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Attualità

Il ritorno in tv di Gianfranco Fini e Clemente Mastella nel nuovo appuntamento con Filorosso su Rai 3

⚖️ Gianfranco Fini e Clemente Mastella tornano in tv per analizzare la politica attuale, mentre la cronaca di Garlasco torna al centro del dibattito giudiziario. Non perdere il nuovo appuntamento con Filorosso.

Leggi l’articolo completo sul nostro sito 👇

#Filorosso #Rai3 #GianfrancoFini #ClementeMastella

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Gianfranco Fini

Roma – Il panorama televisivo italiano si prepara a una serata di profonda analisi politica e cronaca giudiziaria. La quarta puntata di “Filorosso”, il programma di approfondimento in onda lunedì 6 luglio, alle 21.15 su Rai 3 e disponibile in streaming su RaiPlay, si candida a diventare un osservatorio privilegiato sui grandi temi che muovono l’opinione pubblica nazionale. La conduzione, affidata come di consueto ad Antonino Monteleone e Adele Grossi, punterà i riflettori su due figure che hanno scritto la storia recente delle istituzioni italiane: Gianfranco Fini e Clemente Mastella.

Il confronto tra i giganti della prima e seconda repubblica

Il dibattito negli studi romani del centro di produzione Rai si preannuncia denso di significati. La presenza di Gianfranco Fini, ex presidente della Camera dei Deputati, riporta al centro della scena un protagonista assoluto della destra italiana, capace di attraversare stagioni politiche complesse, dal radicamento territoriale nelle sezioni locali fino alle aule di Montecitorio. Accanto a lui, il primo cittadino di Benevento, Clemente Mastella. L’ex Guardasigilli e leader centrista, noto per la sua lunga militanza parlamentare e per le sue doti di mediatore nelle dinamiche di governo, offrirà una prospettiva critica sull’attuale assetto delle coalizioni.

Le interviste non si limiteranno al passato, ma cercheranno di leggere l’attualità attraverso l’esperienza di chi ha vissuto i palazzi del potere. L’obiettivo degli autori è quello di porre domande dirette, cercando di comprendere come la politica di ieri possa ancora influenzare le scelte dei partiti di oggi. Il confronto si arricchirà con la partecipazione di Tommaso Cerno, direttore del quotidiano “Il Giornale”, e di Gianrico Carofiglio, scrittore ed ex magistrato. Quest’ultimo, grazie alla sua doppia veste di giurista e autore di romanzi noir che indagano le pieghe della legalità, saprà offrire una chiave di lettura diversa rispetto ai soliti commenti da talk show, declinando i temi dell’etica e della giustizia in un contesto di crisi istituzionale.

Riflettori puntati sul caso giudiziario di Garlasco

Dopo la prima parte dedicata all’analisi politica, la trasmissione cambierà registro, immergendosi in uno dei misteri giudiziari più dibattuti dell’ultimo ventennio: il caso Garlasco. La morte di Chiara Poggi, avvenuta in una villetta in via Pascoli a Garlasco, continua a generare dubbi e accesi dibattiti mediatici. Il programma intende offrire un aggiornamento esaustivo sugli sviluppi processuali e sulle nuove istanze che continuano a sollevarsi attorno a questa vicenda.

In studio, la discussione sarà animata dall’avvocato Antonio De Rensis e dalla criminologa Flaminia Bolzan. Il loro apporto tecnico permetterà di chiarire alcuni punti oscuri ancora presenti nelle ricostruzioni ufficiali. A completare il parterre dei cronisti che seguiranno da vicino il servizio, ci saranno Ilenia Petracalvina, Alessandro De Giuseppe e Rita Cavallaro. La complessità del caso richiede una narrazione corale, capace di incrociare le diverse fonti. Per l’occasione, sono previsti collegamenti esterni che coinvolgeranno il direttore del settimanale “Gente”, Umberto Brindani, l’entomologo Francesco Galassi e la youtuber Francesca Bugamelli, che ha dedicato molta attenzione ai casi di cronaca nera più seguiti dal popolo del web.

La struttura narrativa del programma, che integra la politica nazionale con fatti di cronaca che hanno scosso l’opinione pubblica, mira a coinvolgere un pubblico trasversale. La produzione ha inoltre lanciato il canale ufficiale su Instagram, raggiungibile all’indirizzo @filorosso_rai, dove gli spettatori possono seguire in tempo reale gli aggiornamenti, le clip inedite e l’interazione costante con la redazione. La sfida del lunedì sera di Rai 3 si gioca proprio sulla capacità di mantenere alto il ritmo, alternando il rigore delle istituzioni con la cruda realtà dei fatti di cronaca, un mix che finora ha saputo catalizzare l’attenzione dei telespettatori italiani. L’appuntamento è fissato per lunedì sera, una serata dove il dibattito pubblico incontra le esigenze di informazione più stringenti.

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Esteri

Iran, orrore a Mashhad: la studentessa 23enne Najmeh Amini condannata a morte per un post sui social, il drammatico audio dal carcere

Condannata a morte a soli 23 anni per un post sui social: l’Iran condanna la studentessa Najmeh Amini nel carcere di Vakilabad per «blasfemia». Dalla cella il drammatico appello all’ONU e al mondo per fermare il boia 👇

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Najmeh Amini

Teheran – Una sentenza capitale pronunciata nel silenzio oppressivo di un tribunale rivoluzionario, per aver affidato al web il proprio pensiero. In Iran si consuma l’ennesimo dramma giudiziario contro la libertà di espressione: Najmeh Amini, studentessa universitaria di contabilità di appena 23 anni, è stata condannata a morte dalla magistratura della Repubblica Islamica con l’accusa di presunta «blasfemia», a causa di un post pubblicato sui social network. La giovane si trova attualmente reclusa nel famigerato penitenziario di Vakilabad, situato nella città nord-orientale di Mashhad, teatro negli anni di centinaia di esecuzioni sommarie. A rendere la vicenda ancor più sconvolgente è la doppia scure abbattutasi sulla ragazza: oltre al patibolo, Amini è stata condannata a dodici anni, sei mesi e un giorno di reclusione al termine di due processi farsa separati.

Il capo d’accusa medievale: dal reato di «sab ol-nabi» alla repressione del dissenso digitale

I dettagli procedurali filtrati attraverso le maglie della censura di Stato delineano una strategia punitiva implacabile. Secondo quanto confermato da una fonte vicina alla famiglia all’organizzazione indipendente statunitense Human Rights Activists in Iran (HRAI), Najmeh Amini è stata colpita dal massimo della pena sulla base della fattispecie di «sab ol-nabi» (insulto al Profeta), disciplinata dall’articolo 262 del Codice Penale Islamico, che prevede la pena di morte automatica senza possibilità di commutazione della pena in presenza di presunte ingiurie verso le figure sacre dell’Islam. Nel secondo filone processuale, istruito parallelamente dalle corti della sicurezza, la ragazza ha rimediato oltre un decennio di detenzione con i consueti capi d’imputazione preconfezionati: «atti contro la sicurezza nazionale» e «diffusione di propaganda sovversiva contro il sistema».

L’utilizzo strumentale dell’accusa di blasfemia nei confronti della gioventù iraniana evidenzia l’inasprimento draconiano della sorveglianza digitale da parte del regime di Teheran. Privata del diritto fondamentale a un collegio difensivo indipendente e costretta a subire interrogatori sotto pesante coercizione psicologica, Najmeh è diventata l’ennesimo simbolo della persecuzione sistematica contro le nuove generazioni, la cui sola colpa è quella di rifiutare l’ortodossia teocratica e di rivendicare spazi basilari di libertà individuale sui canali digitali.

L’urlo disperato dal carcere di Vakilabad: «Non voglio fare l’eroina, ascoltatemi»

A squarciare il muro d’omertà che circonda la prigione di Vakilabad è stato un drammatico messaggio vocale registrato clandestinamente dalla stessa ventitreenne e fatto recapitare all’esterno nelle scorse settimane. Una testimonianza straziante, nella quale la studentessa non cerca celebrazioni martiriali ma invoca un immediato soccorso internazionale prima che sia troppo tardi: «Oggi non voglio fare la figura dell’eroina. Voglio solo una cosa: che la mia voce sia ascoltata. Sono una ragazzina innocente con tante speranze e sogni», spiega con voce rotta dall’angoscia.

Le sue parole restituiscono l’orrore psicologico a cui sono sottoposti i condannati a morte e le loro famiglie, costrette a vivere nel terrore quotidiano di una chiamata all’alba: «Ho dei genitori che mi aspettano. Una famiglia che ogni notte, con la paura di perdermi, trasforma la propria notte in un mattino d’inferno». Nel carcere di Vakilabad le esecuzioni capitali per impiccagione vengono spesso eseguite all’alba senza alcun preavviso ai familiari o ai legali, gettando i congiunti in un limbo di disperazione straziante.

Dalle proteste di piazza all’ondata repressiva: oltre 50.000 arresti

L’arresto di Najmeh Amini risale alle imponenti manifestazioni popolari dello scorso gennaio, quando migliaia di cittadini sono scesi nelle piazze dei principali centri urbani dell’Iran per denunciare il carovita, la corruzione e la violazione dei diritti civili. La risposta dell’apparato securitario dei Pasdaran e dei corpi paramilitari Basij è stata feroce: stando alle documentazioni fornite dall’agenzia di stampa HRANA, sono oltre 50.000 le persone finite in manette nell’arco di pochi mesi, mentre centinaia di manifestanti disarmati hanno perso la vita sotto il fuoco delle armi leggere.

Il caso di Najmeh testimonia come la magistratura iraniana continui a usare la forca come deterrente politico di massa. Dopo le rivolte innescate dall’uccisione di Mahsa Amini nel 2022 sotto lo slogan «Donna, Vita, Libertà», il governo guidato dalla Guida Suprema Ali Khamenei ha identificato nei giovani istruiti, nelle donne e negli studenti i principali nemici interni della stabilità istituzionale. Le imputazioni religiose come la blasfemia o la «corruzione sulla Terra» (moharebeh) fungono da corsia preferenziale per eliminare fisicamente i dissidenti ed eludere le garanzie procedurali minime.

La mobilitazione internazionale: appello urgente alle Nazioni Unite

Davanti all’imminenza del pericolo di esecuzione, le principali organizzazioni internazionali per la tutela dei diritti umani, tra cui Amnesty International e l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (OHCHR), hanno avviato una campagna di pressione globale per chiedere l’annullamento immediato della condanna a morte e la liberazione incondizionata della studentessa. Avvocati ed esperti di diritto internazionale sollecitano i governi occidentali e le cancellerie europee a convocare d’urgenza gli ambasciatori iraniani per ribadire che la libertà di espressione non può in alcun caso essere equiparata a un crimine capitale.

Il destino di Najmeh Amini è ora legato alla capacità della comunità internazionale di far sentire la propria voce. Lasciare sola una ragazza di ventitré anni rinchiusa in una cella di Mashhad significherebbe avallare una barbarie che calpesta ogni principio universale di dignità umana.

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Attualità

DDL Caregiver, l’affondo di Comellini (OS.PER.DI.): «Norma che discrimina approvata da una maggioranza risicata, le risorse vadano alle Regioni»

DDL Caregiver approvato alla Camera tra le polemiche: Francesco Alberto Comellini (OS.PER.DI.) contesta il testo («Crea discriminazioni tra chi cura i congiunti»). La proposta di trasferire i fondi direttamente alle Regioni per l’assegno di cura e l’appello per riscriverlo al Senato nel nostro articolo completo 👇

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Comellini (OS.PER.DI.)

Roma – L’approvazione nell’Aula di Montecitorio del disegno di legge sul riconoscimento giuridico e la tutela dei caregiver familiari, anziché segnare una storica conquista per il welfare italiano, si trasforma nell’ennesima occasione mancata e rischia di generare profonde sperequazioni sociali ed economiche. A denunciare con asprezza i limiti strutturali del testo licenziato dalla Camera dei Deputati è Francesco Alberto Comellini, vicepresidente dell’Osservatorio Permanente sulla Disabilità – OS.PER.DI. ONLUS ETS, che punta il dito contro un provvedimento licenziato con numeri risicatissimi e senza un reale ascolto delle esigenze primarie di chi dedica quotidianamente la propria esistenza alla cura di congiunti non autosufficienti.

L’esito del voto in Aula a Montecitorio riflette una profonda spaccatura parlamentare: il disegno di legge è passato infatti con appena 153 voti favorevoli a fronte di 105 contrari e 4 astenuti. Una maggioranza numericamente con il fiato corto che ha blindato il testo senza accogliere le proposte di miglioramento giunte dal Terzo Settore. Secondo l’analisi di Comellini, il provvedimento introduce disparità inaccettabili tra cittadini che affrontano il medesimo, logorante carico di assistenza: «Il lavoro di cura non ammette gerarchie artificiose né tutele a intermittenza. Frammentare la platea dei beneficiari attraverso criteri selettivi iniqui significa misconoscere la natura stessa del sacrificio quotidiano compiuto da chi opera nell’ombra senza soste».

La proposta shock: «Meglio fermare la legge e trasferire i fondi alle Regioni»

Di fronte a un quadro normativo giudicato inadeguato e privo di coperture previdenziali e assicurative universali, il vicepresidente di OS.PER.DI. lancia una proposta pragmatica e provocatoria destinata a far discutere i decisori politici: «A fronte di un testo viziato all’origine da criteri sperequativi, appare doveroso porsi un interrogativo di merito e di metodo: è davvero utile portare a compimento l’iter di questa legge? Molto probabilmente no. Sarebbe di gran lunga preferibile evitare una norma-spot priva di efficacia reale e scegliere invece di destinare integralmente le risorse già stanziate con l’ultima legge di bilancio alla gestione diretta delle Regioni».

Secondo Comellini, il decentramento delle risorse garantirebbe una risposta assai più aderente ai bisogni reali delle famiglie: «Gli enti territoriali, pur tra enormi difficoltà strutturali e di bilancio, garantiscono già da tempo misure di prossimità consolidate come l’assegno di cura e l’assistenza domiciliare integrata. Affidare direttamente a loro questi fondi permetterebbe di rafforzare servizi concreti, tempestivi ed equi, tarati sulle reali condizioni di non autosufficienza dei territori, anziché alimentare una sovrastruttura burocratica centrale che rischia di lasciare fuori la maggioranza dei richiedenti».

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Oltre 2,3 milioni di invisibili: l’appello al Senato per una riscrittura totale

I dati statistici delineano un’emergenza sociale di proporzioni gigantesche che la politica nazionale sembra continuare a sottovalutare. In Italia si stima la presenza di oltre 2,3 milioni di caregiver familiari, nella quasi totalità dei casi donne, madri, figlie o coniugi costrette a rinunciare alla propria occupazione, a ridurre drasticamente le ore lavorative o a compromettere la propria salute psicofisica per garantire un’assistenza continuativa h24 ai propri cari. Si tratta di un pilastro silenzioso che sostiene un sistema sociosanitario pubblico altrimenti destinato al collasso, risparmiando allo Stato miliardi di euro di spesa assistenziale ogni anno.

«I numeri registrati a Montecitorio sono politicamente inequivocabili: una maggioranza risicata e un’opposizione incapace di fare un reale argine testimoniano un disinteresse generalizzato verso chi regge sulle proprie spalle il welfare del Paese», conclude con fermezza Francesco Alberto Comellini. «Chiediamo che durante l’esame al Senato vi sia un sussulto di responsabilità e dignità: o si riscrive radicalmente il provvedimento introducendo una vera e piena copertura assicurativa, previdenziale e pensionistica per tutti i caregiver senza esclusioni, oppure si abbia il coraggio civile di fermare una riforma zoppa a tutela di chi cura nell’ombra senza chiedere privilegi, ma pretendendo rispetto e giustizia».

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Attualità

«L’accessibilità non è una concessione, è un diritto»: OS.PER.DI. ONLUS nomina il nuovo referente per la mobilità urbana contro le barriere fisiche e culturali

«L’accessibilità non è una concessione, ma un diritto»: OS.PER.DI. ONLUS ETS conferisce l’incarico per le politiche di accessibilità e mobilità urbana. Dal presidente Domenico Putignano alle battaglie per abbattere barriere architettoniche e culturali nelle città italiane. Tutti i dettagli nell’articolo completo 👇

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Accessibilità

Roma – L’accessibilità universale non rappresenta un atto di benevola concessione istituzionale né un capitolo secondario delle politiche sociali, ma costituisce un diritto fondamentale della persona sancito dalla Costituzione e dalle convenzioni internazionali, destinato a tradursi in realtà quotidiana per milioni di cittadini. Con questo messaggio di civiltà, l’Osservatorio Permanente sulla Disabilità – OS.PER.DI. ONLUS ETS ha ufficializzato il conferimento del prestigioso incarico di Referente per le politiche di accessibilità e mobilità urbana, corredato da una specifica delega operativa per la rappresentanza istituzionale e il coordinamento delle attività territoriali dell’ente del Terzo Settore. Una nomina che riconosce anni di battaglie sul campo e apre una nuova stagione di proposta e vigilanza nei confronti delle pubbliche amministrazioni.

La designazione, accolta con profondo spirito di servizio, segna un passaggio nevralgico nelle strategie dell’Osservatorio. «Desidero ringraziare sinceramente il Presidente Domenico Putignano, Francesco Alberto Comellini e l’intero direttivo di OS.PER.DI. per la fiducia accordatami e per aver voluto riconoscere il valore di un impegno civico portato avanti con coerenza da tanti anni», si legge nella dichiarazione programmatica diffusa a margine della nomina. L’obiettivo dichiarato è quello di imprimere una decisa svolta culturale: superare definitivamente la concezione pietistica e puramente assistenziale della disabilità per affermare una visione fondata sui diritti inalienabili, sulla libertà di movimento, sull’autonomia individuale e sulla piena partecipazione democratica alla vita delle nostre comunità.

Oltre le barriere fisiche: quando l’inaccessibilità urbana ferisce la democrazia

Il nodo centrale dell’intervento tocca direttamente la conformazione e la vivibilità degli spazi urbani moderni. Una città costellata di ostacoli architettonici non è semplicemente un centro abitato con qualche gradino o marciapiede dissestato: è un modello urbano escludente che comprime la libertà delle persone, ne condiziona le scelte esistenziali, limita l’accesso al lavoro e all’istruzione e ne compromette le opportunità di realizzazione. Questa condizione di svantaggio strutturale non è più tollerabile in una società che pretenda di definirsi equa e solidale.

«L’accessibilità riguarda l’intera collettività, non una singola categoria protetta», viene sottolineato con forza. «Riguarda le persone con disabilità motoria, sensoriale o cognitiva, riguarda gli anziani che vedono ridotta la propria agilità, riguarda i genitori con i passeggini, riguarda chiunque si trovi ad attraversare una temporanea condizione di difficoltà fisica o post-traumatica. In definitiva, l’accessibilità misura il grado di civiltà e la qualità complessiva della nostra democrazia: una città davvero inclusiva non è quella che concede un piccolo spazio a qualcuno, ma quella che appartiene a tutti, senza distinzioni di mobilità».

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Applicare le leggi esistenti e abbattere le barriere culturali

L’assunzione della delega operativa coincide con una chiara linea d’azione pragmatica rivolta agli enti locali, alle aziende di trasporto pubblico e al legislatore. La sfida non risiede unicamente nella formulazione di nuove disposizioni normative, ma nella rigorosa e tempestiva applicazione del quadro legislativo già vigente: dalla redazione e attuazione dei P.E.B.A. (Piani di Eliminazione delle Barriere Architettoniche) all’adeguamento delle infrastrutture di trasporto intermodale, stazioni ferroviarie, fermate bus e percorsi pedonali protetti.

«Servono visione strategica, senso di responsabilità amministrativa, competenze tecniche aggiornate e, soprattutto, la determinazione etica a infrangere quelle barriere culturali che, ancora oggi, si rivelano spesso assai più resistenti e invisibili di quelle fisiche», prosegue il documento dell’Osservatorio. «L’indifferenza burocratica e la rassegnazione dei cittadini devono lasciare spazio a un’alleanza virtuosa tra associazionismo, istituzioni e pianificatori urbanistici affinché i principi sanciti sulla carta si trasformino in risultati tangibili e verificabili nella quotidianità delle persone».

Un principio di civiltà: le città al servizio di tutti

Il manifesto programmatico affidato al nuovo referente di OS.PER.DI. ONLUS ETS si chiude con un monito solenne che ribalta la prospettiva tradizionale del rapporto tra individuo e spazio pubblico: «Non sono le persone con disabilità a doversi adattare a città inaccessibili ed escludenti. Sono le città a dover diventare accessibili, accoglienti e sicure per tutte le persone, senza eccezione alcuna».

Un impegno che l’Osservatorio intende portare avanti con capillarità su tutto il territorio nazionale attraverso tavoli di confronto con i Comuni, monitoraggi sul campo e proposte legislative concrete. Perché abbattere un gradino, installare un semaforo sonoro o garantire una banchina rialzata non costituisce un favore speciale concesso a una minoranza, ma una conquista di dignità, equità e civiltà che rende l’intera società più libera, moderna e giusta.

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