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BEZOS BLOCCA L'ENDORSEMENT A KAMALA HARRIS NEL WASHINGTON POST

Jeff Bezos Jeff Bezos

Redazione-  “La decisione del Washington Post di non fare un endorsement nella campagna presidenziale è un grosso sbaglio”. Queste parole fanno parte di un comunicato firmato da 13 editorialisti del Post che includono anche Eugene Robinson, vincitore del Premio Pulitzer nel 2009 per i suoi editoriali. L'annuncio continua spiegando che siamo in un momento in cui le istituzioni sono in pericolo per le minacce di Donald Trump. Esattamente le ragioni per cui il Post aveva “offerto l'endorsement agli avversari di Trump nel 2016 e 2020” (Hillary Clinton e Joe Biden). Il comunicato continua asserendo che non c'è contraddizione fra il ruolo del Post come testata indipendente e “di concedere endorsement politici e offrire una guida ai lettori ma anche come una dichiarazione dei suoi valori fondamentali”.

L'annuncio dei 13 editorialisti contrasta ovviamente con quello dell'editore e Ceo del giornale Will Lewis che ha cercato di giustificare la scelta con ragioni tutt'altro che convincenti. Lewis ha spiegato che per la prima volta in 36 anni il Post non farà endorsement presidenziali ritornando così “alle radici” del giornale. Non si tratta di un'abdicazione, continua Lewis, ma di lasciare ai lettori la libertà di decidere per se stessi.

La bozza dell'endorsement alla candidata democratica Kamala Harris era in stato avanzato di preparazione e il consiglio editoriale del giornale stava mettendo in atto le modifiche per arrivare a una versione finale condivisa. Poi di colpo Jeff Bezos, il padrone del Post dal 2013, che ha deciso di bloccare l'endorsement.

Le ragioni espresse da Lewis non sono state condivise dai tredici firmatari succitati. Infatti una di loro, Ruth Marcus, ha pubblicato un editoriale proprio nel Post dove asseriva che negli endorsement del 2016 e 2020 si citava il pericolo di Trump “ per la sua inadeguatezza alla più alta carica del Paese”. La Marcus continua dicendo che nel 2016 il Post aveva dichiarato che Trump si era dimostrato “intollerante, ignorante, ingannevole, narcisistico, misogino, irresponsabile fiscalmente, pigro intellettualmente, disprezzante della democrazia e innamorato dei nemici dell'America e come presidente un grave pericolo per l'America e il mondo”. Nel 2020 il Post aveva classificato Trump come il “peggior presidente dei tempi moderni”. Il consiglio editoriale nel 2020, di cui fece parte la Marcus, offrendo il suo endorsement a Biden, scrisse che “con la democrazia a rischio dentro gli Stati Uniti e nel mondo il Paese aveva bisogno di un individuo che rispetti la costituzione e governi non per il suo beneficio ma per il bene comune”.

Che cos'è cambiato dal 2020? Il comportamento di Trump è peggiorato, secondo la Marcus, reiterando il rifiuto di Trump di accettare il trasferimento pacifico del potere dopo l'esito dell'elezione del 2020, incitando i suoi sostenitori a tentare di ribaltare l'esito elettorale che ha messo in pericolo la vita del proprio vicepresidente, Mike Pence. Per le sue azioni Trump fu sottomesso a un secondo impeachment e ha continuato a difendere gli insurrezionisti come “ostaggi”.

Gli endorsement presidenziali dei maggiori quotidiani hanno effetti limitati sugli elettori poiché moltissime informazioni dai media sono facilmente reperibili. Nel caso delle elezioni locali e statali, invece, come ha indicato Sewell Chan, direttore esecutivo della Columbia Journalism Review in un'intervista alla Pbs (Public Broadcasting System), gli endorsement possono chiarire agli elettori la strada da seguire. Quindi non si prevede una forte influenza dal mancato endorsement del Post.

Rispondendo alle possibili motivazioni di Bezos per neutralizzare l'endorsement, Sewell ha ipotizzato che i grattacapi di Amazon, coinvolta in una contesa di antitrust con l'amministrazione Biden, avrebbero potuto essere un fattore. Inoltre il padrone di Amazon e del Washington Post ha miliardi di contatti con il governo e interessi in attività dell'esplorazione dello spazio e nell'intelligenza artificiale che potrebbero cadere nell'area delle regole federali. Il fatto che lo stesso giorno dell'annuncio sull'endorsement alcuni esecutivi di Blue Origin, compagnia aerospaziale di Bezos, si sono incontrati con Trump aggiunge legna al fuoco dei sospetti.

Quando Bezos comprò il Washington Post nel 2013 per 250 milioni di dollari, cifra alquanto bassa considerando il patrimonio del magnate, intendeva ampliare il raggio del giornale da regionale a globale. Sotto molti aspetti ciò si è avverato. Il Washington post è fra i primi quotidiani americani e internazionali. Da quando Bezos ha comprato il Post il giornale ha vinto 18 premi Pulitzer. Il mancato endorsement in questa importante elezione macchia però la reputazione della testata. Come hanno scritto i tredici firmatari un “giornale indipendente, può astenersi in futuro dall'offrire endorsement” ma “questo non è il momento, perché uno dei candidati sostiene prese di posizioni che minacciano la libertà di stampa e i valori della Costituzione”.

Reagendo al mancato endorsement della Harris l'opinionista Robert Kagan ha rassegnato le dimissioni in protesta. Marty Baron, direttore del Post dal 2012 al 2021, ha descritto l'azione di Bezos come “vigliaccheria con la democrazia come vittima”. Baron ne sa qualcosa. “Trump, Bezos, and The Washington Post” è il titolo di uno dei suoi libri pubblicato nel 2023. Inoltre più di 200.000 lettori hanno subito cancellato il loro abbonamento, una riduzione dell'8 % del totale (2,5 milioni fra cartaceo e digitale). Azioni comprensibili che però non avranno nessun effetto su Bezos. Colpiranno però la salute finanziaria del giornale che l'anno scorso perse 77 milioni di dollari causando una riduzione di posti di lavoro al giornale. Ai nostri tempi i giornali come il Post hanno bisogno del sostegno dei lettori per non aggravare il pericolo della loro possibile chiusura. Se i media tradizionali, anche quelli come il Post di proprietà di ultra ricchi, scompaiono, ci rimarranno solo le piattaforme stile X (già Twitter) nelle mani di tipi come Elon Musk. La disinformazione, già molto potente, aumenterà, causando danni ancor più gravi alle istituzioni democratiche.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

Ultima modifica ilGiovedì, 07 Novembre 2024 19:56

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