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Cultura

“NeRoma 2026”, quando il “Crime” diventa “Cultura”: la sfida di Fabio Mundadori

C’è una Roma che non ha bisogno di essere raccontata attraverso le cartoline. È una Roma più inquieta, misteriosa, attraversata da ombre, domande, indagini e storie che sembrano nascere proprio nei suoi vicoli. È la Roma del noir, quella che ogni anno trova nel NeRoma Noir Festival uno dei suoi palcoscenici più autorevoli.

Nel 2026 il festival torna con la IX edizione e con una promessa ormai consolidata: trasformare il mondo del crime in un grande laboratorio culturale capace di mettere insieme scrittori, lettori, giornalisti, criminologi, editori e professionisti della narrazione.

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Locandina Evento NeRoma 2026

Roma-  C’è una Roma che non ha bisogno di essere raccontata attraverso le cartoline. È una Roma più inquieta, misteriosa, attraversata da ombre, domande, indagini e storie che sembrano nascere proprio nei suoi vicoli. È la Roma del noir, quella che ogni anno trova nel NeRoma Noir Festival uno dei suoi palcoscenici più autorevoli.

Nel 2026 il festival torna con la IX edizione e con una promessa ormai consolidata: trasformare il mondo del crime in un grande laboratorio culturale capace di mettere insieme scrittori, lettori, giornalisti, criminologi, editori e professionisti della narrazione.

Al centro di questa avventura c’è anche Fabio Mundadori che da direttore artistico del festival ha contribuito a costruire un appuntamento capace di superare i confini della semplice rassegna letteraria. NeRoma, infatti, non è soltanto un luogo dove presentare libri: è uno spazio nel quale il giallo, il thriller e il noir diventano strumenti per interrogare la società, le sue paure e le sue contraddizioni.

Nato nel 2018 da un’idea di Simona Teodori, Fabio Mundadori e Chiara de Magistris, NeRoma Noir Festival è cresciuto fino a diventare un appuntamento di respiro internazionale. L’Instituto Cervantes lo descrive come un festival dedicato al genere crime, capace di dare spazio tanto agli autori affermati quanto ai nuovi talenti e di creare collaborazioni con importanti realtà italiane e internazionali.

La forza del progetto sta proprio nella sua capacità di non considerare il noir – e più in generale il crime –un genere di nicchia. Al contrario, il noir può raccontare il presente con una precisione talvolta più incisiva della cronaca. Dietro un delitto letterario possono nascondersi interrogativi sulla giustizia; dietro un’indagine, il ritratto di una società; dietro un investigatore, la fragilità dell’uomo contemporaneo.

Ed è qui che il lavoro di Mundadori assume un significato particolare. La direzione artistica non consiste soltanto nella costruzione di un programma, ma nella capacità di creare connessioni, individuare voci, valorizzare autori e costruire un dialogo tra letteratura e realtà.

NeRoma 2026 si inserisce dunque in un percorso che guarda anche ai giovani scrittori. Il festival ha infatti sviluppato negli anni diversi premi e concorsi dedicati alla narrativa crime, offrendo agli autori emergenti occasioni concrete di confronto e, in alcuni casi, la possibilità di arrivare alla pubblicazione. Come accade da alcuni anni, anche per l’edizione 2026 è previsto, tra gli altri, il Premio NeRoma per racconti inediti in collaborazione con Il Giallo Mondadori. Il vincitore sarà premiato durante la IX edizione del festival e il racconto sarà successivamente pubblicato in appendice a un fascicolo della storica collana.

È una scelta culturale precisa: non limitarsi a celebrare chi è già arrivato, ma costruire una strada per chi sta ancora cercando la propria voce.

E in questo percorso emerge anche la vocazione internazionale di NeRoma. La collaborazione con il Tenerife Noir Festival, per esempio, ha aperto negli anni un dialogo europeo attorno alla narrativa criminale, favorendo scambi tra autori, festival e culture differenti.

Il noir, del resto, non conosce confini. Cambiano le città, le lingue e le atmosfere, ma rimangono le grandi domande: perché nasce il male? Quanto siamo disposti a conoscere la verità? Dove termina la responsabilità individuale e dove comincia quella collettiva?

Sono interrogativi che spiegano perché NeRoma continui a parlare a un pubblico sempre più ampio.

La IX edizione, che si terrà dal 16 al 18 ottobre 2026, rappresenterà quindi un nuovo capitolo di questa storia. E ancora una volta Fabio Mundadori, con Chiara de Magistris e Simona Teodori, sarà chiamato a tenere insieme le diverse anime della manifestazione: la letteratura, l’intrattenimento, la riflessione sociale, la scoperta dei nuovi talenti e il confronto internazionale.

In un’epoca nella quale tutto sembra dover essere immediatamente spiegato, il noir conserva invece il valore prezioso del dubbio. Non offre necessariamente risposte: costruisce domande. E forse è proprio questo il segreto del suo successo.

NeRoma 2026 nasce così sotto il segno di una convinzione semplice ma potente: raccontare il crimine significa, prima ancora, raccontare l’essere umano.

Fabio Mundadori e NeRoma continuano a farlo mettendo la cultura al centro dell’indagine. Perché dietro ogni mistero c’è una storia. E dietro ogni storia, inevitabilmente, c’è qualcuno che cerca di capire chi siamo davvero.

In foto Fabio Mundatori e Chiara De Magistris

In foto Fabio Mundadori e Chiara De Magistris

NEROMA 2026, IL LATO OSCURO DELLE STORIE: INTERVISTA A FABIO MUNDADORI

Dottor Mundadori, il noir racconta il crimine, ma forse racconta soprattutto l’essere umano. Quando Lei pensa al NeRoma, qual è la prima parola che le viene in mente?

La parola che mi viene in mente è curiosità. Tutte le storie nascono da una domanda, ma il noir ha la propria: una domanda che riguarda la natura del male, le sue motivazioni, le radici del delitto. E la curiosità, secondo me, è una delle forme più alte dell’intelligenza. NeRoma, come il noir, nasce proprio dal desiderio di andare oltre la superficie delle cose.

Il pubblico cerca nel noir il mistero, la tensione, talvolta persino la paura. Ma che cosa cerca, secondo Lei, il lettore dentro una storia criminale?

Cerca una verità. Non necessariamente la verità del delitto narrato, ma una verità più profonda, che riguarda noi stessi. Il lettore entra in una storia per scoprire chi è il colpevole, ma spesso finisce per interrogarsi sulle proprie paure, sulle proprie fragilità, sulle proprie zone d’ombra e ad affrontare ciò che lo mette più a disagio. È questo il grande potere della narrativa noir.

Lei ha costruito negli anni un festival che non si limita alla presentazione dei libri. Qual è la differenza tra organizzare un evento e costruire una comunità culturale?

Un evento finisce quando si spengono le luci. Una comunità, invece, continua a vivere dopo. Il nostro obiettivo è proprio questo: creare incontri, relazioni, occasioni di confronto. Un festival non dovrebbe essere soltanto un calendario di appuntamenti, ma un luogo nel quale le persone possano sentirsi parte di qualcosa.

 

Fabio Mundatori

Nel mondo contemporaneo siamo sommersi dalle immagini e dalle informazioni. Perché dovremmo ancora avere bisogno delle storie?

Perché le informazioni ci dicono cosa è accaduto, mentre le storie cercano di spiegarci perché è accaduto. Una notizia può raccontare un fatto in poche righe; una storia può mostrarci le conseguenze di quel fatto, le emozioni, le contraddizioni, la complessità. Abbiamo bisogno delle storie perché abbiamo bisogno di comprendere, non soltanto di sapere: è così che le storie modificano la nostra mente, il nostro modo di pensare e – di riflesso – la realtà.

Le storie sono il filo che non solo tiene insieme LA cultura, ma anche LE culture.

Questo è ciò che è accaduto con Tenerife Noir Festival e con tutti i festival italiani di genere e non che ogni edizione compaiono sulle locandine di NeRoma.

Grazie a NeRoma sono nate amicizie, collaborazioni, spunti per nuovi eventi: tenete d’occhio le pagine del festival perché è in arrivo qualcosa che vi sorprenderà.

 

Il noir mette spesso in scena il male. Lei pensa che la letteratura possa aiutarci a comprenderlo?

Comprendere non significa giustificare. La letteratura può però permetterci di guardare il male senza semplificarlo. Può mostrarci le circostanze, le scelte, le responsabilità. E soprattutto può ricordarci che dietro ogni vicenda criminale ci sono persone, vittime, famiglie, ferite. Il noir migliore non spettacolarizza il male: lo interroga.

 

C’è ancora spazio, oggi, per gli scrittori esordienti in un panorama editoriale così affollato?

Deve esserci. Chi merita deve avere una chance: se non offriamo spazio alle nuove voci, il futuro della letteratura diventa più povero. Una delle responsabilità di un festival è proprio quella di scoprire talenti, dare loro visibilità e creare occasioni concrete. Un esordiente non ha bisogno soltanto di essere ascoltato: ha bisogno che qualcuno creda nella sua storia.

 

Qual è il talento più importante che dovrebbe possedere un giovane autore di noir?

Saper osservare. Prima ancora di scrivere bisogna imparare a guardare. Le persone, i luoghi, i silenzi, le contraddizioni. Un buon autore deve essere un osservatore del mondo. La tecnica si può studiare, lo stile si può affinare; la capacità di vedere ciò che gli altri non vedono è qualcosa di più raro.

 

 

Roma è una città che sembra nata per il noir. Quanto conta la città nel racconto di una storia criminale?

Conta moltissimo. Una città non è soltanto uno sfondo: è un personaggio. Roma possiede una stratificazione straordinaria. Ha la bellezza, la storia, il potere, la periferia, i palazzi antichi e le contraddizioni contemporanee. È una città nella quale il passato e il presente convivono continuamente. Per questo può diventare un’infinita fonte narrativa.

 

Arriviamo a NeRoma 2026. Che cosa vorrebbe che il pubblico portasse a casa dopo aver partecipato al festival?

Vorrei che portasse a casa una domanda. Non necessariamente una risposta. Se una persona esce dal festival con la voglia di leggere un libro, di conoscere un autore, di discutere di una storia o semplicemente di osservare diversamente ciò che la circonda, allora abbiamo raggiunto il nostro obiettivo.

Qual è la sfida più grande per chi, come Lei, lavora per mantenere viva una manifestazione culturale?

 

Resistere alla tentazione della ripetizione. Ogni edizione deve avere una propria identità. La tradizione è importante, ma non può trasformarsi in immobilità. Bisogna avere il coraggio di rinnovarsi senza perdere ciò che ha reso riconoscibile il festival.

Lei crede che la cultura possa ancora cambiare qualcosa nella società?

Credo che possa cambiare le persone. E le persone, lentamente, possono cambiare la società. Non penso alla cultura come a qualcosa di astratto o distante dalla vita quotidiana. Un libro può modificare una prospettiva, una conversazione può mettere in discussione una certezza, un incontro può aprire una strada. Il cambiamento spesso comincia da qualcosa di apparentemente piccolo.

 

 

Se dovesse descrivere NeRoma con una sola immagine, quale sceglierebbe?

Una porta socchiusa nel buio. Perché il noir è proprio questo: qualcosa che ci invita a entrare senza dirci completamente cosa troveremo dall’altra parte.

E Lei, personalmente, che cosa continua a cercare dietro quella porta?

Cerco storie capaci di sorprendermi. Ma soprattutto persone capaci di raccontarle. Perché alla fine un festival non vive soltanto di libri, ma degli esseri umani che quei libri li scrivono, li leggono e li discutono.

 

Un’ultima domanda. Se il noir è il genere delle ombre, che cosa rappresenta per Lei la luce?

La consapevolezza. L’ombra non deve essere necessariamente qualcosa da cui fuggire. A volte dobbiamo attraversarla per capire meglio noi stessi. La luce, per me, è arrivare dall’altra parte con qualche certezza in meno, ma con qualche domanda in più. E forse è proprio questo che la cultura dovrebbe fare: non dirci sempre dove andare, ma insegnarci a vedere meglio la strada.

NeRoma Noir Festival 2026

QUANDO LE OMBRE DIVENTANO STORIE

Alla fine, forse, il noir non è soltanto il racconto dell’oscurità. È il viaggio che compiamo per attraversarla.

Ed è proprio in quella penombra, dove le certezze vacillano e le domande diventano più importanti delle risposte, che NeRoma trova la sua anima. Fabio Mundadori ne custodisce lo spirito come si custodisce una luce discreta: senza abbagliare, ma capace di indicare una direzione.

Perché ogni storia nasconde un mistero, ogni mistero una verità e ogni verità un frammento dell’uomo.

E quando le pagine si chiudono, quando le voci del festival si spengono e Roma torna alla sua notte, qualcosa rimane: il desiderio di continuare a cercare.

Forse è questo il vero senso del noir.

Entrare nel buio non per avere paura, ma per scoprire quanta luce siamo ancora capaci di trovare dentro di noi.

NeRoma Locandina Festival Noir 2026

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Cultura

La poesia “For Ronaldo”: l’omaggio dell’azero Bahtiyar Hidayet tra calcio e politica

Può il gioco del calcio trasformarsi in un grido di disperazione politica e sociale? Assolutamente sì! Vi presentiamo oggi, nella nostra rubrica culturale, una particolarissima poesia scritta dall’autore azero Bahtiyar Hidayet e intitolata “For Ronaldo” (Per Ronaldo). Il poeta utilizza la figura sportiva e mitologica di Cristiano Ronaldo, esaltando il suo fisico d’acciaio, le sue gambe implacabili e la sua longevità da cyborg, per lanciare un attacco politico feroce. Il bersaglio di Hidayet non sono i difensori avversari, ma i “Ronaldo del potere”, ovvero quei politici, burocrati e tiranni “incollati alla poltrona da anni” che rubano la felicità alla povera gente. L’autore implora idealmente CR7 di sferrare il suo “ultimo tiro mortale” per colpire proprio questi mostruosi governanti, intrappolandoli nella sua ragnatela! Potete leggere l’analisi e il testo originale inglese con la traduzione italiana nel nostro speciale!👇

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Ronaldo

Redazione- Il gioco del calcio, con la sua inarrestabile ed enorme forza mediatica globale, ha da sempre superato i rigidi confini del rettangolo verde di gioco per trasformarsi in un vero e proprio linguaggio universale. Le gesta atletiche dei grandissimi campioni dello sport non si limitano a infiammare gli spalti degli stadi, ma penetrano inesorabilmente nel tessuto sociale, ispirando artisti, scrittori e poeti in ogni angolo del pianeta. E non deve quindi stupire se una delle icone assolute e incontrastate del calcio moderno, il leggendario fuoriclasse portoghese Cristiano Ronaldo (in arte CR7), sia diventato il soggetto inaspettato e provocatorio di un’opera letteraria proveniente dall’Est Europa. Oggi, sulle pagine della nostra rubrica culturale, ospitiamo i versi originali e taglienti del poeta azero Bahtiyar Hidayet. Il suo componimento, intitolato “For Ronaldo” (Per Ronaldo), si presenta apparentemente come un’ode scanzonata alle immense, disumane e inossidabili doti atletiche dell’ex attaccante di Juventus, Real Madrid e Manchester United. Ma, come spesso accade nella grande letteratura di matrice popolare, la maschera dello sport nasconde in realtà un volto ben più amaro, cinico e profondamente politico. L’ammirazione genuina per il campione lusitano si trasforma infatti, nei versi finali della poesia, in un durissimo, sfacciato e feroce atto di accusa contro i potenti della terra, in una richiesta di “giustizia” affidata metaforicamente proprio ai piedi esplosivi di CR7.

Il ragno invincibile e l’attacco ai “Ronaldo del potere”

La lirica di Bahtiyar Hidayet si apre con un’immagine domestica, tenera e quotidiana: il pallone sgonfio del figlio, la maglietta numero 7 e una pompa per auto utilizzata per rigonfiarlo.
Da questa semplice banalità scaturisce il paragone iperbolico: Ronaldo stesso viene descritto dal poeta azero come un “pallone gonfiato con una pompa”, una vera e propria e inarrestabile “macchina da calcio”, un uomo le cui gambe poderose sembrano “più grandi del suo stesso corpo”, in un’immagine che ricorda la forza implacabile e predatoria di un “ragno”. Hidayet celebra la longevità sportiva di un atleta la cui testa e le cui gambe sembrano rifiutarsi ostinatamente di invecchiare, eludendo persino “i radar” del tempo che passa. Ma è esattamente a metà della lirica che l’atmosfera si fa oscura, e il registro linguistico cambia bruscamente, abbandonando l’epica sportiva per abbracciare la cruda rabbia sociale. Il poeta denuncia l’impossibilità della gente comune di godersi in pace la propria esistenza, a causa di quelli che definisce apertamente (e senza usare mezzi termini) degli “stronzi incollati alla poltrona da anni”. Il riferimento politico è palese e universale: l’autore si scaglia contro i burocrati corrotti, i tiranni e i governanti dispotici, etichettandoli sarcasticamente come i “Ronaldo del potere”, avversari mostruosi e ben più temibili dei difensori che CR7 dribbla sul campo. L’invocazione finale del poeta è un grido di disperata ribellione: Hidayet chiede idealmente a Ronaldo di scagliare il suo “ultimo tiro”, non per gonfiare la rete di una normale porta da calcio, ma per colpire con forza questi oppressori incollati al potere, intrappolandoli per sempre nella sua fitta e implacabile “tela di ragno”.

“Per Ronaldo” – La traduzione in italiano

Il pallone di mio figlio si era sgonfiato
Lo abbiamo gonfiato con la pompa dell’auto del vicino
… Un’auto, una pompa, un pallone da calcio
C’è un collegamento in tutto questo?
E la maglietta di mio figlio, con la scritta “Ronaldo 7”
Quando Ronaldo gioca a calcio
Sembra che tutte e quattro le gambe si muovano
Il suo corpo è come un pallone gonfiato con una pompa
Una macchina da calcio
Un uomo le cui gambe sono più grandi del suo corpo
Un uomo come un ragno

Sulle strade dove si dovrebbe guidare a 40
Lui va ancora a 20
Che grande velocità, Ronaldo
E, per di più, non viene nemmeno intercettato dal radar
Questo è ciò che chiamano fare la storia
Ronaldo, che segna ancora gol con i piedi e con la testa
Le tue gambe non invecchiano
La tua testa non invecchia
E a noi piace guardare il tuo gioco

Ma, tuttavia, c’è un problema
Gli s*****i non ci permettono di goderci le nostre vite
Parlo degli s*****i che sono incollati alla poltrona da anni
Sono i Ronaldo del potere
Sono i tuoi mostruosi avversari

Lascia che questa sia la tua ultima mossa nel calcio, Ronaldo
Il tuo ultimo tiro
Danne uno agli s*****i incollati alla poltrona
Fai in modo che quei padroni di culi rimangano intrappolati nella rete
Non nella rete di una porta da calcio,
Ma nella tela di un ragno.

“For Ronaldo” – Original English text by Bahtiyar Hidayet

My son’s football went flat
We filled it with the neighbor’s car pump
… A car, a pump, football
Is there a connection here?
And my son’s shirt, with “Ronaldo 7” written on it
When Ronaldo plays football
It seems that all four legs move
His body like a ball filled with a pump
A football machine
A man whose legs are bigger than his body
A man like a spider

On roads where one should drive at 40
He still goes at 20
What a great speed, Ronaldo
And, moreover, he does not even get caught by the radar
This is what they call making history
Ronaldo, who still scores goals with his feet and his head
Your legs do not grow old
Your head does not grow old
And we also enjoy watching your game

But, and however, there is one problem
Assholes do not let us enjoy our lives
I am talking about the assholes who have been stuck to the chair for years
They are also the Ronaldos of power
They are your monstrous opponents

Let this be your last move in football, Ronaldo
Your last shot
Give one to the assholes stuck to the chair
Let those ass-owners get caught in the net
Not in the net of a football goal,
But in a spider’s web.

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Cultura

“Verso casa, senza casa”: il viaggio interiore nella poesia di Menda Vreto

Siamo tutti alla disperata ricerca di un posto da chiamare “casa”, ma se questa casa non fosse un luogo fisico, bensì uno spazio segreto nel nostro cuore? Vi regaliamo oggi un momento di pura e altissima poesia pubblicando i meravigliosi versi di “Verso casa, senza casa”, l’ultima, struggente lirica nata dalla sensibile penna dell’autrice Menda Vreto. Una poesia che è un vero e proprio viaggio interiore, un inno per tutti coloro che si sentono “stranieri” in un mondo distratto, in cui le città fredde brillano di luci artificiali ma l’anima piange un “uccello senza cielo” fatto di pura nostalgia. Ma c’è un messaggio potentissimo e catartico nel finale: la pace che cerchiamo non è alla fine del viaggio, ma “dentro ogni singolo passo che continua ostinatamente verso la luce”. Leggetela tutta, vi toccherà l’anima!👇

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Homeless

Cultura – La letteratura universale, fin dai tempi dei primissimi e polverosi poemi epici omerici, si fonda inesorabilmente e disperatamente su un sentimento atavico, primordiale e comune a tutti gli esseri umani che popolano questo pianeta: la ricerca spasmodica, faticosa e costante di un luogo sicuro da poter finalmente chiamare “casa”. Eppure, nell’epoca contemporanea, dominata da una frenesia alienante, da metropoli spersonalizzanti e da un senso diffuso di perenne sradicamento emotivo, il concetto di “casa” ha perso i suoi rassicuranti confini fisici e geografici, trasformandosi in una vera e propria chimera spirituale. È esattamente in questo abisso vertiginoso di riflessione intimista, in questo delicato, doloroso ma meraviglioso confine tra l’essere viandanti e l’essere stranieri perenni nel mondo, che si inserisce prepotentemente, con la forza deflagrante e silenziosa della vera poesia, la lirica intitolata “Verso casa, senza casa”, composta dalla penna sensibile e acuta di Menda Vreto. Quello che l’autrice ci regala non è un semplice e banale susseguirsi di rime, ma un autentico, faticoso e catartico viaggio interiore dell’anima, una mappa emotiva tracciata a parole per chiunque, almeno una volta nella propria frenetica vita, abbia provato il morso crudele della solitudine in mezzo alla folla, cercando disperatamente un’alba capace di riconoscerlo, accarezzarlo e pronunciarne il nome.

La solitudine nella metropoli e il peso della nostalgia

La poesia di Menda Vreto si apre con una dichiarazione di intenti potentissima, in cui la natura stessa viene umanizzata e implorata di non essere indifferente, di non voltare il viso dall’altra parte.
“Cerco un’alba che sappia il mio nome”, scrive la poetessa, fotografando con una lucidità disarmante la freddezza chirurgica di un mondo distratto, in cui anche un semplice raggio di sole sembra passare “oltre la mia finestra / come uno straniero distratto”. Il viandante dipinto dalla Vreto cammina incessantemente, consumando la suola delle scarpe su “serpenti di pietra / che inghiottono le distanze”, circondato da città tentacolari che sfoggiano e ostentano orgogliosamente le loro incomprensibili “lingue di luce” artificiale e fredda. Ma il cuore del protagonista non si fa corrompere dal caos moderno, non cede alle lusinghe del rumore, perché è ostinatamente sintonizzato su una frequenza diversa, segreta e lontanissima: ascolta le memorie del passato, “un profumo, una porta socchiusa, il calore di una sera” che il tempo non è riuscito a cancellare del tutto. La nostalgia, in questo quadro lirico struggente e perfetto, assume le sembianze dolorose e tangibili di un “uccello senza cielo”, intrappolato, che sbatte convulsamente e disperatamente le ali contro le pareti del petto senza mai trovare un ramo sicuro su cui potersi finalmente riposare e trovare pace.

“Verso casa, senza casa” (di Menda Vreto)

Cerco un’alba che sappia il mio nome,
un raggio di sole
che non passi oltre la mia finestra
come uno straniero distratto.

Cerco una voce
capace di attraversare il rumore,
di posarsi sulle mie spalle
come una mano che non chiede nulla.

Cammino,
e le strade si allungano sotto i miei passi,
serpenti di pietra
che inghiottono le distanze.

Intorno a me,
le città parlano lingue di luce,
ma il mio cuore ascolta ancora
una musica lontana.

Cerco ciò che il tempo
ha nascosto nelle sue tasche,
un profumo,
una porta socchiusa,
il calore di una sera
rimasta accesa nella memoria.

A volte la nostalgia
è un uccello senza cielo:
batte le ali nel petto
e non trova dove posarsi.

E io la lascio volare.
Perché forse non cerco una casa,
né una strada,
né un luogo segnato sulla terra.

Cerco quel piccolo spazio
dove il cuore smette di essere straniero,
dove anche il silenzio
pronuncia il mio nome.

Forse è lì
che mi aspetta ciò che cerco:
non alla fine del viaggio,
ma dentro ogni passo
che, nonostante tutto,
continua verso la luce.

La rivelazione finale: la casa non è un luogo, ma una luce interiore

Il vero capolavoro della composizione, l’apice emotivo, spirituale e filosofico che innalza questo testo facendolo risuonare potentemente e a lungo nell’anima di chiunque lo legga, arriva proprio nell’ultima parte della lirica.
La voce narrante di Menda Vreto smette improvvisamente e faticosamente di combattere contro la propria angoscia, accetta la propria condizione di viandante perpetuo e sceglie, in un atto di estrema e liberatoria maturità, di lasciar “volare” via quell’uccello ferito fatto di pura nostalgia. La rivelazione che colpisce il lettore è spiazzante, rivoluzionaria e dolcissima: la meta finale del nostro faticoso vagabondare terreno non è affatto un luogo geografico. La poetessa non cerca “un luogo segnato sulla terra”, ma un’identità pacificata, un “piccolo spazio / dove il cuore smette di essere straniero” a se stesso. La casa che tutti noi disperatamente cerchiamo per un’intera esistenza, non si trova nascosta chissà dove alla fine del cammino. Si trova, paradossalmente ma meravigliosamente, già lì, presente e viva “dentro ogni passo / che, nonostante tutto, / continua verso la luce”. La poesia di Menda Vreto si chiude così, regalando al lettore non la fine di un viaggio, ma un potentissimo inno alla speranza, alla resilienza umana e alla forza salvifica di continuare a camminare, sempre e comunque, cercando ostinatamente la luce.

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Cultura

I Giovedì della cultura a Treviso: riparte la rassegna con la moda del Settecento

La cultura torna grande protagonista a Treviso! Giovedì 8 ottobre (ore 18:00), la splendida Casa dei Carraresi riapre ufficialmente le porte per inaugurare la nuova e imperdibile stagione de “I Giovedì della cultura”, la storica rassegna promossa dalla Fondazione Cassamarca e sostenuta da Banca delle Terre Venete. Ad aprire le danze di questo lunghissimo cartellone (che ci farà compagnia fino a maggio 2027) sarà un appuntamento affascinante e dal sapore glamour: un tuffo nei segreti della “Moda del Settecento”! Insieme alla prestigiosa storica del tessuto Alessandra Geromel, scopriremo l’ossessione maniacale della nobiltà settecentesca per i vestiti, i tessuti pregiati, i nastri di seta e i decori stravaganti. Un’epoca in cui sfilare nei salotti o a teatro era un vero e proprio “palcoscenico dorato” per far invidia alla società! L’ingresso è libero e per chi non potrà esserci, la conferenza sarà disponibile (come le oltre 200 precedenti!) sul canale YouTube della Fondazione! Non mancate!👇

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Alessandra Geromel

Treviso – L’autunno trevigiano si tinge nuovamente dei colori vividi e affascinanti della divulgazione intellettuale di altissimo livello. La storica e magnifica cornice di Casa dei Carraresi, vero e proprio cuore pulsante della vita culturale della città veneta, si prepara a riaprire solennemente le proprie porte per accogliere l’atteso ritorno de “I Giovedì della cultura”. La prestigiosissima e ormai irrinunciabile rassegna, sapientemente organizzata dalla Fondazione Cassamarca, riprenderà ufficialmente il suo lungo e affascinante cammino giovedì 8 ottobre 2026 alle ore 18:00, inaugurando una stagione densissima che accompagnerà i cittadini trevigiani (e non solo) fino al 20 maggio 2027. La formula, vincente e collaudata, prevede un incontro a cadenza settimanale capace di spaziare attraverso gli scibile umano con una curiosità intellettuale senza pari. Se i grandi classici come l’arte figurativa, la storia monumentale, la letteratura e la musica classica rimarranno saldamente i pilastri portanti del cartellone, la nuova edizione 2026/27 promette di spingere lo sguardo del pubblico verso orizzonti tematici decisamente originali e, troppo spesso, ingiustamente trascurati dal dibattito accademico tradizionale. Il ricco e variegato programma dei prossimi mesi affronterà infatti argomenti di nicchia ma di immenso fascino: si parlerà dell’intricata storia del gioco degli scacchi, dei misteriosi e indissolubili legami che uniscono la scienza alla letteratura e l’arte allo sport, per poi tuffarsi nelle frontiere della farmaceutica moderna, nell’uso dei nuovi mezzi scientifici al servizio della salvaguardia del patrimonio culturale, esplorando persino gli affascinanti labirinti della genealogia e dei musei d’impresa.

Il Settecento: il palcoscenico della vita e la frenesia per i tessuti

Ad avere l’onere e l’enorme onore di tagliare il nastro di partenza di questa nuova ed entusiasmante stagione sarà un appuntamento dal fascino irresistibile e indiscutibilmente glamour.
Giovedì 8 ottobre, il palco di Casa dei Carraresi sarà tutto per Alessandra Geromel, stimata e rinomata storica del tessuto, che terrà una magistrale conferenza intitolata: “La ricerca della novità nella moda del Settecento”. L’importanza quasi sacrale del vestire ha accompagnato la storia dell’uomo fin dalle sue primissime origini, ma è innegabile che subisca un’amplificazione vertiginosa, teatrale e quasi ossessiva proprio nel corso del luminoso Settecento. In questo secolo di grandi sfarzi e contraddizioni, presentarsi in società adeguatamente vestiti e agghindati cessa di essere una semplice necessità funzionale per trasformarsi in una cura maniacale e in un impegno quotidiano che non aveva precedenti storici. L’apparizione in pubblico (che fosse a teatro, nei salotti nobiliari o nelle passeggiate cittadine) diventa il momento cruciale dell’esistenza, il palcoscenico dorato sul quale gli esponenti di spicco della corte e della ricca nobiltà recitano ossessivamente il proprio ruolo sociale. Lo scopo ultimo di questa sfarzosa “messa in scena” tessile era quello di esercitare una potentissima forza di attrazione, ma soprattutto di stimolare una feroce e invidiosa emulazione nei confronti di chi assisteva allo spettacolo. A fronte di cambiamenti sartoriali macroscopici spesso lenti e impercettibili nella forma strutturale degli abiti durante il XVIII secolo, è proprio nell’incredibile e variegato campo tessile che si concretizza e sfoga il desiderio irrefrenabile, ansioso e compulsivo di novità. Per soddisfare i gusti di questa società colta, estremamente raffinata e perennemente annoiata, si assiste all’esplosione di sempre nuovi, complessi e sfarzosi motivi decorativi stampati e tessuti, che si susseguono a un ritmo incalzante e frenetico quasi ad ogni cambio di stagione. Un’attenzione maniacale veniva inoltre riservata all’impiego degli innumerevoli accessori – come nastri di seta svolazzanti, galloni dorati e cascate di fiori artificiali – utilizzati sapientemente per decorare e personalizzare le vesti, con l’unico scopo di creare un’immagine di sé costantemente rinnovata, elegante, ricercata e ostinatamente mai banale, per soggiogare la società dei propri pari.

Il profilo della relatrice e il convinto sostegno di Banca delle Terre Venete

A guidare il pubblico in questo affascinante e colorato viaggio a ritroso nel tempo sarà una vera autorità accademica nel campo.
Alessandra Geromel, storica del tessuto di altissimo lignaggio (allieva diretta di due luminari come Doretta Davanzo Poli e Paolo Peri), opera come ricercatrice indipendente e brillante conferenziera. Il suo prezioso e minuzioso lavoro consiste nello studiare, decifrare e catalogare scientificamente delicatissimi tessuti e sfarzosi paramenti antichi per conto di prestigiose istituzioni museali, diocesi storiche e facoltosi collezionisti privati. Il suo curriculum vanta collaborazioni di peso assoluto con enti del calibro del Museo del tessuto liturgico di Brescia, il maestoso Castello Sforzesco di Milano, il Castello del Buonconsiglio di Trento, il Museo di San Pio X di Salzano, il pittoresco Museo del tessile di Ala, e le importanti Diocesi di Treviso e di Vittorio Veneto. Al certosino lavoro di studiosa da archivio, la Geromel affianca con passione la vocazione didattica, ricoprendo il ruolo di docente di storia del tessuto e insegnando l’arte dell’analisi e del riconoscimento dei tessuti antichi. La realizzazione di questo monumentale ciclo di incontri, che con la serata inaugurale toccherà l’incredibile traguardo della conferenza numero 216 (la rassegna è nata nel 2019), è resa possibile dal vitale e convinto contributo di Banca delle Terre Venete (Gruppo BCC Iccrea). A sottolineare l’importanza dell’investimento culturale è intervenuto Gianfranco Sasso, presidente dell’istituto bancario: «Rinnoviamo con convinzione il nostro sostegno ai Giovedì della cultura di Fondazione Cassamarca, una rassegna di tutto rilievo per la città di Treviso e l’intero territorio», ha dichiarato il Presidente. «Investire in questa iniziativa significa sostenere una cultura aperta, capace di parlare al pubblico attraverso un programma estremamente ricco e variegato. È un modo concreto per contribuire alla crescita culturale della comunità e valorizzare il patrimonio di conoscenze e relazioni che la cultura sa generare». Per chi non potesse partecipare fisicamente, la Fondazione Cassamarca offre un servizio inestimabile: l’intero archivio storico degli incontri passati, e le registrazioni di quelli futuri, sono comodamente e gratuitamente a disposizione di tutti sul canale YouTube ufficiale della Fondazione, un vero tesoro digitale per gli amanti del sapere.

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