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Attualità

Legittima difesa, “in medio NON stat virtus”

Se ci scappa il morto, con la legge attualmente in vigore approvata quando Salvini era ministro degli Interni, a pagare il prezzo più alto e’ solo chi non delinque. La Politica scelga: o se ne occupa lo Stato in toto, o lascia liberi i cittadini di difendersi con le armi senza rischiare l’incriminazione per omicidio

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Monica Macchioni

Se ci scappa il morto, con la legge attualmente in vigore approvata quando Salvini era ministro degli Interni, a pagare il prezzo più alto e’ solo chi non delinque. La Politica scelga: o se ne occupa lo Stato in toto, o lascia liberi i cittadini di difendersi con le armi senza rischiare l’incriminazione per omicidio

Redazione-  Delle due l’una. O si vieta l’uso delle armi ai privati cittadini sempre e comunque e non esiste che le possano usare nemmeno per legittima difesa, oppure si consente a tutti di potersi difendere derubricando il reato di omicidio anche nel caso di una sparatoria con morto avvenuta in seguito ad una effrazione dei ladri o di altri malviventi. L’attuale legge in vigore è’ uno specchietto per le allodole. Peraltro il centrodestra non può nemmeno lamentarsi con la sinistra perché e’ stata approvata quando Salvini era ministro dell’Interno. Il problema di questa legge e’ che in teoria prevede la legittima difesa, in pratica, come dimostrano anche i recenti casi di cronaca, non la consente. E allora evitiamo di creare falsi miti, di alimentare false speranze, o che alcuni partiti possano far sciacallaggio alla ricerca di qualche consenso elettorale in più. Prendiamo ad esempio l’ultimo caso di cronaca nel quale la persona vittima di un’effrazione per mano di 5 malviventi, spara per difendersi e ne ammazza uno. Secondo l’attuale norma, l’arma non avrebbe potuto trovarsi lì, ma avrebbe dovuto essere custodita nel luogo di residenza, in una apposita teca chiusa a chiave. Mi si spieghi allora, come un privato cittadino possa difendersi in maniera proporzionale al pericolo detenendo un fucile o una pistola chiusa a chiave in una teca o in armadio blindato. E poi: chi stabilisce la soglia reale del pericolo? Come si fa a prevederlo? E cosa dovrebbe fare il cittadino modello? Quando entrano 5 malviventi, anziché reagire d’impeto e in velocità, consapevole del fatto che chi mena per primo mena due volte, e che lui non è un professionista e che parte svantaggiato anche perché viene colto di sorpresa, gli dovrebbe invece domandare che intenzioni abbiano nei suoi confronti? E nel caso che gli venisse anche risposto: vogliamo ucciderti. Che fa? Chiede una pausa come sul ring, adducendo la motivazione che deve tornare al proprio luogo di residenza per prendere l’arma? E come la trasporta se non ha l’autorizzazione? Suvvia! Siamo oltre il ridicolo! Il bivio e’ molto chiaro.
O la Politica decide che ad occuparsi della sicurezza possa essere solo ed esclusivamente lo Stato senza eccezione – e allora però deve trovare anche le risorse economiche per mettere una pattuglia in strada per ogni rione di ogni quartiere, e non so a quanto ammonterebbe la spesa pubblica per questa operazione, oppure prende atto della crescente insicurezza dovuta a molteplici fattori fra cui la difficoltà ad integrarsi per gli stranieri, la crescente povertà generale nel Paese, l’assenza ormai di una classe media che faccia da cuscinetto, etc etc – ammette che il re e’ nudo, e consente di utilizzare armi regolamentate acquistate e registrate, previo corso di tiro al poligono e regolare patentino. A quel punto chi entra in una proprietà privata, o in un negozio, siano essi sorvegliati e custoditi da personale delle ditte di sicurezza o dal privato cittadino che ne è proprietario o dal dipendente che lavora lì, sa che lo fa a proprio rischio e pericolo. Chi delinque, deve sapere preventivamente che rischia la vita, come se si trattasse di un incidente sul lavoro. D’altra parte nel caso di Roggero i giudici hanno riconosciuto un indennizzo complessivo di quasi 800 mila euro per le famiglie dei due rapinatori uccisi, segno evidente che viene riconosciuto nei fatti il mestiere di svaligiatore di orafi e gioiellieri. Basti pensare che per altre vittime innocenti e’ stata riconosciuta dalla giustizia alla famiglia una cifra simbolica di appena 10.000 euro di indennizzo per ogni morto. Forse la vita di un rapinatore vale più di quella di un operaio metalmeccanico, di un muratore che cade dal tetto di una casa, o di un manutentore di rotaie?
E’ evidente che questa legge solleva interrogativi morali di difficile soluzione, ma soprattuto lascia il cittadino solo e spaventato, vittima per ben due volte di soprusi: la prima per mezzo di chi ne viola, per gli scopi più diversi, l’abitazione o il luogo di lavoro; la seconda per mezzo dello Stato che non lo tutela quando viene accusato di tentato omicidio o di omicidio se per caso nella reazione anche emotiva dovuta al pericolo ci scappa il morto. Se invece avviene che e’ il rapinatore a sparare e muore il privato cittadino e il rapinatore riesce a scappare, non vi è conseguenza alcuna. E chi pensa alle famiglie che rimangono orfane non solo degli affetti più cari, ma magari anche di chi portava avanti economicamente quel nucleo? Questa cosa e’ moralmente inaccettabile. E soprattutto genera un senso di impunità tale per cui chi va a rubare in una casa, presso un gioielliere, presso una tenuta, una tabaccheria, o un bar, sa di essere tutelato dallo Stato in caso di incidente o di morte provocata dalla reazione del cittadino disperato ed esasperato per i continui attacchi da cui non può difendersi.
Chi delinque deve invece sapere che, nel momento in cui varca la soglia di una qualsiasi proprietà privata, può rimanere vittima tanto della bastonata di un allevatore che difende la propria stalla, quanto del morso di un cane da guardia e di finire in ospedale, o di un proiettile e finire al cimitero.
Senza che venga aperto alcun fascicolo per omicidio o violenza o eccesso di legittima difesa. E questo risolverebbe anche il problema dei dipendenti delle ditte di sicurezza privata che molto spesso si trovano di fronte al dilemma se fare per davvero il proprio lavoro fino in fondo o se far finta di non vedere i ladri ed evitare così processi certi e magari il carcere per poco più di mille euro al mese.

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Politica

Rinascimento Nazionale rompe con Vannacci: “Siamo autonomi, non siamo sezioni di partito”

Continua il terremoto nella galassia della destra che orbita (o orbitava) attorno al Generale Vannacci! Dopo le roventi polemiche scoppiate in Liguria per le “sovrapposizioni” tra Futuro Nazionale e i neonati circoli culturali del Centro Studi Rinascimento Nazionale, il presidente Luca Sforzini rompe gli indugi e taglia i ponti gerarchici: “Non siamo le sezioni di un partito e non dipendiamo da Futuro Nazionale. Le due organizzazioni restano distinte”. Il Centro Studi accelera i tempi e annuncia per il 16 ottobre a Napoli la presentazione ufficiale della propria rete indipendente. L’obiettivo? Slegarsi dai partiti per creare un vero “think tank” che elabori le idee per una destra moderna e liberale, capace di affrontare i problemi del futuro (energia, intelligenza artificiale, sicurezza) senza rimanere ancorata alle nostalgie del Novecento. Leggi tutti i retroscena politici nel nostro ultimo articolo 👇

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Sforzini

Castello Sforzini (Alessandria) – Lo scacchiere politico della nascente e frastagliata destra extraparlamentare italiana continua a essere scosso da profondi assestamenti, polemiche roventi e improvvisi cambi di rotta. Dopo i recenti e clamorosi screzi burocratici e ideologici, la separazione consensuale ma non priva di attriti tra la galassia che fa capo al Generale Roberto Vannacci (riunita sotto l’insegna di Futuro Nazionale) e l’anima più intellettuale del movimento sembra essere ormai un dato di fatto irreversibile.
Ad accelerare bruscamente questo inesorabile processo di allontanamento è stato il Centro Studi Rinascimento Nazionale, l’organizzazione culturale presieduta da Luca Sforzini, che ha deciso di scendere in campo in prima persona per rivendicare con orgoglio e senza mezzi termini la propria assoluta, totale e incrollabile indipendenza strutturale. L’occasione per mettere in chiaro le gerarchie (o meglio, l’assenza di esse) è scaturita dalle recentissime e infuocate polemiche divampate a Genova, dove in Liguria si era venuta a creare una fastidiosa e imbarazzante presunta “sovrapposizione” mediatica tra le strutture territoriali dei comitati di Futuro Nazionale e i neonati Circoli culturali appartenenti al Centro Studi. Di fronte a questo caos organizzativo, che rischiava di generare una pericolosissima confusione nella testa di militanti, simpatizzanti ed elettori, Sforzini ha deciso di premere il piede sull’acceleratore, annunciando una fitta e imminente campagna di presentazioni pubbliche della propria rete su scala nazionale, per ribadire la propria autonomia politica e finanziaria.

La presentazione di Napoli: il via ufficiale ai Circoli territoriali

Il punto di partenza ufficiale per questa imponente “marcia” di posizionamento sul territorio italiano sarà il capoluogo campano. Il prossimo venerdì 16 ottobre, con inizio previsto per le ore 15.30, la città di Napoli ospiterà infatti una grande conferenza stampa dedicata alla presentazione pubblica del Circolo della Campania del Centro Studi Rinascimento Nazionale.
Come tengono a precisare con estrema pignoleria i vertici dell’associazione, non si tratterà del semplice e retorico annuncio della “nascita” di una nuova cellula, bensì della presentazione ufficiale di una macchina che è già perfettamente operativa e oliata da tempo. Durante l’atteso evento partenopeo verranno svelati pubblicamente i nomi dei responsabili territoriali, verranno illustrati nel dettaglio i complessi capisaldi organizzativi e le modalità di funzionamento interno, e verranno soprattutto lanciate le prime, incisive attività pubbliche destinate a smuovere il dibattito cittadino. «Attenzione però, la Campania non rappresenta affatto un episodio isolato o fine a se stesso», ha dichiarato con soddisfazione Luca Sforzini. «La verità è che i Circoli territoriali del Centro Studi sono già pronti, schierati e operativi in tutta Italia. Regione dopo regione, si presenteranno pubblicamente ai cittadini attraverso apposite conferenze stampa, rendendo noti i propri referenti e dando contestualmente il definitivo avvio alle attività politiche e culturali sul proprio territorio di competenza».

Autonomia totale da Futuro Nazionale: “Le organizzazioni restano distinte”

Ma il vero nodo politico della questione, come accennato in apertura, resta il delicatissimo (e ormai logoro) rapporto di collaborazione con il movimento Futuro Nazionale, da cui Rinascimento intende smarcarsi in maniera netta ed elegante.
«Quanto accaduto recentemente in Liguria ci offre l’occasione d’oro per poter spiegare con ancora maggiore chiarezza e trasparenza la vera natura della nostra organizzazione agli occhi dell’opinione pubblica», ha continuato senza peli sulla lingua il presidente Sforzini. «Voglio che sia chiaro a tutti: i Circoli di Rinascimento Nazionale appartengono in via esclusiva ed escludente al Centro Studi Rinascimento Nazionale. Non siamo e non saremo mai dei comitati elettorali di Futuro Nazionale, non siamo semplici e ubbidienti sezioni di partito, non siamo strutture ombra o parallele di altre organizzazioni politiche e, soprattutto, non dipendiamo gerarchicamente da alcun soggetto politico esterno. È assolutamente vero, in passato il Centro Studi ha collaborato attivamente con Futuro Nazionale, e per un lungo e proficuo periodo ne è stato a tutti gli effetti il think tank di riferimento per l’elaborazione delle idee. Tuttavia, in quel periodo abbiamo sempre e comunque mantenuto una nostra piena, inattaccabile e totale autonomia statutaria, organizzativa, logistica, economica e finanziaria. Che singole persone o iscritti possano contemporaneamente appartenere a un partito e partecipare in totale libertà alle attività culturali di un centro studi non determina, e non determinerà mai, alcuna sovrapposizione formale tra le due organizzazioni. Le appartenenze individuali restano tali, ma le organizzazioni restano rigidamente distinte. Questo concetto valeva ieri, vale oggi e varrà naturalmente anche per tutti i Circoli che presenteremo nei prossimi mesi».

Una nuova destra per il XXI secolo: “Basta con le nostalgie del Novecento”

L’affondo finale di Luca Sforzini non è rivolto soltanto agli ex alleati e compagni di viaggio, ma traccia le coordinate ideologiche precise di quello che vuole essere il vero e ambizioso obiettivo del suo think tank: svecchiare e rivoluzionare il polveroso panorama del conservatorismo italiano.
«Rinascimento Nazionale non è un circoletto chiuso, ma vuole essere un grande e accogliente luogo di aggregazione nel quale possano incontrarsi liberamente persone provenienti da esperienze politiche, professionali e culturali profondamente diverse tra loro», ha concluso Sforzini. L’identikit programmatico tracciato dal Centro Studi è quello di un’officina del pensiero dedicata alla creazione di una proposta politica per una vera e moderna “destra del XXI secolo”. Una destra che si definisce fieramente nazionale ma allo stesso tempo intrinsecamente liberale, convintamente occidentale, favorevole a uno Stato forte nel garantire le sue funzioni essenziali, ma diametralmente e ferocemente contraria al concetto opprimente di “Stato etico”. Le vere sfide che i Circoli intendono affrontare sui territori non riguardano le vecchie battaglie ideologiche, ma i problemi reali e impellenti della società contemporanea: sicurezza urbana, gestione severa dell’immigrazione, contrasto al progressivo impoverimento della classe media, valorizzazione ferrea del merito, indipendenza ed energia, e la titanica sfida lanciata dalle nuove tecnologie e dall’Intelligenza Artificiale. «Vogliamo affrontare le enormi e rapide trasformazioni dell’Occidente guardando avanti, senza passare il nostro tempo a cercare continuamente le risposte ai problemi del futuro scavando nelle ideologie o nelle tristi nostalgie del Novecento. Noi partiamo da Napoli, ma la nostra rete culturale e politica è già in marcia».

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Attualità

La tragedia del Raganello e il destino della Bella Civita: il confine tra natura e responsabilità

Una tragedia non può cancellare la storia millenaria di un’intera comunità. A Civita (borgo simbolo della cultura arbëreshe in Calabria), la memoria delle 10 vittime travolte dalla piena del Raganello nel 2018 resta una ferita aperta e sanguinante. Ma il recente sviluppo giudiziario, con la condanna in primo grado a 4 anni per il sindaco Alessandro Tocci, solleva pesanti interrogativi morali e istituzionali: può un primo cittadino essere ritenuto penalmente responsabile dell’imprevedibile furia della natura? Tocci farà appello, ricordando che un sindaco “non può comandare alle nuvole o fermare le montagne”, e che la sicurezza di un territorio così selvaggio deve essere una responsabilità condivisa tra Regione, Parco e Protezione Civile, non il capro espiatorio di un solo uomo. Nel nostro ultimo, toccante approfondimento, un viaggio tra le aule di tribunale e il cuore de “La Bella Civita”, che rivendica il diritto di essere conosciuta per la sua cultura e non solo per la cronaca nera 👇

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Artur Nura

Civita (Cosenza) – Alcuni luoghi della nostra penisola possiedono un’anima talmente antica, complessa e stratificata che risulta impossibile raccontarli limitandosi a scattare una semplice e fugace fotografia. Civita è senza ombra di dubbio uno di questi luoghi magici. Come sottolinea magistralmente il giornalista Artur Nura in una sua profonda riflessione dedicata al territorio, per comprendere davvero questa realtà bisogna avere il coraggio e la pazienza di attraversarla lentamente, camminando per i suoi vicoli stretti; bisogna fermarsi ad ascoltare la musicalità della sua lingua, osservare l’architettura fiera delle sue case e immergersi con rispetto nelle sue radicate tradizioni.
Bisogna alzare lo sguardo verso le montagne imponenti e il paesaggio mozzafiato che la circonda, spingersi fino alle gole vertiginose del torrente Raganello e capire finalmente perché, da tantissimi decenni, questo piccolissimo e orgoglioso borgo arbëresh sia diventato una destinazione turistica e culturale conosciuta ben al di fuori dei confini regionali della Calabria. Come scrive Nura, Civita potrebbe e dovrebbe essere chiamata, senza alcun timore di esagerare, “La Bella Civita”. Bella ed elegante esattamente come una fiera donna arbëreshe vestita a festa, avvolta negli abiti tradizionali tramandati religiosamente attraverso innumerevoli generazioni. Un abito intessuto di ricami, colori accesi, ornamenti preziosi e tessuti nobili, nel quale ogni singolo e minuscolo particolare racconta, in silenzio, un pezzo della storia millenaria di una comunità coesa. La lingua racconta le origini oltre l’Adriatico, gli abiti custodiscono la memoria, le tradizioni forgiano l’identità e il selvaggio Raganello ricorda a tutti la forza, la maestosità e l’intrinseca imprevedibilità della natura.

Il dolore inestinguibile del 2018 e le domande della giustizia

Purtroppo, nella lunga storia di questa comunità, c’è una data scolpita nella pietra che nessuno a Civita potrà mai più dimenticare: il 20 agosto del 2018. Quel drammatico giorno di fine estate, una piena improvvisa, violenta e devastante all’interno delle Gole del Raganello travolse senza pietà alcuni gruppi di escursionisti ignari del pericolo. Dieci persone innocenti persero tragicamente la vita, mentre molte altre rimasero gravemente ferite, segnate per sempre nel corpo e nello spirito.
Qualsiasi riflessione pubblica, giornalistica o giuridica su quella spaventosa vicenda non può e non deve assolutamente prescindere dal massimo e sacro rispetto per il dolore infinito delle vittime e delle loro famiglie distrutte. È questo l’assunto di base, il punto di partenza irrinunciabile di ogni ragionamento civile. Tuttavia, proprio perché il dolore generato dalla tragedia è immenso, anche la delicatissima e complessa ricerca delle responsabilità deve essere condotta in modo chirurgico e rigorosissimo. In uno Stato di Diritto, un dramma naturale, per quanto apocalittico, non può e non deve trasformarsi automaticamente, per un banale sillogismo emotivo, in una responsabilità penale certa e predefinita. Per far sì che una responsabilità penale esista realmente, occorre stabilire con esattezza matematica quali fossero gli obblighi formali di una persona, se tali obblighi siano stati colpevolmente violati e, soprattutto, se tale presunta violazione abbia avuto un rapporto causale diretto e concreto con l’evento nefasto. Ed è esattamente questo l’impervio terreno processuale sul quale si sta confrontando la dolorosa vicenda giudiziaria che vede coinvolto il sindaco di Civita, Alessandro Tocci.

Un sindaco può fermare la montagna? I dubbi sulla condanna

Il nocciolo della questione giudiziaria, infatti, impone una lucida distinzione. A nessuno verrebbe mai in mente di domandarsi se Tocci abbia materialmente “provocato” la piena, essendo questa un evento generato in via esclusiva dalle dinamiche atmosferiche e naturali.
I quesiti che albergano nelle aule di tribunale sono ben altri: il primo cittadino aveva il reale e formale dovere, ma soprattutto la concreta possibilità operativa e strumentale, di impedire fisicamente l’accesso alle Gole sulla base delle specifiche e limitate informazioni meteorologiche disponibili in quelle precise ore? Il pericolo sceso dalla montagna era prevedibile in misura tale da rendere assolutamente obbligatorio un suo intervento preventivo? E ancora: se anche quell’intervento amministrativo fosse stato tempestivamente adottato, le morti repentine si sarebbero potute oggettivamente evitare? Lo scorso 22 maggio 2026, il Tribunale di Castrovillari ha emesso la sua sentenza di primo grado, condannando Alessandro Tocci a quattro anni e un mese di reclusione per omicidio colposo plurimo e omissione di atti d’ufficio (a fronte di una pesantissima richiesta di nove anni avanzata dalla Procura). I colleghi sindaci dei comuni limitrofi imputati nello stesso procedimento, invece, sono stati assolti. La sentenza a carico di Tocci, tuttavia, non è definitiva. Il sindaco ha già annunciato la ferma volontà di proseguire la sua battaglia di verità attraverso il ricorso in appello e, se necessario, spingendosi fino al giudizio della Corte di Cassazione. Esiste una condanna di primo grado, è vero, ma non si può oggi parlare di una responsabilità penalmente e definitivamente accertata con forza di giudicato. Un sindaco ha certamente enormi doveri di Protezione Civile, ma non possiede i poteri divini per controllare una montagna, arrestare la furia di un torrente in piena o comandare alle nuvole di non piovere.

La sicurezza condivisa: il turismo non è nemico della bellezza

Difendere il buon nome e la dignità di Civita non significa in alcun modo sminuire o negare l’assoluta e primaria necessità di garantire la massima sicurezza a chi frequenta il territorio. Al contrario, il dramma del Raganello deve servire da monito per il futuro.
La vera, grande e ambiziosa sfida dei prossimi decenni dovrebbe essere proprio quella di riuscire a far convivere armoniosamente l’incredibile spinta del turismo escursionistico con le più rigide misure di sicurezza, bilanciando l’accessibilità dei luoghi con una prevenzione capillare e l’indispensabile tutela della vita umana. Le affascinanti Gole del Raganello rappresentano un patrimonio naturalistico straordinario, e proprio in virtù di questa loro selvaggia particolarità devono essere studiate, capite, profondamente rispettate e gestite con la massima attenzione istituzionale. Ma l’incolumità di un territorio naturale di tale vastità e complessità morfologica non può mai essere scaricata cinicamente sulle spalle di un solo uomo o di un singolo ente locale. Richiede una sinergia assoluta e un’incessante collaborazione tecnica e finanziaria tra i vari Comuni, la Regione Calabria, la Protezione Civile nazionale, le autorità del Parco Nazionale, i numerosi operatori turistici, le guide ambientali, le associazioni di volontariato e gli stessi cittadini residenti.

Oltre il dramma: il rilancio della cultura arbëreshe

La giustizia ordinaria, giustamente e doverosamente, continuerà il suo lungo e articolato percorso nelle sedi competenti. La verità storica e fattuale dovrà essere cercata minuziosamente negli atti, nelle carte, nelle perizie tecniche e nelle prove testimoniali, così come le eventuali e colpose responsabilità amministrative dovranno essere accertate senza alcun dubbio in maniera definitiva.
Ma, al netto della cronaca giudiziaria, Civita continuerà a essere, oggi e sempre, Civita. Una comunità piccola nei numeri, ma portatrice sana di una grandissima e gloriosa storia. Una fiera comunità arbëreshe che reclama ad alta voce il sacrosanto diritto di essere conosciuta nel mondo non soltanto per ciò che è purtroppo accaduto in un drammatico e piovoso giorno di fine agosto, ma anche e soprattutto per tutto l’immenso bagaglio culturale che è stata nel passato, che è nel presente e che può ancora essere nel futuro. Si può rispettare il dolore delle vittime e, al contempo, amare la propria terra. “La Bella Civita” non è soltanto una romantica e nostalgica immagine poetica. È il modo più alto e nobile per ricordare a tutti che dietro il freddo fascicolo di una vicenda giudiziaria esiste una comunità viva, che pulsa e respira; e che dietro a quella comunità esiste un inestimabile patrimonio umano che appartiene alla storia di tutti noi.

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Esteri

Elezioni in Marocco, l’ombra del grande esodo: “Andiamo in Spagna, lì i confini non esistono”

Il Marocco si prepara ad andare alle urne, ma i giovani disertano i seggi e puntano dritti verso i confini europei! Domani 16 milioni di elettori marocchini sono chiamati a votare, eppure sui social network è scattato un tam-tam clamoroso: un appello virale invita la popolazione giovanile ad assaltare in massa la frontiera spagnola di Ceuta proprio nel giorno delle elezioni! Un paradosso che fotografa il totale fallimento del regno: nonostante la costruzione di stadi per i Mondiali del 2030 e di nuove autostrade, la disoccupazione giovanile è alle stelle e solo il 4% dei votanti iscritti ha meno di 24 anni. E mentre i 27 partiti marocchini in corsa promettono miracoli economici e stipendi che non arriveranno mai, dall’altra parte del Mediterraneo c’è la Spagna socialista del premier Pedro Sánchez. Per il governo spagnolo di sinistra le frontiere sono solo un “concetto imbarazzante”: i migranti sanno benissimo di essere attesi a braccia aperte. Leggi l’approfondimento geopolitico nel nostro nuovo articolo 👇

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Migranti marocchini, Ceuta

Rabat (Marocco) – Mentre il regno nordafricano si prepara ad affrontare un appuntamento elettorale cruciale per gli equilibri del Paese, un paradosso dalle proporzioni colossali, quasi troppo perfetto per essere stato pianificato minuziosamente a tavolino, sta letteralmente svuotando di senso le imminenti e attesissime legislative marocchine. Domani, infatti, la nazione andrà al voto per decidere il proprio assetto di potere interno: circa sedici milioni di elettori iscritti nei registri statali sono ufficialmente chiamati alle urne per rinnovare i 395 deputati che comporranno la nuova Camera dei Rappresentanti.
Eppure, una fetta immensa, disillusa e disperata di giovani marocchini ha già deciso in quale “seggio” recarsi a depositare la propria scheda bianca: l’enclave spagnola di Ceuta. In queste ore frenetiche, sui principali social network e sulle chat criptate del Paese, sta circolando un tam-tam incessante, un appello virale che invita migliaia di disperati a tentare il pericolosissimo attraversamento della militarizzata frontiera iberica proprio nel giorno esatto in cui i politici locali chiedono il voto. Si tratta di una dicotomia drammatica e impietosa per la monarchia e per l’establishment: da una parte le urne blindate e le vane promesse, dall’altra il confine europeo di terra. Da un lato ben ventisette fazioni e partiti politici che promettono miracoli economici, la fine del precariato, l’aumento dei salari e la ritrovata dignità sociale; dall’altra parte, un’intera e rabbiosa generazione che sembra aver eletto un programma politico e di vita infinitamente più sintetico e disilluso: andarsene il più lontano possibile.

Il paradosso anagrafico: quando Ceuta sconfigge la scheda elettorale

Questa fotografia sociale, incredibilmente impietosa per il governo centrale di Rabat, nasconde una profonda spaccatura generazionale che le istituzioni fingono goffamente di ignorare. Il dato più sconcertante e politicamente interessante dell’intera tornata elettorale, infatti, non riguarda minimamente le percentuali di chi vincerà e prenderà il potere, bensì il clamoroso e totale astensionismo fisiologico di chi non ha alcuna intenzione di partecipare alla farsa.
Scartabellando tra le infinite liste degli iscritti al voto, emerge un dato che suona come una campana a morto per la democrazia marocchina: soltanto il misero 4 per cento degli aventi diritto al voto appartiene alla vitale fascia d’età compresa tra i 18 e i 24 anni. E le ragioni di questo gelido boicottaggio istituzionale non sono affatto difficili da comprendere. Negli ultimi anni il Marocco è cresciuto a ritmi sostenuti dal punto di vista macroeconomico, costruendo mastodontici porti commerciali, infinite lingue d’asfalto per le nuove autostrade, modernissimi aeroporti internazionali e stadi all’avanguardia in vista del prestigioso e ricchissimo traguardo dei Mondiali di Calcio del 2030. Eppure, questa scintillante e decantata “modernizzazione” di facciata, se osservata attraverso gli occhi stanchi di un ventenne disoccupato, semplicemente non esiste nella vita di tutti i giorni. I dati ufficiali mascherano la realtà parlando di una disoccupazione nazionale ancorata intorno al 13 per cento, ma la percentuale reale tra i giovanissimi sfiora vertici ben più drammatici, come rileva anche Afrobarometer, spiegando che per il 60 per cento dei marocchini la disoccupazione endemica rappresenta l’unico vero problema del Paese.

Le promesse cadute nel vuoto e l’illusione della campagna elettorale

I cronisti stranieri inviati in Marocco si scontrano quotidianamente con un muro di apatia inespugnabile. L’agenzia di stampa Afp ha recentemente raccolto il doloroso e rassegnato disincanto di tantissimi cittadini, che vedono la politica come un club ristretto per élite intoccabili.
C’è chi lavora precariamente da una vita e ammette candidamente di non aspettarsi assolutamente nulla dai nuovi governanti, e chi, a malapena ventenne, definisce i comizi dei leader di partito come delle semplici “parole vane, gettate al vento per rubare voti”. Nonostante l’evidente e catastrofico distacco dalla realtà, i leader politici continuano a recitare il loro stanco copione. Il primo ministro in carica, Aziz Akhannouch (alla guida del suo partito Rni), promette mari e monti promettendo una cascata di nuove assunzioni e corposi aumenti salariali. Dal canto suo, lo schieramento del Pam promette una massiccia riduzione strutturale della disoccupazione giovanile; il blocco dell’Istiqlal punta dritto sul rilancio del potere d’acquisto, mentre il Pjd (fazione di chiara matrice islamista) prova a sfruttare il logoramento dell’esecutivo per racimolare consenso. Tutti, indistintamente, promettono ai giovani di garantire loro le condizioni per restare nella loro terra d’origine. Ma il vero, gigantesco problema per Rabat non è convincerli a votare, ma riuscire a frenarli prima che l’accogliente e permissivo governo socialista della vicina penisola iberica decida di spalancare loro i cancelli d’Europa.

L’estate rovente di Ceuta e il “buonismo” del socialista Pedro Sánchez

La drammatica crisi migratoria registrata nel corso di questa estate si è trasformata, di fatto, nel sondaggio politico più brutale e veritiero sulla totale mancanza di fiducia che il popolo nutre nel futuro marocchino. Decine di migliaia di persone hanno attraversato, o hanno disperatamente tentato di attraversare a nuoto o scavalcando le recinzioni, la militarizzata frontiera con l’enclave di Ceuta.
Sebbene non esistano prove documentali definitive e schiaccianti che l’esecutivo di Rabat abbia deliberatamente orchestrato o agevolato questa ondata migratoria per fare pressioni geopolitiche sulla vicina Spagna, il solo dibattito sull’eventuale regia governativa marocchina rischia di nascondere il vero nocciolo della questione: qualcuno nei palazzi del potere potrà anche aver chiuso un occhio aprendo volutamente una porta, ma dall’altra parte di quel confine c’erano comunque migliaia di persone libere e disperate, assolutamente e fisiologicamente pronte ad attraversarla a rischio della propria vita. Dall’altra parte delle barriere di filo spinato, intanto, la sinistra spagnola guidata dal premier Pedro Sánchez riesce puntualmente a complicare la faccenda applicando le sue collaudate e disastrose politiche migratorie basate su un universalismo di pura facciata ideologica. Sotto la gestione dell’esecutivo socialista spagnolo, il concetto stesso di “confine nazionale” si è trasformato in un tabù imbarazzante, e la difesa della sovranità statale viene regolarmente dipinta dai media progressisti come un residuo sospetto, quasi fascista. E mentre Madrid fatica volutamente a distinguere tra chi ha diritto all’asilo politico e chi è un semplice migrante economico, Ceuta si prepara a subire il prossimo assalto nel silenzio di chi dovrebbe difenderla.

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