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Cultura

Il capolavoro di Malik Al-Batli: la straziante poesia irachena che commuove il mondo

La straordinaria potenza letteraria di un uomo capace di trasformare il silenzio e la sofferenza dell’Iraq in un urlo di pura bellezza mondiale! Scopriamo l’emozionante e commovente storia di Malik Al-Batli, illustre e celebrato poeta, scrittore e giornalista originario di Bassora. Tradotto e apprezzato in tutto il mondo, ha confessato: “A casa mi era vietato gridare, e forse per questo sono nato poeta”. All’interno dell’articolo troverete il testo integrale della sua straziante poesia “Tala”: un meraviglioso e crudele lamento sull’amore, sull’esilio e sulla morte lungo le polverose strade mediorientali!👇

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Malik Al-Batli

Roma – La straordinaria, catartica e universale potenza salvifica della scrittura risiede spesso e volentieri nell’incrollabile capacità di trasformare le macerie del dolore umano e il silenzio imposto dalla società in versi di assoluta, cristallina e sfolgorante bellezza. La profonda, tormentata e affascinante storia letteraria di Malik Al-Batli, illustre e celebrato poeta, scrittore e giornalista iracheno, rappresenta oggi una delle testimonianze culturali più vivide e toccanti dell’intero panorama mediorientale contemporaneo. Nato nel profondo sud dell’Iraq, per la precisione nella calda e antichissima provincia di Bassora, Al-Batli ha iniziato a respirare e a masticare arte fin dalla più tenera età. Proveniente da una nobile famiglia con radici poetiche profondissime, il giovane autore ha mosso i suoi primissimi passi cimentandosi con la poesia popolare irachena e con il difficilissimo Abu Dhiyya (una delle forme metriche tradizionali più complesse e caratteristiche della sua terra natale), fino a ottenere importantissimi e prestigiosi riconoscimenti internazionali nel corso del 2014.

Il lunghissimo viaggio letterario: da Bassora al resto del mondo

Il percorso intellettuale di questo straordinario autore mediorientale non si è mai accontentato di rimanere confinato all’interno dei rassicuranti confini nazionali.
Nutrito da un’incessante e famelica attività di lettura e di studio forsennato, Malik Al-Batli ha progressivamente abbandonato le forme chiuse per abbracciare coraggiosamente la poesia in prosa e il saggio letterario, raffinando parallelamente la propria maturità linguistica e intellettuale. Il suo innegabile talento lo ha portato a collaborare stabilmente con decine di giornali arabi e piattaforme culturali di primissimo livello. I suoi scritti, carichi di pathos e di lucida analisi, sono comparsi su autorevoli riviste in Turchia, Francia, Inghilterra, India, Cina, Germania e Pakistan, superando incredibilmente ogni barriera linguistica attraverso preziose traduzioni in innumerevoli idiomi stranieri. Autore prolifico e instancabile, vanta all’attivo circa nove meravigliose raccolte poetiche pubblicate (con altre dieci in trepidante attesa di stampa) e opere narrative di altissimo spessore morale, tra cui spicca l’acclamato libro “Un uomo vivo a cui non viene provveduto”, edito da Dar Al-Darawish. Un uomo poli-artistico che ha persino esplorato intensamente il linguaggio della pittura visiva, scegliendo lucidamente di abbandonare le lusinghe dei mass media per restare religiosamente fedele alla propria e incorruttibile vocazione interiore.

“A casa mi era vietato gridare, per questo sono nato poeta”

La chiave di lettura intima e segreta per poter comprendere appieno la poetica cruda, sanguinante ma sempre elegantissima di Al-Batli risiede in una sua personalissima e fulminante confessione autobiografica.
Il poeta stesso ama infatti definire l’impressionante mole dei suoi traguardi mondiali come un mero e insignificante “piccolo scorcio” di un viaggio interiore sterminato. Nel cuore pulsante del suo petto batte un solo, gigantesco e insopprimibile desiderio: “Scrivere, scrivere e continuare a scrivere”. La dolorosa e bellissima genesi della sua sterminata ispirazione è racchiusa in una frase che lacera l’anima di chi legge: “A casa mi era vietato gridare, e forse per questo sono nato poeta. E lascerò questo mondo da poeta”. È proprio da questo divieto infantile, da questo urlo primordiale strozzato crudelmente in gola, che nasce il bisogno disperato di far sanguinare l’inchiostro sul foglio bianco per denunciare le ingiustizie e i drammi della sua terra.

Il capolavoro “Tala”: l’amore, l’esilio e la tragica morte

Per onorare e celebrare l’immensa statura letteraria di questo straordinario autore, pubblichiamo integralmente uno dei suoi testi più struggenti e dolorosi. La poesia “Tala” è un lamento funebre, un inno all’esilio, un viaggio disperato che unisce Varsavia al sud dell’Iraq, dove l’amore si infrange contro la morte e la polvere dei camion lungo la “Strada Internazionale”. Un capolavoro che trasuda tutta la nobile e antichissima “pazienza” della città di Nasiriyah.

Tala
(di Malik Al-Batali — poeta e scrittore iracheno)

Gloria a Colui che tracciò la strada
da Varsavia alla sete del Sud.
Gloria al nostro dolore—
quanto del nostro sangue beve,
quanto ne versa dai nostri volti.
Gloria a Colui che la portò
dall’infatuazione del Nord
all’inferno del sale,
dai narcisi del mattino
a una camicia che squarcia una ferita
dentro le gole.

Quanto è lungo il viaggio del desiderio,
quanto sono spietate le distanze,
quanto sono crudeli i segreti
che le strade nascondono a coloro che si separano.
O croce che crebbe sulla collina del dolore,
come una palma abbattuta—
che cosa avevi fatto?
E come hai portato
il candore della neve
solo perché fosse crocifisso
sulla palpebra dell’amore?

L’amore qui è follia…
e il Sud è un cimitero del desiderio.
Nasiriyah—
ah, Nasiriyah:
un rotolo di sofferenza,
di pazienza
e di lamento.
Le tue trecce bionde bevvero
tutta la sua amarezza,
finché l’argilla della terra
divenne pane
per i profeti innamorati.

O ramo spezzato,
abbattuto dall’ascia del vento
nel crepuscolo dell’Iraq—
Era Chopin un profeta,
perché il suo esilio diventasse
un esempio per te?
Hai attraversato
il mare del tuo dolore attraverso di lui,
solo perché alla fine
il desiderio ti inghiottisse?

Qui…
a Tal al-Lahm,
la morte indossava il mantello
della strada.
Attendeva i senza fiato,
raccogliendo nel suo sacco
la tenerezza degli stranieri,
e schiacciando nel suo palmo
la farfalla del dolore.

Ah…
era questa l’ora dell’accoglienza?
Era questo
l’amore, Tala?
Trasformare i dolori degli stranieri
in un altro esilio,
trasformare le distanze dell’incontro
in una tomba,
far sanguinare dal cuore
le madri dei defunti,
e mandare il nostro lutto
tra il marciapiede
e il vento del dolore?

Dimmi—
hai irrigato la terra
con le tue ciglia,
finché il suolo divenne un tremore,
e il sangue versato divenne una poesia?

O viaggiatori sulla Strada Internazionale,
non svegliate la straniera.
C’è un sogno
che dorme sotto
la palpebra dell’addio.
Non disturbate
il kajal della gazzella.
Qui, la polvere divenne incenso,
e il nome della straniera
divenne un lamento
sulle labbra dei dolenti.

Siate dunque delicati
con l’aria degli usignoli amari
intorno alla sua croce.
Colei che aveva fame
del volto del suo amato—
la strada la consumò,
dolore dopo dolore,
finché trovò riposo
nella perdita.

Il suo luogo di riposo divenne la sua identità,
e le lacrime di Nasiriyah
divennero l’abbraccio
di una madre polacca.
O straniera,
sarà lungo il sonno?
È la nostra sabbia
così dura
come la crudeltà del tuo sogno,
massacrato sotto
la polvere dei camion che passano?
Oppure è screpolata
come la gola
delle donne che piangono?

O dolente,
abbiamo fatto
una poesia del tuo sonno.
I nostri lamenti sono diventati
un tappeto di preghiera sotto di te,
e le nostre grida sono diventate un flauto
che ti accompagna verso il cielo.
Noi siamo il popolo
del dolore, delle grida e del fuoco.
Non lasciamo
una straniera a raffreddarsi
dentro la sua tomba.
Ti abbiamo vestita
con i nostri cuori—
mille sospiri
e un mantello di lutto.

Dormi sulla
terra del rimpianto.
Solo il deserto sa
che chi muore per amore
non chiede a quale fede appartenga,
né rinnega alcuna patria.

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Cultura

Trionfo della cultura al Senato della Repubblica: proclamati i vincitori del XIII Premio Internazionale “Città del Galateo”, premi alla carriera per Enrico Beruschi e Margherita Fumero

Proclamati nella Sala Capitolare del Senato a Roma i vincitori del XIII Premio Internazionale “Città del Galateo – Antonio De Ferrariis”, promosso da VerbumlandiArt e presieduto da Regina Resta con Goffredo Palmerini. Premi alla carriera a Enrico Beruschi e Margherita Fumero, tra saggistica d’eccellenza, poesia civile e l’anteprima dell’Inno ufficiale 👇

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Città del Galateo

Roma – La solenne e prestigiosa cornice della Sala Capitolare del Senato della Repubblica, nel Complesso monumentale di Palazzo della Minerva a Roma, ha ospitato la cerimonia conclusiva della tredicesima edizione del Premio Internazionale d’Eccellenza “Città del Galateo – Antonio De Ferrariis”. Promossa dall’Associazione Culturale Internazionale VerbumlandiArt Aps, presieduta dalla poetessa e scrittrice Regina Resta, la manifestazione si è confermata un crocevia di primissimo piano per il dialogo interculturale, la promozione della legalità e la valorizzazione del merito umano, artistico e scientifico. Una kermesse dal respiro cosmopolita che trae ispirazione dal pensiero umanistico di Antonio De Ferrariis (1444-1517), medico e filosofo salentino celebre per la sua instancabile opera di mediazione tra saperi e civiltà.

Il valore civile della cultura: ponti di dialogo e grandi personalità al Senato

A testimoniare l’altissimo profilo istituzionale dell’edizione 2026 è stata la partecipazione di un parterre eccezionale. L’evento ha goduto dell’Alto Patronato del Cardinale Fernando Filoni, Gran Maestro dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme, e della presenza di Suor Rebecca Nazzaro, Superiora Generale delle Missionarie della Divina Rivelazione, in veste di madrina. La presidenza onoraria è stata affidata al professor Francesco Lenoci dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, mentre la presidenza di rappresentanza per la cultura ha visto protagonista il professor Hafez Haidar, già candidato al Premio Nobel per la Pace e la Letteratura. A guidare i lavori della giuria è stato il giornalista e saggista Goffredo Palmerini, affiancato dalla vicepresidente Maria Pia Turiello e da un collegio di critici e docenti di fama nazionale e internazionale.

Tra i riconoscimenti più attesi e applauditi della giornata spiccano i Premi alla Carriera conferiti a due autentiche icone dello spettacolo e del teatro italiano: Enrico Beruschi e Margherita Fumero, omaggiati per la loro straordinaria capacità di unire comicità garbata, satira di costume e profonda sensibilità attoriale. Per la sezione sportiva, il plauso è andato al giovane pugile Tiberio Nocadello, campione italiano Junior 70 kg del Gruppo Sportivo Fiamme Oro di Marcianise, premiato per i valori di disciplina e lealtà sportiva.

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I riconoscimenti d’eccellenza a docenti, giuristi e uomini di scienza

Nutrito e altamente qualificato il novero delle personalità insignite per meriti civili, accademici e professionali. Tra i premiati figurano il Gen. Prof. Emilio Errigo (Generale di Brigata della Guardia di Finanza e Commissario Arpacal), i docenti dell’Università della Tuscia Enrico Maria Mosconi e Massimo Ferrari Zumbini, gli imprenditori Giuseppe Mancini e Antonio Pelosi (ideatore dell’Albergo Etico a Roma), il Prof. Giuseppe Colagrosso (La Sapienza) e il Rettore dell’Università Link Carlo Alberto Giusti. Riconoscimenti attribuiti anche a Claudio Francesco Tomasello (ASP Catanzaro), al Prof. Luigi Musco (Università del Salento), al Prof. Emerito Guglielmo Lunardon (Federico II di Napoli), al direttore delle radio digitali e podcast RAI Gianfranco Zinzilli, al regista Adriano Engelbrecht, al giornalista Ennio Bellucci e agli artigiani-studiosi Giuseppe e Caterina Manisco per il Museo Leonardo da Vinci di Galatone.

Di assoluto rilievo la sezione degli autori e delegati internazionali, che ha visto sfilare figure di spicco della diplomazia culturale come Silvana Muço Dogani, Irene Doura-Kavadia (Writers Capital International Foundation e UNESCO Grecia), Elda Keci e il noto giornalista albanese e corrispondente di Radio Radicale Artur Nura.

I vincitori del concorso letterario: dalla poesia civile alla saggistica d’autore

Le sezioni competitive del concorso letterario hanno fatto registrare un livello qualitativo altissimo, valutato con rigore dalle giurie presiedute da Goffredo Palmerini:

Per la Poesia in Lingua Italiana, il primo gradino del podio è stato conquistato da Enza Spagnolo con la toccante opera “Spasimo d’amore”, dedicata alla memoria del Capitano di Fregata Natale De Grazia (Medaglia d’Oro al Merito di Marina); al secondo posto si è classificato Noureddine Lafrindi con “Silenzi color henné”, seguito al terzo da Pietro Catalano con “Era il tempo”. Nella sezione Racconto, vittoria per Nadia Mari (“Destinazione: me stessa”) davanti ad Angela Casalanguida (“La terra al di là del mare”).

Per i Libri di Poesia, il 1° Premio è andato a Marianna Iannarone con “D’amore e d’altra specie” (GPM Edizioni), con premi speciali conferiti ad Annalisa Lucini, Carlo Focarelli e Gabriella Paci. Nella Narrativa Adulti, trionfo della coppia Lorena Silvia Sambruna e Marco Fusi con “Dio creò la coppia” (Family Editore), con premi speciali ad Angelo Avignone, Andreina Moretti, Sara Magnoli e Paolo Miggiano (“Taccuino, di un viaggio in Salento in un certo disordine alfabetico”). Per la sezione giovani, premio speciale della critica a Denise Gjoka (“Anime caduche”).

Ampio spazio è stato riservato alla letteratura per l’Infanzia e Adolescenza, con i riconoscimenti a Rosita D’Esposito, Miriam Colasante, Cinzia Panuccio e alla scrittrice serba Božica Velousis per “Lina e il mare”. Nella prestigiosa sezione Saggistica, spicca il Premio Speciale della Giuria assegnato al giornalista e scrittore aquilano Angelo De Nicola per il saggio “Dante, Silone e la Perdonanza” (One Group Edizioni), affiancato dai riconoscimenti a Stefano Chiesa, Domenico Pisana e Riccardo Tiberi. Nella sezione Autori Stranieri, premi speciali della critica per Houssine e Hassane Yarti (Marocco/Spagna), Igor Trajkovski (Macedonia), Rifat Ismaili (Albania) e Violeta Penić (Serbia).

L’anteprima nazionale dell’Inno al Galateo composto dal M° Giuseppe Papaianni

Uno dei momenti di più intensa suggestione emotiva dell’assise romana è coinciso con l’esecuzione in anteprima nazionale dell’Inno ufficiale ad Antonio De Ferrariis. L’opera, nata dalla sinergia poetica di Regina Resta e impreziosita dalla partitura orchestrale del maestro e compositore Giuseppe Papaianni, ha reso un solenne tributo sonoro al grande umanista salentino. I pregevoli manufatti artistici consegnati ai premiati sono stati creati dall’artista galatonese Tommaso Filieri.

«Dare voce musicale ai versi di Regina Resta e all’eredità di De Ferrariis ha rappresentato una splendida responsabilità», ha sottolineato il M° Papaianni. «Un lavoro condotto con rispetto per la tradizione e con il cuore rivolto alla nostra terra, il Salento, che tanto ha donato alla storia del pensiero». Il Premio “Città del Galateo” si congeda così dalla Sala Capitolare del Senato confermandosi non solo una prestigiosa rassegna letteraria, ma un presidio militante di civiltà, bellezza e fratellanza tra i popoli.

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Cultura

“Riverberazioni dell’anima”, la poesia come luce e salvezza interiore: la silloge di Doina Maria Constantin con la prefazione del candidato al Nobel Hafez Haidar

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Doina Maria Constantin

Padova – In un tempo storico dominato dalla frenesia digitale e dal rumore di fondo della quotidianità, la poesia torna a rivendicare il proprio ruolo ancestrale: farsi rifugio, varco di luce e spazio sacro di meditazione interiore. È questo il sentiero luminoso tracciato da “Riverberazioni dell’anima”, la nuova silloge poetica firmata da Doina Maria Constantin, pubblicata da Aletti Editore all’interno della prestigiosa collana “Le Perle Audiolibri” e disponibile sia in formato e-book sia nella suggestiva versione recitata. Un’opera che condensa una ricerca intima e spirituale maturata nel corso degli anni, ponendosi come un ponte vibrante tra la finitezza dell’esperienza terrena e la sete inestinguibile di infinito che abita ogni essere umano.

Il corpo come dimora temporanea: la visione spirituale di Doina Maria Constantin

Residente a Lissaro di Mestrino, nel padovano, Doina Maria Constantin approda alla scrittura non per assecondare un mero esercizio retorico o estetizzante, ma per dare voce a un’urgenza conoscitiva che affonda le radici nelle tappe più delicate dell’esistenza. Il nucleo concettuale attorno al quale ruotano i componimenti è una consapevolezza limpida e disarmante: il corpo materiale rappresenta unicamente una veste transitoria, la dimora temporanea di un’anima immortale ed eternamente vigile. Nelle liriche della silloge, l’anima assume una fisionomia dinamica, protagonista assoluta capace di assorbire le vibrazioni del creato, generare risonanze interiori e tessere un confronto serrato, a tratti drammatico e fecondo, con le ragioni della mente e gli slanci del cuore.

«Desidero che i miei sentimenti e le mie esperienze persistano come la luce, il suono delicato o il calore del sole che si riflette», confida l’autrice delineando la genesi dei suoi versi. Per la poetessa, infatti, l’ispirazione artistica sfugge a qualsiasi calcolo volontaristico: non si pianifica né si acquista, ma sopraggiunge come una rivelazione epifanica nell’istante esatto in cui l’interiorità entra in contatto con una ferita o una gioia profonda. È la carezza impalpabile di «un’ala di farfalla che si posa sulla tempia», un lampo che trasforma il vissuto individuale in patrimonio universale attraverso un’etica rigorosa della parola scritta.

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La prefazione del professor Hafez Haidar: l’albero della vita e la fecondità del dolore

Ad attestare il peso letterario e la caratura spirituale dell’opera interviene la prestigiosa prefazione firmata dal professor Hafez Haidar, insigne accademico, poeta e più volte candidato al Premio Nobel per la Pace e per la Letteratura. Con acume ermeneutico, Haidar mette a nudo la tensione verso l’assoluto che attraversa l’intera raccolta: «La sua inesauribile sete di luce e di verità la conduce ad abbracciare con pazienza ed umiltà la parola come mezzo di vita e a farsi guidare dall’amore per intraprendere un nuovo cammino di consapevolezza, rischiarato dalla luce».

Tra le metafore più potenti concepite dall’autrice spicca quella dell’albero esistenziale, le cui fronde si protendono verso l’azzurro del cielo mentre le radici affondano nell’humus della memoria. In questo ciclo perenne, persino le foglie che si staccano in autunno – allegoria delle stagioni dolorose, dei lutti e delle speranze infrante – non simboleggiano la fine, ma si decompongono per nutrire la terra e generare gemme ancora più vigorose. La poesia diventa così un formidabile dispositivo di resilienza, un’ancora a cui stringersi quando le intemperie del mondo rischiano di chiudere il cuore nella morsa del cinismo.

Il ponte tra due lingue: l’eredità rumena e la dimensione polifonica dell’audiolibro

Un tratto di eccezionale interesse culturale e linguistico risiede nelle origini dell’autrice. Di madrelingua rumena, Doina Maria Constantin ha scelto di misurarsi con la musicalità della lingua italiana, vivendo il processo di traduzione e riscrittura metrica come una sfida intima ed emozionante. L’incontro tra il temperamento linguistico d’origine e la prosodia italiana infonde ai versi una cadenza peculiare, rarefatta e armoniosa, che trova il proprio compimento naturale nel formato audiolibro.

«Le poesie recitate da un interprete professionista, se comprese a fondo nella loro partitura emotiva, acquisiscono una tridimensionalità acustica straordinaria. È da questa consapevolezza che è nata la volontà di pubblicare la silloge nella collana Le Perle Audiolibri», spiega la Constantin. La voce narrante amplifica le pause, accarezza i ritmi e permette all’ascoltatore di immergersi nell’universo sonoro dei testi, restituendo alla parola poetica la sua primigenia vocazione orale.

Un dono di consolazione ed empatia per l’animo del lettore

In definitiva, “Riverberazioni dell’anima” si offre al lettore non come un monologo intimista ripiegato su se stesso, ma come un autentico atto di donazione e

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Cultura

«Un piccolo gesto, un grande cuore»: la commovente lezione di Menda Vreto sull’ombrello lasciato sotto la pioggia per uno sconosciuto

La scrittrice Menda Vreto racconta l’incontro sotto un violento diluvio con un uomo che lascia il suo ombrello aperto sul marciapiede per uno sconosciuto: «Ho lavorato nei paesi poveri, voglio restituire il bene ricevuto». Una toccante riflessione sulla gratuità del dono e sulla gentilezza silenziosa. Il racconto completo nell’articolo 👇

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MENDA-VRETO

Roma – Esistono istanti minuscoli, all’apparenza invisibili all’interno della frenesia quotidiana delle nostre città, capaci tuttavia di imprimere nell’anima un solco indelebile che l’usura del tempo non riesce a scalfire. In un’epoca segnata da diffidenze reciproche, porte blindate e sguardi che si incrociano raramente per timore dell’altro, il racconto firmato dalla scrittrice Menda Vreto si impone come una folgorazione etica. Una testimonianza reale e toccante che prende le mosse da una mattina di pioggia torrenziale per trasformarsi in una delle più alte parabole contemporanee sulla gratuità del dono, sul senso autentico della solidarietà e sulla bellezza rivoluzionaria di chi sceglie la gentilezza quando nessuno lo guarda.

La scena sotto la pioggia battente: un ombrello e una pietra sul marciapiede

Ieri pioveva a dirotto: non una pioggia leggera e passeggera, ma uno di quei rovesci violenti d’autunno che trasformano i marciapiedi in distese d’acqua e l’asfalto in fiumi insidiosi, rendendo ogni passo una sfida contro il vento e le pozzanghere. Immersa nei propri pensieri mentre si recava al lavoro, l’autrice nota i movimenti insoliti di un uomo che ha appena terminato di scaricare la spesa e chiudere il proprio garage. Anziché correre al caldo per ripararsi, l’uomo indugia sotto il diluvio con lo sguardo attento, come se stesse cercando qualcosa di vitale tra le siepi e l’erba fradicia.

Senza curarsi dei vestiti ormai zuppi e del freddo pungente, l’uomo si china, scava nel fango e solleva una pietra pesante. Poi compie un gesto inaspettato: apre il suo grande ombrello, lo adagia con cura sul bordo del marciapiede e colloca il sasso sulla stoffa tesa, impedendo alle raffiche di vento di ribaltarlo o trascinarlo via. Un riparo lasciato lì, stabile, aperto e pronto all’uso, sul ciglio della strada.

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La confessione dell’uomo: «Restituire il bene ricevuto nei paesi più poveri»

Vinta dalla curiosità e dallo stupore, Menda Vreto si avvicina all’uomo chiedendogli la ragione di quell’azione così bizzarra: «Mi scusi, perché ha lasciato il suo ombrello qui, aperto, sotto questa pioggia battente?». La risposta dello sconosciuto possiede la forza disarmante delle verità primordiali: «Ho lavorato per molti anni in un Paese del mondo estremamente povero. Lì ho ricevuto tantissimo rispetto, educazione e una generosità commovente da persone che non possedevano nulla eppure sapevano donare tutto. Adesso mi chiedo: cosa posso fare io per restituire tutto il bene che ho ricevuto? Cerco di fare del bene finché posso».

Le parole dell’uomo illuminano il marciapiede grigio con una luce inaspettata: «Vedo passare tante persone sotto questo temporale: bambini con gli zaini che vanno a scuola, anziani con le buste della spesa, lavoratori trafelati che cercano di raggiungere la fermata dell’autobus. Forse qualcuno ne avrà bisogno, forse qualcuno lo prenderà per non bagnarsi e arrivare a casa asciutto. Non è un’impresa straordinaria, lo so bene… ma se può servire ad aiutare anche una sola persona, perché mai non dovrei farlo?».

L’etica del dono anonimo: la grandezza di chi fa del bene senza chiedere nulla in cambio

Davanti a quella disarmante semplicità, ogni parola suona superflua. Quanto vale, dal punto di vista economico, un comune ombrello lasciato su un marciapiede? Probabilmente pochi euro. Ma quanto vale l’intenzione morale di chi rinuncia spontaneamente a un proprio bene, bagnandosi fino alle ossa, al solo scopo di rendere meno amara e fredda la giornata di uno sconosciuto di cui non conoscerà mai né il volto né la voce?

È proprio nell’anonimato che risiede la purezza assoluta della bontà. Nella società contemporanea, dove persino la beneficenza rischia spesso di degradarsi in passerella mediatica o in vanitosa ricerca di consensi digitali, donare senza pretendere ringraziamenti rappresenta un atto di altissima rivoluzione spirituale. Quell’uomo non sapeva se ad afferrare quel manico sarebbe stato un ragazzo, una madre stanca o un mendicante infreddolito. Gli bastava la serena certezza che, da qualche parte, un altro essere umano avrebbe provato sollievo sentendosi, anche solo per un attimo, protetto e pensato.

La lezione di Menda Vreto: il mondo non ha bisogno di chi cerca riparo, ma di cuori capaci di esserlo

Nel riprendere il proprio cammino sotto la pioggia che continua incessante, Menda Vreto consegna ai lettori una meditazione che interroga la coscienza di ciascuno: «Non possiamo fermare tutte le tempeste della vita, né abbiamo il potere di proteggere ogni persona dal dolore e dalle intemperie del destino. Ma possiamo scegliere liberamente di essere, almeno per qualcuno, un piccolo e inatteso riparo». La grandezza autentica di una vita umana non si calcola dalle ricchezze materiali accumulate, ma dal numero di pesi che abbiamo saputo alleviare lungo il cammino di chi ci cammina accanto.

Un sasso raccolto dall’erba fradicia, una cupola di stoffa aperta sul cemento e un cuore capace di vedere il bisogno là dove gli altri scorgono soltanto brutto tempo. «Che non ci manchi mai – conclude la scrittrice – la sensibilità di lasciare un ombrello aperto per chi sta attraversando il proprio temporale. Perché il mondo non ha bisogno soltanto di persone che cercano disperatamente un riparo: ha bisogno di cuori che abbiano il coraggio e la generosità di diventarlo».

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