problema del Paese

Nel corso dell’intervista a Radio Radicale, Gajda non si è sottratto ai temi politicamente più caldi e divisivi del momento, affrontando di petto l’infuocato dibattito governativo riguardante l’imposizione di un limite rigido del 30% di alunni stranieri all’interno delle singole classi scolastiche italiane.
La sua posizione in merito è netta e priva di fraintendimenti: Gajda esprime forti “perplessità sull’idea di affrontare la questione dell’integrazione principalmente attraverso i numeri” e le percentuali imposte dall’alto. La scuola italiana, sostiene con forza l’ex consigliere comunale, dovrebbe tornare a essere prima di tutto un vero “luogo di inclusione”. Certo, il problema concreto del divario linguistico per chi arriva in Italia a metà del percorso scolastico esiste ed è pesante, ma la risposta dello Stato, secondo Gajda, non può essere un freddo tetto numerico (tra l’altro inapplicabile in tantissime periferie urbane ad altissima densità migratoria). La vera risposta passa unicamente attraverso “maggiori investimenti: più insegnanti, corsi potenziati di italiano, mediatori culturali e risorse strutturali per le scuole”. L’analisi si sposta poi sul binomio inscindibile tra immigrazione ed economia. L’Italia, piaccia o no, si regge oggi in maniera strutturale sul sudore della manodopera straniera. Dai campi dell’agroalimentare alle corsie della sanità pubblica e privata, fino al delicatissimo e fondamentale lavoro di cura e assistenza agli anziani (le badanti), l’economia crollerebbe in poche ore senza il lavoro immigrato. “La realtà di Parma rappresenta un esempio significativo”, ricorda Gajda, dove una fetta vitale delle eccellenze agroalimentari si regge su lavoratori stranieri. L’immigrazione, conclude, non può e non deve più essere trattata solo come un’emergenza umanitaria di “accoglienza”, ma deve essere analizzata attraverso la lente del “contributo lavorativo e fiscale” fondamentale che gli stranieri versano per pagare le pensioni agli italiani.

Crisi demografica: “Servono soldi per gli asili, non solo slogan”

Infine, l’intervista tocca il vero e proprio spauracchio, il buco nero che minaccia di inghiottire il futuro stesso della nazione: la spaventosa e inarrestabile crisi demografica e il crollo verticale delle nascite.
Su questo punto, Gajda abbandona i tecnicismi e punta il dito sulle difficoltà materiali e disperate che le giovani coppie devono affrontare ogni giorno. Per invertire la rotta demografica, spiega, la politica deve smetterla con la propaganda sterile e agire concretamente sulle tasche degli italiani, abbattendo “il costo esorbitante degli asili, della scuola, dello sport, dell’abitazione” e, soprattutto, mettendo fine alla piaga dilagante della “precarietà del lavoro”. È matematicamente impossibile e irresponsabile progettare serenamente il futuro, accendere un mutuo spaventoso per acquistare una casa e decidere di mettere al mondo dei figli, se non si possiede la sicurezza psicologica ed economica di un contratto stabile. “Servono politiche familiari strutturali e risorse adeguate, piuttosto che interventi basati soltanto sulla comunicazione politica”, ammonisce Gajda. Perché un Paese che invecchia a ritmi vertiginosi, e in cui diminuisce paurosamente il numero dei giovani in età da lavoro, è un Paese in cui l’intero e costosissimo sistema pensionistico e il welfare state rischiano letteralmente di implodere nel giro di pochi decenni. Per ascoltare integralmente l’affascinante riflessione di Marion Gajda, l’intervista è disponibile sul sito ufficiale di Radio Radicale, nella rubrica “Albania-Italia”.

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Attualità

Roma, allarme spaccio al Quarticciolo: Mazzocchi chiede un presidio fisso delle forze dell’ordine

Il presidente dei Cristiano Riformisti, Antonio Mazzocchi, lancia un forte appello per l’istituzione immediata di un presidio fisso delle forze dell’ordine al Quarticciolo. Dopo le ennesime minacce a don Antonio Coluccia, il movimento chiede un intervento urgente dello Stato per difendere il prete di frontiera e liberare il quartiere dallo spaccio 👇

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Quarticciolo, Roma

Roma – Immaginate di camminare lungo le strade del vostro quartiere, tra i palazzi dove sono cresciuti i vostri figli, e di dover abbassare lo sguardo per paura, costretti a convivere quotidianamente con l’ombra opprimente della criminalità organizzata. Nelle periferie della Capitale si consuma da troppo tempo una battaglia silenziosa e drammatica, dove le piazze di spaccio rubano il futuro ai giovani e trasformano intere aree urbane in trincee invisibili. Di fronte a questo scenario di abbandono, la figura di un sacerdote che decide di metterci la faccia e di sfidare i clan con la sola forza della fede e della parola diventa un simbolo di speranza straordinario, ma anche il bersaglio di una violenza cieca che cerca in ogni modo di spegnere l’unica luce rimasta accesa nel buio.

Per rispondere con fermezza a questa inaccettabile spirale di violenza e intimidazione, il mondo politico nazionale si unisce in un coro di indignazione e richiesta di intervento immediato. Il Movimento dei Cristiano Riformisti, per bocca del suo presidente nazionale Antonio Mazzocchi, ha espresso la più sincera e fraterna solidarietà a don Antonio Coluccia, il celebre “prete di frontiera” da anni in prima linea nella lotta contro il traffico di stupefacenti. L’appello giunge a seguito delle ennesime e gravissime minacce di morte subite dal sacerdote durante una delle sue coraggiose marce della legalità e della preghiera nel cuore del quartiere Quarticciolo, un territorio ad altissima densità criminale.

Una battaglia comune per la legalità e la sicurezza di tutti i cittadini

La lotta contro la piaga della droga e la criminalità che ne detiene il controllo deve essere considerata, secondo la ferma presa di posizione dei Cristiano Riformisti, una priorità assoluta e condivisa, capace di superare qualsiasi steccato ideologico o divisione di partito. Il movimento ha accolto con favore tutte le iniziative volte a restituire sicurezza, decoro e vivibilità ai residenti delle periferie romane, sottolineando come la difesa della legalità non debba avere colore politico ma debba rappresentare un impegno etico e civile comune per tutte le formazioni che hanno a cuore il bene dei cittadini e la tutela dei diritti fondamentali delle persone comuni.

Tuttavia, davanti all’escalation di atti intimidatori e violenti che continuano a colpire la figura di don Antonio Coluccia, il presidente Antonio Mazzocchi ha voluto lanciare un monito chiarissimo alle istituzioni centrali e locali. Le sole espressioni verbali di solidarietà, per quanto doverose, necessarie e apprezzate, non sono più minimamente sufficienti a garantire la tenuta sociale del territorio. Non è più tollerabile, dal punto di vista istituzionale e morale, che un sacerdote venga lasciato solo a fare le veci dello Stato in quartieri così complessi e degradati, rischiando la propria incolumità fisica ogni volta che scende in strada per difendere i più deboli.

L’appello per un presidio fisso delle forze dell’ordine al Quarticciolo

La richiesta formale avanzata dal Movimento dei Cristiano Riformisti si traduce in una proposta operativa non più rinviabile e da attuare con la massima urgenza sul piano della sicurezza pubblica. Mazzocchi chiede l’istituzione immediata di un presidio fisso e stabile delle forze dell’ordine all’interno del quartiere Quarticciolo, per garantire un controllo capillare e continuativo del territorio durante tutte le ore del giorno e della notte. Solo una presenza fisica e costante delle divise dello Stato può rappresentare un argine efficace contro le prevaricazioni dei clan e una protezione reale per chi si espone in prima persona nella difesa del bene comune.

L’obiettivo strategico e sociale di questa mobilitazione istituzionale è quello di strappare definitivamente le piazze di spaccio al controllo della criminalità e restituire gli spazi pubblici alla libera fruizione delle famiglie e dei residenti. La periferia di Roma non può essere considerata una zona franca dove le leggi dello Stato vengono sospese dal volere dei trafficanti. Accogliere l’appello dei Cristiano Riformisti significa compiere una scelta di civiltà e di giustizia, dimostrando che le istituzioni possiedono la forza e la volontà di difendere i propri cittadini più fragili e di non indietreggiare davanti alle minacce della malavita, per costruire un futuro basato sulla legalità e sul rispetto reciproco.

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Politica

Centro politico frammentato, l’accusa di Mazzocchi: “Micro-sigle solo per elemosinare poltrone”

La politica italiana è malata di personalismo e il “Centro” è diventato un grande bluff, un enorme “specchietto per le allodole” per ingannare gli elettori delusi! A lanciare questa pesantissima bomba politica è l’Onorevole Mazzocchi, Presidente del “Movimento dei Cristiano Riformisti”, che smaschera pubblicamente il trucco: “Assistiamo alla nascita caotica di finte micro-formazioni moderate che non hanno alcun progetto reale per l’Italia, ma nascono solo perché i loro leader vogliono farsi notare da Destra e Sinistra per mendicare e negoziare un seggio sicuro alle prossime elezioni!”. Mazzocchi lancia poi un attacco feroce, senza fare sconti, ai vecchi dinosauri della Prima Repubblica che continuano a fondare partitini pur di non mollare la poltrona: “Chi ha già calcato i palchi del potere in passato e ha fatto il suo tempo, ora deve farsi da parte! Fate spazio ai giovani e smettetela di rincorrere le candidature personali a tutti i costi!”. Parole durissime! Voi siete d’accordo con lui?👇

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antonio-mazzocchi

Roma – Il “Grande Centro” italiano, da decenni autentica chimera, miraggio elettorale e crocevia di infinite e spesso sterili ambizioni personali, torna prepotentemente, prepotentemente e caoticamente ad animare il dibattito politico nazionale. Man mano che le nubi elettorali si addensano all’orizzonte e il richiamo delle urne si fa sempre più vicino, si assiste infatti, come da triste e consolidata tradizione nostrana, a una vera e propria e grottesca moltiplicazione dei pani e dei pesci sotto forma di nuove, minuscole e fantomatiche sigle partitiche. Un pullulare disordinato di sedicenti movimenti moderati che, a parole, promettono di resuscitare i fasti della gloriosa Balena Bianca e di riportare alle urne i milioni di cittadini moderati delusi e rifugiatisi nell’astensionismo. Ma dietro questa sbandierata e nobile rinascita centrista si nasconderebbe, in realtà, una strategia cinica, calcolatrice e spietatamente personalistica. A scoperchiare il vaso di Pandora di questa ipocrisia elettorale e a lanciare un durissimo, inequivocabile e rovente atto d’accusa contro i “finti” centristi è l’Onorevole Mazzocchi, attuale e agguerrito Presidente del Movimento dei Cristiano Riformisti. Attraverso una durissima nota ufficiale, Mazzocchi analizza senza peli sulla lingua e con “profonda amarezza” la recente e caotica proliferazione di nuove forze politiche, smascherandone pubblicamente i veri e meschini obiettivi e bollandole, senza appello, come dei veri e propri e pericolosi “specchietti per le allodole” progettati per ingannare gli elettori moderati e barattare consensi con seggi sicuri in Parlamento.

Il bluff delle micro-formazioni: non c’è progetto, solo ricerca del seggio

L’analisi chirurgica tracciata dall’Onorevole Mazzocchi non fa prigionieri e colpisce dritto al cuore della miseria tattica e del trasformismo che affligge il panorama politico odierno.
«Si tratta, a ben vedere, di un’operazione illusoria», esordisce il Presidente dei Cristiano Riformisti, smontando pezzo per pezzo la narrazione dei nuovi paladini del Centro. «Questa moltitudine di micro-formazioni non nasce affatto da un reale progetto politico a lungo termine per la salvezza e il rilancio del Paese, ma risponde esclusivamente al bisogno patologico ed egocentrico dei singoli organizzatori di mettersi in luce a tutti i costi». Mazzocchi svela il trucco, il “segreto di Pulcinella” che si cela dietro la nascita di queste sigle improvvisate: il loro unico e inconfessabile obiettivo non è quello di governare o di proporre leggi per le famiglie e le imprese, ma semplicemente quello di alzare la voce e fare “ammuina” per «farsi notare dai due schieramenti principali, la corazzata di destra e il campo largo di sinistra». Lo scopo finale? Semplice e desolante: «Negoziare un posto sicuro in lista in vista delle prossime imminenti scadenze elettorali». Il leader dei Cristiano Riformisti denuncia apertamente e senza timore reverenziale un’operazione di puro, freddo e spietato «posizionamento personale», un tatticismo esasperato che, per l’ennesima volta, «rischia di tradire vigliaccamente e svendere l’aspettativa e la fiducia dei milioni di cittadini moderati», condannandoli definitivamente a disertare le urne in preda al disgusto per una politica ridotta a mero poltronificio.

Il monito ai dinosauri della Prima Repubblica: “Scendete dal palco!”

Ma l’affondo politicamente più duro, affilato e pesante dell’intervento dell’Onorevole Mazzocchi è riservato a una specifica e ben riconoscibile categoria di politici: i cosiddetti “dinosauri”, i vecchi notabili, i volti arcinoti che, dopo decenni ininterrotti di potere accumulato durante la Prima e la Seconda Repubblica, rifiutano ostinatamente e pateticamente di farsi da parte.
Rivolgendosi direttamente e accoratamente a questi organizzatori in là con gli anni, Mazzocchi rispolvera e lancia come un macigno la celebre, lucidissima e lungimirante sentenza pronunciata in passato da uno dei più autorevoli, carismatici e ascoltati leader storici della Democrazia Cristiana. Una massima che ammoniva severamente: «Quando si scende dal palco, si può fare solo o il regista o il produttore di qualsiasi forma organizzativa». Il messaggio di Mazzocchi è fortissimo e non lascia spazio a interpretazioni diplomatiche: «Chi ha già calcato da protagonista assoluto i palchi del potere e ha fatto il suo tempo, non può pretendere, con arroganza e presunzione, di essere ancora l’attore protagonista al centro della scena odierna». Il ruolo fisiologico e onorevole per chi ha “già dato” e per chi sostiene di voler davvero bene al Paese e alla nobile tradizione della cultura cattolico-democratica, dovrebbe essere quello di un saggio e disinteressato mentore. Il compito della vecchia guardia è, o dovrebbe essere, esclusivamente quello di «favorire concretamente il rinnovamento generazionale, la nascita e la crescita di nuove energie», e non certamente quello patetico di «rincorrere disperatamente una candidatura personale a tutti i costi pur di mantenere il potere». A differenza di queste meteore personalistiche, conclude fieramente Mazzocchi, il Movimento dei Cristiano Riformisti continuerà il suo lavoro quotidiano e silenzioso «per costruire un Centro serio, coerente e radicalmente alternativo ai personalismi». Un centro reale e solido, che rimetta davvero come priorità assoluta «i bisogni tangibili delle famiglie schiacciate dalla crisi e delle imprese italiane, lontano anni luce da logiche di puro, cinico e desolante spartito elettorale».

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Attualità

Dramma Sgarbi, l’appello dell’amico Sauro Moretti: “Vittorio va salvato e riportato a casa”

Siamo abituati a vederlo urlare, combattere e polemizzare in TV, ma oggi Vittorio Sgarbi è prima di tutto un uomo fragile e alle prese con problemi di salute. E di fronte alla sofferenza, lo storico collaboratore Sauro Moretti rompe il silenzio con un appello drammatico e dolcissimo al tempo stesso: “Voglio stargli vicino, gli amici non si abbandonano mai, anche se mi aveva ferito!”. Ma le parole di Moretti diventano anche un’accusa feroce contro chi sta sfruttando l’immagine del critico per soldi: “Basta esibizioni forzate e spettacoli tristi lontani dal suo brand. Vittorio deve essere salvato da relazioni negative e patologiche! Va riportato a casa sua, a Ro Ferrarese, tra i suoi libri, i suoi quadri e sulla riva del Po che lui tanto ama, circondato solo dai veri amici!”. Un messaggio potentissimo che squarcia il velo sulla solitudine dei grandi personaggi. Coraggio Vittorio!👇

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Sgarbi, Moretti

Ro Ferrarese (Ferrara) – Per decenni, l’immaginario collettivo e mediatico italiano è stato abituato, in maniera quasi rassicurante e ossessiva, a fare i conti con un Vittorio Sgarbi in versione “gladiatore”. Il critico d’arte più famoso e temuto d’Italia ha costruito la sua immensa popolarità televisiva e politica a suon di polemiche feroci, urla sguaiate, battaglie culturali campali e scontri dialettici senza esclusione di colpi, mostrando sempre e solo il volto di un uomo invincibile, vulcanico, tagliente e inscalfibile. Eppure, dietro la maschera mediatica del provocatore di professione, si nasconde un uomo che, come tutti, deve inesorabilmente fare i conti con il trascorrere spietato del tempo, con la fragilità fisica e con le ombre silenziose della malattia. Di fronte al peggioramento delle condizioni di salute dell’ex Sottosegretario, si sta aprendo in queste ore uno squarcio doloroso, intimo e profondamente umano sulla sua vita privata. A squarciare il velo di ipocrisia e di silenzio è intervenuto Sauro Moretti, per anni braccio destro inossidabile, confidente e storico collaboratore di Sgarbi. Attraverso un’intervista accorata e densa di commozione rilasciata a Forlì Today, Moretti ha lanciato un vero e proprio e disperato appello pubblico, chiedendo di staccare la spina al “personaggio” televisivo per concentrare tutte le energie unicamente sul recupero e sulla salvaguardia dell'”uomo” Vittorio. Parole pesantissime, che suonano come una condanna verso chi, in questi mesi difficili, potrebbe aver sfruttato la debolezza del critico per puri fini di business e visibilità.

“Voglio stare vicino a Vittorio”: il perdono in nome della vera amicizia

Il legame tra Sauro Moretti e Vittorio Sgarbi non è mai stato un semplice e freddo rapporto professionale tra datore di lavoro e dipendente, ma una fratellanza complessa, turbolenta e profonda, segnata nel recente passato anche da incomprensioni dolorose e rotture che sembravano insanabili.
Oggi, però, di fronte alla sofferenza fisica dell’amico di una vita, Moretti ha deciso coraggiosamente di fare tabula rasa, mettendo l’orgoglio ferito in un cassetto e chiudendolo a chiave. “Ho deciso, voglio stare vicino al mio Vittorio”, esordisce lo storico collaboratore, con la voce rotta dall’emozione. “Lo faccio solo per lui. Per l’uomo. Per l’amico. Per l’affetto che ci ha legati per tantissimo tempo, sono convinto che Vittorio ne sarebbe contento”. È la confessione di un uomo che ha compreso come le beghe passate non abbiano alcun peso di fronte all’urgenza della cura e dell’assistenza morale. Moretti argomenta poi la sua drastica e generosa decisione scendendo nei dettagli della sua personalissima missione di salvataggio: “Ho manifestato la mia disponibilità a stare vicino all’uomo Vittorio e a occuparmene dal punto di vista umano, affettivo e assistenziale”. Un’ammissione potentissima di debolezza superata: “Mi ero sentito tradito, poi ho capito, spero non tardi, che devo ancora esserci. Gli amici non si abbandonano anche quando sbagliano”. Parole che restituiscono a Sgarbi la sua dimensione più terrena, fallibile e disperatamente bisognosa di calore umano e di affetti sinceri, disinteressati al suo immenso patrimonio mediatico.

Via dal business e dagli “spettacoli tristi”: il ritorno a Ro Ferrarese

L’appello di Moretti, tuttavia, si trasforma rapidamente da dolcissima dichiarazione d’affetto a durissimo, tagliente e spietato atto d’accusa contro l’attuale gestione pubblica dell’immagine del critico d’arte, accendendo i riflettori su uno scenario a tratti inquietante.
Senza fare nomi espliciti, ma con un bersaglio chiarissimo in mente, lo storico collaboratore denuncia quella che considera una vera e propria e insopportabile spettacolarizzazione del dolore e del declino di un gigante della cultura. “Credo che per lui sia importante pensare a un futuro diverso, lontano dai riflettori, dagli spettacoli tristi degli ultimi tempi, dalle esibizioni forzate, da mostre che lui oggi non avrebbe mai fatto, lontane insomma dal suo brand e dal business”. L’accusa è frontale e bruciante: Moretti suggerisce che Sgarbi, in condizioni di fragilità fisica e lucidità compromessa, venga attualmente trascinato e costretto a presenziare a eventi di basso profilo, “esibizioni forzate” che stridono violentemente con la sua immensa statura intellettuale e con la dignità del suo prestigioso brand accademico, il tutto per soddisfare gli appetiti economici di un “cerchio magico” senza scrupoli. La soluzione, per Moretti, è drastica ma necessaria per salvare l’anima di Sgarbi: “Vittorio Sgarbi va riportato a casa, quella vera a Ro Ferrarese, tra i suoi libri e la sua collezione di quadri, sulla riva del Po che lui tanto ama”. Solo tornando al sicuro nel suo nido d’infanzia, circondato dall’arte che ha sempre amato alla follia e isolato dalle luci crudeli della ribalta, Sgarbi potrà trovare pace. Lì, conclude amaramente ma con speranza Moretti, “ritroverà i suoi amici messi nel dimenticatoio. Va ricostruito con delicatezza e senza forzature un tessuto di relazioni positive e non patologiche e negative. Vittorio, l’uomo e l’amico, va salvato, tutto il resto non conta più nulla”. Un monito disperato che speriamo non cada nel vuoto.

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