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Cultura

Quello che una donna non dice: il commovente manifesto della forza silenziosa femminile

Come sopravvivere al peso invisibile della routine quotidiana? Il meraviglioso e profondo testo “Quello che una donna non dice”, scritto da Menda Vreto, è un commovente inno alla forza silenziosa del mondo femminile. Una riflessione potentissima sull’enorme carico emotivo di chi porta dentro una tempesta ma continua a preparare la cena sorridendo per gli altri. Ma è anche e soprattutto un invito coraggioso a non dimenticarsi mai di sé stesse, a riscoprire i propri sogni e a capire che non è mai troppo tardi per ricominciare ad amarsi senza alcun senso di colpa!👇

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Donna

Roma – In una società che viaggia perennemente a ritmi insostenibili, chiedendo costantemente perfezione, prestazioni impeccabili e sorrisi di facciata, fermarsi a riflettere sulla silenziosa e titanica fatica emotiva che si nasconde dietro la routine quotidiana è diventato un atto rivoluzionario. Il bellissimo, profondo e commovente testo “Quello che una donna non dice”, firmato dalla penna delicata di Menda Vreto, squarcia letteralmente il velo dell’ipocrisia moderna per restituirci un ritratto intimo, autentico e dolcissimo dell’animo femminile.
“Prima di uscire di casa, si guarda allo specchio. Sistema i capelli, mette un po’ di crema sul viso, controlla che tutto sia a posto. Per un istante incontra i propri occhi e sorride. Poi prende la borsa, le chiavi e chiude la porta. Fuori, la giornata la aspetta. Nessuno sa che quella mattina ha dormito poco. Nessuno sa che ieri sera è rimasta sveglia fino a tardi pensando a una frase che non avrebbe voluto sentire. Nessuno sa che, da qualche parte dentro di lei, c’è una domanda alla quale non ha ancora trovato risposta.”

Il peso invisibile della quotidianità: la straordinaria capacità di resistere

La magia e il dolore della condizione femminile risiedono spesso proprio in questa incredibile e logorante dicotomia tra un mondo interiore in tempesta e un mondo esteriore da accudire senza sosta.
“Eppure cammina. Sale sull’autobus, guida nel traffico, accompagna i figli, entra in ufficio, saluta, lavora, risponde al telefono. Sorride. È così che spesso comincia la giornata di una donna. Con cose normali. Con gesti che nessuno nota. Con pensieri che nessuno ascolta. Perché una donna può avere il cuore pieno di domande e, nello stesso momento, ricordarsi di comprare il latte. Può sentirsi fragile e trovare comunque la forza di rassicurare qualcuno. Può avere voglia di piangere e riuscire a far ridere chi le sta accanto. È una delle cose più strane dell’essere umani: possiamo portare dentro una tempesta e, fuori, continuare a preparare la cena. Ma cosa succede quando, per troppo tempo, tutti si abituano alla nostra capacità di resistere? Succede che la nostra forza diventa invisibile. Gli altri smettono di chiedersi se siamo stanchi. Pensano che ce la faremo. Perché ce l’abbiamo sempre fatta.”

Quando la forza diventa un’abitudine per gli altri: il bisogno di esserci

Quell’invisibilità emotiva genera spesso una solitudine feroce, colmata da frasi di circostanza che nascondono un disperato bisogno di cura e di accudimento reciproco.
“E così una donna impara a dire «non importa» quando invece importa. «Va tutto bene» quando non va bene affatto. «Ci penso io» quando avrebbe bisogno che, almeno una volta, qualcuno pensasse a lei. Forse è questo che non dice. Non dice che anche lei vorrebbe, qualche volta, arrivare a casa e non dover essere responsabile di nulla. Vorrebbe trovare qualcuno che abbia già preparato la cena. Qualcuno che le dica di sedersi. Qualcuno che si accorga dal suo silenzio che quella giornata è stata troppo lunga. Non chiede miracoli. Chiede presenza. E forse è proprio qui che dovremmo imparare a volerci più bene: nei dettagli. Nel messaggio mandato senza un motivo. Nel caffè lasciato sul tavolo. Nella telefonata di chi dice: «Non ho bisogno di niente, volevo solo sentirti.» Nell’abbraccio che arriva prima delle domande. Nella persona che resta anche quando non sappiamo spiegare cosa abbiamo. Perché non tutto il dolore ha un nome. A volte è soltanto stanchezza. A volte è nostalgia. A volte è la sensazione di aver dato troppo per troppo tempo. A volte è il bisogno di ritrovare una parte di sé che, negli anni, è rimasta indietro.”

Le piccole grandi rivoluzioni personali e il coraggio di ricominciare

Eppure, il testo di Menda Vreto ci insegna meravigliosamente che non è mai troppo tardi per risvegliare quella ragazza piena di sogni che si era solo momentaneamente assopita sotto il peso delle responsabilità.
“Penso alla donna che un giorno apre un cassetto e trova una fotografia di quando era giovane. La guarda a lungo. Non sorride perché era più bella allora. Sorride perché si ricorda di una ragazza che aveva desideri, curiosità, sogni. E forse comprende che quella ragazza non è scomparsa. È ancora lì. Aspettava soltanto di essere ascoltata. Allora comincia a fare qualcosa per sé. Non necessariamente qualcosa di grande. Si iscrive a un corso. Riprende a dipingere. Impara una lingua. Parte per un fine settimana. Va al cinema da sola. Ricompra quel libro che aveva sempre voluto leggere. Sono gesti piccoli. Ma certe rivoluzioni cominciano proprio dalle cose piccole. Cominciano quando una donna smette di rimandare continuamente se stessa. E non serve avere vent’anni per ricominciare. Non serve avere tutto chiaro. Non serve sapere dove porterà quella nuova strada. A volte basta il coraggio di fare il primo passo. Anche dopo una separazione. Anche dopo un fallimento. Anche dopo una perdita. Anche dopo anni vissuti pensando più agli altri che a sé.”

Scegliersi senza sensi di colpa: l’amore per se stesse come cura

Il bellissimo e struggente appello finale è un invito all’indulgenza e all’amore incondizionato verso sé stesse, al di là dei ruoli imposti e delle fatiche patite.
“Perché nessuna età è troppo avanti per tornare a desiderare qualcosa. Nessuna vita è così complicata da non poter contenere un nuovo inizio. E nessun errore dovrebbe avere il potere di raccontare tutta la nostra storia. Una donna può aver scelto male e imparare. Può aver amato la persona sbagliata e amare ancora. Può aver perso tempo e ritrovarlo in un modo diverso. Può aver avuto paura e, nonostante la paura, continuare. Può essere caduta. E può rialzarsi senza dover spiegare a nessuno quanto sia costato farlo. Forse abbiamo bisogno di questo più spesso: di smettere di chiedere alle persone perché non sono più forti e iniziare a chiederci come possiamo rendere un po’ più leggero il loro cammino. Perché dietro una donna che sembra avere tutto sotto controllo potrebbe esserci semplicemente una persona che sta facendo del suo meglio. E fare del proprio meglio non significa essere perfetti. Significa esserci. Anche nei giorni storti. Anche quando le energie sono poche. […] E magari un giorno ti sveglierai, aprirai la finestra, respirerai profondamente e capirai una cosa semplice: non dovevi diventare un’altra donna. Dovevi soltanto tornare a essere quella che, da qualche parte dentro di te, non avevi mai smesso di essere.”

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Cultura

La magia di Menda Vreto: quando la poesia per l’infanzia insegna a vivere

Scrivere per i bambini non significa solo mettere in fila rime baciate e storielle allegre, ma avere il coraggio e la responsabilità di formare l’anima di un essere umano! Nel suo ultimo, meraviglioso e toccante editoriale, la scrittrice Menda Vreto ci accompagna in un viaggio profondo nei sentimenti dei più piccoli. Dalla fobia per gli animali alla sofferenza per i brutti voti o per l’emarginazione tra i banchi di scuola, l’autrice ci spiega come una semplice filastrocca possa ferire profondamente o, al contrario, insegnare l’empatia e curare le solitudini. Un capolavoro di pedagogia e umanità!👇

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Infanzia

Roma – L’universo della letteratura dedicata ai più piccoli viene troppo spesso, e colpevolmente, derubricato dagli adulti a un semplice e innocuo passatempo. Quando la nostra mente corre alla “poesia per l’infanzia”, il pensiero vola immediatamente a un mondo incantato fatto esclusivamente di rime baciate, parole estremamente semplici, colori sgargianti e fantasia scatenata. Eppure, come ci ricorda magistralmente e dolcemente la scrittrice Menda Vreto nel suo ultimo, profondo editoriale, impugnare una penna per scrivere per i bambini significa in realtà compiere un atto di immensa e gravosa responsabilità sociale ed emotiva. Significa avere il coraggio e la lucidità di scegliere con attenzione chirurgica, quasi sacrale, ciò che andiamo a depositare nelle loro piccole mani tremanti e nella loro sconfinata, potentissima immaginazione. Un bambino, infatti, non si limita mai ad ascoltare passivamente una poesia rimanendo comodamente seduto al di fuori della narrazione. Al contrario, egli attraversa letteralmente la storia con la fantasia, osserva minuziosamente i personaggi, li scruta e li confronta continuamente con le proprie paure, con se stesso e con le persone che fanno parte del suo ristretto e fragile mondo reale.

Molto più che semplici filastrocche: il peso delle parole sui bambini

Il potere evocativo e distruttivo delle parole lette a un bambino è incalcolabile.
Come ci fa notare acutamente l’autrice, a volte una singola, apparentemente innocua e semplicissima frase estrapolata da un racconto può rimanere incisa indelebilmente nella mente di un fanciullo per un tempo infinitamente più lungo di quanto un adulto possa mai immaginare o sospettare. È per questo motivo fondamentale e pedagogico che, quando si cimenta nella delicata arte della scrittura per l’infanzia, Menda Vreto si impone una rigorosa riflessione preventiva, domandandosi non soltanto se il testo “funzioni” metricamente, ma soprattutto come esso potrebbe essere intimamente accolto, decifrato e vissuto dal bambino che lo ascolta incantato. Prendiamo, ad esempio, una banalissima filastrocca di ambientazione scolastica. Se, per pura logica narrativa, chi prende abitualmente un bel voto sul registro viene descritto univocamente come il bambino “intelligente” di turno, mentre chi sbaglia il compito viene etichettato crudelmente come quello che “capisce meno”, per un lettore adulto potrebbe trattarsi soltanto di un banale gioco di parole. Ma un bambino reale, in carne ed ossa, che nella vita di tutti i giorni si trova spesso, con sofferenza, dalla parte di chi commette errori, finirebbe inesorabilmente per riconoscersi proprio lì dentro, in quel ruolo di perdente. Potrebbe arrivare a pensare, con il cuore stretto in una morsa: “Forse non sono abbastanza bravo come gli altri”. E una frase del genere, anche se pronunciata senza alcuna cattiveria, può lasciare cicatrici profonde.

Paure vere e scherzi che feriscono: l’empatia tra le righe del testo

Questa spasmodica e amorevole attenzione per i sentimenti infantili si applica rigorosamente anche al modo in cui la letteratura racconta e dipinge il vasto regno degli animali o le dinamiche sociali all’interno del gruppo dei pari.
Ci sono tantissimi bambini, ci ricorda la scrittrice, che nutrono un terrore genuino, ancestrale e paralizzante nei confronti di un banale cane randagio, di un piccolo serpente, di un insetto ronzante o di una qualsiasi creatura che non hanno mai avuto l’opportunità di osservare da vicino. Quella paura non deve mai essere considerata ridicola o infantile: per loro è un mostro reale, tangibile e terrificante. Una bella storia, quindi, ha il potere di raccontare un animale teoricamente pericoloso senza la necessità di trasformarlo forzatamente in un’entità demoniaca da odiare ciecamente. Si può insegnare al bambino che è lecito avere paura, ma che è altrettanto possibile imparare a conoscere, tollerare e rispettare ciò che ci appare totalmente estraneo e incomprensibile. Lo stesso principio di sacrosanto rispetto vale per i rapporti umani tra i compagni di scuola. Pensiamo al dramma silenzioso di una bambina timida, a un compagno di banco introverso che parla poco, o a qualcuno che veste in modo diverso dalla massa. In una superficiale filastrocca a rime baciate, questi soggetti potrebbero diventare facilissimi e comodi bersagli per i personaggi di cui tutti ridono, spacciando l’episodio di bullismo per un innocente scherzo letterario. Ma per chi, nella vita vera, ha già conosciuto il gelo tagliente dell’esclusione sociale, quello “scherzo” stampato sulla pagina non farà ridere affatto. Porsi la fatidica domanda: “Se fossi io quella persona, come mi sentirei?” è l’unico argine morale prima di dare un testo alle stampe.

Niente finali perfetti: il dono inestimabile della scrittura per i piccoli

Nonostante questa enorme carica empatica, l’autrice sottolinea con forza un concetto fondamentale: la letteratura per l’infanzia non deve affatto trasformarsi in un mondo di plastica, sempre zuccheroso, finto, perfetto o totalmente privo di sani e formativi conflitti interpersonali.
I bambini, nel loro vissuto quotidiano, conoscono già molto bene il sapore aspro della paura, della rabbia furibonda, della gelosia che brucia, della solitudine in cortile e della cocente delusione. Non possiamo certo pretendere di proteggerli per sempre dalle brutture della vita nascondendo o censurando, come sotto una campana di vetro, tutto ciò che può risultare minimamente spinoso o difficile da metabolizzare. Possiamo, però, compiere un miracolo narrativo: raccontare il dolore offrendo sempre una reale e tangibile via d’uscita, una possibilità concreta di cambiamento interiore. Chi viene lasciato solo sul prato può finalmente essere notato da qualcuno. Chi sbaglia pesantemente può trovare dentro di sé il coraggio immenso di chiedere scusa all’amichetto. Dopo un litigio furioso si può provare faticosamente a parlarsi di nuovo. E a volte, confida l’autrice, non serve nemmeno scomodare un grande e spettacolare “lieto fine” hollywoodiano. Basta immaginare una persona triste e seduta da sola su una panchina, mentre qualcuno, in silenzio, le si avvicina e semplicemente si siede accanto a lei. Questo gesto minuscolo non cancella magicamente i problemi e non trasforma il bambino nel leader della scuola, ma, per un singolo e fondamentale momento, spezza la catena del dolore: non si è più soli. L’obiettivo supremo della penna di Menda Vreto non è dispensare noiose morali preconfezionate, ma lasciare, alla chiusura del libro, uno spazio di luce: la possibilità di essere semplicemente più gentili con se stessi, più attenti agli sguardi degli altri, più rispettosi del creato. Perché una rima svanisce in fretta, ma la sensazione di calore provata durante la lettura può salvare una vita intera.

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Cultura

“Un anno vissuto pericolosamente”: la magia della memoria corale nel capolavoro di Giacobbi e Sperduto

La memoria personale diventa patrimonio collettivo nel libro “Un anno vissuto pericolosamente” di Luca Giacobbi e Simone Sperduto. Un’opera corale arricchita dalle firme di Lisa Di Giovanni e Osvaldo Bevilacqua, che unisce il volontariato profondo della Comunità Papa Giovanni XXIII ai retroscena storici del grande cinema italiano 👇

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Il volume di Luca Giacobbi e Simone Sperduto

Teramo – Immaginate di sfogliare le pagine ingiallite di un vecchio diario e di accorgervi che i ricordi impressi dall’inchiostro non appartengono soltanto a chi ha impugnato la penna, ma custodiscono il battito profondo di un’intera generazione. Esiste un potere straordinario e quasi sacro nella scrittura quando questa decide di spogliarsi dell’orgoglio individuale per farsi comunità, trasformando le fatiche, le cadute e le risalite del singolo in un patrimonio emotivo condiviso. Un libro non è mai un semplice oggetto di carta da riporre polveroso su uno scaffale, ma si configura come un organismo vivente e pulsante, capace di curare le solitudini umane attraverso il miracolo dell’incontro e del riconoscimento reciproco, insegnandoci che nessuno si salva da solo lungo le strade tortuose dell’esistenza.

In questa dimensione puramente umana, pedagogica e di altissimo impegno civile si colloca lo straordinario successo editoriale di “Un anno vissuto pericolosamente”, il volume di Luca Giacobbi e Simone Sperduto pubblicato da Aiep Editore. L’opera sta letteralmente conquistando i cuori dei lettori grazie a una narrazione corale in cui la memoria personale, l’amicizia profonda, la spiritualità vissuta sul campo e l’amore viscerale per il territorio si intrecciano continuamente. La quarta di copertina del testo chiarifica immediatamente l’anima del progetto: le storie raccolte non sono freddi frammenti nostalgici del passato, ma tessere preziose di un mosaico identitario che interroga il presente e getta ponti di luce verso il domani.

La palestra del servizio civile e la rivoluzione silenziosa di don Oreste Benzi

Il nucleo originario e più intimo del racconto affonda le proprie radici nell’esperienza totalizzante vissuta in prima linea da Luca Giacobbi tra il 1995 e il 1996, durante i mesi intensi del servizio civile trascorsi all’interno della Comunità Papa Giovanni XXIII. È tra quelle mura, a contatto quotidiano con le fragilità e gli ultimi della società, che hanno preso forma riflessioni destinate a cambiare per sempre il destino dei protagonisti. Tra le pagine emerge con una forza evocativa travolgente la figura profetica di don Oreste Benzi, affiancato da figure pilastro come don Marino Gatti, don Nevio Faitanini e don Elio Piccari, sentinelle di una fede che si fa carne, sudore e azione sociale quotidiana.

A impreziosire questa eccezionale opera corale compare la prestigiosa firma della giornalista e scrittrice teramana Lisa Di Giovanni, professionista stimata della comunicazione, che ha siglato il saggio critico intitolato “Un’opera viva, dinamica e autenticamente collettiva”. La Di Giovanni utilizza una splendida e immediata metafora sportiva per spalancare le porte del libro, paragonando l’esistenza umana a una vera e propria partita di calcio sul fango. Sul terreno di gioco della vita non esistono schemi preconfezionati o vittorie scritte a tavolino, ma solo scelte coraggiose, intuizioni improvvise ed errori inevitabili, dove ogni singolo passaggio si trasforma in una relazione profonda tra le persone.

La metafora del viaggio di Osvaldo Bevilacqua e il coraggio dell’incontro

Per la scrittrice abruzzese, il testo non può e non deve essere ridotto a una fredda e sterile autobiografia. Si tratta invece di una narrazione stratificata, in cui il “pericolo” evocato nel titolo perde ogni sfumatura di incoscienza giovanile per assumere il significato solenne della scelta di esporsi, di partecipare attivamente e di non rimanere semplici spettatori distanti sulla tribuna della vita comune. Un percorso di metamorfosi interiore che trova una sponda perfetta nella postfazione firmata da un altro gigante del giornalismo italiano, lo storico volto televisivo Osvaldo Bevilacqua, intervenuto in veste di Inviato Straordinario per la Repubblica di San Marino.

Bevilacqua affronta il volume attraverso la lente del viaggio, distinguendo i tragitti che attraversano i chilometri geografici da quelli, immensamente più ricchi di fascino, che attraversano le stagioni dell’anima e i cuori delle persone. Nella visione dello storico conduttore, l’autentico viaggio coincide con il coraggio di abbandonare la propria comoda zona di comfort per contaminarsi con le sofferenze e le gioie dell’altro. Il libro viene così paragonato a una strada di provincia, talvolta sconnessa e faticosa, ma capace di regalare scorci panoramici di inattesa bellezza, arricchito dai contributi letterari di Alfredo Nicolini, Massimo Valentini, Sara Bucci ed Elisabetta Righi Iwanejko.

Dalla trincea del volontariato alla magia senza tempo di Cinecittà

L’orizzonte culturale del volume si allarga ulteriormente quando la narrazione incrocia i destini della Repubblica di San Marino con l’epopea d’oro del cinema italiano. Attraverso il ricordo affettuoso dei fratelli Elso e Vittorio Valentini, il testo ricostruisce i legami indissolubili con Cinecittà e con i più grandi set cinematografici del secondo Novecento. Spiccano in queste pagine i retroscena sull’arrivo sul Titano di un’icona assoluta come Christian De Sica insieme a Silvia Verdone, oltre al ricordo commosso della memorabile lectio magistralis tenuta dal regista Carlo Verdone e all’incontro speciale con Isabella De Bernardi, figlia del celebre sceneggiatore Piero De Bernardi.

Questa incursione nel mondo dell’arte e della grande commedia italiana amplia la prospettiva dell’intera opera, creando un cortocircuito virtuoso di connessioni umane: dalle stanze della Comunità Papa Giovanni XXIII alle aule universitarie di Urbino, dal volontariato più puro alla cultura cinematografica. È qui che si compie la magia descritta da Lisa Di Giovanni. Il vero protagonista di questa avventura editoriale non è un singolo individuo, ma la fitta rete di solidarietà che tiene in piedi l’esistenza umana, dimostrando che una vita acquista un senso solo quando accettiamo la scommessa del cammino e il rischio dell’abbraccio.

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Cultura

Dall’Azerbaigian a Jennifer Lopez: la magica poesia del dissidente Bahtiyar Hidayet

La letteratura contemporanea ci regala una sorpresa di una bellezza disarmante! Scopriamo oggi il profilo di Bahtiyar Hidayet, raffinato poeta azero ed ex prigioniero politico che ha fatto innamorare il mondo con la sua penna. Pubblichiamo in esclusiva la traduzione in italiano delle sue due incredibili, commoventi e geniali poesie dedicate nientemeno che alla superstar Jennifer Lopez! Tra versi sull’eterna giovinezza della popstar e la malinconia di un intellettuale “in rovina”, questo omaggio in rima è un gioiello letterario assoluto. Corri a leggerlo!👇

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Bahtiyar Hidayet

Baku – La grande letteratura contemporanea possiede la straordinaria, inesauribile e magica capacità di unire mondi apparentemente lontanissimi e inconciliabili. È esattamente ciò che accade esplorando la profonda e suggestiva opera del poeta azero Bahtiyar Hidayet. Nato in Azerbaigian nel 1974, Hidayet non è un semplice paroliere, ma un intellettuale la cui formazione è solidamente radicata nella coscienza storica e in una finissima osservazione sociale. Alle spalle vanta una lunga e prestigiosa carriera professionale di ben 28 anni come insegnante di storia, ma la sua vita non è stata affatto semplice. Come ex prigioniero politico, il suo percorso personale è stato segnato dalla sofferenza, un dolore che oggi si riversa potentemente nei suoi quattro libri di poesie pubblicati. La sua voce si è imposta come una delle più autorevoli della letteratura contemporanea del suo Paese, tanto che i suoi versi e i suoi articoli sono stati tradotti e ospitati dalle più prestigiose riviste letterarie di tutto il mondo: dagli Stati Uniti all’Europa (Italia compresa), passando per Turchia, India, Iraq, fino ad arrivare in Egitto e Nigeria. Dalla sua base in Azerbaigian, Hidayet continua instancabilmente a costruire meravigliosi ponti culturali attraverso l’arte della parola.

Il sacro e il profano: lo straordinario omaggio a Jennifer Lopez

La vera potenza della poetica di Bahtiyar Hidayet risiede nella sua clamorosa abilità di mescolare temi altissimi, come il tempo, la mortalità e la sofferenza intellettuale, con la cultura pop globale.
Ne sono un esempio magistrale e struggente due suoi recentissimi componimenti dedicati inaspettatamente alla superstar americana Jennifer Lopez. Nelle sue rime, la figura della cantante si trasforma da semplice icona dello spettacolo a vera e propria divinità moderna, un simbolo di bellezza che sconfigge l’invecchiamento. Ma, dietro l’apparente leggerezza dell’omaggio, si nasconde la malinconia di un intellettuale in rovina che implora di essere salvato “dall’inferno” della sua condizione terrena. Di seguito, proponiamo per la prima volta al pubblico italiano la traduzione integrale dei due meravigliosi testi dedicati alla diva.

“Guardando una foto di Jennifer Lopez”

La tua foto in intimo
Scuote il subconscio umano.
Il tuo corpo è come un’antica clessidra,
E tu sei una donna moderna.
Il tempo stesso invecchia, ma tu no.

Il tuo corpo è come una clessidra,
E forse proprio per questo,
Hai tanti ammiratori quanti sono i granelli di sabbia.

Il tuo corpo è come una clessidra.
Gli orologi da polso di chi è innamorato di te
Controllano i loro battiti come medici.
Hanno scoperto il mal di cuore.

Il tuo corpo è come una clessidra,
Mentre gli orologi a muro sono invecchiati.
Ora le lancette di quegli orologi
Sono come anziani che camminano su tre gambe.

E tu, sulle tue due gambe, sei al contempo
La donna più bella di questo mondo
E la più bella del paradiso.

Sei anche come il vino.
Col passare degli anni, la tua qualità aumenta,
E fai impazzire la gente.

Ma la tua voce
È melodiosa come il rintocco di un orologio.
In quale ora piacevole
Del buonumore di Dio sei venuta a questo mondo?

Questa è la poesia più bella
Scritta per te.
Salva il suo autore
Da questo inferno.

“Il 57° compleanno di Jennifer”

Alla tua età —
come può esistere una simile bellezza?
Forse Dio non ha ancora completato il suo capolavoro.
La tua bellezza è sconfinata come il cielo.

I tuoi capelli neri — nuvole scure.
E se quelle nuvole scure
un giorno si trasformeranno in nuvole bianche,
diventerai ancora più bella,
come un cielo terso.

I tuoi occhi sono come il mare:
trascinano la vecchiaia a riva
come un leone marino morto.

Forse questi miei messaggi
ti raggiungeranno quando sarò sottoterra.
Piangerai sotto le coperte,
e i tuoi occhi, come il mare,
respingeranno la vecchiaia
e tu diventerai ancora più giovane.

Ma forse allora saprai che
le stelle non brillano solo nel cielo,
le stelle non vivono solo sul palcoscenico.
Ci sono stelle anche sottoterra —
ad esempio, poeti in rovina,
talenti distrutti.

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