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LETTERA APERTA A MASSIMO BALDASSARRE

Anni '70, Goffredo Palmerini e Massimo Baldassarre Anni '70, Goffredo Palmerini e Massimo Baldassarre

Caro Massimo,

la tua scomparsa improvvisa sconvolge, lascia il cuore schiantato. Per ore mi ha lasciato in rispettoso raccoglimento. Solo ora riesco a scriverti questi modesti pensieri. E voglio farlo così, come per una vita abbiamo fatto, dapprima condividendo gli anni della giovinezza, poi nella maturità, poi meno di frequente per ragioni di lavoro che ci impegnavano entrambi. Quando ci raccontavamo le cose con quel velo di sottile d’ironia e talvolta con quella profondità di pensiero che ti era propria. Tre anni più di te, che sei nato nel 1951, abbiamo vissuto gli anni della fanciullezza quando tornavi da Ancona a Paganica con i tuoi genitori, Mario e Lina, per le vacanze o per qualche fine settimana. Le nostre case a pochi metri di distanza, alla Via di Sotto, come chiamavamo il Corso Duca degli Abruzzi. Lina, tua madre, aveva grande amicizia e confidenza con la mia, anch’ella di nome Lina. Insieme creavano quella confidenza tra famiglie che i tempi che viviamo hanno quasi del tutto smarrito.

Chiari e belli, infatti, restano i ricordi di quegli anni della nostra adolescenza, quella intimità che trovavo anche entrando a casa tua, grazie alla sensibilità davvero spiccata della tua mamma e alla signorile affabilità di tuo padre Mario. Ricordo le lettere che ci scrivevamo, specie quando andai a fare il militare – sai, caro Massimo, alcune tue le conservo ancora! –, quando pensavamo ai viaggi possibili, ai primi interessi sociali e politici cresciuti sull’onda di quel Sessantotto che ci aveva entrambi stimolato all’impegno. L’avevamo quasi attesa quella “rivoluzione culturale”, dapprima seguendo le nuove tendenze nella musica - i Beatles, Bob Dylan, Joan Baez, i primi gruppi rock - poi negli altri campi. Per la verità io vivevo quel tempo seguendo i nuovi orientamenti scaturiti dal Concilio Vaticano II, tu le nuove vie di un socialismo dal volto umano, come la primavera di Praga di Dubcek sembrava voler finalmente avviare.

Quando mi congedai, il 10 gennaio del 1970, appena tornato da Rieti, dove avevo passato i miei 15 mesi di naia al Battaglione NBC, andai a salutare i tuoi che stavano a Paganica da un paio di giorni, mentre tu eri rimasto ad Ancona per non perdere giorni di lezione. Tua madre mi invitò a venire ad Ancona a passare due-tre giorni con voi. Accettai volentieri. La sera stessa partimmo con la Seicento di tuo padre. Ci vollero quasi 4 ore, attraversando paesi e città lungo l’Adriatica. Arrivammo di sera che era buio alla Stamura, sul colle che affaccia sul porto e in lontananza la cattedrale. Là avevate casa. Stemmo bene quei giorni, tu mi facesti conoscere le tue prime riunioni politiche e i tuoi amici, tutti con gli eskimo e i capelli lunghi come i tuoi. Rientravamo a sera a casa, con gli odori buoni del cucinato e il sorriso di tuo padre Mario che era in Polizia, un provetto meccanico. Mi è rimasto il profumo del muro prospiciente la vostra abitazione, dove arrampicavano piante di capperi. Ho un ricordo particolare del viaggio di ritorno a Paganica, in treno. A Terni cambiai e presi il treno per L’Aquila. Dopo Rieti eravamo rimasti in pochi passeggeri. Il capotreno, parlando del più e del meno, mi chiese da dove venivo, se studiavo o se lavoravo. Gli dissi che mi ero appena congedato e che avrei presto cercato lavoro. Mi informò dell’imminente scadenza di un buon concorso nazionale nelle Ferrovie, 200 posti di Capo Gestione. Lo feci e lo vinsi.

Seguivo in quegli anni i risultati brillanti dei tuoi studi universitari, le eccellenti votazioni che riuscivo a carpire dalla tua riservatezza. Poi la tua laurea in Medicina e Chirurgia e la specializzazione in Neurologia. Nel frattempo ti eri trasferito con i tuoi a Paganica. Abbiamo passato anni di gioventù intensi e pieni di speranze in un Paese e un mondo migliore, pure quando l’Italia attraversava uno dei periodi più terribili della sua storia, gli anni del terrorismo. Cominciasti quasi subito a lavorare all’Ospedale San Salvatore. Mi riempiva d’orgoglio e soddisfazione ascoltare riferimenti che riguardavano la tua persona: un medico preparato, competente, le parole essenziali e ben chiare per degenti e familiari. Dovunque ti accompagnava una crescente stima e il prestigio professionale. Sei stato un esempio di buon medico, attaccato al lavoro, al servizio esclusivo dei malati. Non hai cercato scappatoie o impieghi meno pesanti dei turni di servizio che hai sempre osservato con scrupolo. Neanche gli impegni politici e amministrativi al Comune dell’Aquila, quando fosti eletto Consigliere comunale nelle file dei Ds, a sostegno del sindaco Antonio Centi. Fummo insieme in Consiglio comunale, dal 1994 al 1998. Il tuo gruppo riconobbe subito il tuo valore, affidandoti il difficile ruolo di Capogruppo. Abbiamo lavorato bene insieme, tu in Consiglio, io dal 1995 in Giunta con le funzioni vicarie, avviando buone scelte per la città, alcune non proprio semplici. Alla scadenza del mandato non ti ricandidasti. Nulla però per te era cambiato in quei quattro anni di impegno in Comune: avevi continuato a lavorare nel tuo reparto in Ospedale, aggiungendovi il tempo del servizio di amministratore reso alla comunità aquilana.

Ho nel cuore quanto mi ha confidato un amico medico, che nel tuo reparto ospedaliero ha fatto il tirocinio. “Quello che so del mio lavoro l’ho imparato dal dottor Baldassarre, non da altri!”. Un’affermazione che mi fa sentire, come amico, fiero della “missione” di medico che senza enfasi – com’è nel tuo carattere, schivo dalla retorica e dagli orpelli – hai condotto per tutti gli anni del tuo servizio, con onore e abnegazione. Quando sei andato in pensione, con sobrietà e senza clamori, a Paganica hai ripreso la vita semplice con gli amici di sempre: Peppe, Giustino, Livio, Filippo, Raffaele, Andrea, Camillo, Nando, Alessio, Rinaldo, Mustafà ed altri. Con alcuni di loro scarpinavi in montagna o nei dintorni di Paganica, in escursioni domenicali Con tutti loro, invece, ci si vedeva la sera di venerdì per una cenetta in amicizia, alla quale ogni tanto, quando mi trovavo libero da impegni, ho partecipato anch’io. Ora mi viene un po’ di tristezza al pensiero che forse avrei potuto essere più presente. Particolarmente dopo che hai avuto problemi di salute, che ti hanno provato non poco ma che stavi pian piano recuperando.

Stai certo, caro Massimo, che il tuo ricordo ci accompagnerà per sempre, come la tua schiettezza e la tua generosità. La stima che hai conquistato con il tuo lavoro di medico e con il servizio di amministratore civico sarà un’eredità che gli Aquilani avvertiranno per lunghi anni. La tua ironia, la tua cultura non ostentata, la saggezza di vita unita all’esercizio di valori autentici di umanità e attenzione per gli altri, sono il tratto profondo e nobile del tuo carattere, schivo alle forme e attento all’essenza. Di tutte queste cose belle che nella tua vita hai seminato i tuoi figli Federico e Germana e tua moglie Carla, potranno andare certamente fieri. Un esempio di dedizione e passione civile che nulla e nessuno potrà cancellare. Così voglio ricordarti, amico carissimo e fraterno, ricordando i tuoi valori veri, l’opera assidua e generosa di medico, il tuo servizio disinteressato per la comunità aquilana.

Goffredo Palmerini

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