Rimani in contatto con noi
#

Cultura

“NeRoma 2026”, quando il “Crime” diventa “Cultura”: la sfida di Fabio Mundadori

C’è una Roma che non ha bisogno di essere raccontata attraverso le cartoline. È una Roma più inquieta, misteriosa, attraversata da ombre, domande, indagini e storie che sembrano nascere proprio nei suoi vicoli. È la Roma del noir, quella che ogni anno trova nel NeRoma Noir Festival uno dei suoi palcoscenici più autorevoli.

Nel 2026 il festival torna con la IX edizione e con una promessa ormai consolidata: trasformare il mondo del crime in un grande laboratorio culturale capace di mettere insieme scrittori, lettori, giornalisti, criminologi, editori e professionisti della narrazione.

Pubblicato

a

Locandina Evento NeRoma 2026

Roma-  C’è una Roma che non ha bisogno di essere raccontata attraverso le cartoline. È una Roma più inquieta, misteriosa, attraversata da ombre, domande, indagini e storie che sembrano nascere proprio nei suoi vicoli. È la Roma del noir, quella che ogni anno trova nel NeRoma Noir Festival uno dei suoi palcoscenici più autorevoli.

Nel 2026 il festival torna con la IX edizione e con una promessa ormai consolidata: trasformare il mondo del crime in un grande laboratorio culturale capace di mettere insieme scrittori, lettori, giornalisti, criminologi, editori e professionisti della narrazione.

Al centro di questa avventura c’è anche Fabio Mundadori che da direttore artistico del festival ha contribuito a costruire un appuntamento capace di superare i confini della semplice rassegna letteraria. NeRoma, infatti, non è soltanto un luogo dove presentare libri: è uno spazio nel quale il giallo, il thriller e il noir diventano strumenti per interrogare la società, le sue paure e le sue contraddizioni.

Nato nel 2018 da un’idea di Simona Teodori, Fabio Mundadori e Chiara de Magistris, NeRoma Noir Festival è cresciuto fino a diventare un appuntamento di respiro internazionale. L’Instituto Cervantes lo descrive come un festival dedicato al genere crime, capace di dare spazio tanto agli autori affermati quanto ai nuovi talenti e di creare collaborazioni con importanti realtà italiane e internazionali.

La forza del progetto sta proprio nella sua capacità di non considerare il noir – e più in generale il crime –un genere di nicchia. Al contrario, il noir può raccontare il presente con una precisione talvolta più incisiva della cronaca. Dietro un delitto letterario possono nascondersi interrogativi sulla giustizia; dietro un’indagine, il ritratto di una società; dietro un investigatore, la fragilità dell’uomo contemporaneo.

Ed è qui che il lavoro di Mundadori assume un significato particolare. La direzione artistica non consiste soltanto nella costruzione di un programma, ma nella capacità di creare connessioni, individuare voci, valorizzare autori e costruire un dialogo tra letteratura e realtà.

NeRoma 2026 si inserisce dunque in un percorso che guarda anche ai giovani scrittori. Il festival ha infatti sviluppato negli anni diversi premi e concorsi dedicati alla narrativa crime, offrendo agli autori emergenti occasioni concrete di confronto e, in alcuni casi, la possibilità di arrivare alla pubblicazione. Come accade da alcuni anni, anche per l’edizione 2026 è previsto, tra gli altri, il Premio NeRoma per racconti inediti in collaborazione con Il Giallo Mondadori. Il vincitore sarà premiato durante la IX edizione del festival e il racconto sarà successivamente pubblicato in appendice a un fascicolo della storica collana.

È una scelta culturale precisa: non limitarsi a celebrare chi è già arrivato, ma costruire una strada per chi sta ancora cercando la propria voce.

E in questo percorso emerge anche la vocazione internazionale di NeRoma. La collaborazione con il Tenerife Noir Festival, per esempio, ha aperto negli anni un dialogo europeo attorno alla narrativa criminale, favorendo scambi tra autori, festival e culture differenti.

Il noir, del resto, non conosce confini. Cambiano le città, le lingue e le atmosfere, ma rimangono le grandi domande: perché nasce il male? Quanto siamo disposti a conoscere la verità? Dove termina la responsabilità individuale e dove comincia quella collettiva?

Sono interrogativi che spiegano perché NeRoma continui a parlare a un pubblico sempre più ampio.

La IX edizione, che si terrà dal 16 al 18 ottobre 2026, rappresenterà quindi un nuovo capitolo di questa storia. E ancora una volta Fabio Mundadori, con Chiara de Magistris e Simona Teodori, sarà chiamato a tenere insieme le diverse anime della manifestazione: la letteratura, l’intrattenimento, la riflessione sociale, la scoperta dei nuovi talenti e il confronto internazionale.

In un’epoca nella quale tutto sembra dover essere immediatamente spiegato, il noir conserva invece il valore prezioso del dubbio. Non offre necessariamente risposte: costruisce domande. E forse è proprio questo il segreto del suo successo.

NeRoma 2026 nasce così sotto il segno di una convinzione semplice ma potente: raccontare il crimine significa, prima ancora, raccontare l’essere umano.

Fabio Mundadori e NeRoma continuano a farlo mettendo la cultura al centro dell’indagine. Perché dietro ogni mistero c’è una storia. E dietro ogni storia, inevitabilmente, c’è qualcuno che cerca di capire chi siamo davvero.

In foto Fabio Mundatori e Chiara De Magistris

In foto Fabio Mundadori e Chiara De Magistris

NEROMA 2026, IL LATO OSCURO DELLE STORIE: INTERVISTA A FABIO MUNDADORI

Dottor Mundadori, il noir racconta il crimine, ma forse racconta soprattutto l’essere umano. Quando Lei pensa al NeRoma, qual è la prima parola che le viene in mente?

La parola che mi viene in mente è curiosità. Tutte le storie nascono da una domanda, ma il noir ha la propria: una domanda che riguarda la natura del male, le sue motivazioni, le radici del delitto. E la curiosità, secondo me, è una delle forme più alte dell’intelligenza. NeRoma, come il noir, nasce proprio dal desiderio di andare oltre la superficie delle cose.

Il pubblico cerca nel noir il mistero, la tensione, talvolta persino la paura. Ma che cosa cerca, secondo Lei, il lettore dentro una storia criminale?

Cerca una verità. Non necessariamente la verità del delitto narrato, ma una verità più profonda, che riguarda noi stessi. Il lettore entra in una storia per scoprire chi è il colpevole, ma spesso finisce per interrogarsi sulle proprie paure, sulle proprie fragilità, sulle proprie zone d’ombra e ad affrontare ciò che lo mette più a disagio. È questo il grande potere della narrativa noir.

Lei ha costruito negli anni un festival che non si limita alla presentazione dei libri. Qual è la differenza tra organizzare un evento e costruire una comunità culturale?

Un evento finisce quando si spengono le luci. Una comunità, invece, continua a vivere dopo. Il nostro obiettivo è proprio questo: creare incontri, relazioni, occasioni di confronto. Un festival non dovrebbe essere soltanto un calendario di appuntamenti, ma un luogo nel quale le persone possano sentirsi parte di qualcosa.

 

Fabio Mundatori

Nel mondo contemporaneo siamo sommersi dalle immagini e dalle informazioni. Perché dovremmo ancora avere bisogno delle storie?

Perché le informazioni ci dicono cosa è accaduto, mentre le storie cercano di spiegarci perché è accaduto. Una notizia può raccontare un fatto in poche righe; una storia può mostrarci le conseguenze di quel fatto, le emozioni, le contraddizioni, la complessità. Abbiamo bisogno delle storie perché abbiamo bisogno di comprendere, non soltanto di sapere: è così che le storie modificano la nostra mente, il nostro modo di pensare e – di riflesso – la realtà.

Le storie sono il filo che non solo tiene insieme LA cultura, ma anche LE culture.

Questo è ciò che è accaduto con Tenerife Noir Festival e con tutti i festival italiani di genere e non che ogni edizione compaiono sulle locandine di NeRoma.

Grazie a NeRoma sono nate amicizie, collaborazioni, spunti per nuovi eventi: tenete d’occhio le pagine del festival perché è in arrivo qualcosa che vi sorprenderà.

 

Il noir mette spesso in scena il male. Lei pensa che la letteratura possa aiutarci a comprenderlo?

Comprendere non significa giustificare. La letteratura può però permetterci di guardare il male senza semplificarlo. Può mostrarci le circostanze, le scelte, le responsabilità. E soprattutto può ricordarci che dietro ogni vicenda criminale ci sono persone, vittime, famiglie, ferite. Il noir migliore non spettacolarizza il male: lo interroga.

 

C’è ancora spazio, oggi, per gli scrittori esordienti in un panorama editoriale così affollato?

Deve esserci. Chi merita deve avere una chance: se non offriamo spazio alle nuove voci, il futuro della letteratura diventa più povero. Una delle responsabilità di un festival è proprio quella di scoprire talenti, dare loro visibilità e creare occasioni concrete. Un esordiente non ha bisogno soltanto di essere ascoltato: ha bisogno che qualcuno creda nella sua storia.

 

Qual è il talento più importante che dovrebbe possedere un giovane autore di noir?

Saper osservare. Prima ancora di scrivere bisogna imparare a guardare. Le persone, i luoghi, i silenzi, le contraddizioni. Un buon autore deve essere un osservatore del mondo. La tecnica si può studiare, lo stile si può affinare; la capacità di vedere ciò che gli altri non vedono è qualcosa di più raro.

 

 

Roma è una città che sembra nata per il noir. Quanto conta la città nel racconto di una storia criminale?

Conta moltissimo. Una città non è soltanto uno sfondo: è un personaggio. Roma possiede una stratificazione straordinaria. Ha la bellezza, la storia, il potere, la periferia, i palazzi antichi e le contraddizioni contemporanee. È una città nella quale il passato e il presente convivono continuamente. Per questo può diventare un’infinita fonte narrativa.

 

Arriviamo a NeRoma 2026. Che cosa vorrebbe che il pubblico portasse a casa dopo aver partecipato al festival?

Vorrei che portasse a casa una domanda. Non necessariamente una risposta. Se una persona esce dal festival con la voglia di leggere un libro, di conoscere un autore, di discutere di una storia o semplicemente di osservare diversamente ciò che la circonda, allora abbiamo raggiunto il nostro obiettivo.

Qual è la sfida più grande per chi, come Lei, lavora per mantenere viva una manifestazione culturale?

 

Resistere alla tentazione della ripetizione. Ogni edizione deve avere una propria identità. La tradizione è importante, ma non può trasformarsi in immobilità. Bisogna avere il coraggio di rinnovarsi senza perdere ciò che ha reso riconoscibile il festival.

Lei crede che la cultura possa ancora cambiare qualcosa nella società?

Credo che possa cambiare le persone. E le persone, lentamente, possono cambiare la società. Non penso alla cultura come a qualcosa di astratto o distante dalla vita quotidiana. Un libro può modificare una prospettiva, una conversazione può mettere in discussione una certezza, un incontro può aprire una strada. Il cambiamento spesso comincia da qualcosa di apparentemente piccolo.

 

 

Se dovesse descrivere NeRoma con una sola immagine, quale sceglierebbe?

Una porta socchiusa nel buio. Perché il noir è proprio questo: qualcosa che ci invita a entrare senza dirci completamente cosa troveremo dall’altra parte.

E Lei, personalmente, che cosa continua a cercare dietro quella porta?

Cerco storie capaci di sorprendermi. Ma soprattutto persone capaci di raccontarle. Perché alla fine un festival non vive soltanto di libri, ma degli esseri umani che quei libri li scrivono, li leggono e li discutono.

 

Un’ultima domanda. Se il noir è il genere delle ombre, che cosa rappresenta per Lei la luce?

La consapevolezza. L’ombra non deve essere necessariamente qualcosa da cui fuggire. A volte dobbiamo attraversarla per capire meglio noi stessi. La luce, per me, è arrivare dall’altra parte con qualche certezza in meno, ma con qualche domanda in più. E forse è proprio questo che la cultura dovrebbe fare: non dirci sempre dove andare, ma insegnarci a vedere meglio la strada.

NeRoma Noir Festival 2026

QUANDO LE OMBRE DIVENTANO STORIE

Alla fine, forse, il noir non è soltanto il racconto dell’oscurità. È il viaggio che compiamo per attraversarla.

Ed è proprio in quella penombra, dove le certezze vacillano e le domande diventano più importanti delle risposte, che NeRoma trova la sua anima. Fabio Mundadori ne custodisce lo spirito come si custodisce una luce discreta: senza abbagliare, ma capace di indicare una direzione.

Perché ogni storia nasconde un mistero, ogni mistero una verità e ogni verità un frammento dell’uomo.

E quando le pagine si chiudono, quando le voci del festival si spengono e Roma torna alla sua notte, qualcosa rimane: il desiderio di continuare a cercare.

Forse è questo il vero senso del noir.

Entrare nel buio non per avere paura, ma per scoprire quanta luce siamo ancora capaci di trovare dentro di noi.

NeRoma Locandina Festival Noir 2026

Clicca per commentare

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Cultura

Brixhilda Dede, la poetessa dell’anima che unisce Albania e Grecia: l’elogio dell’amore impossibile in “Meraviglia Naturale”

“Innamorarsi di te è il desiderio dell’universo. Restare lontano da te è un peccato”. 🌹 ✨ Oggi vi portiamo in viaggio tra l’Albania e la Grecia per farvi scoprire la meravigliosa penna di Brixhilda Dede, scrittrice e poetessa di immenso talento capace di trasformare i sentimenti in pura magia. Dopo aver pubblicato numerosi libri di successo (come il romanzo ‘Fenice’ e la raccolta ‘Dolce dolore’), vi presentiamo oggi la sua toccante poesia “Meraviglia Naturale”. Un inno struggente e profondo dedicato a quegli amori “impossibili” che sconvolgono il mondo e che elevano l’anima degli innamorati. Parole che toccano il cuore, che profumano di eternità e di silenzi paragonati a mari tranquilli. Tuffatevi nell’emozione e leggete la poesia integrale nel nostro nuovo articolo dedicato alla Cultura e alla Bellezza! 👇 📖

Pubblicato

a

Brixhilda Dede

Redazione– La poesia è un linguaggio universale, un filo invisibile e potentissimo capace di attraversare le frontiere geografiche per unire i cuori e le anime sotto il segno della pura bellezza. È esattamente questa la missione letteraria ed esistenziale di Brixhilda Dede, una figura di spicco nel panorama culturale contemporaneo, capace di far dialogare le proprie radici balcaniche con un lirismo di respiro internazionale. Nata nella storica e affascinante città di Korçë (in Albania), la Dede ha inizialmente intrapreso un percorso accademico distante dalla letteratura pura: ha infatti studiato presso la prestigiosa Università “Fan S. Noli”, specializzandosi e laureandosi come tecnologa alimentare. Ma il richiamo dell’arte e della parola era troppo forte per essere ignorato.

Da Korçë a Salonicco: il viaggio interiore di una scrittrice prolifica

Trasferitasi da molti anni a Salonicco, in Grecia, Brixhilda Dede ha trovato in terra ellenica l’ispirazione definitiva per abbracciare la sua vera vocazione. Scrittrice e poetessa di rara sensibilità, ha fatto della parola scritta uno spazio intimo e privilegiato per esprimere emozioni, sentimenti contrastanti e riflessioni profonde sull’animo umano. La sua vasta e apprezzata produzione letteraria si distingue per una particolare e vibrante sensibilità poetica, unita alla formidabile capacità di trasformare le esperienze interiori e il vissuto quotidiano in immagini vivide, emozioni tangibili e parole che colpiscono dritte al cuore del lettore.

Ad oggi, la sua prolifica carriera letteraria vanta la pubblicazione di numerose opere di successo. Ha dato alle stampe ben cinque raccolte poetiche di grande spessore emotivo (“Astrazione”, “Il fiore di maggio”, “Sussurri di sentimenti”, “I segreti dell’amore” e “Dolce dolore”), approdando poi con successo anche alla narrativa con l’intenso romanzo intitolato “Fenice”. Ma l’ispirazione della Dede non si ferma mai: la sua attività letteraria prosegue oggi con nuovi e ambiziosi progetti. Sono infatti attualmente in fase di stretta elaborazione un nuovo romanzo e due inediti libri di poesie, testimonianza diretta di un percorso creativo in continua, irrefrenabile evoluzione.

“Meraviglia Naturale”: un inno all’amore impossibile ed eterno

La scrittura di Brixhilda Dede, come accennato, nasce dal magico e indissolubile intreccio tra sentimento, memoria, amore puro e introspezione psicologica. Tutto questo si riflette in modo cristallino in uno dei suoi componimenti più belli e amati, intitolato “Meraviglia Naturale”. In questa poesia, l’autrice esplora il concetto dell’amore assoluto, quello che sfiora la divinità. L’amato viene descritto come “la meraviglia che Dio ha donato alla terra”, una creatura talmente limpida e magica da rendere l’innamoramento un “desiderio dell’universo” e l’allontanamento un vero e proprio “peccato”.

I versi della Dede ci trascinano in una dimensione quasi metafisica, dove l’amore non è solo un sentimento terreno, ma un’unione spirituale profonda (“In te ritrovo sempre me stesso, il silenzio si distende dentro di me come un mare tranquillo”). Il finale della poesia è un potentissimo omaggio agli “amori impossibili”, quelli ostacolati dal destino ma che, proprio per la loro natura straordinaria, sono in grado di “sconvolgere il mondo” ed elevare gli innamorati al rango di esseri speciali, “santi della pace ed eletti di Dio”.

Il testo integrale della poesia

Vi lasciamo ora alla lettura immersiva dei magnifici versi scritti da Brixhilda Dede, augurandovi di trovare, nella vostra vita, una “Meraviglia Naturale” da amare in segreto e con l’anima.


MERAVIGLIA NATURALE

Il tuo ritratto somiglia al dipinto più bello.
La meraviglia che Dio ha donato alla terra.
Innamorarsi di te è desiderio dell’universo.
Restare lontano da te è peccato.

Nella mia mente rimani in ogni momento.
Entrerei anche dentro il tuo corpo, se mi lasciassi avvicinare.
In te ritrovo sempre me stesso, il silenzio si distende dentro di me come un mare tranquillo.

Tu, con calma, ti adatti ai cambiamenti, alle norme primarie, all’asse che sostiene una relazione.
Ma anche così bella, limpida,
quanto sei vera, altrettanto sei magica.

Per ore intere desidero guardarti.
Per giorni interi non mi stanco di parlarti.
Immergermi profondamente nel nostro mondo,
amarci segretamente, come nessuno ha mai amato.

Il mondo superiore appartiene agli esseri speciali.
Agli amori impossibili che sconvolgono il mondo.
Come noi, ai santi della pace, agli eletti di Dio.

Continua a Leggere

Cultura

I segreti dei portici di Torino: un affascinante viaggio al coperto lungo 400 anni di storia e misteri

Camminare nel centro di Torino significa attraversare una città che sembra avere costruito un secondo spazio pubblico sotto i propri palazzi. I portici non sono soltanto un riparo dalla pioggia, dalla neve o dal sole estivo: costituiscono una trama urbana continua, elegante e riconoscibile, nella quale si incontrano architettura, commercio, potere politico e vita quotidiana. La loro presenza così estesa non nacque per caso e neppure da un’unica decisione. Fu il risultato di un progetto avviato dai Savoia nel Seicento e proseguito, con linguaggi differenti, per oltre trecento anni.

Pubblicato

a

Portici di Torino

Torino-  Camminare nel centro di Torino significa attraversare una città che sembra avere costruito un secondo spazio pubblico sotto i propri palazzi. I portici non sono soltanto un riparo dalla pioggia, dalla neve o dal sole estivo: costituiscono una trama urbana continua, elegante e riconoscibile, nella quale si incontrano architettura, commercio, potere politico e vita quotidiana. La loro presenza così estesa non nacque per caso e neppure da un’unica decisione. Fu il risultato di un progetto avviato dai Savoia nel Seicento e proseguito, con linguaggi differenti, per oltre trecento anni.

Non soltanto una risposta al clima

La spiegazione più immediata è quella climatica. Torino conosce inverni freddi, giornate piovose e, storicamente, nevicate e nebbie più frequenti di oggi; d’estate, invece, le gallerie porticate proteggono dall’irraggiamento diretto e rendono più gradevole il cammino. Una rete di passaggi coperti permetteva quindi di attraversare le parti centrali della città in condizioni relativamente confortevoli durante buona parte dell’anno.

Il clima, tuttavia, non basta a spiegare perché a Torino i portici siano diventati un sistema tanto ampio, ordinato e monumentale. Molte città dell’Italia settentrionale avevano le stesse necessità, ma non tutte scelsero di trasformare il portico in uno degli elementi principali della propria immagine. Nel capoluogo piemontese fu decisiva la volontà politica della dinastia sabauda: la città doveva presentarsi come una capitale europea, regolare nelle forme, solenne nelle prospettive e immediatamente riconoscibile.

Quando Emanuele Filiberto trasferì nel 1563 la capitale del Ducato di Savoia da Chambéry a Torino, l’antico abitato conservava ancora in larga parte l’impianto di origine romana, con strade disposte secondo una griglia abbastanza rigida. Nei decenni successivi, la crescita della corte, degli uffici amministrativi, dell’esercito e delle attività economiche impose nuovi ampliamenti. I Savoia non si limitarono ad aggiungere case: utilizzarono l’urbanistica come una rappresentazione del potere. Le facciate coordinate, le piazze scenografiche, gli assi prospettici e i portici dovevano comunicare ordine, stabilità e prestigio.

Dal progetto di piazza Castello al “salotto” di piazza San Carlo

Una delle prime svolte decisive risale al 1606, quando Carlo Emanuele I dispose che piazza Castello fosse sistemata secondo il progetto dell’architetto Ascanio Vitozzi, prevedendo un insieme di fronti regolari e porticati. Esistevano strutture porticate anche in epoche precedenti, ma è nel Seicento che Torino cominciò a costruire i propri portici monumentali come parte di un disegno unitario.

Il passaggio successivo fu l’espansione verso sud. L’attuale piazza San Carlo, allora chiamata piazza Reale, venne progettata da Carlo di Castellamonte a partire dal 1637-1638 e divenne il fulcro della nuova città. Non era solamente una piazza di rappresentanza: ospitava anche attività commerciali e momenti della vita collettiva. I palazzi che la delimitavano dovevano rispettare un modello comune e i portici contribuivano a unificare edifici appartenenti a proprietari differenti in una sola grande scena urbana. La ricostruzione storica di MuseoTorino dedicata a piazza San Carlo ricorda che la costruzione venne completata soltanto nei primi anni Cinquanta del Seicento.

È qui che si comprende una delle funzioni più importanti del portico torinese. Al piano superiore rimaneva il palazzo privato; al livello della strada nasceva invece uno spazio di passaggio e di incontro, protetto ma aperto alla città. Il portico metteva in relazione la dimora nobiliare con la vita pubblica senza confondere completamente i due ambiti. Inoltre rendeva omogenea la piazza: il visitatore non percepiva una successione casuale di edifici, ma un’architettura complessiva.

Via Po, la grande strada scenografica voluta dai Savoia

Il momento più spettacolare arrivò con il secondo ampliamento di Torino. Nel 1673, sotto Carlo Emanuele II, Amedeo di Castellamonte progettò la Contrada di Po, l’attuale via Po. La strada doveva collegare il cuore politico della capitale, rappresentato dal castello e dal Palazzo Reale, con il ponte sul fiume e con il territorio oltre le mura. A differenza di gran parte del centro storico, via Po segue un andamento obliquo: rompe la griglia ortogonale e crea un lungo cannocchiale prospettico diretto verso il fiume e la collina.

I portici furono disposti su entrambi i lati e le facciate vennero organizzate secondo un disegno uniforme. Ancora oggi, nonostante le trasformazioni avvenute nei secoli, la strada conserva la forza di quella concezione. MuseoTorino la definisce l’asse portante attorno al quale, dal 1673, venne pianificato e realizzato il secondo ampliamento cittadino. Non si trattava soltanto di aprire una via più larga, ma di costruire una vera scenografia urbana capace di guidare lo sguardo e il movimento delle persone.

Via Po svolse anche una funzione economica fondamentale. Sotto le arcate trovarono posto botteghe, esercizi, caffè e, in seguito, librerie e bancarelle. Il passaggio coperto garantiva una presenza più costante di persone e rendeva conveniente l’apertura di attività affacciate sul percorso. In questo modo l’architettura di rappresentanza voluta dalla corte si trasformò progressivamente in un’infrastruttura commerciale utilizzata da tutta la popolazione.

La leggenda del re che non voleva bagnarsi

Una storia spesso ripetuta sostiene che i portici di via Po sarebbero stati costruiti per permettere al sovrano di raggiungere la chiesa della Gran Madre senza esporsi alla pioggia. È un racconto suggestivo, ma non può spiegare la nascita della strada porticata: via Po risale al 1673, mentre la Gran Madre appartiene alla stagione architettonica dell’Ottocento.

La tradizione contiene però un elemento reale. In origine, le strade laterali interrompevano il percorso coperto. A partire dal 1819, sul lato sinistro di via Po vennero realizzate terrazze sopra gli attraversamenti, in modo da collegare tra loro gli isolati e creare una passeggiata senza interruzioni. Il Touring Club Italiano ricorda proprio questi interventi ottocenteschi.

È dunque plausibile associare il tragitto reale al completamento del collegamento coperto, ma non all’origine seicentesca dei portici. La distinzione è importante perché restituisce alla storia torinese tutta la sua profondità: prima venne il grande progetto urbanistico dei Savoia; solo molto più tardi quel sistema fu perfezionato anche per le esigenze della corte e della nuova città ottocentesca.

Dal Barocco alla capitale borghese

Il modello non si fermò a piazza San Carlo e via Po. Nel Settecento Filippo Juvarra lo riprese nei Quartieri Militari, costruiti tra il 1716 e il 1728, mentre Benedetto Alfieri intervenne nel 1756 sul disegno di piazza Palazzo di Città. Cambiavano le proporzioni e il linguaggio architettonico, ma rimaneva la stessa idea: usare il portico per collegare edifici, disciplinare lo spazio e attribuire continuità alla città.

Nell’Ottocento, dopo la demolizione delle fortificazioni napoleoniche e con l’espansione al di fuori dell’antica cinta, i portici divennero uno strumento della Torino moderna. Il sistema di piazza Vittorio Veneto, progettato da Giuseppe Frizzi a partire dal 1825, prolungò idealmente la prospettiva di via Po fino al fiume. Dal 1850 Carlo Promis lavorò sull’area di piazza Carlo Felice e di corso Vittorio Emanuele II; dal 1863 cominciò a definirsi piazza Statuto. Nuovi tratti comparvero lungo via Cernaia, via Sacchi, via Pietro Micca e altri importanti assi di collegamento.

La ricostruzione complessiva di MuseoTorino mostra come i portici seguano sia le grandi strade monumentali sia la forma delle principali piazze: piazza Castello, piazza San Carlo, piazza Vittorio Veneto, piazza Statuto, piazza Palazzo di Città e piazza Carlo Felice.

Non esiste quindi un solo “portico torinese”. Le arcate seicentesche di piazza San Carlo sono più ampie e solenni; quelle settecentesche di piazza Palazzo di Città hanno proporzioni più contenute; i percorsi ottocenteschi rispondono alle esigenze della capitale borghese e della crescente mobilità urbana.

Anche il Novecento continuò questa storia. La ricostruzione di via Roma, realizzata in più fasi, conservò e reinterpretò il principio del passaggio coperto. Nel tratto completato negli anni Trenta, il marmo, le linee più severe e la monumentalità tipica dell’epoca produssero un ambiente molto diverso da quello barocco di via Po, ma mantennero l’idea di una strada commerciale protetta e architettonicamente ordinata. È questa continuità attraverso stili tanto diversi a rendere Torino un caso particolare: ogni epoca ha aggiunto il proprio capitolo senza abbandonare il modello originario.

Il portico come salotto, mercato e luogo democratico

Con il tempo i portici smisero di essere percepiti soltanto come un’infrastruttura voluta dal potere. Diventarono il luogo della passeggiata, dello shopping e della conversazione. I caffè storici torinesi accolsero aristocratici, politici, militari, scrittori, giornalisti e protagonisti del Risorgimento. Le vetrine contribuirono alla nascita della moderna cultura dei consumi, mentre edicole, librai e venditori trasformarono alcuni tratti in spazi popolari e vivaci.

Il fascino dei portici dipende anche dalla loro natura intermedia. Non sono propriamente una stanza, ma neppure una strada completamente aperta. Appartengono agli edifici che li sorreggono e, nello stesso tempo, vengono vissuti come bene collettivo. Sotto le arcate passano persone di ogni condizione sociale; ci si ripara, si aspetta qualcuno, si guarda una vetrina, si beve un caffè, si assiste a un’esibizione o semplicemente si attraversa il centro. L’architettura monumentale viene così ricondotta alla scala dei gesti quotidiani.

Le stime più diffuse attribuiscono oggi a Torino oltre 18 chilometri di portici, dei quali circa 12 collegati in percorsi interconnessi. La misurazione può variare a seconda che si considerino soltanto i complessi storici o anche strutture più recenti, ma il dato restituisce comunque l’ampiezza del fenomeno. La rete attraversa secoli di storia e unisce aree costruite secondo concezioni urbanistiche differenti.

Perché Torino ne ha così tanti

Alla domanda iniziale si può dunque rispondere attraverso quattro ragioni che si rafforzano a vicenda. La prima è pratica: i portici proteggono dalle intemperie e dal caldo. La seconda è politica: i Savoia li utilizzarono per dare alla capitale un’immagine regolare, prestigiosa e controllata. La terza è economica: il passaggio coperto favorì botteghe, mercati, caffè e attività commerciali. La quarta è sociale: i torinesi adottarono quei luoghi e li trasformarono in una parte essenziale della vita cittadina.

Per questo i portici non sono un semplice ornamento e non possono essere ridotti alla curiosità del sovrano che desiderava passeggiare senza bagnarsi. Sono una forma di città. Raccontano il passaggio dalla capitale assolutista alla metropoli industriale, dalla corte alla borghesia, dalle carrozze ai tram, dalle antiche botteghe alle attività contemporanee. Sotto quelle arcate Torino ha imparato a mettere insieme monumentalità e vita quotidiana, disciplina urbanistica e socialità. Ancora oggi, percorrerle significa leggere la storia della città non in un museo, ma camminandoci dentro.

GEO: Torino, Città metropolitana di Torino, Piemonte, Italia. Luoghi citati: piazza Castello, piazza San Carlo, via Po, piazza Vittorio Veneto, piazza Palazzo di Città, piazza Carlo Felice, piazza Statuto, via Roma e corso Vittorio Emanuele II. Coordinate indicative del centro storico: 45.0703° N, 7.6869° E.

Continua a Leggere

Cultura

Il coraggio delle donne e l’amore per l’Albania: intervista a Francesca Gallello, la giornalista che unisce i popoli con la forza della cultura

“In tanti vedono il mare tra due Paesi come qualcosa che divide. Io lo vedo come un ponte che unisce”. 🌊 🤝 Oggi vi raccontiamo la storia straordinaria di Francesca Gallello, giornalista, scrittrice e donna dal cuore immenso. Intervistata da Angela Kosta, la fondatrice di “Saturno Magazine” e dell’associazione “Veliero” ci racconta la sua infaticabile lotta in difesa delle donne (ha fondato il fondamentale sportello antiviolenza “Donna Rosa”) e il suo profondissimo legame culturale con l’Albania e il Kosovo. “Conoscere le tradizioni degli altri popoli è l’unico vero modo per costruire la pace”, racconta Francesca ricordando i suoi favolosi tour letterari nei Balcani e il suo profondo legame spirituale con Madre Teresa di Calcutta. Una lezione di vita e di giornalismo che vi invitiamo a leggere integralmente nel nostro nuovo articolo! 👇 📖

Pubblicato

a

Francesca Gallello

Redazione  – Ci sono donne la cui energia vitale sembra inesauribile, capaci di trasformare la propria passione letteraria in un vero e proprio scudo per difendere i più deboli e in un ponte per unire culture lontane. Oggi portiamo ai nostri lettori la figura di un’illustre scrittrice, poetessa, giornalista e instancabile promotrice culturale: Francesca Gallello. Nata e residente a Cirò Marina (nella provincia calabrese di Crotone), la Gallello è una donna impegnata su molteplici fronti. Direttrice della Rivista Internazionale Saturno Magazine, è anche la fiera ideatrice dello sportello “Donna Rosa”, nato per offrire sostegno concreto, psicologico e umano alle donne vittime di violenza, incoraggiandole a denunciare ogni forma di sopraffazione fisica e verbale.

Una vita spesa tra giornalismo, associazionismo e ponti culturali

Il curriculum di Francesca Gallello è monumentale. A soli diciassette anni ha ottenuto la sua prima pubblicazione; nel 1988 ha pubblicato il romanzo Ma lui amava Madonna e nel 2010 ha organizzato la manifestazione contro la violenza sulle donne “Se non ora quando?”. Nel 2012 ha fondato l’Associazione Storico-Culturale “Radici”, mentre nel 2014 ha dato vita all’omonimo sportello online “Donna Rosa”, da cui è nato anche un libro di storie vere e un percorso itinerante di educazione sentimentale nelle scuole. Editrice con la sua associazione “Veliero”, nel corso degli anni ha ricevuto riconoscimenti prestigiosissimi, tra cui il titolo di “International Ambassador of Peace”. Negli ultimi anni ha intensificato enormemente il dialogo culturale con l’Albania e il Kosovo (pubblicando la raccolta bilingue Oltre il mare – Përtej detit), diventando un vero e proprio ponte di fratellanza italo-albanese.

Conosciamo meglio questa donna poliedrica e dal cuore d’oro attraverso le sue stesse parole, in questa profonda intervista curata dalla giornalista Angela Kosta.


L’INTERVISTA A FRANCESCA GALLELLO

Angela Kosta: Quand’è stato il suo primo impatto con la scrittura?
Francesca Gallello: «Ho iniziato fin da piccolissima amando i libri e scoprendo che attraverso le pagine di un racconto potevo sognare e vivere mille avventure, diventando amica dei personaggi e, nei miei sogni, giocando con loro. Avevo solo otto anni quando ho letto il mio primo vero libro, e a nove anni ho scritto il mio primo racconto. A diciassette anni ho finalmente avuto la mia prima pubblicazione ufficiale con una casa editrice di Firenze».

Angela K: Nella sua biografia notiamo che, oltre ad aver fondato numerose attività legate all’arte e alla cultura (e in difesa delle donne), ha fondato anche la Rivista Internazionale “Saturno”. Com’è nata quest’idea?
F. Gallello: «Quando avevo sedici anni ho iniziato a scrivere per il giornale “Il Setaccio”, fondato dal bravissimo professor Scarpelli, ed è stato lui a incoraggiarmi e a farmi appassionare visceralmente a questo mondo. Quando purtroppo ha stampato il suo ultimo numero, rimasi molto dispiaciuta sia per lui (che ci aveva messo il cuore) sia per me, che non avevo più la mia preziosa vetrina. Da allora ho sempre sognato di avere una rivista tutta mia. Sebbene negli anni successivi io abbia scritto per diversi giornali (attualmente collaboro anche con il Quotidiano della Calabria), questo sogno nel cassetto non mi ha mai abbandonato. Nel 2022 ho deciso di realizzarlo: nasce così “Saturno Magazine”, una rivista online dinamica e moderna, nella quale amo dare spazio non soltanto a personaggi noti, ma anche e soprattutto alle storie di vita della gente comune».

Angela K: Come è strutturata oggi “Saturno Magazine”?
F. Gallello: «Io ne sono la direttrice e la vicedirettrice è Mariasole Cavarretta. Abbiamo moltissimi collaboratori che, in forma del tutto amicale, ci inviano articoli su diverse tematiche, con ampi spazi dedicati agli autori e alle autrici di tutto il mondo. Le rubriche sono tantissime: Arte, Costume e Società, Penne dal mondo, Il personaggio, Storie vere, Libri, Cinema, TV, oltre a uno spazio speciale dedicato ai drama asiatici (molto seguiti dai giovani). Le porte della nostra rivista sono sempre aperte e pronte ad accogliere nuovi collaboratori».

Angela K: Lei ama profondamente il popolo albanese e quello kosovaro. Qual è l’origine di questo meraviglioso legame con l’Albania e il Kosovo?
F. Gallello: «Il mio legame con questi due popoli è molto forte e nasce oltre dieci anni fa, quando ho ritirato il premio “Terre Lontane”. È nata da subito un’amicizia fondata sul sincero interesse culturale, sugli scambi di libri, poesie e articoli. In collaborazione con due autori albanesi abbiamo pubblicato in bilingue Oltre il mare – Përtej Detit. Abbiamo presentato il libro in Albania e in Kosovo, in luoghi storici di inestimabile valore, come il Museo Nazionale di Storia di Tirana. Hanno partecipato poeti, giornalisti e personalità pubbliche, tra cui il Generale Dede Prenga e il dottor Albert Gjoka. È stato sottolineato quanto fosse importante una collaborazione culturale così solida tra l’Albania e l’Italia».

Angela K: Siete stati anche a Pristina, in Kosovo?
F. Gallello: «Sì, il libro è stato presentato a Pristina nella magnifica Biblioteca Nazionale. Anche lì abbiamo parlato dei valori profondi dell’opera e dell’importanza nevralgica degli scambi culturali. Il nostro tour è poi proseguito a Kukës e a Durazzo, accolti ovunque con un entusiasmo commovente da docenti universitari, giornalisti e direttori di biblioteche. Ma il mio rapporto con l’Albania e il Kosovo non è soltanto accademico o letterario. Ho amici e amiche che stimo profondamente. Di recente sono andata in Kosovo per presentare il libro di Agim Desku pubblicato dalla mia associazione VELIERO».

Angela K: Qual è il segreto per costruire la pace?
F. Gallello: «Penso che collaborazioni come queste debbano essere realizzate molto più spesso. È fondamentale conoscere la storia, la cultura e le antiche tradizioni di Paesi e popoli meravigliosi: sono un’inesauribile fonte di ricchezza interiore e, sicuramente, formidabili portatori di pace tra i popoli. Il mio rapporto amicale con Albania e Kosovo è per me un dono immenso di Madre Teresa di Calcutta, alla quale sono devotamente legata e che porto nel cuore. In tanti, troppi, vedono il mare tra due Paesi come qualcosa che divide e spaventa. Io, invece, lo vedo da sempre come un bellissimo ponte che unisce».

Continua a Leggere

Articoli di Tendenza