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Attualità

La tragedia del Raganello e il destino della Bella Civita: il confine tra natura e responsabilità

Una tragedia non può cancellare la storia millenaria di un’intera comunità. A Civita (borgo simbolo della cultura arbëreshe in Calabria), la memoria delle 10 vittime travolte dalla piena del Raganello nel 2018 resta una ferita aperta e sanguinante. Ma il recente sviluppo giudiziario, con la condanna in primo grado a 4 anni per il sindaco Alessandro Tocci, solleva pesanti interrogativi morali e istituzionali: può un primo cittadino essere ritenuto penalmente responsabile dell’imprevedibile furia della natura? Tocci farà appello, ricordando che un sindaco “non può comandare alle nuvole o fermare le montagne”, e che la sicurezza di un territorio così selvaggio deve essere una responsabilità condivisa tra Regione, Parco e Protezione Civile, non il capro espiatorio di un solo uomo. Nel nostro ultimo, toccante approfondimento, un viaggio tra le aule di tribunale e il cuore de “La Bella Civita”, che rivendica il diritto di essere conosciuta per la sua cultura e non solo per la cronaca nera 👇

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Artur Nura

Civita (Cosenza) – Alcuni luoghi della nostra penisola possiedono un’anima talmente antica, complessa e stratificata che risulta impossibile raccontarli limitandosi a scattare una semplice e fugace fotografia. Civita è senza ombra di dubbio uno di questi luoghi magici. Come sottolinea magistralmente il giornalista Artur Nura in una sua profonda riflessione dedicata al territorio, per comprendere davvero questa realtà bisogna avere il coraggio e la pazienza di attraversarla lentamente, camminando per i suoi vicoli stretti; bisogna fermarsi ad ascoltare la musicalità della sua lingua, osservare l’architettura fiera delle sue case e immergersi con rispetto nelle sue radicate tradizioni.
Bisogna alzare lo sguardo verso le montagne imponenti e il paesaggio mozzafiato che la circonda, spingersi fino alle gole vertiginose del torrente Raganello e capire finalmente perché, da tantissimi decenni, questo piccolissimo e orgoglioso borgo arbëresh sia diventato una destinazione turistica e culturale conosciuta ben al di fuori dei confini regionali della Calabria. Come scrive Nura, Civita potrebbe e dovrebbe essere chiamata, senza alcun timore di esagerare, “La Bella Civita”. Bella ed elegante esattamente come una fiera donna arbëreshe vestita a festa, avvolta negli abiti tradizionali tramandati religiosamente attraverso innumerevoli generazioni. Un abito intessuto di ricami, colori accesi, ornamenti preziosi e tessuti nobili, nel quale ogni singolo e minuscolo particolare racconta, in silenzio, un pezzo della storia millenaria di una comunità coesa. La lingua racconta le origini oltre l’Adriatico, gli abiti custodiscono la memoria, le tradizioni forgiano l’identità e il selvaggio Raganello ricorda a tutti la forza, la maestosità e l’intrinseca imprevedibilità della natura.

Il dolore inestinguibile del 2018 e le domande della giustizia

Purtroppo, nella lunga storia di questa comunità, c’è una data scolpita nella pietra che nessuno a Civita potrà mai più dimenticare: il 20 agosto del 2018. Quel drammatico giorno di fine estate, una piena improvvisa, violenta e devastante all’interno delle Gole del Raganello travolse senza pietà alcuni gruppi di escursionisti ignari del pericolo. Dieci persone innocenti persero tragicamente la vita, mentre molte altre rimasero gravemente ferite, segnate per sempre nel corpo e nello spirito.
Qualsiasi riflessione pubblica, giornalistica o giuridica su quella spaventosa vicenda non può e non deve assolutamente prescindere dal massimo e sacro rispetto per il dolore infinito delle vittime e delle loro famiglie distrutte. È questo l’assunto di base, il punto di partenza irrinunciabile di ogni ragionamento civile. Tuttavia, proprio perché il dolore generato dalla tragedia è immenso, anche la delicatissima e complessa ricerca delle responsabilità deve essere condotta in modo chirurgico e rigorosissimo. In uno Stato di Diritto, un dramma naturale, per quanto apocalittico, non può e non deve trasformarsi automaticamente, per un banale sillogismo emotivo, in una responsabilità penale certa e predefinita. Per far sì che una responsabilità penale esista realmente, occorre stabilire con esattezza matematica quali fossero gli obblighi formali di una persona, se tali obblighi siano stati colpevolmente violati e, soprattutto, se tale presunta violazione abbia avuto un rapporto causale diretto e concreto con l’evento nefasto. Ed è esattamente questo l’impervio terreno processuale sul quale si sta confrontando la dolorosa vicenda giudiziaria che vede coinvolto il sindaco di Civita, Alessandro Tocci.

Un sindaco può fermare la montagna? I dubbi sulla condanna

Il nocciolo della questione giudiziaria, infatti, impone una lucida distinzione. A nessuno verrebbe mai in mente di domandarsi se Tocci abbia materialmente “provocato” la piena, essendo questa un evento generato in via esclusiva dalle dinamiche atmosferiche e naturali.
I quesiti che albergano nelle aule di tribunale sono ben altri: il primo cittadino aveva il reale e formale dovere, ma soprattutto la concreta possibilità operativa e strumentale, di impedire fisicamente l’accesso alle Gole sulla base delle specifiche e limitate informazioni meteorologiche disponibili in quelle precise ore? Il pericolo sceso dalla montagna era prevedibile in misura tale da rendere assolutamente obbligatorio un suo intervento preventivo? E ancora: se anche quell’intervento amministrativo fosse stato tempestivamente adottato, le morti repentine si sarebbero potute oggettivamente evitare? Lo scorso 22 maggio 2026, il Tribunale di Castrovillari ha emesso la sua sentenza di primo grado, condannando Alessandro Tocci a quattro anni e un mese di reclusione per omicidio colposo plurimo e omissione di atti d’ufficio (a fronte di una pesantissima richiesta di nove anni avanzata dalla Procura). I colleghi sindaci dei comuni limitrofi imputati nello stesso procedimento, invece, sono stati assolti. La sentenza a carico di Tocci, tuttavia, non è definitiva. Il sindaco ha già annunciato la ferma volontà di proseguire la sua battaglia di verità attraverso il ricorso in appello e, se necessario, spingendosi fino al giudizio della Corte di Cassazione. Esiste una condanna di primo grado, è vero, ma non si può oggi parlare di una responsabilità penalmente e definitivamente accertata con forza di giudicato. Un sindaco ha certamente enormi doveri di Protezione Civile, ma non possiede i poteri divini per controllare una montagna, arrestare la furia di un torrente in piena o comandare alle nuvole di non piovere.

La sicurezza condivisa: il turismo non è nemico della bellezza

Difendere il buon nome e la dignità di Civita non significa in alcun modo sminuire o negare l’assoluta e primaria necessità di garantire la massima sicurezza a chi frequenta il territorio. Al contrario, il dramma del Raganello deve servire da monito per il futuro.
La vera, grande e ambiziosa sfida dei prossimi decenni dovrebbe essere proprio quella di riuscire a far convivere armoniosamente l’incredibile spinta del turismo escursionistico con le più rigide misure di sicurezza, bilanciando l’accessibilità dei luoghi con una prevenzione capillare e l’indispensabile tutela della vita umana. Le affascinanti Gole del Raganello rappresentano un patrimonio naturalistico straordinario, e proprio in virtù di questa loro selvaggia particolarità devono essere studiate, capite, profondamente rispettate e gestite con la massima attenzione istituzionale. Ma l’incolumità di un territorio naturale di tale vastità e complessità morfologica non può mai essere scaricata cinicamente sulle spalle di un solo uomo o di un singolo ente locale. Richiede una sinergia assoluta e un’incessante collaborazione tecnica e finanziaria tra i vari Comuni, la Regione Calabria, la Protezione Civile nazionale, le autorità del Parco Nazionale, i numerosi operatori turistici, le guide ambientali, le associazioni di volontariato e gli stessi cittadini residenti.

Oltre il dramma: il rilancio della cultura arbëreshe

La giustizia ordinaria, giustamente e doverosamente, continuerà il suo lungo e articolato percorso nelle sedi competenti. La verità storica e fattuale dovrà essere cercata minuziosamente negli atti, nelle carte, nelle perizie tecniche e nelle prove testimoniali, così come le eventuali e colpose responsabilità amministrative dovranno essere accertate senza alcun dubbio in maniera definitiva.
Ma, al netto della cronaca giudiziaria, Civita continuerà a essere, oggi e sempre, Civita. Una comunità piccola nei numeri, ma portatrice sana di una grandissima e gloriosa storia. Una fiera comunità arbëreshe che reclama ad alta voce il sacrosanto diritto di essere conosciuta nel mondo non soltanto per ciò che è purtroppo accaduto in un drammatico e piovoso giorno di fine agosto, ma anche e soprattutto per tutto l’immenso bagaglio culturale che è stata nel passato, che è nel presente e che può ancora essere nel futuro. Si può rispettare il dolore delle vittime e, al contempo, amare la propria terra. “La Bella Civita” non è soltanto una romantica e nostalgica immagine poetica. È il modo più alto e nobile per ricordare a tutti che dietro il freddo fascicolo di una vicenda giudiziaria esiste una comunità viva, che pulsa e respira; e che dietro a quella comunità esiste un inestimabile patrimonio umano che appartiene alla storia di tutti noi.

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Attualità

Terremoto ai vertici della Banca Popolare del Lazio: si dimette l’amministratore delegato Massimo Lucidi

Un vero e proprio “fulmine a ciel sereno” scuote le fondamenta della finanza laziale. L’Amministratore Delegato della Banca Popolare del Lazio (BPL), Massimo Lucidi, ha infatti rassegnato in blocco le sue irrevocabili e inaspettate dimissioni alla vigilia dell’ultimo Consiglio di Amministrazione. La notizia, rimasta per ore blindatissima tra le mura della storica sede centrale in via Martiri delle Fosse Ardeatine a Velletri, ha mandato in subbuglio i soci e l’imprenditoria locale. Cosa c’è dietro questa decisione drastica? Mentre i vertici dell’istituto tacciono, le ipotesi si rincorrono freneticamente: dai nuovi impegni professionali di Lucidi (nominato di recente nel Consiglio del FITD – Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi) fino a presunti, vociferati e non confermati rilievi amministrativi mossi dagli ispettori della Banca d’Italia. L’addio chiude un mandato non privo di polemiche, segnato in passato da forti liti assembleari per il rinnovo del CdA e dall’ombra ingombrante di alcune controverse vicende giudiziarie legate a crediti anomali autorizzati da ex dipendenti in favore di aziende poi fallite miseramente. Ora la palla passa alla presidente, l’avvocato Sabrina Morelli: sarà suo l’ingrato ma vitale compito di calmare gli animi dei soci e guidare l’istituto bancario (che nel frattempo ha continuato a macinare utili ed espandersi sul territorio regionale) verso la complessa nomina del nuovo Amministratore Delegato. Leggi tutta l’analisi e i retroscena nel nostro articolo esclusivo 👇

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Massimo Lucidi

Velletri (Roma) – Un vero e proprio, inaspettato e fragoroso terremoto istituzionale e finanziario ha improvvisamente scosso e travolto in queste primissime ore le altissime sfere dirigenziali di uno degli istituti di credito territoriali storicamente più importanti, radicati e floridi dell’intero territorio regionale. L’Amministratore Delegato in carica della Banca Popolare del Lazio (BPL), l’esperto manager Massimo Lucidi, ha infatti clamorosamente e inaspettatamente rassegnato in blocco le proprie dimissioni irrevocabili dal prestigioso e delicato incarico dirigenziale.
La clamorosa e inattesa notizia, che ha immediatamente generato un fortissimo contraccolpo mediatico in tutto il tessuto economico locale e nei salotti buoni della finanza romana, è stata comunicata in via del tutto ufficiale e formale dallo stesso manager dimissionario esattamente alla vigilia dell’ultima seduta convocata dello scorso Consiglio di Amministrazione (CDA). Si è trattato, senza alcun dubbio o timore di smentita, di un autentico, violento e imponderabile fulmine a ciel sereno. Le dimissioni anticipate del dottor Lucidi, infatti, non erano minimamente nell’aria, non erano state in alcun modo prospettate alla vigilia della riunione dirigenziale e non erano mai state neppure lontanamente ventilate o sussurrate come indiscrezioni di corridoio nei ben informati e solitamente loquaci ambienti bancari e finanziari romani e laziali. Cosa possa avere concretamente e materialmente generato e innescato una decisione drastica, rapida e irrevocabile di questo enorme calibro istituzionale, in un momento storico apparentemente tranquillo per l’istituto, è ancora francamente troppo presto per saperlo con assoluta e comprovata certezza. Anche perché, allo stato attuale delle cose, dal quartier generale e sede centrale e storica della banca, situata nel cuore di Velletri (precisamente nei severi uffici direzionali di via Martiri delle Fosse Ardeatine), non trapela ufficialmente un solo respiro, in un clima di blindatissimo e rigoroso riserbo aziendale.

Le ipotesi sul tavolo: dal ruolo nel Fitd ai presunti rilievi di Bankitalia

Il vuoto comunicativo ufficiale ha inevitabilmente e fisiologicamente innescato un vortice inarrestabile di indiscrezioni. Nelle ultime ore, infatti, si rincorrono freneticamente e si accavallano le più disparate voci e le teorie analitiche che tentano di spiegare i motivi profondi che hanno inevitabilmente portato alla rottura e alle repentine dimissioni di Lucidi.
Tra le ipotesi attualmente più accreditate negli ambienti finanziari, potrebbero ovviamente celarsi motivazioni strettamente a carattere e natura prettamente personale e privata. Tuttavia, l’attenzione degli analisti si concentra in particolar modo sugli eventuali e gravosi impegni sopraggiunti di natura istituzionale e professionale. Non bisogna infatti assolutamente dimenticare che il dottor Lucidi, proprio nel recente mese di marzo scorso, era stato ufficialmente e orgogliosamente nominato per sedere all’interno dell’importantissimo e vitale Consiglio direttivo del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (FITD), un incarico di enorme prestigio nazionale e di straordinaria e faticosa responsabilità sistemica. Parallelamente a queste ipotesi del tutto lecite e ordinarie, sembrerebbero purtroppo emergere anche altre complesse teorie (che gli addetti ai lavori non si sentono di escludere del tutto a priori), legate indissolubilmente a probabili, severi e puntuali rilievi tecnici o amministrativi mossi recentemente dagli ispettori della Banca d’Italia proprio nei confronti della gestione dell’istituto veliterno. Si tratta ovviamente, per il momento, solo e unicamente di voci incontrollate e di semplici ipotesi di lavoro giornalistico che si rincorrono velocemente e nervosamente nei silenziosi corridoi della sede centrale della banca e tra gli attoniti impiegati agli sportelli territoriali. Fatto sta, al netto delle illazioni e delle speculazioni di mercato, che il duro onere della chiarezza ricadrà a brevissimo su altri soggetti istituzionali. Sarà infatti unicamente il presidente in carica della banca, l’avvocato Sabrina Morelli, congiuntamente all’intero Consiglio di Amministrazione, a doversi presentare formalmente e a dover spiegare dettagliatamente all’assemblea dei numerosi e disorientati soci cosa sia concretamente e materialmente successo nelle stanze dei bottoni (sempre, ovviamente, che non decida coraggiosamente di farlo in prima persona proprio lo stesso ex Amministratore Delegato Lucidi nei prossimi giorni).

Il ciclo tormentato: le liti tra i soci e le inchieste sui crediti fallimentari

Con le dolorose e traumatiche dimissioni scritte di Massimo Lucidi si chiude, di fatto, un lunghissimo e complesso ciclo gestionale e direttivo che, soprattutto nell’ultimissimo e burrascoso periodo temporale, è stato purtroppo contrassegnato e funestato da innumerevoli fibrillazioni interne.
Il mandato, infatti, è stato alquanto e profondamente tormentato dalle crescenti e aspre frizioni registrate tra le varie componenti e i gruppi di potere dei soci fondatori e ordinari della banca popolare. Tensioni interne che sono palesemente, pubblicamente e fragorosamente esplose in tutta la loro virulenza proprio in occasione delle scorse, accese elezioni indette per il delicatissimo rinnovo dei vertici del Consiglio di Amministrazione dell’istituto. Un periodo politicamente caldissimo, preceduto peraltro dalle nette e polemiche prese di posizione pubbliche assunte formalmente dai portavoce della nota e combattiva associazione “SIBPL – Soci Insieme”. Oltre alle normali beghe assembleari e politiche per il controllo dell’istituto, il nome e il blasone storico della Banca Popolare del Lazio sono purtroppo e malauguratamente finiti negli ultimi mesi anche sulle poco lusinghiere pagine della dura cronaca giudiziaria locale. Il motivo scatenante è da ricercarsi interamente nelle intricate e controverse vicende legali strettamente legate alle posizioni di alcuni specifici dipendenti interni dell’istituto: secondo le gravi tesi accusatorie (ancora tutte da dimostrare in tribunale), questi funzionari avrebbero incautamente, illecitamente o superficialmente autorizzato e firmato la concessione di ingenti e milionari affidamenti finanziari a rischio in favore di aziende del territorio che sono poi, inevitabilmente e miseramente, fallite e colate a picco, provocando danni finanziari e generando conseguenti, lunghissimi e pesantissimi strascichi legali nelle austere aule di giustizia civile e penale. Nonostante queste pesanti e innegabili burrasche mediatiche e legali, è però altrettanto indubbio, corretto e doveroso sottolineare come, dal punto di vista prettamente macroeconomico, sia la Banca Popolare del Lazio che il brand parallelo Blu Banca abbiano caparbiamente e costantemente continuato a crescere, a rafforzarsi e a consolidarsi capillarmente sull’intero territorio di competenza, allargando in maniera virtuosa e significativa il perimetro della loro presenza e della loro capillare offerta creditizia su tutta la scala regionale del Lazio, macinando comunque ottimi risultati di bilancio e di solidità patrimoniale.

Il difficile futuro di BPL: la sfida del presidente Sabrina Morelli

Il contraccolpo psicologico ed economico scatenato dall’ufficializzazione dell’addio del super-manager si è propagato istantaneamente ben oltre i rigidi e sicuri confini perimetrali delle mura bancarie di Velletri.
La clamorosa e bruciante notizia delle dimissioni è stata infatti persino oggetto di profonda e preoccupata discussione politica durante la scorsa riunione formale dei capigruppo del Consiglio Comunale della città di Velletri, ai quali la notizia era stata recapitata in tempo reale come un vero e proprio dispaccio d’urgenza. Così come la fitta e laboriosa imprenditoria dei Castelli Romani, i piccoli artigiani del territorio e le migliaia di soci risparmiatori della banca si stanno inevitabilmente e legittimamente interrogando con profonda apprensione per cercare di decifrare le reali cause di queste repentine e inaspettate dimissioni dell’amministratore delegato, temendo ripercussioni sulla futura erogazione dei crediti o sulla stabilità delle azioni dell’istituto. Con l’irrevocabile addio di Lucidi, adesso, si apre fisiologicamente e obbligatoriamente una fase totalmente nuova, inedita e delicatissima per la Banca Popolare del Lazio. L’antico istituto dovrà cercare in tempi record di ritrovare e ristabilire un nuovo, forte e autorevole assetto di potere al vertice esecutivo (sempre sperando e confidando che queste rumorose dimissioni eccellenti non comportino, come spesso accade per un effetto domino aziendale, eventuali altri e pesanti assestamenti, epurazioni o fughe ai piani alti della dirigenza). Tutto l’onere e l’onore della successione ricade ora sulle spalle del vertice istituzionale: il presidente in carica di BPL, l’avvocato Sabrina Morelli, dovrà adesso muoversi con grandissimo tatto diplomatico, estrema prudenza e rapidità manageriale per aprire e gestire la complessa “fase post-Lucidi”. Insieme all’intero Consiglio di Amministrazione democraticamente eletto dai soci, il presidente Morelli avrà l’ingrato, spinoso ma fondamentale e vitale compito di dover scandagliare attentamente il mercato per individuare e nominare in tempi brevi la migliore figura dirigenziale e professionale possibile per assumere la prestigiosa carica di nuovo Amministratore Delegato. Una figura apicale che dovrà essere dotata di specchiata moralità, enorme competenza bancaria e polso fermo, capace di gettare acqua sul fuoco delle polemiche e in grado di poter guidare serenamente, ma con mano ferma e decisa, il prezioso istituto di credito laziale verso il sereno raggiungimento di tutti i difficili e ambiziosi obiettivi strategici prefissati dal piano industriale pluriennale.

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Attualità

Terremoti indotti, Valentina Pelliccia: «L’uomo può alterare gli equilibri della Terra, ma servono prove»

Sismicità indotta, sistemi complessi, prevenzione e responsabilità: la Dottoressa Valentina Pelliccia affronta un tema nel quale scienza, tecnologia, diritto e informazione devono necessariamente dialogare.

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Valentina Pelliccia

Redazione-  Sismicità indotta, sistemi complessi, prevenzione e responsabilità: la Dottoressa Valentina Pelliccia affronta un tema nel quale scienza, tecnologia, diritto e informazione devono necessariamente dialogare.

Un terremoto è sempre un fenomeno esclusivamente naturale?

Oppure alcune attività umane possono, in determinate condizioni geologiche, contribuire ad alterare equilibri già estremamente delicati nel sottosuolo?

È una domanda che richiede rigore, perché proprio su temi così complessi il confine tra ciò che la scienza ha documentato, ciò che costituisce un’ipotesi da verificare e ciò che non è dimostrato deve rimanere chiarissimo.

La sismicità indotta dalle attività antropiche è oggetto di ricerca scientifica internazionale.

Una cosa, tuttavia, è studiare le condizioni nelle quali determinate attività possono favorire o innescare fenomeni sismici; altra cosa sarebbe sostenere che l’essere umano sia in grado di produrre e controllare arbitrariamente un terremoto.

 

Abbiamo approfondito l’argomento con la Dottoressa Valentina Pelliccia, giornalista e Communication Expert con formazione giuridica, partendo da una domanda fondamentale: quanto sappiamo realmente dell’interazione tra attività umane e sistemi geologici complessi?

Dottoressa Valentina Pelliccia, l’attività umana può realmente contribuire a provocare un terremoto?

«La prima cosa da fare è utilizzare le parole con estrema precisione.

La scienza documenta fenomeni definiti di sismicità indotta o innescata, associati, in determinate circostanze, ad alcune attività antropiche.

Questo non significa affatto sostenere che l’essere umano disponga di una sorta di interruttore attraverso il quale produrre a piacimento un terremoto di una determinata magnitudo, in un determinato luogo e in un determinato momento.

Sono due concetti profondamente differenti e confonderli sarebbe scientificamente scorretto.

In particolari condizioni geologiche, alcune attività umane possono modificare pressioni, distribuzione dei fluidi o stati di stress nel sottosuolo e contribuire alla destabilizzazione di strutture geologiche già sottoposte a tensione.

La parola fondamentale, dunque, è “contribuire”.

Quando si affrontano argomenti di questa complessità, le parole non rappresentano semplicemente uno strumento di comunicazione: delimitano ciò che possiamo affermare sulla base delle evidenze disponibili.»

Quali sono le attività umane maggiormente studiate in relazione alla sismicità indotta?

 

«La letteratura scientifica internazionale ha analizzato diversi fenomeni.

Tra questi rientrano l’iniezione o l’estrazione di fluidi nel sottosuolo, alcune attività minerarie, determinati interventi connessi allo sfruttamento delle risorse geotermiche e gli effetti che possono essere associati a grandi bacini artificiali.

È però indispensabile evitare una semplificazione.

Il fatto che una determinata attività possa, in particolari circostanze, essere associata alla sismicità non consente di attribuire automaticamente a quella stessa attività qualsiasi terremoto avvenuto nelle vicinanze.

Per formulare un’ipotesi causale seria occorrono dati geologici e sismologici, analisi temporali e spaziali, conoscenza delle caratteristiche delle faglie e ricostruzione delle attività effettuate.

Una correlazione può rappresentare l’inizio di una domanda scientifica.

Non rappresenta, da sola, la dimostrazione di un rapporto di causa ed effetto.»

 

È possibile distinguere scientificamente un terremoto naturale da un evento indotto?

«È proprio questo uno degli aspetti più interessanti e complessi.

La semplice prossimità geografica o temporale tra un’attività umana e un terremoto non è sufficiente per stabilire un nesso causale.

Occorre ricostruire il contesto geologico dell’area, conoscerne la storia sismica, analizzare la profondità e la distribuzione degli eventi, individuare le strutture interessate e valutare eventuali modificazioni delle pressioni e degli stati di stress.

Bisogna procedere attraverso un metodo rigoroso: osservazione del fatto, raccolta dei dati, formulazione dell’ipotesi, verifica e possibilità di falsificazione.

Trovo particolarmente interessante che questo procedimento abbia qualcosa in comune con il metodo del buon giornalismo investigativo.

Una coincidenza può suggerire una domanda.

Non può trasformarsi automaticamente in una risposta.»

 

Perché ha scelto di approfondire proprio questo argomento?

«Perché considero estremamente interessante il rapporto tra intervento umano e sistemi complessi.

La nostra capacità tecnologica è cresciuta enormemente, ma capacità di intervento e capacità di controllo non sono necessariamente equivalenti.

Un sistema complesso è caratterizzato da numerose interazioni, retroazioni e dinamiche non lineari.

Una perturbazione può quindi produrre conseguenze che non sempre risultano immediatamente intuitive o interamente prevedibili.

Questo principio riguarda, con caratteristiche differenti, i sistemi geologici, il clima, gli ecosistemi, l’economia, le reti tecnologiche e persino le dinamiche sociali.

L’aspetto che mi interessa maggiormente è proprio questo paradosso contemporaneo: possiamo acquisire una capacità sempre maggiore di intervenire sui sistemi senza possedere necessariamente una capacità equivalente di prevederne integralmente la risposta.

Per questo il progresso scientifico deve essere accompagnato dalla conoscenza della complessità.»

La questione, quindi, non è soltanto scientifica ma anche giuridica?

«Certamente.

Quando un’attività umana è potenzialmente in grado di incidere su un sistema naturale, la questione non appartiene più esclusivamente alla fisica o alla geologia.

Entrano in gioco la prevenzione, la valutazione del rischio, la trasparenza, la responsabilità e la tutela delle popolazioni.

Entra in gioco anche il principio di precauzione, che nel diritto europeo assume una rilevanza particolare quando ci troviamo di fronte a rischi potenzialmente gravi e a situazioni caratterizzate da incertezza scientifica.

La domanda, pertanto, non dovrebbe essere soltanto: “Siamo tecnicamente in grado di farlo?”.

Dovremmo chiederci anche: “Quali conseguenze potrebbe determinare?”, “Come vengono valutati i rischi?”, “Chi esercita il controllo?”, “I dati sono accessibili?” e, soprattutto, “Quale sistema di responsabilità interviene qualora si produca un danno?”.

La capacità tecnologica, da sola, non definisce il progresso.

Il progresso richiede che alla capacità di intervenire corrisponda una capacità altrettanto evoluta di conoscere, prevenire e governare il rischio.»

 

Parlare di questi fenomeni rischia però di alimentare teorie non dimostrate. Come si evita questo pericolo?

«Attraverso il metodo.

Non credo che la soluzione alla disinformazione sia evitare le domande difficili.

Credo che la soluzione sia rispondere con dati, fonti verificabili e una distinzione estremamente chiara tra fatti accertati, ipotesi scientifiche e affermazioni prive di evidenza.

La paura nasce spesso anche dall’assenza di conoscenza e di trasparenza.

Quando l’informazione istituzionale o scientifica lascia uno spazio vuoto, quello spazio può essere occupato da interpretazioni non controllate.

Per questo ritengo che trasparenza e divulgazione scientifica siano strumenti fondamentali anche contro la disinformazione.

Non bisogna avere paura delle domande.

Bisogna avere il rigore necessario per non trasformare una domanda in una certezza prima che esistano le prove.»

Qual è, secondo lei, l’errore più grave che può commettere un giornalista quando affronta un tema scientifico così delicato?

 

«Partire dalla conclusione.

Se stabilisco in anticipo quale verità voglio dimostrare e successivamente seleziono soltanto gli elementi che la confermano, non sto più svolgendo un’indagine.

Sto cercando conferme a una convinzione preesistente.

Il procedimento corretto è esattamente l’opposto.

Formulo un’ipotesi e cerco anche gli elementi capaci di smentirla.

Ritengo fondamentale distinguere almeno quattro livelli: ciò che è dimostrato, ciò che è scientificamente plausibile, ciò che rimane oggetto di ricerca e ciò per cui, allo stato attuale, non disponiamo di prove sufficienti.

È una distinzione semplice soltanto in apparenza.

Nell’attuale ecosistema dell’informazione rappresenta uno dei principali strumenti di difesa contro la disinformazione e contro il cosiddetto confirmation bias.»

 

La tecnologia ci sta rendendo più capaci di dominare la natura?

«Preferirei utilizzare il verbo “comprendere” anziché “dominare”.

La storia della scienza dimostra quanto sia aumentata la nostra capacità di osservare, misurare e intervenire sulla realtà.

Ma proprio l’aumento della conoscenza ci dovrebbe rendere consapevoli della complessità dei sistemi sui quali interveniamo.

Possedere una tecnologia non significa necessariamente possedere il controllo assoluto delle conseguenze derivanti dal suo utilizzo.

La vera evoluzione consiste nel far crescere contemporaneamente conoscenza, responsabilità e capacità di previsione.

Altrimenti rischiamo di confondere la potenza tecnologica con il controllo scientifico.»

 

Dottoressa Valentina Pelliccia, qual è allora la domanda corretta da porsi quando si verifica un terremoto?

«Prima ancora di domandarci chi o che cosa lo abbia provocato, dovremmo chiederci che cosa siamo realmente in grado di dimostrare.

La scienza non dovrebbe essere utilizzata per alimentare paure.

Allo stesso tempo, non dovrebbe essere invocata per impedire che vengano formulate domande difficili.

La sua funzione è sottoporre quelle domande alla prova dei fatti.

È questa, a mio avviso, la differenza fondamentale tra un’intuizione, un’ipotesi e un’inchiesta.

L’intuizione genera una domanda.

L’ipotesi propone una possibile spiegazione.

L’inchiesta comincia quando raccogliamo le prove e siamo intellettualmente disposti ad accettare anche la possibilità che l’ipotesi iniziale sia sbagliata.

Davanti alla complessità della Terra, l’atteggiamento scientificamente più serio non consiste nel credere a tutto.

Ma neppure nell’escludere tutto a priori.

Consiste nel verificare.»

 

Conclusioni:

Il tema della sismicità indotta mostra quanto sia necessario mantenere separati concetti che nel dibattito pubblico vengono spesso sovrapposti: possibilità fisica, correlazione statistica, causalità dimostrata e capacità di controllo.

L’interrogativo sull’influenza delle attività umane sui fenomeni sismici non richiede sensazionalismo, ma ricerca, trasparenza e metodo.

Ed è proprio sul metodo che la riflessione della Dottoressa Valentina Pelliccia concentra l’attenzione: formulare domande anche difficili, cercare fonti verificabili, sottoporre le ipotesi a tentativi di confutazione e non presentare mai come certezza ciò che la scienza considera ancora un problema aperto.

In un’epoca nella quale tecnologia e capacità di intervento sull’ambiente avanzano rapidamente, comprendere i limiti della nostra conoscenza diventa parte integrante della conoscenza stessa.

Ringraziamo la Dottoressa Valentina Pelliccia per i suoi contributi sempre utili e interessanti.

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Politica

Sondaggio Delphi, per il 74% degli italiani il governo Meloni arriverà a fine mandato

La stabilità politica c’è (e batterà tutti i record di durata), ma i veri problemi e l’insoddisfazione degli italiani sono drammatici! È questo il verdetto spietato che emerge dall’ultimo sondaggio dell’Osservatorio Delphi (Piave e Sigma Consulting). Se per ben il 74% degli italiani intervistati il Governo di Giorgia Meloni arriverà in carrozza alla fine del suo mandato naturale nel settembre 2027 (avendo già superato il record assoluto di longevità istituzionale del governo Berlusconi II), l’allarme rosso scatta sui portafogli dei cittadini: per un catastrofico 78% degli elettori il “costo della vita” e l’inflazione sono irrimediabilmente peggiorati. E non se la passano meglio la disastrata sanità (bocciata dal 56%), la sicurezza, l’economia e il mondo del lavoro (tutti percepiti in netto e grave peggioramento dal 55%). Nelle intenzioni di voto FdI continua a dominare staccando il Partito Democratico di quasi 5 punti percentuali. Interessante la simulazione fatta sulle primarie del centrosinistra: in ogni scenario e in ogni simulazione possibile (a due o a sei candidati), l’ex premier Giuseppe Conte batterebbe sempre nettamente Elly Schlein nei gazebo! E spunta un inaspettato “outsider” nei consensi. Leggi i numeri e le percentuali esatte nel nostro articolo completo 👇

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Governo Meloni

Roma – Il panorama politico nazionale continua a essere un crogiolo incandescente di forti contraddizioni sociali e di percezioni pubbliche diametralmente opposte, dove la granitica e sbandierata stabilità dei palazzi governativi si scontra frontalmente e quotidianamente con la pesantissima insoddisfazione e la reale sofferenza economica vissuta nelle piazze dai cittadini. Questo affascinante e complesso paradosso istituzionale emerge in maniera limpida e cristallina dalle ultimissime rilevazioni statistiche diffuse in queste ore.
La stragrande e assoluta maggioranza dei cittadini italiani (addirittura ben tre intervistati su quattro) ritiene infatti con assoluta certezza che l’attuale Governo a guida Giorgia Meloni riuscirà abilmente a superare tutte le tempeste interne e arriverà trionfalmente e senza grossi scossoni al termine naturale della legislatura in corso (la cui scadenza fisiologica è attualmente e costituzionalmente prevista per il lontano settembre 2027). Per l’esattezza, un massiccio 74% degli intervistati totali considera “molto probabile” o quantomeno “abbastanza probabile” che l’esecutivo di centrodestra riesca a restare saldamente in carica fino all’ultima campanella, mentre soltanto un misero e sognante 15% degli elettori crede fermamente e spera che il governo imploderà e cadrà rovinosamente prima del tempo. Sono questi i freddi ma inequivocabili dati macroscopici e principali rilevati dall’attesissimo Osservatorio Delphi. Si tratta di un modernissimo e autorevole monitoraggio demoscopico continuativo e analitico, promosso dalla rinomata agenzia Piave di Bologna (fortemente specializzata in comunicazione politica e in complesse strategie di public affairs data-driven) in stretta e virtuosa collaborazione statistica con l’autorevole istituto di ricerca Sigma Consulting (membro corporate ESOMAR). L’ambizioso obiettivo di questa capillare rilevazione è proprio quello di tastare accuratamente il polso al Paese e analizzare la reale e profonda evoluzione delle fluttuanti opinioni e delle percezioni degli elettori italiani sui principali e scottanti temi politici, sociali ed economici del momento.

Stabilità da record ma gli italiani bocciano caro vita, sanità e sicurezza

La sbandierata percezione di solidità di questo esecutivo affonda le sue profonde radici nella storia recente della nostra turbolenta e ballerina Repubblica, ma si scontra però duramente con i tremendi problemi della vita reale e del portafoglio degli italiani.
Proprio all’inizio del mese, per l’esattezza lo scorso 4 settembre 2026, il Governo Meloni ha ufficialmente superato in longevità istituzionale persino il leggendario e duraturo esecutivo Berlusconi II, diventando di fatto e numericamente il governo in carica ininterrottamente più longevo dell’intera, instabile storia repubblicana del nostro Paese. Un traguardo politico assolutamente prestigioso e innegabile, che la stessa orgogliosa Presidente del Consiglio ha rivendicato più volte con forza a favore di telecamere in termini di “blindata stabilità nazionale”. Eppure, al di là del mero record burocratico raggiunto a Palazzo Chigi, il sondaggio Delphi misura un’imponente ondata di pessimismo: la rosea previsione sulla lunga durata dell’esecutivo non coincide minimamente con una valutazione altrettanto e altrettanto positiva dei risultati ottenuti e di quanto è realmente accaduto nell’economia dall’insediamento del Governo Meloni a oggi. L’Osservatorio ha coraggiosamente chiesto agli 800 intervistati se la situazione materiale in Italia sia effettivamente migliorata o drasticamente peggiorata in dieci ambiti sociali ben precisi. Il dato più feroce, disastroso e netto in assoluto (che deve far suonare un pesantissimo campanello d’allarme al MEF) riguarda il drammatico “costo della vita”: per un catastrofico 78% degli italiani l’inflazione e il carrello della spesa sono rovinosamente peggiorati, il 16% non rileva grandi o percettibili cambiamenti, mentre appena uno sparutissimo e microscopico 3% della popolazione ritiene che la situazione sia miracolosamente migliorata. La bocciatura senza appello non risparmia gli altri servizi pubblici essenziali: anche sulla delicatissima e vitale sanità prevale nettamente il giustificato e rabbioso giudizio negativo, con ben il 56% degli interpellati che parla di un tangibile e pericoloso peggioramento delle corsie. Seguono a ruota le paure irrazionali e fondate su sicurezza urbana, l’ansia per la stagnante economia e il precario mondo del lavoro (entrambe le voci accomunate da un preoccupante 55% di netta insoddisfazione), e infine il pantano della giustizia, percepita come peggiorata dal 54% degli elettori. Per la difficilissima e irrisolta tematica dell’immigrazione clandestina, il dato dei giudizi fortemente negativi si attesta su un rotondo 50%, la stessa identica percentuale incassata per le incerte mosse di politica estera (50%). L’amministrazione dell’ambiente si ferma invece a un 47% di giudizi contrari. Decisamente più contenuta e clemente la percentuale statistica di chi rileva un peggioramento tangibile per quanto concerne la scuola pubblica e l’istruzione generale (ferma al 44%), e soprattutto per la promozione della cultura e dell’arte statale (al 41%). In questi ultimi due rari casi esaminati, cresce invece vertiginosamente la quota grigia di chi considera la situazione italiana come rimasta “sostanzialmente e noiosamente invariata” rispetto al passato: il 40% per la scuola e il 44% per la cultura.

Intenzioni di voto: FdI sempre in testa, PD a rincorrere. Sorpresa Futuro Nazionale

Spostando audacemente la lente d’ingrandimento prettamente sulle volatili e umorali intenzioni di voto degli italiani in caso di elezioni politiche anticipate, il sondaggio nazionale fotografa minuziosamente un panorama partitico estremamente statico e frammentato, in cui le posizioni di testa rimangono pressoché inalterate, ma emergono interessanti novità e smottamenti nelle retrovie delle compagini.
L’Osservatorio indaga a fondo sulle intenzioni, rilevando matematicamente che il partito della premier, Fratelli d’Italia (FdI), continua a guardare tutti dall’alto e si attesta saldamente come prima forza indiscussa del Paese con il 25,8% dei consensi, piazzandosi comodamente e a distanza di assoluta sicurezza davanti al Partito Democratico (Pd), la principale e arrabbiata forza di opposizione che rincorre faticosamente ferma al 20,9%. Arranca, in terza posizione assoluta e ben distaccato dai dem, il Movimento 5 Stelle (M5S), che non va oltre un modesto 12,7% su base nazionale. La vera e propria, clamorosa e dirompente novità all’interno del centrodestra e nel panorama parlamentare italiano è rappresentata però indubbiamente dall’ingresso in scena della compagine politica di Futuro Nazionale, che secondo le interviste viene rilevata dagli analisti già in partenza a un lusinghiero e pesante 8,1% delle intenzioni, surclassando e superando persino lo storico partito forzista fondato dal Cavaliere: Forza Italia segue infatti in affanno attestandosi al 7,3%. Nelle posizioni inferiori la battaglia si fa accesissima per la sopravvivenza percentuale: l’Alleanza Verdi e Sinistra (AVS) si mantiene su un vitale 6,1%, riuscendo a battere per un soffio la Lega di Salvini, che sprofonda mestamente al 5,9%. Le formazioni cosiddette centriste e “terzopoliste” non se la passano affatto bene: Azione racimola un modesto 3,8%, Italia Viva scivola a un quasi irrilevante 2,5%, l’anima radicale di +Europa si ferma all’1,5% e il piccolissimo cartello di Noi Moderati chiude desolatamente le fila all’1,1%. Tutte le rimanenti e sconosciute “altre liste” locali e nazionali raccolgono fisiologicamente, e complessivamente, un modesto 4,3%.

Il rebus primarie: Conte batte sempre Schlein, l’outsider è Hallissey

L’ultimo, succulento e interessantissimo blocco di quesiti della rilevazione demoscopica (realizzata rigorosamente tramite metodo telematico CAWI dal 14 al 18 settembre 2026 su un validissimo campione incrociato di 800 casi) indaga a fondo sulle dolenti note dell’opposizione.
Altro tema di fortissimo, enorme e giornalistico interesse è, infatti, quello relativo ai sempre più misteriosi e nebulosi possibili scenari per le future e agognate “primarie” di coalizione del centrosinistra allargato. Soltanto di recente, proprio sul palco della calda Festa dell’Unità di Reggio Emilia, la segretaria dem Elly Schlein aveva coraggiosamente e pubblicamente aperto uno spiraglio alla concreta possibilità di indire e organizzare delle vere e proprie primarie popolari di coalizione. La leader aveva però posto come conditio sine qua non la necessità assoluta di accelerare prima faticosamente sulla costruzione granitica di un programma politico comune e credibile da presentare agli italiani, mentre l’ex premier grillino Giuseppe Conte continua invece ostinatamente a considerare la conta popolare ai gazebo come uno dei primissimi passaggi necessari e assolutamente decisivi per poter giungere in tempi brevi alla scelta della leadership unica.
Per testare il polso degli elettori “progressisti”, l’autorevole Osservatorio Delphi ha simulato politicamente e testato matematicamente ben tre differenti e ardue ipotesi di primarie immaginarie, modificando via via astutamente il numero totale e i vari nomi dei candidati in lizza. Il responso delle urne telematiche, però, è stato sorprendentemente univoco e inappellabile in ogni singola occasione testata: in tutte e tre le asperrime simulazioni condotte, infatti, il giurista Giuseppe Conte precede sempre nettamente la dem Elly Schlein nei favori degli elettori. I numeri sono spietati: Conte trionferebbe con il 46% contro il 37% della sfidante se si andasse a votare in un’ipotetica e caotica sfida allargata composta da ben sei candidati differenti; vincerebbe ancora facilmente con il 42% contro il 32% nell’affascinante ipotesi politica che comprenderebbe anche la scesa in campo femminile di Silvia Salis; e, infine, trionferebbe di misura (ma comunque vincendo) con uno sperato 53% contro un ragguardevole 47% nel classico, diretto e brutale scontro “testa a testa” tra i due unici massimi leader in solitaria. Infine, un ultimo e non trascurabile dato statistico fornito e scovato dai sondaggisti riguarda prepotentemente le nuove leve e i giovani volti della politica: è da notare vivamente, infatti, l’assoluta, ottima e spumeggiante performance personale registrata alle urne dal giovanissimo outsider Matteo Hallissey, fresco e battagliero presidente del partito di +Europa e dei Radicali Italiani. Proprio nella difficile ipotesi di dover sostenere e affrontare delle primarie allargate e “affollatissime” composte con ben sei grossi e illustri nomi nazionali sul tabellone, l’emergente Hallissey riuscirebbe comunque a sbaragliare parte della vecchia guardia, rastrellando e guadagnando sorprendentemente un solido e utilissimo 4% di consensi personali.

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