Mia Madre si chiamava Vasilika! Ogni volta che ero pronta a dire la storia di Me stessa, Essa mi tirava le orecchie e mi diceva: -Come ti ha detto mamma, non vantarti! Il vanto è una corazza dell’incapace. Una brava persona fa le cose buone e non parla dietro alle spalle perché non te li calcola neanche il Signore lassù, poi… Io così lo so…!”
La sua voce dolce, calda….come il gorgoglio di un ruscello nascosto…
Ah, la mia madre buona! Anche il nome te l’avevano ricamato così bene, alcune farfalle bianche e belle…
Mia madre si chiamava Vasilika!
– Tratto dal capitolo 2° del libro: La Corsa Della Vita, tradotto da Elda Keçi-
Redazione- Mia Madre si chiamava Vasilika! Ogni volta che ero pronta a dire la storia di Me stessa, Essa mi tirava le orecchie e mi diceva: -Come ti ha detto mamma, non vantarti! Il vanto è una corazza dell’incapace. Una brava persona fa le cose buone e non parla dietro alle spalle perché non te li calcola neanche il Signore lassù, poi… Io così lo so…!”
La sua voce dolce, calda….come il gorgoglio di un ruscello nascosto…
Ah, la mia madre buona! Anche il nome te l’avevano ricamato così bene, alcune farfalle bianche e belle…
Mia madre si chiamava Vasilika!
Come la farfalla più bella del villaggio, mio padre come noto cacciatore lo aveva conservata attentamente per darle parole dolci d’amore in un attimo divino!
“Lo senti la canzone dal mio cuore per te?”
“Tu neanche mi guardi quando io vengo al negozio…!”
“Non ti guardo perché mi scoppia il cuore per te! Come vuoi te, di guardarti e non metterti al mio petto, non si può, la mia Glika!”
“E quando sono diventata tua e io non lo sapevo?!”
“Io mi sveglio e arrivo all’alba con il tuo ritratto nei miei occhi…
Se vieni stasera al mio negozio per ascoltare la musica, io ti mostrerò il mio amore per te davanti a tutta la gioventù del paese”. Llazi me ne vado perché mi stanno aspettando i ragazzi ad aprire la scuola…
Le parole non terminano mai… Non avere fretta…Lasciami a pensare…”
La ragazza con gli occhi neri castani se n’è andata di corsa dal negozio dimenticando anche la scatola con i biscotti sul banco…
Llazi, alto e abile, corse da lei, la prese dal braccio e con gli occhi confusi le disse:
“Prendili i biscotti, benedetta, li hai pagati… non te li ho regalati… Io ti do tutta la merce che ho e non mi spaventa.
Lo tira con la forza vicino a se stesso e dice ad alta voce:
“Ti amo per tutta la vita!”
Vasilika si à staccata con la forza e gli ha detto:
“Se mi vuoi, vieni a chiedere la mano da mio padre, vieni domenica?”
Tutti quelli che si sono radunati vicino al negozio, al centro del paese, si congelarono perché erano testimoni di un grande amore!
I due giovani dopo l’abbraccio veloce si erano accesi, nel ritratto e in tutto il loro essere come due uccelli al volo.
– Eh Llazi, hai segnato al centro, hai scelto la migliore ragazza del villaggio, tra l’altro insegnante, anche da Tirana!
Ha parlato dal profondo dell’anima zio Kiço accarezzando i suoi baffi…
L’insegnante del villaggio, nominata direttamente dal Ministro della Pubblica Istruzione, ai tempi del Re Ahmet Zogu, Dhimiter Berati!
Lui era sposato con la cugina di mia madre, Marjeta, dalla famiglia di Kuçovi, una delle più sentite nel nostro bel villaggio di Korça a Ҫorovoda.
Iniziai a raccontare per me stessa e mi è venuta avanti la storia della mia mamma, Vasilika.
La sua voce era come una musica. La sua anima era piena d’amore. Durante tutta la giornata noi sentivamo le sue parole allo sfondo di Radio – Tirana che era aperta dalla mattina alla sera, con la pausa delle due o tre ore dopo il pranzo.
Da piccola ho solo corso… Di corsa andavo alla fontana, di corsa andavo a scuola, di corsa andavo per comprare qualcosa all’ultimo minuto e che si riempiva ogni angolo del tavolo da pranzo… La nostra casa era piccola ma l’attenzione dei miei era grande.
Il tavolo era grande e quando ci sedavamo tutti e tre, tre volte al dì…
Grande era la stufa con il piano cottura portata dall’Italia con 4-5 fornelli per cucinare con la legna e che riscaldava anche un pentolone con l’acqua. Il piano cottura aveva anche due fornelli di ghisa che funzionavano solo con carbone.
C’era una grande camera da letto con i letti comodi per dormire, un grande comò per mettere le lenzuola e l’abbigliamento intimo e un grande armadio che noi dicevamo sempre che era di mio zio, Tike.
Lo aveva portato lui quando era uscito per conto suo in un’altra casa.
Quando veniva qualche cugino da Korça, io dormivo sul grande tavolo da pranzo e mia madre ci metteva un lenzuolino rosso con grandi fiori e mi appoggiavo da un lato nell’armadio il quale aveva un disegno fatto da mio zio.
Avevamo una grande mezzana con una finestra che si apriva da due lati e da lì si vedeva l’albero del fico che è stato piantato in fondo al giardino e che faceva grandi fichi bianchi vicino alla porta principale di legno la quale si chiudeva con due ferri da dietro.
Mio fratello grande, Sotiri, raccoglieva ogni mattina questi frutti dolcissimi che cadevano quando era la stagione e che noi li mangiavamo con pane e formaggio.
In un angolo a destra che proseguiva fino al gabinetto che si trovava in fondo al giardino c’era la cantina riempita di varie cose che ricordavano pezzi del negozio bruciato dalle forze nazionaliste interne che erano pro
occupatori che si chiamavano “Ballistë”.
Ah, non lascio senza dire che le cose più belle per me in questa mezzana che aveva come pavimento uno strato di cemento c’era la gruccia di vestiti dove era appesa il cappotto invernale di papà nelle tasche del quale lui metteva un grande biscotto che costava 5 leke (la moneta dell’Albania) e che mandava ravvolta con un giornale la mattina quando mi accompagnava in Radio…
La nostra casa in affitto era piccola ma con un grande giardino che i nostri genitori piantavano verdure e mais e al centro di esso c’erano i fiori e quelli che dominavano erano le rose. L’albero di prugne faceva ombra all’ingresso della casa di un piano. Vicino alla finestra della camera da letto c’era l’albero della pesca che dava grandi frutti. Se mangiavi una pesca era come se avessi mangiato un pasto. Non ne parliamo poi del profumo e del sapore che aveva, passava l’acqua in gola solo a vederla.
Prima non avevamo chiavi dietro le porte interne di casa. Mi ricordo una volta è venuto mio zio Mili e ci portò una chiave grande che secondo lui, lo dovevamo metterlo alla porta principale oltre i ferri che dovevamo mettere dietro a tutte le porte e alle finestre.
Eh, bei ricordi, così dolci e così cari…
ANGJELINA XHARA PAPALILO
Angjelina Xhara Papalilo è una delle figure più rappresentative dell’arte e della cultura albanese. È stata tra le prime annunciatrici della Radio Televisione Albanese (RTSH) e, nel corso della sua lunga e intensa carriera, si è distinta anche come sceneggiatrice, regista e poetessa.
Con la sua voce, Radio Atene iniziò a trasmettere in lingua albanese, contribuendo alla diffusione della lingua e della cultura albanese oltre i confini nazionali.
È autrice di cinque libri e di oltre 60 film documentari, opere che le hanno valso numerosi riconoscimenti in Albania e all’estero. Dieci dei suoi film sono stati realizzati e promossi fuori dall’Albania, dall’Europa all’Australia, fino agli Stati Uniti d’America.
Da vent’anni è Ambasciatrice della Pace Universale, ruolo attraverso il quale ha continuato a promuovere i valori della pace, della cultura, del dialogo e della fratellanza tra i popoli.
In occasione del suo 77° anniversario di nascita, è stata insignita di importanti riconoscimenti dalla Lega Panalbanese degli Artisti e degli Storici in Svizzera e dalla Lega delle Associazioni Panalbanesi “Fratelli Frashëri” di Përmet.
In Sicilia è stata riconosciuta come autrice principale del film “Skënderbeu i Pagjumë” (“Skanderbeg insonne”). Ha inoltre donato alla comunità di Piana degli Albanesi il suo film “Toccare un sogno”, dedicato alla realtà e alla cultura arbëreshe.
La sua attività artistica e culturale si sviluppa attraverso diversi linguaggi: radio, televisione, cinema, letteratura e poesia. Attraverso le sue opere ha contribuito alla valorizzazione della memoria storica, dell’identità e della cultura albanese, portandone la voce oltre i confini nazionali.
Angjelina Xhara Papalilo rappresenta così una personalità poliedrica e autorevole dell’arte albanese, protagonista di una lunga carriera dedicata alla cultura, alla creatività e alla promozione della pace e del dialogo tra i popoli.
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La rivelazione dell’autunno: i versi immortali dell’iraniana Samira Rahimzadeh
Dal cuore pulsante e storico dell’Iran arriva un’altra straordinaria voce femminile capace di sconvolgerci l’anima: Samira Rahimzadeh! Ingegnere elettronico con una dedizione totale e bruciante per la letteratura, la scrittrice classe 1990 ci regala oggi tre liriche di una profondità disarmante. Attraverso “Autunno” esploriamo la desolazione di una “morte colorata” che nasconde un amore disperato, mentre in “La Vita” affrontiamo il lento e doloroso esaurimento umano in un mondo senza pietà. Ma proprio quando tutto sembra perduto, la poetessa svela la scintilla “ribelle” dentro ognuno di noi che si rifiuta categoricamente di morire. Emozionante e indimenticabile!👇
Roma – Esiste una linea sottile, impercettibile ma incredibilmente resistente, che unisce le leggi inflessibili della scienza ai moti caotici e ingovernabili dell’animo umano. È in questa affascinante e inesplorata terra di mezzo che sboccia il talento letterario assoluto di Samira Rahimzadeh, una delle voci più originali, potenti e introspettive del vasto panorama poetico e culturale del Medio Oriente. Nata nel cuore del gelido inverno, il 15 gennaio del 1990, nella storica e suggestiva città di Maragheh, in Iran, la Rahimzadeh incarna la perfetta, moderna e meravigliosa sintesi tra raziocinio e passione bruciante. Dopo aver conseguito con successo una difficilissima e rigorosa laurea in Ingegneria Elettrica ed Elettronica, ha scelto di non limitarsi a progettare circuiti stampati o reti tecnologiche, ma di dedicare la propria intera, straripante esistenza alla letteratura. Autrice di svariati libri di immenso spessore emotivo, Samira utilizza la penna per esplorare in profondità una voce personale e distintiva, capace di cortocircuitare le nostre certezze e di illuminare gli angoli più bui, nascosti e dolorosi della nostra coscienza.
“Autunno”: la disperazione dolcissima di un amore impossibile
Per comprendere appieno la straordinaria sensibilità metereologica e psicologica della Rahimzadeh, vi invitiamo a leggere la sua prima lirica intitolata “Autunno”. Un viaggio malinconico attraverso il tempo e lo spazio del ricordo.
L’autunno si avvicina alla sua partenza,
e le foglie
cadono, una per una,
come lettere d’amore
nelle quali scopro
la disperazione di un amore impossibile.
Quanto a me,
sto ancora vagando
attraverso la solitudine delle strade vuote,
cercando il tuo nome
tra le foglie fruscianti…
Quanto è strano l’autunno!
Una stagione di morte colorata.
E ogni anno,
quando questa stagione ritorna,
mi ritrovo
a sentire la tua mancanza
un po’ di più…
L’autrice iraniana destruttura il classico romanticismo autunnale per restituirci un’immagine cruda, tagliente e bellissima: le foglie secche non sono semplice scarto naturale, ma infinite “lettere d’amore” che testimoniano il fallimento inesorabile dei sentimenti. Definire l’autunno una “stagione di morte colorata” è un guizzo letterario di puro genio. La bellezza cangiante degli alberi inganna l’occhio, ma non può celare la morte interiore di chi vaga disperatamente, condannato a cercare all’infinito un nome svanito tra il fruscio del vento e la desolazione di strade vuote.
“Il mio amore eterno”: la cicatrice che sconfigge l’addio
Il tema dell’abbandono viene sublimato e definitivamente consacrato alla sua massima potenza espressiva nel brevissimo ma fulminante secondo testo che vi proponiamo, intitolato “Il mio amore eterno”.
Il mio amore per te
non finirà con la tua partenza…
Continuerò a camminare verso di te,
mentre il tuo nome
rimane inciso
nel profondo della mia anima—
come una dolce ferita
che nemmeno la morte
possiede
la forza di cancellare…
Qui, Samira Rahimzadeh ribalta ferocemente le regole del lutto amoroso. La lontananza fisica non decreta in alcun modo la fine del sentimento, ma paradossalmente lo innalza a una dimensione sacra, irraggiungibile e immortale. Il nome dell’amato cessa di essere una semplice parola e si trasforma fisicamente in una “dolce ferita”, una cicatrice incisa a fuoco vivo direttamente sui tessuti dell’anima. Un dolore così assoluto e totalizzante da sfidare apertamente persino l’oblio definitivo della morte, dichiarandosi orgogliosamente vincitore sull’eternità.
“La vita”: l’esaurimento umano e la forza disperata di resistere
Infine, nell’ultima riflessione filosofica intitolata semplicemente “La vita”, l’ingegnera iraniana tira brutalmente e lucidamente le somme dell’intera e faticosa esistenza umana su questa terra.
La vita
è un lento processo di esaurimento
nel clima duro
di questo mondo senza pietà.
Ogni ferita
ci consegna
a una nuova stagione,
poi silenziosamente
ci restituisce alla terra.
E nonostante tutto questo,
nonostante ogni prova
che lacera le nostre profondità,
qualcosa dentro di noi
rimane ancora—
qualcosa di ribelle
che si rifiuta di morire…
Allora come,
in mezzo a tutta questa rovina,
troviamo la forza
di creare noi stessi
ancora una volta?
Questi versi rappresentano un manifesto di disperata, testarda e meravigliosa resilienza umana. Vivere in un mondo descritto come cinico e “senza pietà” significa accettare di essere inesorabilmente e lentamente erosi dal dolore, come rocce levigate dall’acqua. Le ferite ci scandiscono il tempo, spingendoci inesorabilmente verso la fine. Ma è nell’oscurità più profonda, “in mezzo a tutta questa rovina”, che esplode la vera scintilla del miracolo umano. Quella “cosa ribelle” che rifiuta categoricamente di spegnersi, quel bisogno istintivo di aggrapparsi alla vita e di ricrearsi, mattone dopo mattone, dalle proprie stesse macerie. Una domanda finale aperta, gigantesca e irrisolta, che rimbomba potentissima nelle coscienze di chiunque abbia il coraggio, e il privilegio, di leggere le parole immortali di questa straordinaria scrittrice.
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Il diario cromatico di Tiziana Fiori nel silenzio del lockdown
Queste sei opere di Tiziana Fiori compongono una bellissima raccolta biografica e concettuale, in cui lo stile pop art si fonde con il surrealismo per raccontare i momenti più intimi e significativi della sua vita. Ciascuna tela funziona come una vera e propria capsula del tempo visiva.
Il 2020 rimarrà impresso nella storia collettiva come l’anno della grande stasi: un tempo sospeso, caratterizzato da perimetri domestici invalicabili e da un silenzio surreale che ha avvolto le nostre città. Eppure, per gli artisti, quel vuoto si è spesso trasformato in un laboratorio Alchemico, in un’urgenza di esplorazione interiore. Questa selezione di sei opere di Tiziana Fiori ne è una testimonianza formidabile. Laddove il mondo si chiudeva, la tela si apriva, diventando un diario di bordo figurativo capace di mappare non lo spazio geografico esterno, ma le coordinate emotive e della memoria dell’autrice.
Laddove il mondo chiudeva le sue porte, la tela apriva orizzonti infiniti. Un viaggio intimo tra spazio, memoria e amore, nato nel cuore del 2020.”
Introduzione critica alla produzione del 2020
Redazione- Queste sei opere di Tiziana Fiori compongono una bellissima raccolta biografica e concettuale, in cui lo stile pop art si fonde con il surrealismo per raccontare i momenti più intimi e significativi della sua vita. Ciascuna tela funziona come una vera e propria capsula del tempo visiva.
Il 2020 rimarrà impresso nella storia collettiva come l’anno della grande stasi: un tempo sospeso, caratterizzato da perimetri domestici invalicabili e da un silenzio surreale che ha avvolto le nostre città. Eppure, per gli artisti, quel vuoto si è spesso trasformato in un laboratorio Alchemico, in un’urgenza di esplorazione interiore. Questa selezione di sei opere di Tiziana Fiori ne è una testimonianza formidabile. Laddove il mondo si chiudeva, la tela si apriva, diventando un diario di bordo figurativo capace di mappare non lo spazio geografico esterno, ma le coordinate emotive e della memoria dell’autrice.
L’artista sceglie di abitare questo trauma attraverso i codici della Pop Art, un linguaggio storicamente legato all’immediatezza visiva, ai miti della cultura di massa e alla brillantezza dei colori industriali. Tuttavia, l’operazione compiuta dall’artista va ben oltre la pura estetica di superficie. Attraverso una raffinata ibridazione che strizza l’occhio al Surrealismo psicologico e all’Espressionismo plastico, Tiziana Fiori risignifica la Pop Art, piegandola alle esigenze del racconto intimo, biografico e relazionale.
L’accostamento tra l’estetica Pop (storicamente legata al consumo, alla pubblicità e alla superficialità patinata) e l’introspezione psicologica del Covid ha generato un contrasto potentissimo. Ecco come la Pop Art si è evoluta in quel periodo, diventando uno strumento per dare forma alle emozioni.
In un’analisi d’impianto formale assumono valore simbolico le strutture, le campiture, l’uso del colore e la risignificazione dei Simboli Quotidiani;mascherine chirurgiche e guanti, da dispositivi medici impersonali, sono diventati i nuovi “soggetti Pop”, simboli di separazione ma anche di protezione dell’altro. Molti artisti li hanno dipinti con colori fluorescenti o coperti di loghi per esorcizzarne la paura; la casa e le finestre,pareti domestiche e gli infissi, spesso stilizzati con linee nette e campiture piatte tipiche del fumetto, si sono trasformati in confini tra la sicurezza dell’interno e la minaccia dell’esterno.
Proprio come accade nel ciclo degli Occhi di Tiziana Fiori (Praga, Londra, Manchester), il blocco totale dei voli e degli spostamenti ha costretto gli artisti a un turismo della memoria.
Non potendo esplorare il mondo esterno, l’indagine si è spostata verso l’interno.
Le cartoline, i ricordi dei vecchi viaggi e le città simbolo sono stati ridipinti attraverso il filtro della nostalgia. L’inserimento di elementi urbani incastonati negli occhi o nei volti pop è diventato il modo per dire: “Non posso essere lì fisicamente, ma quel luogo vive dentro di me”.
La Pop Art flirta da sempre con l’erotismo e la figura umana, ma nel 2020 la rappresentazione dei corpi ha assunto una sfumatura di struggente urgenza a causa del “distanziamento sociale”- I legami vengono spezzati: Molti artisti hanno rappresentato figure isolate, pixelate o divise da barriere grafiche, per raccontare la solitudine dei single o degli anziani.
Firmata e datata interamente nel 2020 con una tinta rosso vivo, questa collezione si offre al fruitore non come una semplice sequenza di dipinti, ma come un’architettura della resilienza. Tiziana Fiori ci consegna un inventario di simboli, un manifesto di sopravvivenza emotiva in cui la pittura non ha soltanto documentato il tempo della crisi, ma ha salvato la memoria, illuminando con colori saturi e vibranti gli angoli più intimi e preziosi dell’esperienza umana.
Benvenuti nel viaggio di Tiziana.
Il racconto di una vita in frammenti di colore
IL VIAGGIO ESISTENZIALE: LE SEI STAZIONI DELL’ANIMA
IL COSMO ED IL GREMBO
La Genesi e la Resistenza Biologica.
Nelle opere dedicate alla maternità, il tempo del virus viene esorcizzato attraverso la celebrazione della vita. Dalla scala macroscopica della Nebulosa M11, in cui la nascita germoglia come un fiore di loto nell’infinito cosmico, si passa al microcosmo protettivo dell’utero materno. Qui, una rosa rossa diventa icona pop della purezza e della fragilità umana, difesa da una placenta di rossi materici e densi. È l’arte che si fa scudo biologico contro l’incertezza del presente.
La nascita, la biologia, la vita che resiste nella tempesta.
Dal diario di Tiziana — 14 Marzo 2020 «Fuori la televisione ripete sempre la stessa parola, un coro di cifre e paure che toglie il fiato. Ho chiuso le finestre, ho spento i rumori della strada e ho preso il pennello. Devo ricordarmi che l’inizio esiste ancora. Sono tornata con la mente a quel primo respiro, alla notte in cui mia figlia era solo un’idea pura fluttuante nell’infinito. Ho steso il blu, poi il viola, i colori del silenzio profondo. Ma al centro esatto di questo vuoto ho sentito il bisogno di accendere una luce d’oro. La vita non si ferma, si protegge. È come una rosa che cresce al sicuro dentro un guscio di calore, una barriera biologica impenetrabile. Se il mondo fuori sembra finire, io qui dentro ricomincio dall’origine.»
I. STAZIONE
Maternità Cosmica: Il feto nella nebulosa M11,2020- Acrilico e pigmenti su tela
Laddove il mondo fuori contava i suoi giorni più bui, l’arte è tornata all’origine profonda del tutto. La nascita di una figlia si fa scintilla d’oro e luce bianca, fiore di loto che sboccia nell’immensità della notte interstellare per ricordarci che la vita è una costante immutabile dell’universo
Il viaggio comincia dove tutto ha inizio, nell’immensità dell’universo. Nella tela che ritrae il feto di sua figlia immerso nella Nebulosa M11, la pittura diventa un fluire liquido di blu di Prussia e sfumature di viola. È la notte cosmica, il mistero della creazione. Ma al centro esatto di questo vortice interstellare, Tiziana fa sbocciare un fiore di loto d’oro e luce bianca. È una carezza materna che unisce il miracolo di una nuova vita all’armonia del cosmo, sussurrandoci che ogni nascita è un evento universale, una scintilla che accende il buio.
L’opera presenta un impianto compositivo dinamico a andamento centrifugo. Dal punto di vista cromatico, la superficie è dominata da una palette fredda a base di blu di Prussia, indaco e violetto, stesi con pennellate fluide e stratificate atte a simulare la materia gassosa dello spazio profondo. Il centro geometrico ed emotivo dell’opera subisce una violenta transizione tonale verso i colori complementari caldi (giallo ocra, oro) e il bianco titanio, isolando la figura stilizzata di un fiore di loto in piena fioritura.
Note Critiche e Contesto Covid-19:
Realizzato nel cuore dell’isolamento del 2020, il dipinto risponde alla necessità claustrofobica del lockdown attraverso un’evasione macroscopica verso l’infinito universale. L’accostamento tra la nascita (il feto della figlia) e la nebulosa stellare agisce come un potente esorcismo pop: l’artista celebra la genesi della vita elevandola a costante immutabile dell’universo, in netta contrapposizione con la precarietà e il senso di fine che dominavano il dibattito pubblico globale di quell’anno.
II.STAZIONE
Il Guscio: La rosa del miracolo (La Maternità,2020) Acrilico a spessore e tecnica materica su tela
Le pareti domestiche del lockdown si riflettono nel microcosmo protettivo dell’utero materno. Una rosa rossa dai contorni fieri, classico feticcio pop isolato sulla tela, viene custodita all’interno di una placenta di rossi caldi e densi. Un perimetro sacro e inviolabile, dove la fragilità umana è difesa dal caos esterno.
Dalle distanze siderali, lo sguardo si stringe e si fa intimo, viscerale. Tiziana dipinge il grembo materno, la placenta, come un nido protettivo fatto di pennellate dense, calde e pastose di rosso carminio. È l’architettura della vita che si difende dal mondo esterno. Al centro di questo guscio biologico, cullata da un mare silenzioso di blu cobalto, galleggia una rosa rossa dai contorni netti, fieri. Quella rosa è la purezza dell’attesa, la delicatezza sacra della maternità che cresce al sicuro, inviolabile da qualsiasi minaccia esterna.
Composizione rigorosamente racchiusa in linee ovoidali e concentriche. Lo spazio è privo di profondità prospettica e si sviluppa per sovrapposizione di livelli biologici. La sezione esterna (la placenta) mostra una stesura pastosa e materica di rossi caldi (carminio e vermiglione) intervallati da striature brune. Il nucleo centrale si apre su una campitura piatta di blu cobalto che isola l’icona centrale: una rosa rossa definita da forti linee di contorno (outlines) di matrice fumettistica e pop.
Cromatismo e Luce: Uso espressionista del colore; la cornice esterna è un tripudio di rossi saturi (carminio, vermiglione) e striature marroni/gessose, stesi con una pennellata materica che evoca i tessuti biologici e la placenta. Il centro vira bruscamente su un blu cobalto profondo, che simboleggia la calma del liquido amniotico. La rosa rossa al centro riprende il colore della cornice, creando un perfetto bilanciamento cromatico.
Estetica Pop nella re-interpretazione della rosa, isolata come un’icona o un logo. La stesura è pastosa, con la pittura che crea spessore e texture sulla tela, accentuando la dimensione carnale del soggetto.
Note Critiche e Contesto Covid-19:In questo dipinto, la casa-rifugio imposta dalla pandemia si trasforma simbolicamente nell’utero materno. La rosa, classico feticcio della Pop Art, viene qui risignificata: non è più oggetto di consumo, ma archetipo della fragilità e della purezza della vita. Nel contesto del 2020, l’opera si configura come un “manifesto di protezione biologica”, un luogo intimo e invalicabile dove la malattia non può accedere e dove la vita viene custodita al riparo dal caos esterno.
IL CICLO DEGLI OCCHI nel Turismo Della Mente
Il ciclo degli “Occhi della Memoria”, dove il turismo mentale sfida il confinamento attraverso il collage pop, i ricordi di famiglia e le icone musicali e urbane. Il viaggio mentale, il turismo della memoria, le capitali europee vissute sul retro della cornea Il Dispositivo Della Memoria (Il Ciclo Degli “Occhi”)
Sotto lo scacco del lockdown e dei cieli chiusi, viaggiare diventa un atto puramente mentale. Nasce così la serie degli “Occhi”, inquadrature macroscopiche in cui l’organo della vista si trasforma nello schermo della memoria. Manchester, Praga e la Swinging London non sono più mete raggiungibili, ma geografie dell’assenza. Attraverso la tecnica del collage, dell’inserimento di frammenti fotografici personali e di dettagli miniaturistici (come l’Orologio Astronomico o le silhouettes architettoniche), l’artista proietta i ricordi del passato sul retro della cornea, dimostrando che i luoghi amati continuano a vivere e a pulsare dentro di noi.
Dal diario di Tiziana — 22 Aprile 2020 «Oggi ho guardato la mappa appesa al muro. I cieli sono sbarrati, le frontiere invisibili, gli aerei fermi sulle piste. Eppure, nessuno può mettere in gabbia lo sguardo. Se non posso camminare tra le strade del mondo, costringerò il mondo a camminare dentro di me. Ho iniziato a dipingere grandi occhi spalancati, ma non guardano fuori: guardano indietro, verso il retro della mia mente. Manchester, Praga, Londra… le ho fatte riaffiorare una alla volta. Ho scavato nei cassetti, ho ritrovato le mie vecchie fotografie, ho riascoltato quelle canzoni che mi facevano vibrare l’anima da ragazza. Ho incollato i pezzi del mio passato direttamente sulla tela. Non sono cartoline di luoghi lontani, sono i frammenti della mia identità che metto in salvo. Io viaggio ancora, ogni volta che decido di ricordare.»
III. STAZIONE
Manchester Musical Memory (L’Occhio e il Ritmo),2020,
Acrilico, collage fotografico e décollage su tela
I cieli sono chiusi, gli aerei a terra. Lo sguardo si volge all’interno e proietta sul retro della cornea il turismo della mente. Le note giovanili di Mick Hucknall dei Simply Red e i frammenti di vecchie fotografie reali dell’artista riemergono dal tessuto pittorico, aggrappandosi alle linee della città. La musica come medicina contro l’isolamento.
Quando i cieli si sono chiusi e gli aerei sono rimasti a terra, Tiziana ha spalancato le finestre della memoria. Nasce così il ciclo degli “Occhi”, dove lo sguardo diventa uno schermo cinematografico su cui proiettare i ricordi felici. A Manchester, la tela si infuoca di caldi arancioni e gialli ocra, lo sfondo di una giovinezza che non si spegne. Nell’iride azzurra rimane impresso, come un amuleto, il volto di Mick Hucknall dei Simply Red,cantante originario della città, mentre frammenti di vecchie fotografie reali dell’artista riemergono dal tessuto pittorico, aggrappandosi alle linee rosse della città. È la musica che salva dall’isolamento.
Gestione dello spazio: Spazio frammentato, tipico del fotomontaggio Pop. Non c’è una linea d’orizzonte coerente; gli elementi architettonici e personali galleggiano sulla superficie pittorica.
Opera polimaterica che adotta l’estetica del collage Pop di matrice britannica. La composizione è spaccata in due: la porzione superiore ospita un macro-occhio dal taglio grafico netto; l’iride azzurra racchiude la figura miniaturizzata del cantante Mick Hucknall. Lo sfondo è un piano saturo di arancioni e gialli accesi. Nella metà inferiore, la pittura dialoga con inserti fotografici originali in bianco e nero dell’artista, integrati alle linee strutturali rosse delle architetture urbane di Manchester.
Note Critiche e Contesto Covid-19:
L’impossibilità fisica di viaggiare imposta dalle restrizioni del Covid-19 genera in Tiziana Fiori il ciclo degli “Occhi”. Questa tela funziona come un vero e proprio dispositivo di turismo della memoria. L’occhio non guarda l’esterno, ma proietta sul “retro della cornea” i ricordi di un soggiorno passato. L’inserimento delle vecchie foto personali e del leader dei Simply Red trasforma il quadro in un diario nostalgico e pop, dove la musica e i ricordi giovanili diventano la cura contro l’immobilità forzata del presente.
IV. STAZIONE
Il Tempo sospeso a Praga,2020
Acrilico e disegno calligrafico su tela
In un anno in cui il tempo ha perso la sua linearità, gli ingranaggi dorati dell’Orologio Astronomico di Praga vengono intrappolati direttamente all’interno della pupilla. Sotto questo cielo sognante balla la silhouette azzurra di Ginger e Fred: una danza interiore, un desiderio trattenuto di libertà e di passi da fare insieme alle persone amate.
A Praga, il tempo della pandemia – così pesante e immobile – viene intrappolato e risignificato all’interno di un grande occhio sognante. Al posto della pupilla, Tiziana disegna con precisione calligrafica e filamenti d’oro l’Orologio Astronomico, custode di un tempo condiviso con la propria famiglia. Sotto questo cielo di nuvole grigie e rosa polvere, si muove la silhouette azzurra della Casa Danzante. È una danza sognata, un desiderio di movimento e di libertà che sfida le pareti domestiche per ritrovare la bellezza dei passi fatti insieme alle persone amate.
La composizione gioca su un contrasto di scale surreali e proporzioni, innestate su una matrice Pop. La parte superiore è dominata da un occhio spalancato di grandezza sproporzionata(annullando ogni logica spaziale), la cui pupilla riproduce fedelmente i complessi meccanismi dorati e neri dell’Orologio Astronomico di Praga. Nella parte inferiore, lo spazio è occupato dalla silhouette blu avio della Casa Danzante (Ginger e Fred). Lo sfondo adotta una stesura più atmosferica e sfumata, virata su toni grigi, viola e rosa carne. L’iride dell’occhio spezza la freddezza generale grazie ai dettagli oro e neri dell’Orologio Astronomico.
Note Critiche e Contesto Covid-19:
Durante il trauma collettivo della pandemia, il tempo ha subito una distorsione, percepito come immobile o sospeso. Fiori fissa questa sensazione inserendo l’Orologio Astronomico di Praga direttamente dentro l’iride: il tempo storico e il tempo familiare (il ricordo del viaggio con i propri cari) si fondono. L’architettura dinamica di Gehry (Ginger e Fred) posta al di sotto esprime il desiderio coreografico di movimento e libertà, in aperto contrasto con la staticità coatta delle giornate in lockdown.
V. Londra: La pioggia dei pensieri felici
Swinging London (Pattern Urbano),2020
Acrilico, stencil e tecnica all-over su tela
Una pioggia incessante e ossessiva di tocchi rosa e rossi invade la tela, specchio della saturazione visiva e informativa delle giornate in isolamento. Londra viene smontata nei suoi stereotipi – la cabina telefonica, la band dei Beatles, Carnaby Street, il volto della modella Tweegy ,lo skyline – e ricostruita come un rifugio felice, attingendo alla libertà culturale degli anni ’60 per illuminare il presente.
La Swinging London di Tiziana è un’esplosione grafica e nostalgica, un manifesto d’amore per una città visitata e respirata più volte. La tela si fa bidimensionale, quasi un cartellonismo dell’anima, invasa da una pioggia incessante di tocchi rosa e rossi. Tra le scritte che rievocano Carnaby Street e le linee essenziali dello skyline, emerge il rosso acceso di un’iconica cabina telefonica e volto iconico della modella Tweggy . È il racconto di una saturazione felice, il rifugio in un’epoca di ribellione, stile e libertà culturale, usata come medicina contro il grigiore del present
Struttura all-over e grafica. La tela è saturata da un pattern ripetitivo di impronte/tasselli di colore che invadono l’intero spazio visivo, sopra e sotto i soggetti principali.
Totale bidimensionalità. La profondità è annullata dalla trama fitta dello sfondo. I soggetti (la città, l’occhio, il volto) sono definiti da linee di contorno (outlines) e sembrano ritagliati e incollati sulla superficie.
Tricromia Pop iconica: Azzurro/Celeste di fondo, Bianco e Rosso vivo (colori della Londonjack). Il rosso (colore simbolo di Londra: bus, cabine, bandiera) viene utilizzato sia come elemento di riempimento grafico (la cabina sotto la pupilla, la scritta “Carnaby”) sia come texture astratta (ipetali/impronte rosa e rossi).
Stile grafico-pubblicitario vicinissimo alla Pop Art di Andy Warhol o Roy Lichtenstein. L’uso di scritte inserite in cartigli (“Welcome to… Carnaby”) rafforza la natura del quadro come manifesto visivo. La tecnica unisce la pittura a pennello a una stesura a timbro o a piccoli tocchi materici giustapposti.
Note Critiche e Contesto Covid-19:
L’opera esprime l’accumulo visivo e informativo tipico delle giornate del 2020, dove la pioggia di dati e notizie era incessante. Fiori metabolizza questa saturazione traducendola in una texture pop briosa e ossessiva. Londra, visitata più volte dall’autrice, viene smontata nei suoi stereotipi visivi più celebri per essere ricostruita come un rifugio mentale felice. Il quadro evoca la libertà culturale della Swinging London degli anni ’60, rintracciando nell’arte e nel mito pop l’energia per superare il grigiore dell’isolamento domestico.
L’ABBRACCIO DI BLU L’APPRODO RELAZIONALE
Il viaggio, sia esso reale o mnemonico, trova la sua naturale conclusione nella sintesi degli affetti più cari. L’opera Contatti Binari segna un cambio di passo tecnico radicale. Scompaiono i pattern grafici, le scritte e i collage per fare spazio a un rigoroso monocromatismo blu, dove la luce taglia e scolpisce i corpi nudi dell’artista e di suo marito. Nell’anno del “distanziamento sociale” forzato e della paura dell’altro, questo abbraccio plastico ed espressivo celebra la carne, la vicinanza e la resistenza dell’amore coniugale come unico porto sicuro. Chi ha vissuto il lockdown in coppia ha spesso celebrato l’abbraccio e la vicinanza fisica come l’unico vero rifugio sicuro. Dipingere due corpi che si fondono, usando contrasti cromatici netti e tagli di luce decisi, è stato il modo per esaltare l’amore inteso come scudo contro il caos del mondo esterno
Dal diario di Tiziana — 18 Maggio 2020 «Sento che il viaggio della mente è finito, le scritte pop e i colori accesi delle città non mi servono più. Sono tornata nell’essenziale di questa stanza. Fuori ci chiedono di stare lontani, di avere paura del respiro dell’altro, di considerare ogni contatto come un pericolo. Ma l’amore non conosce distanziamento. Ho spogliato la tela da ogni simbolo metropolitano e ho dipinto noi due, nudi, privati di ogni sovrastruttura di fronte alla crisi del mondo. Ho usato solo il blu, un oceano profondo che ci avvolge e ci protegge. Ho lasciato che la luce bianca tagliasse l’oscurità per scolpire il nostro abbraccio. In questo silenzio, la carne e la vicinanza sono l’unica resistenza possibile. Siamo noi due, uniti, l’unico porto sicuro in cui il virus non può entrare.»
VI. STAZIONE
Contatti Binari (l’abbraccio coniugale),2020
Acrilico su tela ad impostazione monocromatica
Il viaggio è finito, le sovrastrutture pop crollano e resta solo l’essenziale. Nell’anno del distanziamento sociale forzato e della paura dell’altro, due corpi nudi emergono dall’oscurità, avvolti in un oceano di blu protettivo. Sciabolate di luce bianca scolpiscono l’abbraccio coniugale: il manifesto di resistenza più intimo, dove la vicinanza è l’unica salvezza.
Il lungo pellegrinaggio tra lo spazio, i ricordi e le città del mondo trova la sua meta finale nell’intimità della casa, nell’abbraccio con il proprio sposo. Contatti Binari è una poesia visiva che rompe con tutto il passato. Scompaiono le scritte, i collage e le architetture urbane. Resta solo l’essenziale: i corpi, l’amore. In una quasi totale monocromia di blu profondi, due figure nude emergono dall’oscurità, unite in un legame indissolubile. Sciabolate di luce bianca tagliano le forme, scolpendo la tensione emotiva di un abbraccio. Nell’anno in cui il mondo imponeva la distanza e la paura del contatto, Tiziana Fiori firma il suo capolavoro di resistenza: la nudità come spoliazione dalle paure e l’amore coniugale come unico, immenso porto sicuro.
Svolta stilistica verso un espressionismo plastico di forte impatto volumetrico. Abbandonati i grafismi e i collage urbani, l’opera si concentra sulla figura umana attraverso una quasi totale monocromia basata sulle declinazioni del blu (oltremare, cobalto, ciano). I due corpi nudi (l’artista e il marito) sono scolpiti da una luce direzionale e tagliente espressa tramite nette sciabolate di bianco titanio, che generano un chiaroscuro drammatico con il fondo scuro. Unico accento estraneo: il verde/giallo acido della capigliatura femminile. . La tecnica si concentra sul gesto pittorico: pennellate nervose, veloci e grafiche che delineano l’anatomia, prediligendo la resa dell’emozione e della tensione muscolare alla precisione anatomica accademica.
Note Critiche e Contesto Covid-19:
Questa tela rappresenta l’approdo e la chiave di volta emotiva dell’intera collezione del 2020. Nell’anno del “distanziamento sociale” forzato e della paura dell’altro, Contatti Binari celebra la vicinanza, la carne e la resistenza dell’amore coniugale. L’abbraccio dei due corpi, avvolti nella stessa fredda ma protettiva atmosfera blu, diventa l’unico perimetro di sicurezza possibile. La nudità simboleggia la spoliazione da ogni sovrastruttura di fronte alla crisi globale, lasciando emergere solo l’essenza del legame umano come salvezza finale.
IL COLORE COME RESILIENZA
«Laddove il mondo chiudeva le sue porte, la tela apriva orizzonti infiniti.»
La produzione del 2020 di Tiziana Fiori è un cammino che va dal caos dell’universo alla pace di una stanza abbracciati a chi si ama. Con la sua Pop Art lirica e sentimentale, l’artista ha trasformato il pigmento in memoria e la tela in uno scudo. Le sue opere ci ricordano che le geografie più belle non sono quelle che si visitano con i piedi, ma quelle che custodiamo dentro gli occhi, pronte a risplendere di colori accesi ogni volta che decidiamo di ricordare.
Il viaggio di Tiziana non segue una linea del tempo tradizionale, ma si muove come un flusso di coscienza che comincia laddove tutto ha inizio, nell’immensità dell’universo. Nella tela che evoca il feto di sua figlia immerso nella Nebulosa M11, la pittura si fa liquida, un dinamismo rotatorio di blu di Prussia, indaco e sfumature di viola che simulano i gas e le polveri interstellari. Ma al centro esatto di questa notte cosmica, l’artista compie una violenta transizione tonale verso i colori caldi dell’oro e del bianco titanio, facendo sbocciare un fiore di loto denso e luminoso. È una carezza materna che eleva il miracolo di una nuova vita a costante immutabile del cosmo, sussurrandoci che ogni nascita è una scintilla capace di accendere il buio.
Dalle distanze siderali dello spazio profondo, lo sguardo si stringe bruscamente per farsi viscerale e protettivo nella rappresentazione della Maternità. Qui lo spazio prospettico si annulla in una sequenza di linee ovoidali e concentriche. La sezione esterna della placenta è definita da una stesura pastosa di rossi caldi, carminio e vermiglione, intervallati da striature brune che evocano i tessuti biologici. Questo guscio si apre su un mare calmo di blu cobalto che isola un’icona pop universale: una rosa rossa dai contorni netti e fieri. Quella rosa diventa l’emblema della fragilità sacra della vita che cresce al sicuro, un manifesto di protezione biologica inaccessibile a qualsiasi minaccia esterna.
Quando i cieli si sono chiusi del tutto, l’immobilità forzata ha spinto l’artista a spalancare le finestre della memoria, dando vita al suggestivo ciclo degli “Occhi”, dove lo sguardo si trasforma nello schermo su cui proiettare i ricordi felici. Il soggiorno giovanile a Manchester prende forma su una tela infuocata di caldi arancioni e gialli ocra, una tavolozza nostalgica che fa risaltare per contrasto complementare l’azzurro brillante dell’iride. Incastonato nella pupilla, come un amuleto, compare il volto di Mick Hucknall dei Simply Red, mentre frammenti di vecchie fotografie reali in bianco e nero dell’artista riemergono dal tessuto pittorico acrilico, fondendosi con le linee rosse delle strutture urbane. È la musica di un’epoca passata che si fa medicina contro la solitudine del presente.
La stessa distorsione del tempo, vissuto durante la pandemia come un elemento immobile, viene catturata e risignificata nell’occhio sognante dedicato a Praga. Sotto un cielo atmosferico e sfumato di nuvole grigie e rosa polvere, si staglia la silhouette azzurra della celebre Casa Danzante di Gehry. Ma l’elemento surreale si compie all’interno dell’iride, dove Tiziana dipinge con precisione miniaturistica e filamenti dorati il quadrante dell’Orologio Astronomico. Il tempo storico della città e il tempo intimo del ricordo familiare si fondono nello stesso sguardo, esprimendo un profondo desiderio di movimento e libertà, una danza interiore che sfida le pareti di casa.
Questo pellegrinaggio della mente si sposta poi verso le pulsazioni della Swinging London, una città amata e visitata ciclicamente. La tecnica si fa qui rigorosamente bidimensionale, vicina al cartellonismo pubblicitario di Warhol e Lichtenstein. La tela è saturata in modalità all-over da una pioggia fitta e ossessiva di impronte rosa e rosse su fondo azzurro polvere. Tra scritte inserite in cartigli grafici che celebrano Carnaby Street e le linee essenziali dello skyline, emerge il rosso saturo di un’iconica cabina telefonica. Tiziana smonta gli stereotipi visivi londinesi e li ricostruisce come un rifugio mentale felice, attingendo alla carica ribelle e libertaria degli anni ’60 per illuminare il grigiore del confinamento.
Infine, il lungo viaggio tra il cosmo, i ricordi e le capitali europee trova il suo approdo definitivo nella dimensione domestica, compiendosi in una straordinaria svolta stilistica. Contatti Binari rompe con i grafismi, le scritte e i collage precedenti per abbracciare un espressionismo plastico e scultoreo di forte impatto emotivo. In una quasi totale monocromia funzionale basata sulle sfumature del blu, due figure nude emergono dall’oscurità. Una luce direzionale e tagliente, espressa tramite sciabolate di bianco puro, scolpisce i volumi dei corpi dell’artista e di suo marito, uniti in un legame indissolubile. Nell’anno in cui il mondo imponeva il distanziamento sociale e la paura del contatto, Tiziana Fiori firma il suo manifesto di resilienza più potente: la nudità come spoliazione da ogni paura e l’abbraccio coniugale come unico, immenso porto sicuro.
La produzione del 2020 di Tiziana Fiori si rivela così un cammino organico che va dal caos dell’universo alla quiete di una stanza. Attraverso una Pop Art profondamente lirica e sentimentale, il pigmento si è fatto memoria e la tela si è trasformata in uno scudo, ricordandoci che le geografie più belle non sono quelle che si visitano con i piedi, ma quelle che custodiamo gelosamente dentro gli occhi, pronte a risplendere ogni volta che decidiamo di ricordare.
Per Tiziana Fiori, la produzione nata nel silenzio del 2020 non ha rappresentato soltanto una risposta creativa a una crisi globale, ma si è configurata come un profondo processo autobiografico di rielaborazione del sé. In un momento in cui il mondo esterno imponeva la privazione della libertà e dello spazio, l’artista ha utilizzato la superficie bidimensionale della tela per compiere un viaggio a ritroso nel proprio vissuto, frammentando e ricostruendo la propria identità attraverso i codici della Pop Art.
Questa dinamica unisce il piano strettamente personale a una più ampia riflessione sul potere terapeutico della creazione:
IL SIGNIFICATO AUTOBIOGRAFICO E LA RIELABORAZIONE DEL SÉ
Attraverso le sei tele, Tiziana Fiori non si limita a ricordare, ma risignifica la propria storia.
La riconnessione con le radici biologiche: Nel dipingere la maternità (il feto nella nebulosa e la rosa nell’utero), l’artista riattualizza l’evento fondativo della propria esistenza generatrice, ancorandosi alla certezza della vita proprio mentre intorno si respirava un senso di precarietà.
Il turismo della mente come recupero identitario: Con il ciclo degli Occhi, Fiori trasforma la memoria geografica (Manchester, Praga, Londra) in uno specchio retrospettivo. Inserire le proprie fotografie giovanili e i simboli culturali che hanno plasmato il suo gusto significa riappropriarsi dei propri frammenti identitari, riaffermando il proprio percorso nel momento della massima staticità.
La sintesi relazionale: L’approdo finale di Contatti Binari rappresenta la presa di coscienza del sé non più come monade isolata dal virus, ma come parte di un incastro duale e salvifico. La spoliazione dei corpi diventa metafora di una spoliazione psicologica: di fronte al dramma, l’artista ritrova se stessa nella purezza del legame con l’altro.
LA FUNZIONE TAUMATURGICA GENERALE DELL’ARTE
Il percorso di Tiziana Fiori eleva la sua esperienza a simbolo di una verità universale: l’arte possiede una intrinseca funzione taumaturgica (curativa e catartica). Quando la realtà circostante diventa traumatica, caotica o incomprensibile, l’atto artistico interviene come un dispositivo di ordine e sublimazione.
Esorcismo del Trauma: Dipingere il dolore o l’isolamento attraverso colori saturi, linee nette e visioni surreali permette di oggettivare la paura. L’artista porta il caos interiore fuori da sé, lo fissa sulla tela e, così facendo, lo domina.
Scudo Biologico e Mentale: La tela diventa uno spazio sacro e inviolabile. Se il corpo è confinato, la mente – attraverso il pennello – può viaggiare nel tempo e nello spazio, rompendo le sbarre della realtà contingente.
La Bellezza come Cura: La Pop Art lirica di Tiziana Fiori dimostra che la ricerca della bellezza e della sintesi cromatica non è un esercizio frivolo, ma un bisogno biologico di armonia. L’arte medica le ferite dell’anima restituendo un senso, una direzione e una forma là dove la realtà sembra averli smarriti.
In ultima analisi, il viaggio di Tiziana Fiori sulla superficie della tela supera il dato puramente biografico per farsi archetipo di una profonda rielaborazione del sé. In quel 2020 dominato dalla privazione e dal silenzio, la pittura non è stata una semplice reazione creativa, ma un radicale processo autobiografico: frammentando e ricostruendo la propria identità tra le stelle della Nebulosa M11, le strade di Manchester e la penombra blu di una stanza da letto, l’artista ha risignificato la propria storia per ancorarsi a ciò che è eterno. È in questa spinta che si compie la funzione squisitamente taumaturgica dell’arte. Quando la realtà si fa traumatica e incomprensibile, l’atto creativo interviene come un dispositivo di cura e di ordine: porta il caos interiore fuori da sé, lo fissa nel colore e, così facendo, lo domina. La Pop Art lirica e sentimentale di Tiziana Fiori diventa così uno scudo biologico e mentale, la dimostrazione che la ricerca della bellezza è un bisogno primario dell’anima per medicarsi dalle ferite del presente. Se per l’artista la tela è stata il filo d’Arianna per non perdersi nel labirinto dell’isolamento, per il fruitore queste opere rimangono una testimonianza universale: la prova provata che, anche quando il mondo si ferma, la capacità umana di generare senso, memoria e amore resta l’anticorpo più potente contro il buio del tempo.
In conclusione, per Tiziana Fiori l’arte è stata il filo d’Arianna per non perdersi nel labirinto del lockdown; per l’umanità, rimane da sempre la prova provata che, anche quando tutto si ferma, la capacità umana di generare senso e bellezza resta l’anticorpo più potente contro la disperazione.
Di Massimo Di Martino
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La rivelazione di Mansoura Ghayasi: la poesia che esplora l’anima
La poesia iraniana continua a regalare brividi fortissimi all’anima! Oggi, per la nostra seguitissima rubrica culturale, andiamo alla scoperta di Mansoura Ghayasi, poliedrica artista nata a Teheran: laureata in Architettura e Psicologia, è pittrice, autrice e attiva filantropa. Dalla sua raccolta più recente vi proponiamo i versi bellissimi e strazianti sul tema della dipendenza amorosa. Una lirica in cui tutto (il sorriso, la forza per rialzarsi, l’uscita da un incubo e persino il colore del cielo e del sole) “dipende” esclusivamente dalla voce e dalla presenza della persona amata. Un’analisi psicologica letteralmente imperdibile!👇
Roma – Il panorama artistico e letterario mediorientale contemporaneo, specialmente quello declinato al femminile, continua incessantemente a sorprenderci per la sua straripante vitalità, per la profondità spaventosa delle sue riflessioni e per la capacità unica di mescolare con maestria dolori antichissimi e sensibilità modernissime. Oggi vi spalanchiamo le porte sull’universo creativo, magico e poliedrico di Mansoura Ghayasi, una figura intellettuale di primissima grandezza, nata nella frenetica e affascinante cornice di Teheran. Definire la Ghayasi semplicemente “poetessa” sarebbe un torto imperdonabile alla vastità sconfinata del suo ingegno. Stiamo parlando di una donna straordinariamente versatile: scrittrice di romanzi, autrice di canzoni struggenti, talentuosissima pittrice e professionista instancabile. Armata di ben due prestigiose lauree, conseguite con enorme sacrificio in Architettura e Psicologia, l’autrice iraniana utilizza la sua penna esattamente come usa i carboncini sulle tele: per tracciare i contorni labili, sfumati e complessi dell’animo umano, edificando architetture emotive destinate a sfidare le barriere implacabili del tempo e dello spazio.
Mansoura Ghayasi: l’artista poliedrica tra pittura, clinica e filantropia
L’ingresso trionfale della Ghayasi nel vastissimo e complesso mondo dell’arte è avvenuto in giovanissima età, spinta dolcemente ma fermamente dal fondamentale e costante incoraggiamento della madre.
La sua particolarissima carriera creativa non è iniziata scrivendo rime romantiche, ma sfregando la polvere scura del carboncino su un foglio bianco per immortalare il volto severo e tormentato del celebre filosofo Friedrich Nietzsche. Questo esordio così denso di significato filosofico ha segnato irreparabilmente tutta la sua futura produzione letteraria. In gioventù ha espanso il suo orizzonte buttandosi a capofitto nella scrittura creativa e, dopo undici lunghi anni di revisioni e gestazione febbrile, ha dato alla luce il suo primo, intenso e particolarissimo romanzo completo, intitolato non a caso “Un feto immaturo”. Ma l’energia straripante di Mansoura non si esaurisce affatto tra le pagine stampate. Parallelamente alla sua florida carriera di autrice (che vanta raccolte di quartine, gli affascinanti ghazal della tradizione persiana e poesie moderne), l’artista insegna oggi diverse tecniche pittoriche e gestisce magistralmente “Anika”, una clinica estetica specializzata. Inoltre, canalizza la sua immensa empatia fornendo quotidianamente preziosa assistenza ai concittadini iraniani più bisognosi tramite una lodevole organizzazione benefica, fondata amorevolmente in memoria del caro fratello scomparso.
I versi dell’attesa: la struggente poesia della dipendenza amorosa
Dalla sua recentissima produzione poetica moderna, tratta dalla raccolta “I miei scritti dal cuore”, vi proponiamo oggi la lettura immersiva di una lirica di rara, straziante e disarmante onestà emotiva. Un inno assoluto all’attesa e al bisogno vitale dell’altro.
Lo stato dei miei giorni ripetitivi
dipende dalla tua presenza,
e che tu mi creda
o non mi creda
dipende dalla tua fedeltà.
Ho detto: In questi giorni di nostalgia,
tu sei il mio unico sostegno, tu, e solo tu.
Anche se giuro che è vero,
dipende comunque
dalla tua fede in Dio.
No, questo incubo non mi lascerà,
questa ombra che permane tra il sonno e la veglia;
e sopravvivere a uno stato simile
dipende dalla tua voce.
Anche se sono caduta mille volte
sotto il peso del mio silenzio e della mia semplicità,
la forza delle mie spalle stanche
dipende dalle tue preghiere.
A questo incrocio incerto,
una mano mi tira in ogni direzione;
dovrei andare con te,
o camminare da sola?
Anche questo
dipende da te.
Quando sei lontano dalle mie mani,
tutto sembra uguale;
il cielo ovunque
ha lo stesso colore—
che sia nuvoloso,
o soleggiato,
o… non lo so,
perché tutto
dipende da dove sei.
Mansoura Ghayasi
L’analisi emotiva: la voce che salva dal buio dell’incubo
Leggere questi potenti e ossessivi versi significa calarsi volontariamente in un mare burrascoso fatto di assoluta, totale e accecante dipendenza psicologica nei confronti della persona amata.
La parola chiave che fa da pilastro architettonico all’intero componimento, ripetuta quasi fosse un disperato mantra salvifico, è il verbo “dipende”. La poetessa iraniana si spoglia di qualsiasi corazza femminista o illusione di cieca indipendenza per confessare al mondo intero la sua più intima fragilità. Ogni singolo aspetto della sua tormentata esistenza quotidiana (lo stato d’animo dei giorni ripetitivi, la capacità di risvegliarsi dall’incubo notturno, persino la forza per rialzarsi dalle mille cadute provocate dal proprio silenzio) è indissolubilmente, ferocemente ancorato alle reazioni, alla voce e alle preghiere dell’altro. La Ghayasi dipinge un amore che non è leggero, ma è un “sostegno” vitale e ineliminabile in mezzo alle rovine di giornate grigie cariche di insopportabile nostalgia.
Il cielo ha sempre lo stesso colore: un finale di sospensione
Il culmine del pathos emotivo si raggiunge vertiginosamente proprio nelle strofe finali del testo, dove il dramma dell’assenza prende prepotentemente il sopravvento sui paesaggi naturali.
Trovandosi in balia di un “incrocio incerto”, tirata brutalmente in direzioni opposte, la protagonista rinuncia addirittura alla suprema facoltà del libero arbitrio umano, affidando totalmente e incondizionatamente all’amato la decisione ultima sul percorso da intraprendere (“andare con te, o camminare da sola”). Il finale, di una bellezza struggente e straziante, annulla completamente la geografia e la meteorologia del mondo esterno. Senza le mani dell’amato a fare da scudo, l’intero universo perde di colpo senso e colore. Il cielo nuvoloso o il sole splendente diventano una massa informe, inutile e identica a se stessa, perché la vera luce, per chi ama così profondamente, non proviene mai dalle stelle, ma scaturisce unicamente dal luogo in cui si trova il cuore dell’altra persona. Una grandissima, dolorosissima e indimenticabile lezione d’amore in versi.
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