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Crisi CallMat, l’appello dei sindacati al Vescovo: “Don Ben, non lasci sola Matera”

La disperazione e la rabbia di 350 lavoratori lucani a rischio licenziamento arrivano dirette al cuore della Chiesa. I sindacati hanno lanciato un drammatico appello al Vescovo di Matera, Monsignor Ambarus: “Don Ben, non lasci sola la nostra comunità”. La vertenza CallMat rischia di distruggere il futuro di centinaia di famiglie. L’accusa contro TIM è durissima: si sospetta che i volumi di lavoro non siano calati, ma siano stati cinicamente trasferiti verso altri territori. I lavoratori rifiutano l’elemosina dei sussidi e chiedono l’intervento immediato di Regione e Ministero per difendere il posto di lavoro👇

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Monsignor Benoni Ambarus

Matera – Nel complesso, arido e spesso spietato mondo delle relazioni industriali, arriva inesorabilmente un preciso momento di rottura in cui una formale vertenza sindacale cessa definitivamente di essere considerata soltanto come una fredda disputa burocratica tra le parti sociali, per trasformarsi in una vera e propria e drammatica emergenza umanitaria e territoriale. Quando dietro l’ombra minacciosa e incombente di una massiccia procedura di licenziamento collettivo non si scorgono più asettici numeri da bilancio, algide percentuali di esubero o complessi grafici aziendali, ma si materializzano concretamente i volti stanchi di centinaia di persone in carne ed ossa, la prospettiva della lotta cambia radicalmente. La gravissima, complessa e sempre più esplosiva vertenza che ha duramente colpito la CallMat di Matera è drammaticamente giunta esattamente a questo delicato e pericoloso punto di non ritorno sociale. Attualmente, ben 350 lavoratrici e lavoratori lucani rischiano concretamente, quotidianamente e dolorosamente di perdere il proprio sacrosanto posto di lavoro. Parliamo di 350 intere famiglie che guardano all’immediato futuro con legittima paura, schiacciate dal peso opprimente di mutui da pagare, bollette in scadenza e figli da mantenere. Di fronte a questo inaccettabile e imminente disastro occupazionale, che minaccia di recidere le radici stesse della speranza di una comunità intera, le principali sigle sindacali del territorio (SLC-CGIL, FISTEL-CISL, UILFPC-UIL e UGL Telecomunicazioni) hanno deciso di compiere un passo eccezionale e fortemente simbolico: rivolgere un appello pubblico, accorato e disperato, direttamente alla Chiesa locale, e in particolar modo alla sensibilità umana di Monsignor Benoni Ambarus, affettuosamente noto come “Don Ben”, Vescovo dell’Arcidiocesi di Matera-Irsina e di Tricarico.

L’appello alla Chiesa: la fede come scudo per i lavoratori

La lettera aperta, firmata congiuntamente dai combattivi Segretari regionali Anna Russelli, Vincenzo Piccinni, Giovanni Letterelli e Pino Giordano, non rappresenta affatto una formale e burocratica richiesta di mediazione tecnica, ma suona come un vero e proprio e potentissimo grido di dolore lanciato verso le istituzioni religiose.
“Eccellenza, la preghiamo, ascolti il disperato grido di Matera”, si legge nel toccante documento sindacale. I rappresentanti dei lavoratori chiariscono immediatamente di non voler in alcun modo chiedere alla Chiesa cattolica di sostituirsi impropriamente alle mancanze o alle gravi assenze delle istituzioni politiche deputate alla risoluzione della crisi, ma le implorano di fare ciò che da sempre, evangelicamente, le appartiene di diritto: stare fisicamente e spiritualmente accanto a chi soffre ingiustamente, ascoltare pazientemente chi ha paura del domani, difendere a spada tratta la dignità inalienabile della persona e dare voce potente a chi rischia concretamente di non averne più nei tavoli che contano. Nelle case dei 350 dipendenti CallMat, la parola più difficile e angosciante da pronunciare oggi è diventata “domani”. La grande paura di svegliarsi senza uno stipendio dignitoso e senza la fondamentale sicurezza economica necessaria per mandare avanti il nucleo familiare sta logorando la serenità della città dei Sassi. I sindacati ricordano con forza al Vescovo che la vera fede cristiana non può e non deve esaurirsi esclusivamente nella preghiera silenziosa all’interno delle mura parrocchiali, ma deve necessariamente tradursi in presenza attiva, in tangibile solidarietà civica e in strenua difesa della dignità del lavoro umano. La richiesta a Don Ben è chiara, diretta e umanamente inattaccabile: scendere fisicamente in campo, incontrare gli operai e far sentire la propria autorevole e pesante voce a sostegno della comunità lucana ferita.

Le pesantissime accuse a TIM: trasferimenti occulti di volumi

Se il lato prettamente umano ed emotivo della vertenza è stato affidato all’autorevole figura pastorale del Vescovo Ambarus, il lato duro e crudo della vertenza industriale viene invece scaricato, con accuse pesantissime, frontali e circostanziate, direttamente contro i massimi vertici aziendali.
Il sindacato unito ha infatti pubblicamente denunciato una situazione gestionale e industriale che ritiene a dir poco gravissima e inaccettabile. Le rappresentanze dei lavoratori hanno formalmente posto domande precise, stringenti e inequivocabili al colosso delle telecomunicazioni TIM, alla Regione Basilicata e al Ministero competente (MIMIT), senza ricevere finora risposte rassicuranti. La fortissima accusa mossa dai sindacalisti è pesantissima: mentre a Matera l’azienda parla ufficialmente e drammaticamente di una presunta “riduzione fisiologica dei volumi di traffico”, sbandierando lo spettro di 350 inevitabili esuberi occupazionali, i sindacati avrebbero invece raccolto fondate e preoccupanti informazioni interne secondo cui le medesime attività lavorative (precedentemente e storicamente gestite con professionalità dal sito di CallMat) sarebbero state artatamente e strategicamente dirottate e indirizzate verso altri fornitori e altri bacini territoriali meno costosi. “Se i volumi sono realmente diminuiti, TIM abbia il coraggio manageriale di dimostrarlo pubblicamente portando tavoli, dati, numeri certificati e documenti inoppugnabili. Se invece, come temiamo, le attività continuano a essere svolte regolarmente ma vengono scientemente trasferite altrove per logiche di mero risparmio, qualcuno deve spiegarci per quale assurdo motivo a pagare il prezzo altissimo di queste ciniche scelte debbano essere unicamente i padri e le madri di famiglia di Matera”, tuonano all’unisono i segretari regionali, domandandosi apertamente chi stia realmente e clamorosamente prendendo in giro la Basilicata lavoratrice.

Regione e MIMIT chiamati in causa: servono risposte immediate

L’ultimo, fondamentale e cruciale fronte della complessa e logorante battaglia a difesa del call center lucano si sposta inevitabilmente sul delicatissimo e fragile tavolo della politica istituzionale nazionale e regionale.
I sindacati, pur riconoscendo e apprezzando formalmente lo sforzo iniziale e la volontà della Regione Basilicata di mettere in campo risorse economiche d’emergenza per sostenere le famiglie coinvolte dal probabile taglio, sono categorici, fermi e inamovibili sulla loro durissima posizione di principio: non si cercano banali elemosine di Stato o temporanei sussidi di disoccupazione, ma si esige con la massima forza che il lavoro vero, produttivo e dignitoso venga salvaguardato e difeso con i denti. Un ammortizzatore sociale può aiutare temporaneamente una famiglia a superare la primissima fase di emergenza, ma non potrà mai e poi mai sostituire a lungo termine la dignità e la sicurezza sociale garantite da un posto di lavoro stabile. Proprio per questo motivo ineludibile, le segreterie regionali chiedono pubblicamente e urgentemente al Presidente della Regione di alzare drasticamente e coraggiosamente il livello dell’iniziativa istituzionale di protesta, pretendendo inoltre dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT) la convocazione immediata e perentoria dei vertici di TIM a Roma per chiarire definitivamente le proprie oscure scelte industriali. Matera ha già dato prova di grandissima professionalità e dedizione negli anni, e i sindacati promettono che lotteranno fino all’ultimo respiro istituzionale pur di non permettere che la città venga cinicamente considerata come una terra sacrificabile sull’altare dei bilanci aziendali.

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Crisi call center e intelligenza artificiale: UGL TLC Basilicata proclama lo sciopero per l’11 novembre contro esuberi e delocalizzazioni

L’UGL TLC Basilicata aderisce allo sciopero generale del settore call center e customer care (CRM/BPO) proclamato per l’11 novembre 2026. L’allarme di Pino Giordano e Mina Saracino contro automazione da AI e delocalizzazioni all’estero: «Il Governo dia garanzie al tavolo del 12 novembre» 👇

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Cosimina SARACINO, Segretaria Provinciale UGL TLC Matera

Potenza – Una mobilitazione generale per difendere il valore del lavoro, fermare l’emorragia occupazionale e impedire che l’avanzata incontrollata dell’Intelligenza Artificiale si traduca in una macelleria sociale per migliaia di famiglie. L’UGL Telecomunicazioni della Basilicata ha formalizzato la propria convinta adesione allo sciopero nazionale proclamato per l’intera giornata di mercoledì 11 novembre 2026 in tutto il comparto del CRM/BPO (Customer Relationship Management e Business Process Outsourcing). La decisione giunge a seguito del fallimento della procedura di raffreddamento e conciliazione svoltasi lo scorso 7 ottobre presso il Ministero del Lavoro, certificando una distanza incolmabile tra le istanze sindacali e le politiche aziendali di un settore strategico ormai al collasso.

L’allarme di Giordano e Saracino: automazione selvaggia e delocalizzazioni minacciano la Basilicata

A delineare con fermezza le motivazioni della protesta sono il segretario regionale UGL Basilicata TLC, Pino Giordano, e la segretaria provinciale della Federazione di Matera, Mina Saracino. I due dirigenti sindacali accendono i riflettori su una realtà territoriale, quella lucana, che negli anni ha trovato nei servizi di assistenza clienti ed esternalizzazione dei processi un bacino occupazionale fondamentale, soprattutto per giovani e donne, oggi esposto a rischi gravissimi di ridimensionamento.

«L’adesione della struttura regionale lucana – spiegano congiuntamente Pino Giordano e Mina Saracino – si inserisce a pieno titolo nel quadro della vertenza nazionale e nasce dalla crescente e legittima preoccupazione per il futuro delle lavoratrici e dei lavoratori dei call center. Parliamo di operatrici e operatori sempre più esposti agli effetti devastanti delle trasformazioni tecnologiche selvagge, alle miopi politiche di mero abbattimento dei costi e alla piaga delle delocalizzazioni all’estero. L’introduzione sempre più estesa e non adeguatamente regolamentata di processi di automazione basati sull’Intelligenza Artificiale, insieme allo spostamento continuo di volumi di attività oltreconfine, sta alimentando un clima di insostenibile incertezza».

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«L’innovazione non può cancellare il lavoro»: la necessità di una transizione digitale etica

Il sindacato denuncia come diverse importanti aziende del settore abbiano già preannunciato o avviato procedure formali di riduzione del personale ed esuberi. Un campanello d’allarme rosso fuoco che impone alle istituzioni lucane e nazionali un immediato cambio di paradigma: la transizione tecnologica non può essere lasciata all’arbitrio del profitto finanziario né ridursi a un mero pretesto per sostituire l’apporto umano con chatbot e algoritmi generativi.

«Anche in Basilicata – incalzano Giordano e Saracino – dobbiamo mantenere altissima la guardia. La tutela dell’occupazione e la salvaguardia delle competenze professionali rappresentano un valore insostituibile per l’intero ecosistema delle telecomunicazioni. Il progresso tecnico deve essere governato da regole chiare, responsabilità sociale d’impresa e politiche industriali lungimiranti capaci di armonizzare innovazione e dignità del lavoro. Non è eticamente né economicamente tollerabile un modello di sviluppo fondato unicamente sulla compressione del costo del lavoro e sulla progressiva espulsione di lavoratori specializzati».

Il tavolo ministeriale del 12 novembre: «Basta dichiarazioni d’intenti, servono impegni vincolanti»

Lo sciopero generale dell’11 novembre si collocherà alla vigilia di una data cruciale: giovedì 12 novembre è infatti calendarizzata la convocazione del Tavolo Nazionale delle Telecomunicazioni alla presenza dei ministri competenti. Per l’UGL TLC si tratterà dell’ultimo banco di prova per verificare se il Governo intenda mettere in campo misure strutturali o limitarsi a promesse interlocutorie.

«La convocazione del tavolo ministeriale è senza dubbio un passaggio rilevante – concludono i segretari Pino Giordano e Mina Saracino – ma adesso è improrogabile passare dalle analisi accademiche agli impegni concreti e vincolanti. Il settore attende una vera e propria clausola sociale per l’AI, incentivi legati al mantenimento dei perimetri occupazionali sul territorio nazionale e un freno severo alle delocalizzazioni mascherate. L’UGL TLC Basilicata farà sentire con forza la propria voce durante lo sciopero dell’11 novembre e porterà le istanze della terra lucana al confronto istituzionale. Perché l’innovazione deve generare benessere e nuove opportunità, non cancellare la dignità di chi lavora».

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Vertenza CallMat Matera, asse unitario dei sindacati per salvare l’occupazione: assemblee con i lavoratori e pressing su azienda e istituzioni

Vertenza CallMat Matera, fronte comune di SLC-CGIL, FISTEL-CISL, UIL e UGL Telecomunicazioni: assemblee unitarie per difendere l’occupazione e le commesse nel polo dei servizi lucano. Il pressing su azienda e istituzioni per una soluzione industriale definitiva nel nostro articolo completo 👇

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Vertenza Callmat

Matera – La difesa intransigente dei livelli occupazionali, la tutela della dignità professionale di centinaia di famiglie e la ricerca di una soluzione industriale definitiva che scongiuri l’ennesimo impoverimento produttivo del Mezzogiorno. Si intensifica e si compatta l’azione delle organizzazioni sindacali attorno alla delicata vertenza che interessa il sito operativo di CallMat a Matera, uno dei principali presidi occupazionali nel settore delle telecomunicazioni e dei servizi di contact center della Basilicata. Le Segreterie Regionali di categoria di SLC-CGIL, FISTEL-CISL, UILFPC-UIL e UGL Telecomunicazioni, insieme al coordinamento delle rappresentanze sindacali unitarie (RSU) aziendali, hanno promosso una serie di partecipate assemblee con le lavoratrici e i lavoratori per fare il punto sullo stato delle trattative e concordare le prossime tappe della mobilitazione.

Gli incontri con il personale hanno visto la partecipazione corale dei massimi vertici territoriali delle sigle sindacali: al tavolo dei relatori sono intervenuti i segretari regionali Anna Russelli (SLC-CGIL), Vincenzo Piccinni (FISTEL-CISL), Pino Giordano (UILFPC-UIL), Giovanni Letterelli (UGL Telecomunicazioni) e la segretaria provinciale di Matera dell’UGL TLC, Mina Saracino. Nel corso del confronto è stato condiviso il resoconto dettagliato delle interlocuzioni avviate finora con il management aziendale e con le istituzioni pubbliche, sottolineando l’importanza di mantenere una trasparenza informativa totale verso una forza lavoro che da mesi convive con l’angoscia della precarietà contrattuale.

Unità sindacale e interlocuzione a 360 gradi: «Serve un’intesa concreta e duratura»

La vertenza CallMat si inserisce all’interno di un contesto settoriale complesso e altamente competitivo, dove le trasformazioni tecnologiche, l’automazione dei processi tramite intelligenza artificiale e la continua ridefinizione dei volumi di traffico da parte dei grandi committenti telefonici nazionali mettono costantemente a repentaglio la stabilità dei contact center nel Mezzogiorno. Di fronte a questo scenario, la linea espressa congiuntamente dalle quattro sigle sindacali fa leva sul valore insostituibile dell’unità e del senso di responsabilità: «Soltanto attraverso il coinvolgimento attivo, sincero e coordinato di tutte le parti interessate — azienda, organizzazioni sindacali, istituzioni locali e Governo nazionale — sarà possibile individuare una soluzione concreta e duratura nel tempo».

«Il nostro impegno quotidiano prosegue con la ferma determinazione di favorire un dialogo a 360 gradi», hanno ribadito i segretari durante le assemblee. «Non cerchiamo lo scontro fine a se stesso, ma un confronto strutturato capace di mettere a nudo le criticità, avvicinare le posizioni e creare le precondizioni indispensabili per superare una fase di stallo che si protrae ormai da troppo tempo. La priorità assoluta e non negoziabile resta la salvaguardia integrale dell’organico aziendale e la garanzia di un piano di sviluppo solido che restituisca serenità e certezze alle lavoratrici e ai lavoratori che ogni giorno garantiscono la continuità e la qualità dei servizi erogati dal sito lucano».

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Vigilanza massima sul tavolo istituzionale: «Non accetteremo soluzioni tampone»

Se da un lato le parti sociali confermano la propria piena disponibilità a sedersi a qualsiasi tavolo negoziale utile a raggiungere un’intesa condivisa, dall’altro l’attenzione sui prossimi passaggi operativi resta altissima. I sindacati hanno chiarito senza ambiguità che il tempo delle rassicurazioni verbali è scaduto: l’evoluzione della vertenza verrà monitorata passo dopo passo, pretendendo che agli annunci seguano impegni contrattuali stringenti, investimenti sulla formazione continua e la salvaguardia delle commesse strategiche che alimentano le postazioni materane.

«L’auspicio è che il lavoro meticoloso svolto unitariamente fino a oggi e il confronto aperto con l’azienda e con gli assessorati competenti della Regione Basilicata possano favorire un esito positivo in tempi rapidi», conclude la nota congiunta di SLC-CGIL, FISTEL-CISL, UILFPC-UIL e UGL TLC. «Matera non può permettersi di disperdere un patrimonio professionale e occupazionale così rilevante, composto in larghissima parte da giovani e donne che rappresentano l’ossatura economica della comunità locale. Continueremo a batterci con ogni strumento a nostra disposizione affinché la responsabilità sociale d’impresa prevalga sulle logiche di mero contenimento dei costi, restituendo dignità, stabilità e futuro a chi lavora in CallMat».

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Stellantis Melfi, produzione di nuovo ferma per carenza di componenti: l’allarme dell’UGL con Florence Costanzo sul futuro dell’indotto e dell’occupazione

Stellantis Melfi, nuovo stop alla produzione il 15 ottobre per carenza di componenti: l’allarme di Florence Costanzo (UGL Metalmeccanici) sulle ricadute per i lavoratori e l’indotto lucano. La richiesta urgente di un piano industriale credibile e investimenti garantiti nel nostro articolo completo 👇

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Stellantis, Melfi

Melfi – Una nuova, pesante battuta d’arresto colpisce il cuore dell’industria manifatturiera del Mezzogiorno, gettando ulteriori ombre sulla tenuta produttiva e occupazionale del comparto automotive italiano. Lo stabilimento Stellantis di San Nicola di Melfi, in provincia di Potenza, è costretto a sospendere nuovamente le linee di montaggio nella giornata di giovedì 15 ottobre 2026 a causa dell’ennesima e critica carenza di componenti e forniture essenziali. A dare notizia dello stop forzato è Florence Costanzo, segretaria regionale dell’UGL Metalmeccanici Basilicata, che esprime la crescente preoccupazione dell’organizzazione sindacale di fronte a una sequenza di fermate che rischia di logorare irreversibilmente il tessuto socioeconomico lucano.

«Questo nuovo blocco produttivo rappresenta un ulteriore, drammatico segnale di difficoltà strutturale che non può e non deve essere derubricato a fatto isolato o passeggero», avverte con fermezza Florence Costanzo. L’interruzione delle attività avviene in una fase di estrema vulnerabilità per il settore dell’auto a livello continentale, dove il rallentamento della domanda globale, le frizioni nelle catene logistiche internazionali e le incertezze legate alla transizione ecologica stanno scaricando il proprio peso sulle spalle dei lavoratori e delle loro famiglie, costretti a convivere con ammortizzatori sociali a singhiozzo e un’intollerabile precarietà di prospettiva.

L’incertezza sul futuro e la richiesta di un tavolo urgente con azienda e Governo

L’UGL Metalmeccanici Basilicata richiama l’attenzione sulla necessità inderogabile di fare piena luce sulle strategie industriali che il gruppo italo-francese intende adottare per il sito di Melfi nei prossimi mesi e anni. Da qui l’appello pressante a un confronto trasparente e costruttivo tra i vertici aziendali di Stellantis, le organizzazioni sindacali dei lavoratori e le istituzioni locali e nazionali, a partire dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy e dalla Regione Basilicata. Le criticità dell’impianto lucano devono essere affrontate all’interno di un quadro organico capace di governare la trasformazione tecnologica in atto senza tradursi in una progressiva dismissione produttiva.

«È assolutamente fondamentale che lo stabilimento di Melfi continui a svolgere un ruolo strategico e trainante nell’architettura complessiva dell’industria automobilistica italiana ed europea», sottolinea la segretaria regionale Costanzo. «Perché questo avvenga, non bastano annunci generici o impegni sulla carta: occorre un piano industriale solido, credibile, dotato di volumi produttivi adeguati e di investimenti certi e tempestivi sull’allocazione dei nuovi modelli previsti sulla piattaforma STLA Medium. Soltanto la chiarezza dei programmi operativi può restituire serenità e fiducia a una comunità laboriosa che ha sempre garantito livelli di eccellenza qualitativa riconosciuti in tutto il mondo».

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L’effetto a catena sull’indotto lucano: a rischio migliaia di posti di lavoro

A destare l’allarme più acuto tra i sindacati è la tenuta dell’indotto industriale che gravita attorno al polo di San Nicola di Melfi. Il distretto lucano della componentistica, della logistica e dei servizi integrati conta decine di aziende e migliaia di addetti altamente specializzati, la cui sopravvivenza economica è legata a doppio filo alla continuità dei ritmi di fabbrica della capogruppo. Ogni giorno di fermata non programmata nello stabilimento principale genera una reazione a catena che si traduce immediatamente in ore di cassa integrazione per le imprese fornitrici, mettendo a repentaglio la tenuta finanziaria delle piccole e medie imprese del territorio.

Secondo la posizione espressa dall’UGL, è indispensabile salvaguardare con ogni strumento disponibile il patrimonio di competenze professionali, know-how manifatturiero e capitale umano costruito con decenni di lavoro e sacrifici in Basilicata. Sebbene siano apprezzabili gli sforzi normativi e le misure di sostegno pubblico messe in campo dalle istituzioni a tutela della filiera automobilistica, l’onere principale della ripartenza ricade sulle scelte del management aziendale: «Per rilanciare Melfi servono fatti tangibili, commesse certe, volumi produttivi all’altezza della capacità degli impianti e garanzie occupazionali concrete. Solo con un patto industriale chiaro si potranno restituire certezze a migliaia di famiglie lucane che meritano rispetto e futuro», conclude Florence Costanzo.

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