Il capolavoro di Malik Al-Batli: la straziante poesia irachena che commuove il mondo
La straordinaria potenza letteraria di un uomo capace di trasformare il silenzio e la sofferenza dell’Iraq in un urlo di pura bellezza mondiale! Scopriamo l’emozionante e commovente storia di Malik Al-Batli, illustre e celebrato poeta, scrittore e giornalista originario di Bassora. Tradotto e apprezzato in tutto il mondo, ha confessato: “A casa mi era vietato gridare, e forse per questo sono nato poeta”. All’interno dell’articolo troverete il testo integrale della sua straziante poesia “Tala”: un meraviglioso e crudele lamento sull’amore, sull’esilio e sulla morte lungo le polverose strade mediorientali!👇
Roma – La straordinaria, catartica e universale potenza salvifica della scrittura risiede spesso e volentieri nell’incrollabile capacità di trasformare le macerie del dolore umano e il silenzio imposto dalla società in versi di assoluta, cristallina e sfolgorante bellezza. La profonda, tormentata e affascinante storia letteraria di Malik Al-Batli, illustre e celebrato poeta, scrittore e giornalista iracheno, rappresenta oggi una delle testimonianze culturali più vivide e toccanti dell’intero panorama mediorientale contemporaneo. Nato nel profondo sud dell’Iraq, per la precisione nella calda e antichissima provincia di Bassora, Al-Batli ha iniziato a respirare e a masticare arte fin dalla più tenera età. Proveniente da una nobile famiglia con radici poetiche profondissime, il giovane autore ha mosso i suoi primissimi passi cimentandosi con la poesia popolare irachena e con il difficilissimo Abu Dhiyya (una delle forme metriche tradizionali più complesse e caratteristiche della sua terra natale), fino a ottenere importantissimi e prestigiosi riconoscimenti internazionali nel corso del 2014.
Il lunghissimo viaggio letterario: da Bassora al resto del mondo
Il percorso intellettuale di questo straordinario autore mediorientale non si è mai accontentato di rimanere confinato all’interno dei rassicuranti confini nazionali.
Nutrito da un’incessante e famelica attività di lettura e di studio forsennato, Malik Al-Batli ha progressivamente abbandonato le forme chiuse per abbracciare coraggiosamente la poesia in prosa e il saggio letterario, raffinando parallelamente la propria maturità linguistica e intellettuale. Il suo innegabile talento lo ha portato a collaborare stabilmente con decine di giornali arabi e piattaforme culturali di primissimo livello. I suoi scritti, carichi di pathos e di lucida analisi, sono comparsi su autorevoli riviste in Turchia, Francia, Inghilterra, India, Cina, Germania e Pakistan, superando incredibilmente ogni barriera linguistica attraverso preziose traduzioni in innumerevoli idiomi stranieri. Autore prolifico e instancabile, vanta all’attivo circa nove meravigliose raccolte poetiche pubblicate (con altre dieci in trepidante attesa di stampa) e opere narrative di altissimo spessore morale, tra cui spicca l’acclamato libro “Un uomo vivo a cui non viene provveduto”, edito da Dar Al-Darawish. Un uomo poli-artistico che ha persino esplorato intensamente il linguaggio della pittura visiva, scegliendo lucidamente di abbandonare le lusinghe dei mass media per restare religiosamente fedele alla propria e incorruttibile vocazione interiore.
“A casa mi era vietato gridare, per questo sono nato poeta”
La chiave di lettura intima e segreta per poter comprendere appieno la poetica cruda, sanguinante ma sempre elegantissima di Al-Batli risiede in una sua personalissima e fulminante confessione autobiografica.
Il poeta stesso ama infatti definire l’impressionante mole dei suoi traguardi mondiali come un mero e insignificante “piccolo scorcio” di un viaggio interiore sterminato. Nel cuore pulsante del suo petto batte un solo, gigantesco e insopprimibile desiderio: “Scrivere, scrivere e continuare a scrivere”. La dolorosa e bellissima genesi della sua sterminata ispirazione è racchiusa in una frase che lacera l’anima di chi legge: “A casa mi era vietato gridare, e forse per questo sono nato poeta. E lascerò questo mondo da poeta”. È proprio da questo divieto infantile, da questo urlo primordiale strozzato crudelmente in gola, che nasce il bisogno disperato di far sanguinare l’inchiostro sul foglio bianco per denunciare le ingiustizie e i drammi della sua terra.
Il capolavoro “Tala”: l’amore, l’esilio e la tragica morte
Per onorare e celebrare l’immensa statura letteraria di questo straordinario autore, pubblichiamo integralmente uno dei suoi testi più struggenti e dolorosi. La poesia “Tala” è un lamento funebre, un inno all’esilio, un viaggio disperato che unisce Varsavia al sud dell’Iraq, dove l’amore si infrange contro la morte e la polvere dei camion lungo la “Strada Internazionale”. Un capolavoro che trasuda tutta la nobile e antichissima “pazienza” della città di Nasiriyah.
Tala
(di Malik Al-Batali — poeta e scrittore iracheno)
Gloria a Colui che tracciò la strada
da Varsavia alla sete del Sud.
Gloria al nostro dolore—
quanto del nostro sangue beve,
quanto ne versa dai nostri volti.
Gloria a Colui che la portò
dall’infatuazione del Nord
all’inferno del sale,
dai narcisi del mattino
a una camicia che squarcia una ferita
dentro le gole.
Quanto è lungo il viaggio del desiderio,
quanto sono spietate le distanze,
quanto sono crudeli i segreti
che le strade nascondono a coloro che si separano.
O croce che crebbe sulla collina del dolore,
come una palma abbattuta—
che cosa avevi fatto?
E come hai portato
il candore della neve
solo perché fosse crocifisso
sulla palpebra dell’amore?
L’amore qui è follia…
e il Sud è un cimitero del desiderio.
Nasiriyah—
ah, Nasiriyah:
un rotolo di sofferenza,
di pazienza
e di lamento.
Le tue trecce bionde bevvero
tutta la sua amarezza,
finché l’argilla della terra
divenne pane
per i profeti innamorati.
O ramo spezzato,
abbattuto dall’ascia del vento
nel crepuscolo dell’Iraq—
Era Chopin un profeta,
perché il suo esilio diventasse
un esempio per te?
Hai attraversato
il mare del tuo dolore attraverso di lui,
solo perché alla fine
il desiderio ti inghiottisse?
Qui…
a Tal al-Lahm,
la morte indossava il mantello
della strada.
Attendeva i senza fiato,
raccogliendo nel suo sacco
la tenerezza degli stranieri,
e schiacciando nel suo palmo
la farfalla del dolore.
Ah…
era questa l’ora dell’accoglienza?
Era questo
l’amore, Tala?
Trasformare i dolori degli stranieri
in un altro esilio,
trasformare le distanze dell’incontro
in una tomba,
far sanguinare dal cuore
le madri dei defunti,
e mandare il nostro lutto
tra il marciapiede
e il vento del dolore?
Dimmi—
hai irrigato la terra
con le tue ciglia,
finché il suolo divenne un tremore,
e il sangue versato divenne una poesia?
O viaggiatori sulla Strada Internazionale,
non svegliate la straniera.
C’è un sogno
che dorme sotto
la palpebra dell’addio.
Non disturbate
il kajal della gazzella.
Qui, la polvere divenne incenso,
e il nome della straniera
divenne un lamento
sulle labbra dei dolenti.
Siate dunque delicati
con l’aria degli usignoli amari
intorno alla sua croce.
Colei che aveva fame
del volto del suo amato—
la strada la consumò,
dolore dopo dolore,
finché trovò riposo
nella perdita.
Il suo luogo di riposo divenne la sua identità,
e le lacrime di Nasiriyah
divennero l’abbraccio
di una madre polacca.
O straniera,
sarà lungo il sonno?
È la nostra sabbia
così dura
come la crudeltà del tuo sogno,
massacrato sotto
la polvere dei camion che passano?
Oppure è screpolata
come la gola
delle donne che piangono?
O dolente,
abbiamo fatto
una poesia del tuo sonno.
I nostri lamenti sono diventati
un tappeto di preghiera sotto di te,
e le nostre grida sono diventate un flauto
che ti accompagna verso il cielo.
Noi siamo il popolo
del dolore, delle grida e del fuoco.
Non lasciamo
una straniera a raffreddarsi
dentro la sua tomba.
Ti abbiamo vestita
con i nostri cuori—
mille sospiri
e un mantello di lutto.
Dormi sulla
terra del rimpianto.
Solo il deserto sa
che chi muore per amore
non chiede a quale fede appartenga,
né rinnega alcuna patria.
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La poesia di Eglantina Likaj: un magico ponte letterario tra Albania e Italia
La potenza magica della vera poesia riesce a unire i popoli e annullare incredibilmente ogni distanza geografica! Scopriamo oggi il bellissimo e affascinante profilo di Eglantina Delia Likaj: nata in Albania e laureata a Scutari, vive da anni in Italia (a Novara) dove scrive e pubblica meravigliose liriche bilingue. I suoi versi affrontano con chirurgica profondità e delicatezza il dolore struggente dell’emigrazione (“Addio”), il miracolo dell’amore (“Lo sai?”) e le inquietudini più intime dell’esistenza umana. Un viaggio letterario meraviglioso e assolutamente imperdibile da leggere d’un fiato!👇
Novara – L’arte della scrittura poetica, quando è autentica, viscerale e profonda, possiede l’incredibile e magico potere di annullare qualsiasi distanza geografica, trasformando le fatiche, i sogni e le nostalgie dell’animo umano in un linguaggio universale e senza confini. È esattamente questa la meravigliosa missione letteraria intrapresa e brillantemente portata avanti da Eglantina Delia Likaj. Nata a Gorre di Laç (in Albania) ma stabilmente trapiantata da tantissimi anni in Italia, precisamente a Novara, questa raffinata autrice rappresenta oggi uno dei ponti culturali più solidi e affascinanti tra le due sponde del Mar Adriatico. Dotata di un solido e prestigioso retroterra accademico (ha conseguito brillantemente la laurea in Lingua e Letteratura Albanese presso la rinomata Università “Luigj Gurakuqi” della storica città di Scutari), Eglantina ha coltivato fin da giovanissima una passione inestinguibile e travolgente per i versi. La sua prolifica produzione letteraria in lingua madre ha già trovato ampi e meritati riconoscimenti, figurando orgogliosamente in antologie di grandissimo respiro come “Muret e Erës – I muri del Vento” e l’autorevole “Antologia dei Poeti Internazionali”. Ma la vera magia del suo percorso artistico consiste nella sua incredibile abilità di scrivere magnificamente anche in italiano, come testimoniato dalla pubblicazione dei suoi versi nell’antologia poetica “M’illumino d’Immenso”. Attraverso la sua penna delicatissima, l’autrice costruisce un dialogo costante tra culture diverse, riuscendo a trasformare la freddezza della vita quotidiana in immagini poetiche di rarissima e cristallina potenza espressiva.
Il distacco e l’emigrazione: la nostalgia straziante della terra nativa
Nelle sue liriche più introspettive e intime, Eglantina Delia Likaj esplora con dolorosa e chirurgica precisione il durissimo trauma del distacco, l’inevitabile sradicamento e il senso di smarrimento che accompagna prepotentemente chi è costretto, per necessità o destino, a reinventare la propria vita in una terra straniera. Nei due componimenti seguenti, la freddezza dell’estraneità si scontra con l’incancellabile ricordo della patria lontana.
COSA CI FACCIO QUA? Guardo stranita ciò che mi circonda
con occhi insospettiti che spiano ogni mossa
Ascolto incuriosita discorsi intorno a me,
ogni piccolo rumore con orecchie tese
Sento sulla pelle la freddezza umana
per brividi e tremori diventando fontana,
chiedo a me stessa che ci faccio qua?!
E chi mi può rispondere, chi mai lo saprà?
ADDIO Primi sospiri, profumi della vita
Primi passi, primi pensieri sensati
Primi abbracci, primi gusti
Sbagliati o giusti, diventate abitudini
Primi suoni, sentimenti del cuore
Prime parole, prime amicizie
Prime uscite col fiato sospeso
Mille occasioni, treni che non ho preso
Prime scelte, prime soddisfazioni
Prime vincite, prime delusioni
Prime per sempre voi rimarrete
Immortalmente impresse nella mia mente
Perforata da mille dubbi, mille perché
Lottavo come matta tra me e me
Decidere di separarmi, di lasciarvi alle spalle
Un dolore che mai smetterà di far male
Terra nativa, terra dei miei cari
Mi tormenterai ad occhi chiusi e aperti
Il sole si spegne dentro l’io mio
Lasciarti oggi e dirti addio
I legami indissolubili: l’amore genitoriale e le promesse di vita
L’affascinante caleidoscopio poetico dell’autrice italo-albanese si arricchisce enormemente quando le sue rime si aprono all’immensità dell’amore in tutte le sue infinite sfaccettature. L’amore filiale, il miracolo assoluto e stravolgente della nascita e il senso di profonda protezione si mescolano a dediche vibranti e piene di luce. I versi si trasformano in una vera e propria dichiarazione di intenti, in una gigantesca ed eterna promessa di presenza costante al fianco delle persone amate, sfidando tempeste umane ed eventi catastrofici.
LO SAI? Quel giorno impazzirono i battiti del cuore
Gli occhi brillarono come rubini
Sulla tua pelle mani delicate
Tu, arrivasti e io diventai padre
Tutto mi cambiò, mi cambiò la vita
Il mondo entrò fra le tue dita
Mi dissi, mai più sicuro, mai più insicuro
Promisi, per te sarò il più fragile, il più duro
Sarò il cielo sconfinato, lo so, volerai
Sarò la terra abbondante, lo so, tornerai
Sarò il mare assai mosso, tranquillo assai
Sarò il fuoco che per te non si spegnerà mai.
A TE A te che vedendoti mi porti lacrime negli occhi
E mi fai sentire fragile annebbiandomi la vista
A te che fai splendere il sole come per magia
E riempi di forze quest’anima mia.
Fragile come foglie d’autunno, spezzata
Forte come le radici, ed eccomi rinata
A te che parlandomi fai tremare l’io in me
Dandomi scosse mai esistite
A te che fai tornare la serenità
Con la melodiosa voce in eternità
Paurosa come durante un terremoto in follia
Serena come quando gli angeli fanno melodia
A te che sei divinamente umana
Nell’arco della vita nessuno come te
A te che doni corpo e anima
E da quel primo istante non vivi più la calma
Fortunatamente beata con te
Con te che hai portato in vita me
Le inquietudini umane, i timori e le folgorazioni esistenziali
La grandezza e la versatilità della penna di Eglantina si misurano anche nella sua magistrale capacità di catturare abilmente gli sguardi rubati per strada, i silenzi apparentemente incomprensibili e le paure inconfessabili e recondite legate all’abbandonarsi totalmente all’amore e ai legami. Nelle sue poesie brevi, infine, risiede un’incredibile ed esplosiva forza evocativa in grado di descrivere perfettamente la labilità del tempo che scorre inesorabile sotto lo splendore del cosmo infinito.
MA TU …?! Eccoti la…
Scorre la vita davanti a te
Sotto il velo lacrimoso dei tuoi occhi
Lo sguardo cerca e non si sa cosa cerca…
Eccoti la…
Stesso angolo, stesso posto
Chi sa cosa mai ti passa per la testa
La mente cerca e non si sa cosa cerca…
Eccoti la…
Sempre solo, abbracciato dall’aria
Accarezzato dal sole nei giorni primaverili
Il tuo spirito cerca e non si sa cosa cerca…
Eccomi qua…
Ti passo davanti ogni giorno
Quello sguardo timido cerco di capire
Ma lo so… non potrò mai riuscire…
Eccomi qua…
Stessa strada, stesso indirizzo
I tuoi pensieri nascosti cerco di capire
Ma lo so… non potrò mai riuscire…
Eccomi qua…
Mai sola, abbracciata da braccia calde
Accarezzata dall’amore incondizionato
Cercando di capire come fai a vivere?!
Ma lo so… non potrò mai riuscire…
MI FA PAURA Mi fa paura il tuo trionfo verso i miei spazi
Spazi isolati fino al tuo arrivo
Ti sei avvicinato mentre eri in partenza
Rendendo naturale la tua presenza
Mi fa paura averti sempre fra i miei pensieri
Pensieri invasori del mio guscio
Ti sei accomodato dentro loro oggi come ieri
Rifiutando di uscire anche dal mio inconscio
Mi fa paura ammettere di volerti
Volerti come la luce del giorno
Ti sei impadronito del mio essere
Mi fa paura volerti sempre intorno
COME SEMPRE Gioventù!
Un attimo di follia a tu per tu!
TERRA Passeggeri incerti ospiti
Scena di un teatro amatoriale
Personaggi senza carattere
Sotto lo splendore stellare.
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Quello che una donna non dice: il commovente manifesto della forza silenziosa femminile
Come sopravvivere al peso invisibile della routine quotidiana? Il meraviglioso e profondo testo “Quello che una donna non dice”, scritto da Menda Vreto, è un commovente inno alla forza silenziosa del mondo femminile. Una riflessione potentissima sull’enorme carico emotivo di chi porta dentro una tempesta ma continua a preparare la cena sorridendo per gli altri. Ma è anche e soprattutto un invito coraggioso a non dimenticarsi mai di sé stesse, a riscoprire i propri sogni e a capire che non è mai troppo tardi per ricominciare ad amarsi senza alcun senso di colpa!👇
Roma – In una società che viaggia perennemente a ritmi insostenibili, chiedendo costantemente perfezione, prestazioni impeccabili e sorrisi di facciata, fermarsi a riflettere sulla silenziosa e titanica fatica emotiva che si nasconde dietro la routine quotidiana è diventato un atto rivoluzionario. Il bellissimo, profondo e commovente testo “Quello che una donna non dice”, firmato dalla penna delicata di Menda Vreto, squarcia letteralmente il velo dell’ipocrisia moderna per restituirci un ritratto intimo, autentico e dolcissimo dell’animo femminile. “Prima di uscire di casa, si guarda allo specchio. Sistema i capelli, mette un po’ di crema sul viso, controlla che tutto sia a posto. Per un istante incontra i propri occhi e sorride. Poi prende la borsa, le chiavi e chiude la porta. Fuori, la giornata la aspetta. Nessuno sa che quella mattina ha dormito poco. Nessuno sa che ieri sera è rimasta sveglia fino a tardi pensando a una frase che non avrebbe voluto sentire. Nessuno sa che, da qualche parte dentro di lei, c’è una domanda alla quale non ha ancora trovato risposta.”
Il peso invisibile della quotidianità: la straordinaria capacità di resistere
La magia e il dolore della condizione femminile risiedono spesso proprio in questa incredibile e logorante dicotomia tra un mondo interiore in tempesta e un mondo esteriore da accudire senza sosta. “Eppure cammina. Sale sull’autobus, guida nel traffico, accompagna i figli, entra in ufficio, saluta, lavora, risponde al telefono. Sorride. È così che spesso comincia la giornata di una donna. Con cose normali. Con gesti che nessuno nota. Con pensieri che nessuno ascolta. Perché una donna può avere il cuore pieno di domande e, nello stesso momento, ricordarsi di comprare il latte. Può sentirsi fragile e trovare comunque la forza di rassicurare qualcuno. Può avere voglia di piangere e riuscire a far ridere chi le sta accanto. È una delle cose più strane dell’essere umani: possiamo portare dentro una tempesta e, fuori, continuare a preparare la cena. Ma cosa succede quando, per troppo tempo, tutti si abituano alla nostra capacità di resistere? Succede che la nostra forza diventa invisibile. Gli altri smettono di chiedersi se siamo stanchi. Pensano che ce la faremo. Perché ce l’abbiamo sempre fatta.”
Quando la forza diventa un’abitudine per gli altri: il bisogno di esserci
Quell’invisibilità emotiva genera spesso una solitudine feroce, colmata da frasi di circostanza che nascondono un disperato bisogno di cura e di accudimento reciproco. “E così una donna impara a dire «non importa» quando invece importa. «Va tutto bene» quando non va bene affatto. «Ci penso io» quando avrebbe bisogno che, almeno una volta, qualcuno pensasse a lei. Forse è questo che non dice. Non dice che anche lei vorrebbe, qualche volta, arrivare a casa e non dover essere responsabile di nulla. Vorrebbe trovare qualcuno che abbia già preparato la cena. Qualcuno che le dica di sedersi. Qualcuno che si accorga dal suo silenzio che quella giornata è stata troppo lunga. Non chiede miracoli. Chiede presenza. E forse è proprio qui che dovremmo imparare a volerci più bene: nei dettagli. Nel messaggio mandato senza un motivo. Nel caffè lasciato sul tavolo. Nella telefonata di chi dice: «Non ho bisogno di niente, volevo solo sentirti.» Nell’abbraccio che arriva prima delle domande. Nella persona che resta anche quando non sappiamo spiegare cosa abbiamo. Perché non tutto il dolore ha un nome. A volte è soltanto stanchezza. A volte è nostalgia. A volte è la sensazione di aver dato troppo per troppo tempo. A volte è il bisogno di ritrovare una parte di sé che, negli anni, è rimasta indietro.”
Le piccole grandi rivoluzioni personali e il coraggio di ricominciare
Eppure, il testo di Menda Vreto ci insegna meravigliosamente che non è mai troppo tardi per risvegliare quella ragazza piena di sogni che si era solo momentaneamente assopita sotto il peso delle responsabilità. “Penso alla donna che un giorno apre un cassetto e trova una fotografia di quando era giovane. La guarda a lungo. Non sorride perché era più bella allora. Sorride perché si ricorda di una ragazza che aveva desideri, curiosità, sogni. E forse comprende che quella ragazza non è scomparsa. È ancora lì. Aspettava soltanto di essere ascoltata. Allora comincia a fare qualcosa per sé. Non necessariamente qualcosa di grande. Si iscrive a un corso. Riprende a dipingere. Impara una lingua. Parte per un fine settimana. Va al cinema da sola. Ricompra quel libro che aveva sempre voluto leggere. Sono gesti piccoli. Ma certe rivoluzioni cominciano proprio dalle cose piccole. Cominciano quando una donna smette di rimandare continuamente se stessa. E non serve avere vent’anni per ricominciare. Non serve avere tutto chiaro. Non serve sapere dove porterà quella nuova strada. A volte basta il coraggio di fare il primo passo. Anche dopo una separazione. Anche dopo un fallimento. Anche dopo una perdita. Anche dopo anni vissuti pensando più agli altri che a sé.”
Scegliersi senza sensi di colpa: l’amore per se stesse come cura
Il bellissimo e struggente appello finale è un invito all’indulgenza e all’amore incondizionato verso sé stesse, al di là dei ruoli imposti e delle fatiche patite. “Perché nessuna età è troppo avanti per tornare a desiderare qualcosa. Nessuna vita è così complicata da non poter contenere un nuovo inizio. E nessun errore dovrebbe avere il potere di raccontare tutta la nostra storia. Una donna può aver scelto male e imparare. Può aver amato la persona sbagliata e amare ancora. Può aver perso tempo e ritrovarlo in un modo diverso. Può aver avuto paura e, nonostante la paura, continuare. Può essere caduta. E può rialzarsi senza dover spiegare a nessuno quanto sia costato farlo. Forse abbiamo bisogno di questo più spesso: di smettere di chiedere alle persone perché non sono più forti e iniziare a chiederci come possiamo rendere un po’ più leggero il loro cammino. Perché dietro una donna che sembra avere tutto sotto controllo potrebbe esserci semplicemente una persona che sta facendo del suo meglio. E fare del proprio meglio non significa essere perfetti. Significa esserci. Anche nei giorni storti. Anche quando le energie sono poche. […] E magari un giorno ti sveglierai, aprirai la finestra, respirerai profondamente e capirai una cosa semplice: non dovevi diventare un’altra donna. Dovevi soltanto tornare a essere quella che, da qualche parte dentro di te, non avevi mai smesso di essere.”
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Luisa Belletti, la donna che trasforma il tempo in nuvole d’amore
Ci sono vite che raccontano il dolore e vite che, attraversandolo, imparano a seminare bellezza. Quella di Luisa Belletti appartiene alla seconda categoria: una donna che ha scelto di non contare ciò che la vita le ha tolto, ma ciò che può ancora donare. Una donna che ha trasformato la propria fragilità in forza, il tempo in presenza e gli incontri in occasioni di rinascita.
Ci sono persone che arrivano nella vita degli altri quasi in punta di piedi e, senza fare rumore, lasciano qualcosa che rimane. Una parola, una carezza, uno sguardo, un gesto di fiducia. Persone che non hanno bisogno di proclamarsi speciali, perché è ciò che fanno a raccontarle.
Redazione- Ci sono vite che raccontano il dolore e vite che, attraversandolo, imparano a seminare bellezza. Quella di Luisa Belletti appartiene alla seconda categoria: una donna che ha scelto di non contare ciò che la vita le ha tolto, ma ciò che può ancora donare. Una donna che ha trasformato la propria fragilità in forza, il tempo in presenza e gli incontri in occasioni di rinascita.
Ci sono persone che arrivano nella vita degli altri quasi in punta di piedi e, senza fare rumore, lasciano qualcosa che rimane. Una parola, una carezza, uno sguardo, un gesto di fiducia. Persone che non hanno bisogno di proclamarsi speciali, perché è ciò che fanno a raccontarle.
Luisa Belletti è una di queste persone.
La sua è una storia che meriterebbe di essere raccontata non soltanto per ciò che ha realizzato, ma soprattutto per ciò che rappresenta. È la storia di una donna che avrebbe potuto lasciare che le difficoltà, la malattia e la disabilità restringessero l’orizzonte della propria esistenza e che, invece, ha scelto una strada completamente diversa: usare il tempo che le è stato donato per donare a sua volta.
È una scelta di straordinaria grandezza umana.
Da oltre vent’anni Luisa convive quotidianamente con una malattia complessa e con una disabilità. Conosce quindi il significato della fatica, dei limiti, delle giornate difficili, delle battaglie che spesso rimangono invisibili agli occhi degli altri.
Eppure, anziché chiudersi dentro ciò che le è accaduto, ha spalancato una porta verso il mondo.
Ha scelto di esserci.
Ha scelto di ascoltare.
Ha scelto di aiutare.
E soprattutto ha scelto di trasformare il proprio vissuto in una possibilità di bene.
È racchiuso in una sua frase il senso più autentico di questo cammino:
«Più la vita mi toglie, più il mio tempo è prezioso e mi spinge a creare situazioni nuove per poter essere d’aiuto».
Parole che non sono semplicemente belle. Sono parole vissute.
Perché il tempo, quando la vita insegna a conoscerne il valore, smette di essere una semplice successione di ore e diventa qualcosa di infinitamente più prezioso. Diventa presenza. Diventa incontro. Diventa ascolto. Diventa possibilità.
Luisa ha scelto di non sprecare il proprio tempo nella domanda «perché proprio a me?», ma di trasformarlo nella domanda più difficile e più generosa: «Cosa posso fare per gli altri?»
La risposta è contenuta nella sua quotidianità.
E contiene anche una concezione molto particolare della parola “persona”.
Per Luisa, infatti, il termine non può essere circoscritto esclusivamente all’essere umano. Persona è, nella sua visione, ogni essere pensante e cognitivo capace di provare emozioni, ogni creatura che vive l’esperienza della vita. Un gatto, un cane, un cavallo, una gallina: non cambia la specie, perché ciò che conta è il riconoscimento dell’esistenza, della sensibilità e della dignità dell’altro.
È una prospettiva che lega indissolubilmente il concetto di persona a quello della cura.
Chi ha ricevuto molto dalla vita, anche quando la propria storia potrebbe apparentemente raccontare il contrario, può sentire il desiderio – e persino il dovere – di restituire qualcosa.
Per Luisa donare significa anche sentirsi utili. Non necessariamente attraverso competenze straordinarie, ma attraverso la capacità, spesso ancora più preziosa, di stare accanto.
Perché si può essere competenti, affermati, avere successo e raggiungere grandi traguardi, ma se si perde la capacità di essere brave persone, tutto il resto rischia di perdere valore.
Autrice del libro “Giù dai tacchi”, pubblicato da Bertoni Editore, Luisa affida anche alla scrittura una parte del proprio percorso. Ma il suo racconto più importante non è soltanto quello custodito nelle pagine di un libro. È quello scritto quotidianamente attraverso le relazioni, le esperienze, gli incontri e le persone alle quali riesce a restituire un frammento di fiducia.
La sua storia ha conosciuto la fragilità sulla propria pelle. Ed è proprio la fragilità ad averle insegnato a guardare oltre la superficie.
Quando si vive direttamente una condizione di vulnerabilità, si comprende che dietro un sorriso può nascondersi una sofferenza enorme e che ciò che appare all’esterno raramente racconta per intero ciò che una persona sta vivendo dentro.
Da questa consapevolezza è nata anche una forma diversa di amore verso se stessa: imparare a non giudicarsi e, proprio per questo, imparare a non giudicare gli altri.
Perché nessuno può conoscere fino in fondo le battaglie invisibili che chi gli sta accanto sta combattendo.
E allora diventano necessarie più delicatezza, più pazienza, più gentilezza.
Nel suo mondo c’è poi un linguaggio particolare, antico e autentico: quello dei cavalli.
Per Luisa il cavallo non è uno strumento, non è un mezzo, non è un oggetto da addestrare per soddisfare le esigenze dell’uomo. È un essere vivente, un’anima libera, una presenza da rispettare.
Sono proprio i cavalli, spesso considerati dal mondo utilitaristico soltanto quando possono essere utilizzati, a trovare nel suo percorso una seconda possibilità. Animali che vengono accolti, rispettati e accompagnati verso una vita dignitosa, nel gruppo, secondo i loro tempi e la loro natura.
È una scelta che racconta molto della donna che la compie.
Perché chi sa riconoscere la dignità di un animale che il mondo considera “inutile” è spesso capace di riconoscere anche la dignità di quelle persone che la società tende a lasciare ai margini.
Con i cavalli Luisa non cerca il dominio, ma l’incontro.
Non necessariamente si sale in sella.
Si sta accanto.
E in quel semplice “stare accanto” è racchiusa una vera filosofia dell’esistenza.
Il cavallo le ha insegnato che non si può costruire una relazione autentica attraverso la forza o l’imposizione. Occorre disarmarsi, ascoltare in silenzio, osservare i dettagli, rispettare tempi, spazi e natura dell’altro.
La stessa lezione, secondo Luisa, vale per i rapporti umani.
Non possiamo pretendere di possedere chi abbiamo accanto, cambiarlo a tutti i costi o imporgli la nostra visione. Una relazione sana nasce dal rispetto della libertà dell’altro.
Stare accanto a qualcuno, indipendentemente dalla specie, senza volerlo dominare ma accogliendolo per quello che è, può diventare una delle forme più pure d’amore.
È attraverso questo rapporto, insieme a diverse pratiche dedicate al benessere, che Luisa contribuisce a creare esperienze capaci di offrire centratura, sollievo e consapevolezza.
Ma sarebbe riduttivo fermarsi ai cavalli.
Perché il vero progetto di Luisa sono le persone.
E qui la sua esperienza personale diventa una vera missione.
Mentre si trovava in un letto d’ospedale, sconvolta e perduta, si trovò a vivere la carenza di un servizio di cura e attenzione profonda. In quel momento nacque una promessa: se fosse uscita viva da quella situazione, avrebbe creato quello spazio che a lei era mancato.
Da quella promessa è nato un percorso rivolto a chi vive situazioni di disagio, disabilità, isolamento e fragilità.
Prima ancora di qualsiasi aiuto materiale, certamente fondamentale, Luisa individua un bisogno ancora più profondo: sentirsi visti.
Essere riconosciuti nella propria unicità e non identificati con la malattia, con la disabilità o con l’evento che ha cambiato la propria esistenza.
Una persona può avere bisogno di sostegno pratico, ma può avere soprattutto bisogno di sapere che la propria esistenza ha ancora un valore.
A volte basta ascoltare.
Ascoltare davvero.
Senza interrompere, senza giudicare, senza la fretta di trovare a tutti i costi una soluzione.
Per Luisa, l’ascolto sincero è già un atto d’amore.
La sua attenzione si rivolge così ai bambini e agli adulti con disabilità, a chi improvvisamente deve fare i conti con una malattia, alle vittime di violenza, a chi conosce il bullismo, il mobbing, le dipendenze e la solitudine.
E agli anziani.
Perché una società che dimentica i propri anziani, secondo la sua visione, perde la propria anima, taglia le proprie radici e dimentica la propria memoria.
Gli anziani non sono soltanto persone da assistere. Sono storie, esperienza, saggezza, memoria. Non rappresentano soltanto il passato, ma anche il nostro futuro, perché tutti, se avremo la fortuna di vivere abbastanza a lungo, siamo destinati a diventare anziani.
Creare momenti di aggregazione significa quindi restituire dignità, appartenenza e partecipazione.
Significa ricordare che sentirsi utili, visti e riconosciuti non è un bisogno che scompare con gli anni.
È il respiro stesso della vita.
Nel corso del suo cammino Luisa ha collaborato con realtà impegnate contro la violenza, il bullismo, il mobbing e le dipendenze, costruendo sinergie con centri antiviolenza, associazioni, specialisti sanitari e volontari.
Un lavoro prezioso proprio perché non pretende di sostituirsi alle competenze professionali, ma costruisce ponti.
Ponti tra persone.
Ponti tra mondi.
Ponti tra la sofferenza e la possibilità di tornare a stare bene.
La sua opera ha anche un valore sociale profondo: creare luoghi nei quali nessuno debba sentirsi inutile.
Perché essere aiutati è importante, ma sentirsi ancora capaci di dare qualcosa agli altri può diventare una forma potentissima di rinascita.
E così Luisa crea spazi di coesione, occasioni nelle quali incontrarsi, condividere, sentirsi parte di una comunità.
È una rivoluzione gentile.
Una rivoluzione fatta senza clamore, senza slogan, senza bisogno di riflettori.
Una rivoluzione che parte dal riconoscimento più semplice e più difficile: ogni essere vivente ha un valore.
Forse è proprio questo il filo luminoso che attraversa tutta la sua storia.
Luisa non guarda ciò che una persona non può più fare. Guarda ciò che può ancora essere.
Non si ferma alla malattia. Cerca la persona.
Non vede la disabilità come un’etichetta. Vede l’essere umano nella sua completezza.
Non considera l’anziano come qualcuno che appartiene al passato. Ne riconosce la memoria, la dignità e l’esperienza.
Non guarda un animale come uno strumento. Ne riconosce la libertà.
Ed è questa capacità di andare oltre l’apparenza a rendere il suo percorso così prezioso.
La sua è una storia di resilienza, ma forse definirla soltanto così sarebbe ancora troppo poco.
Perché resilienza significa riuscire a rialzarsi.
Luisa ha fatto qualcosa di ulteriore: si è rialzata per aiutare altri a rialzarsi.
Ha trasformato le proprie ferite in finestre.
E attraverso quelle finestre ha lasciato entrare luce.
In un mondo che spesso ci insegna a difenderci, Luisa insegna ad accogliere.
In una società che misura il valore attraverso ciò che produciamo, ricorda che il valore di una persona non dipende dalla sua efficienza.
In un’epoca nella quale tutti sembrano avere sempre meno tempo, lei ha scelto di rendere il proprio tempo prezioso mettendolo al servizio degli altri.
E allora viene spontaneo pensare a lei come a un angelo terreno.
Non un angelo lontano, astratto, irraggiungibile.
Un angelo con i piedi nella terra, che conosce la fatica, la paura e le giornate difficili. Proprio per questo capace di comprendere il dolore degli altri senza giudicarlo.
Un angelo che non porta miracoli, ma presenza.
Che non promette di cancellare le sofferenze, ma offre una mano per attraversarle.
Che non dice “non avere paura”, ma sembra sussurrare: “Non sei solo.”
E forse è questo il dono più grande che una persona possa fare a un’altra.
Luisa sembra aver compreso che l’amore non è soltanto sentimento.
È responsabilità.
È cura.
È tempo donato.
È attenzione.
È capacità di esserci quando sarebbe più facile voltarsi dall’altra parte.
Ma è anche qualcosa che non chiede necessariamente di essere visto.
Per Luisa il bene autentico non ha bisogno di un palcoscenico. Se facciamo del bene soltanto per ricevere un ringraziamento o un applauso, rischiamo di trasformare il dono in una ricompensa per il nostro ego.
Il bene più vero, invece, è spesso silenzioso.
Rimane custodito nel segreto della cura.
E allora la domanda non dovrebbe essere continuamente “cosa riceverò in cambio?”, ma piuttosto: “Cosa posso donare oggi?”
È per questo che il suo cammino assume quasi la forma di una poesia.
Una poesia fatta di cavalli che tornano a vivere senza essere utilizzati.
Di persone che tornano a sentirsi importanti.
Di anziani che ritrovano uno spazio.
Di bambini che possono esprimersi.
Di chi affronta una malattia e scopre di non essere definito dalla propria fragilità.
Di chi arriva con una storia difficile e trova qualcuno disposto ad ascoltarla.
Luisa ha scelto di usare il proprio tempo per creare nuvole d’amore da consegnare al mondo.
Nuvole leggere, forse invisibili agli occhi, ma capaci di passare sopra le vite degli altri lasciando qualche goccia di speranza.
E ogni volta che una persona si sente nuovamente vista, ogni volta che qualcuno ritrova un sorriso, ogni volta che un essere vivente viene rispettato anziché utilizzato, quelle nuvole diventano reali.
La sua storia ci ricorda, infine, che non sempre la grandezza di una vita si misura da ciò che si possiede, dai riconoscimenti ricevuti o dai traguardi raggiunti.
A volte si misura semplicemente dal numero di persone che, dopo averti incontrato, hanno ricominciato a credere un po’ di più nella vita.
Luisa Belletti ha scelto di fare proprio questo.
Ha scelto di trasformare ciò che poteva essere una sottrazione in una moltiplicazione d’amore.
La vita le ha tolto qualcosa, ma lei ha risposto donando.
Il tempo le ha ricordato la sua fragilità, ma lei lo ha trasformato in un dono.
La malattia avrebbe potuto restringere il suo mondo, e lei ha scelto invece di allargarlo a chiunque avesse bisogno di un luogo nel quale sentirsi accolto.
Questa è la storia di una donna che non ha permesso alle proprie fragilità di spegnere la luce.
Una donna che ha fatto della propria esperienza una strada verso gli altri.
Una donna che continua a camminare, con passo forse diverso da quello che aveva immaginato, ma con un cuore capace di portare molto lontano.
E mentre il mondo corre, Luisa insegna la bellezza di fermarsi.
Di guardare.
Di ascoltare.
Di stare accanto.
Di riconoscere.
Di amare.
Perché, in fondo, forse il senso più autentico del tempo non è quello che riusciamo a trattenere per noi.
È quello che scegliamo di trasformare in amore per qualcun altro.
E Luisa Belletti, con la sua storia, il suo coraggio e la sua straordinaria umanità, sembra aver fatto proprio questa scelta: rendere il proprio tempo una carezza per il mondo e lasciare, lungo il cammino, nuvole d’amore capaci di far piovere luce sulle vite che incontra.
INTERVISTA
Luisa, nella Sua storia emerge continuamente una parola: “persona”. Lei sembra avere scelto di mettere la persona, con le sue fragilità e la sua dignità, al centro del Suo percorso. Ma cosa significa davvero, per Lei, essere una persona?
Tengo a precisare una cosa: per me la parola “persona” non è un concetto circoscritto unicamente all’essere umano. Ha un valore che deve essere esteso ben oltre la nostra specie. Ogni essere pensante, cognitivo, capace di provare emozioni, ogni essere vivente che sperimenta la vita, per me è a tutti gli effetti una persona.
Questa parola non è a uso esclusivo dell’essere umano, ma abbraccia ogni creatura. Che si tratti di un gatto, di un cane, di un cavallo, di una gallina o di qualsiasi altro animale, non fa differenza: riguarda chiunque viva l’esperienza della vita.
Questo pensiero si lega strettamente al tema della cura. Per me prendermi cura del prossimo è fondamentale, perché mi sento una persona fortunata che ha ricevuto davvero tantissimo dalla vita, anche quando la mia malattia potrebbe far pensare il contrario. E avendo ricevuto così tanto, sento di avere non soltanto la possibilità, ma anche il dovere di donare.
Saper donare significa anche sentirsi utili, sapere di poter essere d’aiuto a qualcuno non soltanto attraverso le proprie competenze, ma semplicemente attraverso la capacità di stare accanto.
Il dono, l’attenzione e il pieno riconoscimento del prossimo sono, a mio avviso, tra le cose più importanti.
Possiamo essere competenti, affermati, avere successo e raggiungere grandi traguardi, ma se perdiamo la capacità di essere brave persone, tutto il resto perde valore.
Essere una brava persona non significa essere perfetti, né piacere a tutti. Significa avere una coscienza, rispettare gli altri, avere empatia e cercare di non ferire mai gratuitamente. Significa esserci quando qualcuno ha bisogno, senza aspettarsi nulla in cambio.
Viviamo in un’epoca che dà un peso enorme all’apparire e molto meno all’essere. Io credo invece che il valore autentico di una persona si misuri soprattutto da come tratta chi non può offrirle nulla in cambio.
Lei ha attraversato personalmente la malattia e la disabilità. Quanto le Sue esperienze hanno modificato il Suo modo di guardare gli altri?
Lo hanno modificato profondamente. Prima di tutto perché la malattia e la fragilità mi hanno insegnato a vedere me stessa come non avevo mai fatto prima.
Quando vivi sulla tua pelle una condizione di vulnerabilità, impari inevitabilmente a guardare le persone oltre la superficie. Capisci che dietro un sorriso può nascondersi una sofferenza enorme e che ciò che appare all’esterno non corrisponde quasi mai a ciò che una persona sta realmente vivendo dentro.
Questa prova mi ha insegnato soprattutto un grande amore per me stessa: mi ha insegnato a non giudicarmi e, di conseguenza, a non giudicare gli altri.
Non possiamo mai conoscere fino in fondo le battaglie invisibili che chi ci sta accanto sta combattendo. Per questo credo che dovremmo essere molto più delicati, pazienti e gentili gli uni con gli altri.
Lei ha pronunciato una frase molto significativa: “Più la vita mi toglie, più il mio tempo è prezioso e mi spinge a creare situazioni nuove per poter essere d’aiuto”. Che significato ha per Lei il tempo?
Il tempo è in assoluto il bene più prezioso che abbiamo, proprio perché è l’unica cosa che non possiamo né comprare né recuperare. La mia storia, la mia esperienza, mi hanno insegnato a non darlo mai per scontato.
Proprio per questo cerco di viverlo e utilizzarlo nel modo che per me ha più senso: facendo qualcosa di utile, creando occasioni di incontro, dedicandomi agli altri, agli animali, a chiunque abbia bisogno di sentirsi visto e accolto.
Quando il mio tempo riesce a diventare un rifugio, una carezza o un piccolo beneficio nella vita di qualcun altro, allora sento che quel tempo è stato vissuto davvero, è stato speso nel modo migliore possibile, e tutto ciò mi fa stare bene.
In una società spesso dominata dall’individualismo, perché secondo Lei abbiamo così bisogno di tornare ai valori umani?
Perché senza valori rischiamo di diventare macchine perfette: estremamente efficienti, ma profondamente povere dentro.
Abbiamo un bisogno disperato di recuperare concetti che sono quanto di più rivoluzionario esista: rispetto, gentilezza, lealtà, tenerezza, gratitudine, solidarietà, responsabilità ed educazione.
Spesso si commette l’errore di confondere la gentilezza con la debolezza, o di pensare che avere dei valori sani significhi essere ingenui. Credo sia esattamente il contrario.
Ci vuole un coraggio immenso, una forza straordinaria, per rimanere persone corrette, umane e fedeli a se stesse in un mondo nel quale, troppo spesso, sembra molto più semplice e conveniente pensare soltanto a se stessi a discapito del prossimo.
Lei si occupa anche di persone che vivono situazioni di disagio, disabilità, isolamento e fragilità. Da dove nasce questa missione e qual è la cosa di cui hanno più bisogno?
La missione che porto avanti nasce dalla mia esperienza personale. Mentre mi trovavo in un letto d’ospedale, sconvolta e perduta, patii la carenza di un servizio e promisi che, se fossi uscita viva da quella situazione, avrei creato quello spazio di “cura e attenzione profonda” che a me mancò.
Prima ancora di qualsiasi aiuto materiale, per quanto fondamentale, chi vive nella fragilità ha un bisogno disperato e profondo di sentirsi visto.
Una persona può avere bisogno di sostegno pratico, certo, ma ciò che salva davvero è sapere che la propria esistenza ha un valore, che agli occhi di qualcuno tu esisti davvero e che qualcuno ti vede nella tua completezza, nonostante lo sfregio di ciò che è accaduto.
Abbiamo bisogno di essere riconosciuti nella nostra unicità e non identificati nell’evento o nella malattia dai quali siamo stati investiti.
Spesso basta saper ascoltare. Ascoltare davvero: senza interrompere, senza giudicare, senza la fretta di trovare una soluzione a tutti i costi.
L’ascolto sincero è già, di per sé, un atto d’amore.
E credo che dovremmo ricordarcelo sempre: nessuno, a questo mondo, è inutile. Ognuno di noi ha qualcosa da donare agli altri, un pezzetto di sé da offrire, indipendentemente dall’età, dalla salute o dalla condizione sociale che sta attraversando.
Lei dedica grande attenzione anche agli anziani. Perché è così importante restituire loro un ruolo nella società?
Perché una società che dimentica i suoi anziani è una società che perde la propria anima, che taglia le proprie radici e dimentica la propria memoria.
Troppo spesso commettiamo l’errore di considerarli soltanto come persone da assistere, come un peso da gestire, dimenticando invece tutto il mare di saggezza, di storia e di umanità che hanno ancora da insegnare, da raccontare e da condividere con noi.
Gli anziani non rappresentano solo il passato, ma il nostro futuro, perché tutti lo diventeremo.
Creare momenti di aggregazione e di incontro non è un semplice passatempo: significa restituire loro la dignità e un senso di appartenenza, farli sentire parte viva di un cerchio che continua.
Perché sentirsi utili, visti e riconosciuti non è un bisogno che svanisce con gli anni. È il respiro della vita, ed è fondamentale a qualsiasi età.
Nel Suo rapporto con i cavalli c’è una concezione molto particolare: Lei non parla di dominio, ma di relazione e di rispetto. È lo stesso principio che dovrebbe guidare anche i rapporti umani?
Assolutamente sì, senza alcuna esitazione.
Il cavallo, come gli altri animali, mi ha insegnato una delle lezioni più grandi: non puoi pretendere di costruire un legame autentico attraverso la forza o l’imposizione.
Con loro impari a disarmarti, ad ascoltare in silenzio, a osservare i dettagli e a rispettare profondamente i loro tempi, i loro spazi, la loro natura e, di conseguenza, anche noi stessi.
Credo che valga esattamente lo stesso per le persone.
Non possiamo pretendere di possedere chi abbiamo accanto, di volerlo cambiare a tutti i costi o di imporre la nostra visione. Una relazione sana non nasce dal controllo, ma dal rispetto incondizionato della libertà dell’altro.
Saper stare accanto a qualcuno, indipendentemente dalla specie, senza volerlo dominare, ma accogliendolo per quello che è, è forse una delle forme più pure e luminose d’amore che esistano.
Quanto è importante, secondo Lei, fare del bene senza aspettarsi riconoscimenti?
È fondamentale, perché se facciamo del bene soltanto per ricevere un ringraziamento o un applauso, in fondo non stiamo donando: stiamo cercando una gratificazione, una ricompensa per il nostro ego.
Il bene, quello vero, non ha bisogno di un palcoscenico né di un pubblico.
Spesso i gesti che salvano le giornate, o persino le vite, sono proprio quelli silenziosi, quelli che nessuno vede e che rimangono custoditi nel segreto della cura.
Credo che la chiave della vita stia tutta qui: smettere di camminare chiedendoci continuamente “cosa riceverò in cambio?” e iniziare a domandarci con sincerità: “Cosa posso donare oggi?”
Lei ha collaborato con realtà impegnate contro la violenza, il bullismo, il mobbing e le dipendenze. Che ruolo hanno l’empatia e l’educazione nel prevenire questi fenomeni?
Hanno un ruolo immenso, vitale, che definisce il futuro della nostra società.
Dobbiamo educare fin da piccoli al rispetto del prossimo. E non possiamo farlo soltanto attraverso le parole o i manuali: dobbiamo farlo attraverso la forza silenziosa e potentissima dell’esempio.
Un bambino, un ragazzo, non impara soltanto quello che diciamo; assorbe e riflette ciò che vede fare agli adulti ogni singolo giorno.
Se cresce vedendo rispetto, imparerà a rispettare. Ma se intorno a sé respira violenza, prevaricazione, indifferenza o disprezzo, rischia pericolosamente di considerare tutto questo la normalità.
Ecco perché la vera educazione si gioca nel terreno invisibile del comportamento quotidiano: da come parliamo agli altri a tavola, da come trattiamo chi fa più fatica, da come i nostri occhi sanno accogliere la diversità anziché temerla.
È lì che costruiamo, o distruggiamo, il mondo di domani.
C’è una qualità umana che oggi considera particolarmente rara?
La gentilezza disinteressata. Quella vera, che non nasce dal bisogno di apparire buoni.
E aggiungerei la capacità di gioire sinceramente per il bene degli altri.
Oggi sembra che la felicità altrui debba necessariamente diventare una minaccia. Io credo invece che dovremmo imparare a essere felici quando qualcuno vicino a noi sta bene.
La felicità condivisa non diminuisce: si moltiplica.
Lei viene descritta come una persona capace di portare luce nelle vite che incontra. Ma chi porta luce agli altri da dove trova la forza?
Mi lusinga, ma la verità è che la forza non è qualcosa che possediamo una volta per tutte; a volte la troviamo proprio nell’intreccio delle relazioni, nel contatto profondo con gli altri.
Non credo di essere soltanto io a dare: ricevo ogni giorno una quantità immensa di luce dalle persone che incontro e dagli animali con cui condivido il mio cammino.
Ogni incontro mi attraversa e mi lascia in eredità un pezzetto di meraviglia e tanta energia.
Forse la vera ricchezza dell’esistenza è proprio questa: comprendere che non dobbiamo scegliere, che possiamo essere contemporaneamente fragili e fortissimi, bisognosi di cura eppure capaci di donarla.
È in questo scambio silenzioso che la vita continua a illuminarsi.
Se potesse lasciare un insegnamento alle nuove generazioni, quale sarebbe?
Direi loro di non avere paura di essere persone dall’animo buono.
In un mondo che spesso confonde la durezza con la forza, scegliete la gentilezza.
In un mondo che premia l’apparenza, scegliete l’autenticità.
In un mondo che insegna a competere, imparate anche a collaborare.
E soprattutto non vergognatevi della vostra sensibilità.
Essere sensibili significa essere capaci di sentire il mondo.
Se dovesse spiegare in poche parole il senso della Sua vita, cosa direbbe?
Direi semplicemente che sto cercando di dare un senso profondo al tempo che mi è stato concesso.
La vita ci viene affidata come un dono prezioso, e io vorrei restituirne almeno una parte attraverso qualcosa di buono.
Vorrei che chiunque incroci il mio cammino potesse sentirsi, anche solo per un istante, profondamente accolto, ascoltato e importante.
Non sappiamo mai quanto tempo abbiamo a disposizione, ma possiamo sempre scegliere come impiegarlo. E io ho scelto di utilizzarlo al meglio che posso.
Se alla fine riuscirò a lasciare dietro di me un po’ di amore, qualche sorriso inaspettato e la certezza, in qualcuno, di non essere stato solo, allora avrò dato un significato pieno al mio viaggio.
Perché, in fondo, credo che l’essenza di una persona gentile sia tutta qui: passare nella vita degli altri in punta di piedi, senza mai spegnere la loro luce, ma cercando, ogni volta che possiamo, di accenderne un po’ di più.
Forse, alla fine, il mondo non è soltanto quello che ci viene consegnato, ma soprattutto quello che noi scegliamo di colorare.
Non possiamo decidere tutte le sfumature della vita, né cancellare le sue ombre, le sue ferite e le sue giornate di pioggia. Possiamo però scegliere con quali colori attraversarle.
E forse non servono colori accesi, capaci di abbagliare. Servono piuttosto i delicati colori pastello delle emozioni, della buona educazione, del rispetto, della gentilezza, dell’empatia, della solidarietà.
Colori apparentemente tenui, ma capaci di trasformare un paesaggio intero.
Un sorriso può essere un colore.
Una parola gentile può diventare una pennellata.
Un gesto disinteressato può illuminare una giornata.
Un abbraccio può riempire una tela rimasta bianca troppo a lungo.
È questa la lezione più preziosa che sembra arrivare dalla storia di Luisa Belletti: non siamo semplici spettatori del mondo nel quale viviamo. Siamo chiamati a colorarlo.
Ogni giorno, attraverso il modo in cui scegliamo di parlare, di ascoltare, di rispettare e di prenderci cura degli altri, aggiungiamo una sfumatura al grande quadro dell’umanità.
E allora scegliamo colori gentili.
Scegliamo il rosa della tenerezza, l’azzurro della serenità, il giallo della speranza, il verde della rinascita, il lilla della sensibilità.
Coloriamo con la buona educazione ciò che la maleducazione ha reso grigio.
Coloriamo con l’empatia ciò che l’indifferenza ha lasciato solo.
Coloriamo con l’amore ciò che il dolore ha scolorito.
Perché forse la vera rivoluzione non consiste nel cambiare il mondo intero, ma nel non permettere che il mondo cambi la parte migliore di noi.
E se ognuno di noi avesse il coraggio di lasciare, lungo il proprio cammino, una piccola nuvola d’amore, una parola buona, un gesto gentile, una carezza invisibile, allora forse, giorno dopo giorno, quella tela immensa che chiamiamo vita avrebbe finalmente i colori più belli.
I colori pastello dell’umanità.
Quelli che non fanno rumore.
Quelli che non feriscono gli occhi, ma arrivano dritti al cuore.
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