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Cronaca

Risponde “ok” a un finto sms dei carabinieri: parroco truffato per 120mila euro

Ha risposto “ok” a un semplice sms credendo fosse dei Carabinieri, ma in quell’istante gli hanno svuotato il conto. È la clamorosa e drammatica truffa hi-tech da 120.000 euro subita ad Altamura dal parroco don Vito Colonna. Il denaro rubato dai cybercriminali serviva a mantenere la parrocchia e l’asilo del paese. Dopo mesi di indagini segrete su un’organizzazione criminale internazionale, il sacerdote ha raccontato l’incubo e ha lanciato un accorato appello a tutti i cittadini: “Vi prego, aiutatemi a ripristinare il salvadanaio rubato”👇

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chat su smartphone

Altamura (Bari) – A volte, nel moderno e insidioso mondo delle comunicazioni digitali, basta compiere un gesto apparentemente innocuo, banale e istintivo per innescare conseguenze economiche letteralmente catastrofiche e rovinose. Sembrerebbe essere bastato semplicemente digitare e inviare un laconico “ok” di risposta a un banale messaggio ricevuto sul proprio smartphone (proveniente da una numerazione telefonica che sembrava erroneamente e fraudolentemente riconducibile al comando locale dei Carabinieri) per far scattare e innescare in modo letale una colossale truffa informatica del valore complessivo di ben 120mila euro. L’incredibile e drammatica disavventura telematica, che ha letteralmente scioccato un’intera comunità pugliese, ha avuto come sfortunata e ignara vittima don Vito Colonna, lo storico e amatissimo parroco della grande parrocchia del Sacro Cuore di Gesù, situata nel cuore del comune di Altamura. La gravissima e spiacevole vicenda giudiziaria, dai contorni ancora in parte tutti da chiarire, è diventata improvvisamente di dominio pubblico soltanto nelle scorse ore, dopo essere rimasta doverosamente coperta dal più stretto e assoluto riserbo investigativo per diversi e tormentati mesi, il tempo strettamente necessario affinché venissero avviati i primi, complessi accertamenti tecnici da parte delle forze dell’ordine e, parallelamente, se ne desse doverosa notizia formale ai vertici della diocesi locale.

La truffa ad Altamura: colpiti anche i fondi della scuola dell’infanzia

Il danno economico e sociale provocato da questa elaborata e spietata truffa digitale è purtroppo incalcolabile, poiché non va a colpire e a ferire solamente il singolo individuo, ma l’intero tessuto sociale e assistenziale che gravita quotidianamente attorno alle attività della chiesa locale.
L’ingentissima e mostruosa somma di denaro sottratta dai cybercriminali con un rapido click sui conti correnti, infatti, non apparteneva esclusivamente alle casse ordinarie della parrocchia, fondamentali per la quotidiana gestione pastorale, ma attingeva a piene mani anche ai fondi vitali destinati al sostentamento della scuola dell’infanzia paritaria “Pasquale & Maria Sabini”, un vero e proprio fiore all’occhiello educativo per l’intera cittadina barese. A completare il tragico e spietato quadro economico di questo colossale furto 2.0, i truffatori senza scrupoli sono riusciti a prosciugare e drenare completamente anche i faticosi e onesti risparmi personali di un’intera vita messi da parte dallo stesso anziano e sfortunato sacerdote.

La dinamica del phishing: un semplice messaggio e il conto svuotato

Sebbene i contorni tecnici della frode restino attualmente al vaglio degli esperti informatici della polizia postale, la ricostruzione temporale dei dolorosi fatti (effettuata puntualmente dalla Gazzetta del Mezzogiorno) andrebbe a collocare storicamente l’inizio del sofisticato attacco hacker in un periodo temporale compreso approssimativamente tra l’inizio di marzo e la fine del caldo mese di agosto.
La dinamica precisa e informatica del crudele raggiro, tuttavia, al momento non appare ancora del tutto limpida e chiara agli occhi dell’opinione pubblica. Non ci sono infatti elementi e dettagli pubblici sufficienti per affermare con matematica certezza tecnica in che modo l’ingente somma di denaro sia stata materialmente trasferita e bonificata verso lidi esteri, né come i misteriosi truffatori siano riusciti inizialmente a profilare ed entrare così intimamente in contatto con l’anziano parroco. Don Vito, stando a quanto si legge sulle pagine di Repubblica, avrebbe candidamente e ingenuamente raccontato ai militari di aver semplicemente risposto con un rassicurante “ok” a un testo arrivato sul proprio telefono. Un semplice, banale e istintivo cenno d’assenso digitale che, sfruttando quasi certamente alcune subdole tecniche di ingegneria sociale e di spoofing telefonico, avrebbe involontariamente autorizzato e innescato a catena una serie di operazioni bancarie e transazioni finanziarie per ora imprecisate, in quello che assume sempre più chiaramente e palesemente i classici contorni di un clamoroso caso di smishing (ovvero il phishing realizzato e perpetrato attraverso la rete degli SMS) in piena e assoluta regola.

Il silenzio e la denuncia: nel mirino un’organizzazione internazionale

A informare ufficialmente, e con il cuore gonfio di tristezza, i propri fedeli del gravissimo ammanco finanziario occorso è stato lo stesso e coraggioso parroco, il quale ha deciso di metterci la faccia diramando una fitta comunicazione pubblica ufficiale, giunta solamente in seguito al formale avvio delle complesse iniziative giudiziarie da parte degli inquirenti e dopo aver lungamente e preventivamente informato dei fatti il proprio diretto superiore spirituale.
Nella sua lunga, onesta e accorata nota diffusa alla cittadinanza, il sacerdote parla esplicitamente, sulla base delle prime risultanze d’indagine, di una gravissima “truffa economica architettata ai miei danni da parte di una radicata e complessa organizzazione criminale (molto probabilmente di matrice internazionale)”. Inoltre, Don Vito ha voluto spiegare limpidamente e apertamente ai suoi concittadini il motivo per cui sia rimasto nel più totale e assoluto silenzio fino a questo specifico momento: “Dopo aver provveduto in rigorosa e totale riservatezza alle previste, complesse e dolorose azioni giudiziarie, e aver tempestivamente e dettagliatamente informato il vescovo, monsignor Giuseppe Russo, ho finalmente ricevuto dalle autorità competenti il permesso formale di mettere al corrente dell’accaduto tutti voi fedeli”.

L’appello disperato ai fedeli: “Aiutatemi a ripristinare il salvadanaio”

L’amara e dolorosa conclusione della lunghissima vicenda giudiziaria e umana si traduce in un vero e proprio dramma pratico e gestionale, che rischia concretamente di paralizzare del tutto e di mettere in ginocchio le essenziali e irrinunciabili attività pastorali, caritatevoli, educative e scolastiche della grande chiesa di Altamura.
Per cercare disperatamente di tappare l’enorme, sanguinoso e inatteso buco di bilancio creato in pochi istanti dai cinici hacker informatici, al povero parroco non è rimasta davvero altra soluzione percorribile se non quella di rivolgersi direttamente, con immensa umiltà e grande fiducia, al cuore grande e generoso della sua amata e solida comunità di parrocchiani altamurani. Il suo è un vero e proprio e commovente grido di aiuto: “Aiutatemi a ripristinare il salvadanaio della parrocchia e della scuola”, ha supplicato il sacerdote, sperando che la grande solidarietà paesana possa in qualche modo lenire e sanare la profonda ferita sociale ed economica inferta dai pirati del web.

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Cronaca

Tragedia in Brasile: madre e figlia muoiono di cancro a dieci ore di distanza

Una tragedia familiare inimmaginabile che sta commuovendo il mondo intero. In Brasile, una madre e sua figlia (di soli 28 anni) sono morte di cancro a distanza di appena dieci ore l’una dall’altra in due ospedali diversi, annientando il povero padre rimasto improvvisamente solo. Cibele lottava contro un tumore alla ghiandola surrenale, la madre Maria (56 anni) contro uno al pancreas. Entrambe avevano espresso il forte desiderio di non dover mai assistere alla morte dell’altra: il destino crudele le ha esaudite. “Finché il vostro unico problema sono i soldi, siate grati”, aveva scritto la ragazza prima di morire👇

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Ospedale, corsia

Mogi Guaçu (Brasile) – Esistono storie umane e drammi familiari così profondi, incomprensibili e totalizzanti da sembrare scritti non dalla cruda realtà della vita quotidiana, ma dalla penna crudele e spietata di uno sceneggiatore. La commovente e straziante vicenda che sta rapidamente facendo il giro del mondo, scuotendo le coscienze del web e lasciando un’intera comunità letteralmente attonita e paralizzata dal dolore, arriva direttamente dal cuore pulsante del Sud America. Una normalissima e affiatata famiglia brasiliana è stata infatti completamente annientata e spazzata via da un destino atroce e ineluttabile: una giovane madre e la sua amatissima figlia sono tragicamente morte a causa di un brutto male a distanza di pochissime e interminabili ore l’una dall’altra, stroncate dai rispettivi tumori mentre si trovavano ricoverate in due ospedali differenti. Cibele Marchis, una brillante e giovane esperta di digital marketing di soli 28 anni, si è purtroppo spenta per sempre nella giornata di giovedì, intorno alle 16:00 (ora locale), all’interno di una stanza di un noto ospedale della città di Mogi Guaçu. La sua amata madre, Maria Elisabete Nogueira (conosciuta affettuosamente da tutti i parenti come “Bia”), di 56 anni, ignara della perdita immensa appena subita, è venuta a mancare nel cuore della notte di venerdì, intorno alle 2:00 del mattino, mentre si trovava profondamente sedata dalle cure palliative in un’altra struttura medica della stessa identica città. A raccontare i dettagli strazianti di questo doppio calvario sono stati i familiari superstiti, comprensibilmente devastati da un lutto incalcolabile.

Le due diagnosi spietate: una doppia battaglia in famiglia

La lunga, dolorosa e coraggiosa via crucis clinica e psicologica di questa sfortunata famiglia brasiliana era iniziata formalmente, come un fulmine a ciel sereno, nel corso del 2024.
Secondo quanto fedelmente e dolorosamente riferito dai familiari alla testata giornalistica locale G1, in quell’anno maledetto alla giovane Cibele era stato purtroppo diagnosticato un tumore estremamente raro, subdolo e particolarmente aggressivo che aveva avuto origine in silenzio nella ghiandola surrenale. Come se questo pesantissimo macigno non fosse già di per sé sufficiente a distruggere la serenità del nucleo familiare, circa un anno esatto dopo anche la madre Maria ha scoperto drammaticamente di essere malata. La donna si era rivolta fiduciosa al proprio medico di base per farsi curare quello che credeva ingenuamente essere un comunissimo e innocuo calcolo biliare, per poi scoprire invece la presenza infausta di un feroce tumore al pancreas in stato avanzato. Madre e figlia si sono ritrovate così a lottare spalla a spalla nelle stesse trincee ospedaliere. Cibele è stata sottoposta stoicamente a diversi e gravosi interventi chirurgici e a cicli infiniti e debilitanti di chemioterapia aggressiva. Nel freddo dicembre del 2025, i medici avevano già raggelato la famiglia comunicando che la ragazza era purtroppo in fin di vita a causa del sopraggiungere di gravi complicanze e infezioni debilitanti. Bárbara Rodrigues dos Santos, parente della vittima, ha ricordato con grande commozione come in quel periodo drammatico Maria avesse iniziato un disperato digiuno di preghiera durato 24 ore ininterrotte, implorando la grazia per la figlia. Una supplica che, temporaneamente, era stata ascoltata dai medici, permettendo alla giovane di rimettersi miracolosamente in piedi per qualche tempo, felice della vita e non curante delle vistose cicatrici o della sacca per la colostomia. Nel frattempo, però, la malattia della madre Bia procedeva inarrestabile e senza alcuna pietà clinica.

Il peggioramento e il dramma incolmabile di un padre solo

Il dolore lancinante e cronico di Maria era diventato così insopportabile, forte e diffuso nell’intero organismo da richiedere purtroppo e inevitabilmente la continua somministrazione ospedaliera di morfina pesante; la donna è stata così definitivamente e permanentemente ricoverata in clinica lo scorso 17 settembre.
In quello stesso e preciso frangente temporale, Cibele aveva cercato in tutti i modi di farsi coraggio ed era andata instancabilmente a trovare al capezzale la madre malata per consolarla e starle vicina. Tuttavia, circa una lunga e tragica settimana dopo quella visita, anche le precarie e fragili condizioni di salute clinica della giovane ventottenne sono improvvisamente e verticalmente peggiorate, rendendo assolutamente necessario e urgente un secondo e repentino ricovero ospedaliero. «Sono tornato a casa dal mio viaggio mercoledì e mia madre mi ha detto subito che la zia Bia non stava affatto bene», ha raccontato tra le lacrime ai microfoni della stampa locale Rowilson Leandro da Costa, amato nipote di Maria e cugino stretto di Cibele. «E quando ho ricevuto la tragica chiamata giovedì pomeriggio, tutti in famiglia si aspettavano logicamente che riguardasse l’imminente fine di mia zia, non certamente la morte improvvisa di Cibele». Rowilson ha poi raccontato il dolore indescrivibile vissuto per occuparsi della frettolosa organizzazione della veglia funebre per la cugina, per poi ricevere una seconda, letale telefonata al rientro a casa: anche la zia Maria aveva smesso di respirare. «Ho dovuto dare nuovamente e dolorosamente la notizia a mio zio, che in quel preciso momento stava già piangendo a dirotto la morte incolmabile dell’unica figlia, dicendogli brutalmente che anche sua moglie non c’era più». L’uomo ha perso in poche ore l’intera sua esistenza e famiglia. «Tornare a casa e non trovare più nessuno ad aspettarti… È triste, è insopportabilmente dura», ha ammesso il nipote distrutto.

L’ultimo desiderio esaudito dal destino e il messaggio social

Seppur all’interno di questo incalcolabile, oscuro e abissale abisso di dolore familiare senza alcun senso logico o pietà, un minuscolo e amarissimo barlume di consolazione poetica sembra essersi incredibilmente realizzato per volere esatto del destino superiore.
I familiari sopravvissuti alla tragedia hanno infatti riferito apertamente che sia la madre che la figlia avevano da tempo espresso il chiaro e profondo desiderio morale di non essere assolutamente mai informate della morte dell’altra, qualora una delle due fosse ancora in vita e in grado di comprendere. «Nessuna delle due donne voleva per nessun motivo al mondo vedere la fine dell’altra o sopravvivere a tale dolore», ha affermato sommessamente il cugino Rowilson. «Ne avevano parlato spessissimo in casa, a volte scherzando amaramente per esorcizzare la paura, altre volte invece in modo terribilmente serio, ed è purtroppo successo proprio e tragicamente in questo modo così doloroso. L’una non ha fortunatamente mai saputo per un solo istante della morte dell’altra. È davvero una coincidenza incredibile e potente». A marzo, in un periodo di forti cure, la giovane Cibele aveva condiviso sul proprio profilo social un commovente video che la ritraeva rassegnata in ospedale mentre le veniva somministrata l’ennesima flebo, scrivendo parole intrise di amara saggezza che oggi suonano come un inestimabile testamento umano: «Finché il tuo unico problema sono soltanto i soldi, sii sempre grato alla vita. Peggio, infinitamente peggio, è dover affrontare una malattia e qualcosa che nemmeno tutto il denaro del mondo può risolvere». Cibele e Maria sono state infine sepolte teneramente insieme, unite per l’eternità, nel corso di una toccante e partecipatissima cerimonia funebre congiunta, circondate dall’amore straziante di familiari, amici e di tutta la loro attonita comunità.

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Cronaca

Branco di lupi fa strage in un ovile del Mugello: “Adesso basta, ci hanno abbandonati”

La furia dei lupi fa scoppiare la disperazione tra gli allevatori del Mugello! L’ennesima e cruenta strage si è consumata a Borgo San Lorenzo, a due passi dalle case: un grosso branco ha violato un recinto chiuso e ha sbranato e sventrato due capre e una pecora. L’allevatore è disperato: “Erano la gioia dei bambini che venivano a portargli le carote, ora come glielo spiego? Oltre al danno la beffa: dovrò pagare io l’assurdo e salatissimo costo dello smaltimento delle carcasse di animali uccisi da bestie di cui lo Stato non si occupa. Ora basta”👇

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Lupi

Borgo San Lorenzo (Firenze) – Il disperato e inascoltato grido d’allarme, lanciato ciclicamente da intere generazioni di pastori, risuona ancora una volta a vuoto nelle maestose e verdi vallate toscane. Ormai da moltissimi anni, l’intero comparto degli storici e caparbi allevatori mugellani cerca invano di attirare l’attenzione delle massime autorità regionali e nazionali sull’aumento esponenziale, incontrollato e ormai insostenibile dei feroci e sanguinosi attacchi perpetrati dai branchi di lupi ai danni dei greggi e del bestiame allo stato brado. Un’escalation di predazioni chirurgiche e spietate che, fino a questo tragico e difficile momento storico, ha purtroppo prodotto un solo, grande e desolante esito concreto sul territorio: la progressiva, dolorosa e silenziosa scomparsa definitiva di quasi tutti i piccoli e medi allevamenti tradizionali di ovini della zona. Una vera e propria decimazione economica e culturale, di fronte alla quale sembrano ormai riuscire a resistere, e con immensa fatica finanziaria, soltanto le aziende agricole più grandi e maggiormente strutturate. Eppure, nonostante i potenti recinti elettrificati e i grandi cani da pastore maremmani posti a costante guardia delle greggi, la fauna selvatica affamata continua inesorabilmente a mietere le sue vittime innocenti, spingendosi sempre più pericolosamente a ridosso dei centri abitati.

La strage di Panicaglia: recinto violato e animali sbranati vicino alle case

L’ennesimo, cruento e straziante capitolo di questa vera e propria e silenziosa guerra quotidiana per la sopravvivenza agricola si è consumato nelle scorse ore nella tranquilla frazione di Panicaglia.
Stavolta, la sfortunata vittima sacrificale dell’ennesimo attacco predatore notturno è la piccola e accogliente azienda agricola di Fabrizio Bartolini, un onesto e instancabile coltivatore diretto e allevatore residente nel territorio comunale di Borgo San Lorenzo. Approfittando del favore del buio della notte scorsa, un grosso e spietato branco di lupi affamati è clamorosamente riuscito, con incredibile astuzia, a trovare un varco e a introdursi furtivamente all’interno del solido recinto metallico di pertinenza della fattoria, dove riposavano pacificamente due tenere capre tibetane e una piccola pecora. Le povere e indifese bestiole, purtroppo, chiuse nel recinto e senza alcuna possibilità concreta di fuga, hanno fatto una fine a dir poco orribile e brutale. La gelida mattina seguente, Bartolini e sua moglie, andati con amore al recinto come ogni alba per nutrire gli animali con fieno e granaglie, si sono trovati di fronte a una scena macabra e apocalittica: li hanno trovati tutti tragicamente sgozzati, brutalmente sventrati e smembrati sull’erba.

Il dramma per i bambini e la rabbia: “Un recinto a due passi da casa”

Oltre all’ingente e inevitabile danno puramente economico derivante dalla perdita diretta del bestiame, ciò che logora profondamente l’animo dell’allevatore è la sensazione di costante e assoluta vulnerabilità.
L’allevatore borghigiano è rimasto infatti comprensibilmente e profondamente turbato, amareggiato e spaventato dall’accaduto notturno. “Qui si sta parlando di un recinto situato estremamente vicino alle nostre case abitate, e già questo fatto di per sé è un elemento altamente allarmante e preoccupante per la nostra sicurezza”, ha dichiarato Bartolini alla stampa locale. “Inoltre, gli animali erano regolarmente all’interno di un solido recinto chiuso, quindi formalmente e teoricamente protetti secondo le severe regole di prevenzione, e non riesco davvero a capacitarmi e non capisco come i lupi siano riusciti fisicamente a forzarlo ed entrare”. Ma l’aspetto più lacerante e triste dell’intera e macabra vicenda riguarda l’impatto emotivo sulla comunità e sui più piccoli: “Io tenevo qui con amore queste due piccole caprette e la tenera pecora esclusivamente per la gioia dei tanti bambini che vengono spesso in visita didattica nella nostra azienda agricola. Era un’abitudine sana e bellissima ormai, quella di venire a salutare le caprette, accarezzarle e portar loro una semplice carota fresca o un biscotto. Ora io mi chiedo: come glielo spiego domani mattina ai bambini che le loro caprette non ci sono più perché sono state mangiate?”.

L’assurda beffa dello smaltimento carcasse e i precedenti danni

La disperazione e lo sconforto di Bartolini sono purtroppo e tristemente i sentimenti amari condivisi da un’intera, stanca e logorata categoria produttiva.
“Conosco e parlo quotidianamente con diversi pastori della vallata, e siamo davvero tutti molto, molto preoccupati per il futuro”, riprende amaramente l’agricoltore. “Anche questi piccoli animali che alleviamo con immensa fatica fisica ci servono letteralmente per arrivare faticosamente alla fine del mese, e occorre assolutamente che le istituzioni e tutti quanti facciano finalmente una riflessione seria e non ideologica sulla gestione di questi predatori”. Poi, oltre al danno economico e morale, arriva immancabilmente la cinica e assurda beffa burocratica italiana: le salate spese mediche veterinarie e i costi altissimi per il complesso e obbligatorio smaltimento sanitario delle carcasse degli animali brutalmente uccisi spetta per legge unicamente all’allevatore stesso. “Tutto questo è profondamente ingiusto, perché io non ho mai lasciato libere al pascolo incustodito la mia pecora e le mie due capre. Sono state barbaramente uccise all’interno del mio recinto privato da un lupo selvatico che, certamente, non è un animale di mia proprietà!”, sbotta giustamente Bartolini. E purtroppo, non è minimamente la prima volta che i lupi fanno gravissimi e irreparabili danni all’allevamento toscano: “Tempo fa avevo fuori al pascolo estivo due mucche gravide. Vennero circondate e spaventate a morte dai lupi e, per lo shock estremo e il terrore, hanno entrambe e tristemente abortito i loro vitellini. Anche questi sono danni indiretti ed enormi che i branchi causano costantemente ai nostri bilanci. Davvero, le istituzioni non possono più far finta di nulla, e non fare assolutamente nulla per difenderci”.

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Cronaca

Escursionista morsa da una vipera sul Nevegal: salvata dal Soccorso Alpino

Attimi di panico sul Nevegal, in provincia di Belluno! Nel tardo pomeriggio, nei pressi del Rifugio Brigata Alpina Cadore (a oltre 1600 metri di quota), un’escursionista 53enne è stata attaccata e morsa da una vipera. Mantenendo grande lucidità, la donna è riuscita a scendere a piedi fino a una strada sterrata per agevolare l’arrivo della Jeep del Soccorso Alpino. Caricata a bordo, è stata trasportata a valle e affidata d’urgenza alle cure dei sanitari dell’ambulanza per il trasferimento in ospedale👇

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Vipera

Belluno – Quella che doveva essere semplicemente una tranquilla, piacevole e soleggiata giornata di fine estate da trascorrere all’aria aperta, camminando e rilassandosi lungo i magnifici e suggestivi sentieri d’alta quota che caratterizzano le montagne bellunesi, si è trasformata in pochissimi e interminabili istanti in un vero e proprio e inaspettato incubo a occhi aperti. Una donna di 53 anni, cittadina residente proprio nella provincia di Belluno, è stata infatti improvvisamente attaccata e morsa da una pericolosa vipera mentre si trovava in alta quota. Il morso del rettile, l’unico serpente velenoso presente sul territorio italiano, ha immediatamente innescato una potenziale e grave emergenza sanitaria, costringendo i presenti a lanciare l’SOS per un recupero d’urgenza. L’allarme generale alla centrale operativa è scattato ufficialmente nel tardo pomeriggio, intorno alle fatidiche ore 17:00, richiedendo l’immediata e massiccia attivazione della complessa e collaudata macchina dei soccorsi montani per evitare che il veleno inoculato potesse causare danni irreparabili o mettere in pericolo la vita dell’escursionista.

Paura in montagna: l’incidente vicino al Rifugio Cadore

La sfortunata e spaventosa dinamica dell’attacco si è materializzata in uno dei luoghi più noti, frequentati e panoramici dell’intera zona prealpina locale.
Stando alle primissime, sommarie ma attendibili ricostruzioni fornite a caldo direttamente dai soccorritori intervenuti sul posto, il drammatico morso del rettile è avvenuto lungo la sentieristica che si snoda maestosa sul colle del Nevegal. Più precisamente, il fatto si è verificato nella nota zona delle antenne, situata in strettissima prossimità del noto e storico Rifugio Brigata Alpina Cadore, una struttura che si erge fiera e imponente a ben 1617 metri di quota sul livello del mare. La donna, una cinquantatreenne del posto abituata presumibilmente a frequentare l’ambiente montano locale, stava godendosi la passeggiata in compagnia del marito, quando si è improvvisamente trovata a tu per tu con il serpente nascosto tra l’erba alta e le pietre. La vipera, sentendosi minacciata dall’avvicinamento fortuito o involontario degli escursionisti, ha purtroppo reagito in modo fulmineo, mordendo la donna e iniettandole la dose di veleno, con tutto l’inevitabile strascico di gravissimo panico, dolore fisico acuto e fondata preoccupazione che ne consegue in questi delicatissimi frangenti ad alta quota, lontani chilometri da qualsiasi struttura ospedaliera e presidio medico.

Il coraggio della donna: la discesa verso la strada sterrata

Nonostante l’enorme spavento iniziale e il dolore causato dai due classici e inconfondibili fori lasciati dai denti veleniferi dell’animale, la vittima ha dimostrato una grandissima lucidità mentale.
Sapendo perfettamente che ogni singolo minuto che passa in quota potrebbe rivelarsi assolutamente fatale per la diffusione sistemica del veleno attraverso il circolo sanguigno, la cinquantatreenne non si è lasciata prendere dal panico paralizzante, ma ha reagito con enorme sangue freddo e pragmatismo. Supportata attivamente e fisicamente dal marito, la sfortunata escursionista bellunese si è immediatamente rimessa in cammino, seppur con ovvia difficoltà, riuscendo lentamente e faticosamente a scendere a piedi dal sentiero più impervio fino a raggiungere una più comoda e larga strada sterrata forestale situata leggermente più a valle. Questa mossa coraggiosa e calcolata si è rivelata a conti fatti assolutamente fondamentale e strategica: portandosi su una via carrabile, infatti, la donna ha di fatto enormemente agevolato e velocizzato le complesse operazioni logistiche e i tempi tecnici di intervento delle squadre di salvataggio terrestre, evitando loro di dover risalire a piedi i ripidi dislivelli trasportando la pesante e ingombrante barella barella in spalla.

L’intervento del Soccorso Alpino e la corsa in ambulanza

La macchina organizzativa del soccorso montano veneto si è messa in moto con la solita ed encomiabile tempestività, dimostrando un’efficienza operativa e una coordinazione logistica senza pari.
Una volta ricevute le precise e corrette coordinate geografiche fornite telefonicamente dal marito della vittima, una squadra specializzata e altamente addestrata appartenente al Corpo Nazionale del Soccorso Alpino e Speleologico della stazione di Belluno è partita a sirene spiegate a bordo di una potente jeep fuoristrada, riuscendo a risalire la carreggiata e a raggiungere rapidamente la coppia di escursionisti in difficoltà direttamente sulla strada sterrata. Dopo aver fornito una primissima e fondamentale rassicurazione psicologica alla donna e aver valutato sommariamente, ma con occhio clinico, il quadro sintomatologico generale e le condizioni fisiche della paziente morsa, i soccorritori l’hanno immediatamente e delicatamente caricata a bordo del veicolo fuoristrada, intraprendendo senza ulteriori indugi la rapida e accorta discesa a valle. Il trasporto in jeep si è concluso con successo nel piazzale designato come punto di incontro medico, dove ad attendere la comitiva c’era già, con i motori accesi e i sanitari pronti a intervenire, un’ambulanza attrezzata del Suem 118. L’escursionista è stata quindi presa celermente in carico dai paramedici professionisti e trasferita d’urgenza in direzione del vicino ospedale cittadino di Belluno, dove è stata sottoposta tempestivamente alle visite mediche specialistiche, ai protocolli salvavita previsti per l’avvelenamento da tossine animali e a tutte le approfondite verifiche cliniche del caso.

Sicurezza in quota: cosa fare in caso di morso di vipera

Gli episodi di attacchi da parte di vipere, sebbene relativamente rari, rappresentano purtroppo una temibile costante durante le escursioni montane, e richiedono sempre la massima attenzione preventiva e comportamentale.
Gli esperti del soccorso alpino ricordano sempre e a tutti gli appassionati escursionisti che, in caso di sfortunato morso, la primissima, assoluta e inderogabile regola da seguire fedelmente è quella di mantenere e infondere la massima calma possibile, evitando categoricamente di correre, agitarsi o fare sforzi eccessivi, poiché l’aumento vertiginoso del battito cardiaco non farebbe altro che accelerare inevitabilmente la temuta e pericolosa diffusione sistemica del veleno nel sangue. È inoltre assolutamente vietato, e persino controproducente dal punto di vista medico, tentare vecchie e pericolose pratiche fai da te consigliate un tempo, come incidere banalmente la ferita con lame, cercare di succhiare via il veleno con la bocca o, peggio ancora, applicare stretti ed emostatici lacci al di sopra della zona colpita, azioni che rischiano solo di causare gravissime necrosi ai tessuti. La procedura medica corretta e aggiornata prevede invece di sfilare rapidamente eventuali anelli, bracciali o orologi dalla zona interessata, lavare accuratamente la ferita con semplice acqua, immobilizzare rigidamente l’arto colpito utilizzando possibilmente una stecca o materiali di fortuna (come si farebbe per una frattura ossea) e procedere immediatamente ad allertare i soccorsi sanitari componendo il numero unico di emergenza 112.

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