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Attualità

La tragedia del Raganello e il destino della Bella Civita: il confine tra natura e responsabilità

Una tragedia non può cancellare la storia millenaria di un’intera comunità. A Civita (borgo simbolo della cultura arbëreshe in Calabria), la memoria delle 10 vittime travolte dalla piena del Raganello nel 2018 resta una ferita aperta e sanguinante. Ma il recente sviluppo giudiziario, con la condanna in primo grado a 4 anni per il sindaco Alessandro Tocci, solleva pesanti interrogativi morali e istituzionali: può un primo cittadino essere ritenuto penalmente responsabile dell’imprevedibile furia della natura? Tocci farà appello, ricordando che un sindaco “non può comandare alle nuvole o fermare le montagne”, e che la sicurezza di un territorio così selvaggio deve essere una responsabilità condivisa tra Regione, Parco e Protezione Civile, non il capro espiatorio di un solo uomo. Nel nostro ultimo, toccante approfondimento, un viaggio tra le aule di tribunale e il cuore de “La Bella Civita”, che rivendica il diritto di essere conosciuta per la sua cultura e non solo per la cronaca nera 👇

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Artur Nura

Civita (Cosenza) – Alcuni luoghi della nostra penisola possiedono un’anima talmente antica, complessa e stratificata che risulta impossibile raccontarli limitandosi a scattare una semplice e fugace fotografia. Civita è senza ombra di dubbio uno di questi luoghi magici. Come sottolinea magistralmente il giornalista Artur Nura in una sua profonda riflessione dedicata al territorio, per comprendere davvero questa realtà bisogna avere il coraggio e la pazienza di attraversarla lentamente, camminando per i suoi vicoli stretti; bisogna fermarsi ad ascoltare la musicalità della sua lingua, osservare l’architettura fiera delle sue case e immergersi con rispetto nelle sue radicate tradizioni.
Bisogna alzare lo sguardo verso le montagne imponenti e il paesaggio mozzafiato che la circonda, spingersi fino alle gole vertiginose del torrente Raganello e capire finalmente perché, da tantissimi decenni, questo piccolissimo e orgoglioso borgo arbëresh sia diventato una destinazione turistica e culturale conosciuta ben al di fuori dei confini regionali della Calabria. Come scrive Nura, Civita potrebbe e dovrebbe essere chiamata, senza alcun timore di esagerare, “La Bella Civita”. Bella ed elegante esattamente come una fiera donna arbëreshe vestita a festa, avvolta negli abiti tradizionali tramandati religiosamente attraverso innumerevoli generazioni. Un abito intessuto di ricami, colori accesi, ornamenti preziosi e tessuti nobili, nel quale ogni singolo e minuscolo particolare racconta, in silenzio, un pezzo della storia millenaria di una comunità coesa. La lingua racconta le origini oltre l’Adriatico, gli abiti custodiscono la memoria, le tradizioni forgiano l’identità e il selvaggio Raganello ricorda a tutti la forza, la maestosità e l’intrinseca imprevedibilità della natura.

Il dolore inestinguibile del 2018 e le domande della giustizia

Purtroppo, nella lunga storia di questa comunità, c’è una data scolpita nella pietra che nessuno a Civita potrà mai più dimenticare: il 20 agosto del 2018. Quel drammatico giorno di fine estate, una piena improvvisa, violenta e devastante all’interno delle Gole del Raganello travolse senza pietà alcuni gruppi di escursionisti ignari del pericolo. Dieci persone innocenti persero tragicamente la vita, mentre molte altre rimasero gravemente ferite, segnate per sempre nel corpo e nello spirito.
Qualsiasi riflessione pubblica, giornalistica o giuridica su quella spaventosa vicenda non può e non deve assolutamente prescindere dal massimo e sacro rispetto per il dolore infinito delle vittime e delle loro famiglie distrutte. È questo l’assunto di base, il punto di partenza irrinunciabile di ogni ragionamento civile. Tuttavia, proprio perché il dolore generato dalla tragedia è immenso, anche la delicatissima e complessa ricerca delle responsabilità deve essere condotta in modo chirurgico e rigorosissimo. In uno Stato di Diritto, un dramma naturale, per quanto apocalittico, non può e non deve trasformarsi automaticamente, per un banale sillogismo emotivo, in una responsabilità penale certa e predefinita. Per far sì che una responsabilità penale esista realmente, occorre stabilire con esattezza matematica quali fossero gli obblighi formali di una persona, se tali obblighi siano stati colpevolmente violati e, soprattutto, se tale presunta violazione abbia avuto un rapporto causale diretto e concreto con l’evento nefasto. Ed è esattamente questo l’impervio terreno processuale sul quale si sta confrontando la dolorosa vicenda giudiziaria che vede coinvolto il sindaco di Civita, Alessandro Tocci.

Un sindaco può fermare la montagna? I dubbi sulla condanna

Il nocciolo della questione giudiziaria, infatti, impone una lucida distinzione. A nessuno verrebbe mai in mente di domandarsi se Tocci abbia materialmente “provocato” la piena, essendo questa un evento generato in via esclusiva dalle dinamiche atmosferiche e naturali.
I quesiti che albergano nelle aule di tribunale sono ben altri: il primo cittadino aveva il reale e formale dovere, ma soprattutto la concreta possibilità operativa e strumentale, di impedire fisicamente l’accesso alle Gole sulla base delle specifiche e limitate informazioni meteorologiche disponibili in quelle precise ore? Il pericolo sceso dalla montagna era prevedibile in misura tale da rendere assolutamente obbligatorio un suo intervento preventivo? E ancora: se anche quell’intervento amministrativo fosse stato tempestivamente adottato, le morti repentine si sarebbero potute oggettivamente evitare? Lo scorso 22 maggio 2026, il Tribunale di Castrovillari ha emesso la sua sentenza di primo grado, condannando Alessandro Tocci a quattro anni e un mese di reclusione per omicidio colposo plurimo e omissione di atti d’ufficio (a fronte di una pesantissima richiesta di nove anni avanzata dalla Procura). I colleghi sindaci dei comuni limitrofi imputati nello stesso procedimento, invece, sono stati assolti. La sentenza a carico di Tocci, tuttavia, non è definitiva. Il sindaco ha già annunciato la ferma volontà di proseguire la sua battaglia di verità attraverso il ricorso in appello e, se necessario, spingendosi fino al giudizio della Corte di Cassazione. Esiste una condanna di primo grado, è vero, ma non si può oggi parlare di una responsabilità penalmente e definitivamente accertata con forza di giudicato. Un sindaco ha certamente enormi doveri di Protezione Civile, ma non possiede i poteri divini per controllare una montagna, arrestare la furia di un torrente in piena o comandare alle nuvole di non piovere.

La sicurezza condivisa: il turismo non è nemico della bellezza

Difendere il buon nome e la dignità di Civita non significa in alcun modo sminuire o negare l’assoluta e primaria necessità di garantire la massima sicurezza a chi frequenta il territorio. Al contrario, il dramma del Raganello deve servire da monito per il futuro.
La vera, grande e ambiziosa sfida dei prossimi decenni dovrebbe essere proprio quella di riuscire a far convivere armoniosamente l’incredibile spinta del turismo escursionistico con le più rigide misure di sicurezza, bilanciando l’accessibilità dei luoghi con una prevenzione capillare e l’indispensabile tutela della vita umana. Le affascinanti Gole del Raganello rappresentano un patrimonio naturalistico straordinario, e proprio in virtù di questa loro selvaggia particolarità devono essere studiate, capite, profondamente rispettate e gestite con la massima attenzione istituzionale. Ma l’incolumità di un territorio naturale di tale vastità e complessità morfologica non può mai essere scaricata cinicamente sulle spalle di un solo uomo o di un singolo ente locale. Richiede una sinergia assoluta e un’incessante collaborazione tecnica e finanziaria tra i vari Comuni, la Regione Calabria, la Protezione Civile nazionale, le autorità del Parco Nazionale, i numerosi operatori turistici, le guide ambientali, le associazioni di volontariato e gli stessi cittadini residenti.

Oltre il dramma: il rilancio della cultura arbëreshe

La giustizia ordinaria, giustamente e doverosamente, continuerà il suo lungo e articolato percorso nelle sedi competenti. La verità storica e fattuale dovrà essere cercata minuziosamente negli atti, nelle carte, nelle perizie tecniche e nelle prove testimoniali, così come le eventuali e colpose responsabilità amministrative dovranno essere accertate senza alcun dubbio in maniera definitiva.
Ma, al netto della cronaca giudiziaria, Civita continuerà a essere, oggi e sempre, Civita. Una comunità piccola nei numeri, ma portatrice sana di una grandissima e gloriosa storia. Una fiera comunità arbëreshe che reclama ad alta voce il sacrosanto diritto di essere conosciuta nel mondo non soltanto per ciò che è purtroppo accaduto in un drammatico e piovoso giorno di fine agosto, ma anche e soprattutto per tutto l’immenso bagaglio culturale che è stata nel passato, che è nel presente e che può ancora essere nel futuro. Si può rispettare il dolore delle vittime e, al contempo, amare la propria terra. “La Bella Civita” non è soltanto una romantica e nostalgica immagine poetica. È il modo più alto e nobile per ricordare a tutti che dietro il freddo fascicolo di una vicenda giudiziaria esiste una comunità viva, che pulsa e respira; e che dietro a quella comunità esiste un inestimabile patrimonio umano che appartiene alla storia di tutti noi.

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Esteri

Incursione dei talebani nella casa dell’ex presidente Hamid Karzai

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Hamid Karzai

Redazione- Secondo fonti citate da Afghanistan International, mercoledì mattina le forze talebane hanno fatto irruzione nella casa di Hamid Karzai, ex presidente dell’Afghanistan, impedendo a capi tribali e ad altri cittadini di incontrarlo. Alcuni dei presenti sarebbero stati dispersi con la forza e, secondo le fonti, i talebani avrebbero avuto un comportamento irrispettoso nei confronti degli ospiti.

Il motivo dell’intervento non è stato ancora chiarito. Una fonte ha riferito che le nuove restrizioni potrebbero essere legate alle recenti dichiarazioni di Karzai sulla situazione politica del Paese, sull’istruzione delle ragazze e su altre questioni nazionali.

L’episodio si inserisce in un quadro di precedenti restrizioni imposte dai talebani alle attività politiche e sociali dell’ex presidente. In passato gli sarebbe stato impedito di compiere alcuni viaggi e, secondo le fonti, anche i suoi incontri con personalità afghane e straniere, diplomatici e leader politici sarebbero soggetti ad autorizzazione.

Le fonti precisano tuttavia che i talebani non hanno tentato di arrestare Karzai. Né l’amministrazione talebana né l’ufficio dell’ex presidente hanno finora fornito una spiegazione ufficiale sull’accaduto.

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Politica

Rinascimento Nazionale sbarca in Campania: a Napoli la presentazione della rete di Sforzini

Il Centro Studi “Rinascimento Nazionale”, guidato da Luca Sforzini, rompe gli indugi e si prepara a lanciare pubblicamente la sua potentissima rete territoriale in tutta Italia! Si parte venerdì 16 ottobre alle 15:30 da Napoli, con la presentazione ufficiale del Circolo della Campania. Dopo le pretestuose polemiche divampate in Liguria, Sforzini chiarisce una volta per tutte la netta separazione dal partito Futuro Nazionale: “I nostri Circoli sono autonomi, non sono comitati di partito né dipendono da altri. Le organizzazioni restano rigidamente distinte”. Il think tank si candida a diventare il vero e proprio motore intellettuale di una destra moderna, liberale e occidentale, pronta ad affrontare le sfide dell’immigrazione, dell’intelligenza artificiale e del merito, rifiutando categoricamente le “sterili nostalgie del Novecento”. Scopri tutti i dettagli politici e la visione del presidente Sforzini nel nostro esclusivo approfondimento 👇

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Sforzini

Napoli – Il panorama politico e culturale italiano si arricchisce di un nuovo, ambizioso e capillarmente organizzato protagonista. Dopo mesi di intenso e silenzioso lavoro dietro le quinte per strutturare una solida intelaiatura a livello regionale e provinciale, il Centro Studi Rinascimento Nazionale, guidato con fermezza dal presidente Luca Sforzini, ha ufficialmente deciso di uscire allo scoperto e di mostrare pubblicamente la propria muscolatura organizzativa.
La decisione di accelerare i tempi della presentazione pubblica dell’intera organizzazione territoriale nazionale non nasce a caso, ma è stata fortemente stimolata dalle recenti e accese polemiche divampate a Genova. In terra ligure, infatti, si era sollevato un fastidioso e pretestuoso polverone mediatico in merito a delle presunte e inesistenti “sovrapposizioni” operative tra le neonate strutture territoriali di Futuro Nazionale e i Circoli indipendenti del Centro Studi Rinascimento Nazionale. Per spazzare via ogni residuo dubbio, evitare strumentalizzazioni giornalistiche e marcare una nettissima linea di demarcazione politica e gestionale, i vertici del think tank hanno rotto gli indugi. La prima e attesissima tappa di questo grande tour di disvelamento nazionale andrà in scena nel cuore del Mezzogiorno: venerdì 16 ottobre, a partire dalle ore 15:30, la città di Napoli ospiterà la conferenza stampa di presentazione pubblica del Circolo della Campania del Centro Studi Rinascimento Nazionale. Non si tratterà, tengono a precisare gli organizzatori, del semplice annuncio della genesi di un comitato locale, bensì della vera e propria ostensione ufficiale di una macchina già perfettamente oliata: durante l’evento partenopeo verranno infatti resi noti i nomi dei responsabili, i capisaldi organizzativi, le rigide modalità di funzionamento interno e il fittissimo calendario delle prime attività pubbliche sul territorio.

Nessuna sovrapposizione con Futuro Nazionale: l’autonomia dei Circoli

Il presidente Luca Sforzini ha colto l’occasione del lancio campano per fare un’operazione di assoluta chiarezza strutturale, spegnendo sul nascere qualsiasi tipo di fraintendimento o dietrologia politica.
«La Campania non rappresenta in alcun modo un episodio isolato o uno scatto in avanti non concordato», ha precisato Sforzini con toni perentori. «I Circoli territoriali del Centro Studi sono, in realtà, già pronti e operativi in tutta Italia. Da questo momento in poi, regione dopo regione, si presenteranno progressivamente e pubblicamente attraverso apposite conferenze stampa, rendendo noti i propri responsabili locali e dando contestualmente avvio alle innumerevoli attività sui rispettivi territori». L’incidente diplomatico ligure, paradossalmente, si è trasformato in un clamoroso assist per ribadire la totale autonomia dell’ente. «Quanto accaduto recentemente in Liguria ci offre anzi la ghiottissima occasione per spiegare a tutti, con ancora maggiore forza e chiarezza, la natura intrinseca di questa nostra organizzazione. I Circoli di Rinascimento Nazionale appartengono in modo esclusivo e insindacabile al Centro Studi Rinascimento Nazionale. Voglio che sia chiaro: non sono e non saranno mai comitati di Futuro Nazionale, non sono sezioni di alcun partito politico, non sono strutture parallele o satelliti di altre organizzazioni e, soprattutto, non dipendono gerarchicamente da alcun soggetto esterno a noi».

Il distacco e l’identità: le appartenenze restano individuali

La storia recente aveva effettivamente visto il think tank di Sforzini orbitare intorno all’universo politico di Futuro Nazionale, fornendo un apporto intellettuale di primissimo livello, ma il presidente ci tiene a sottolineare come i confini operativi siano sempre stati nettamente delineati e rispettati.
«È innegabile che il Centro Studi abbia collaborato proficuamente con Futuro Nazionale e che, per un certo periodo di tempo, ne sia stato il think tank di riferimento assoluto», ammette candidamente Sforzini. «Tuttavia, mantenendo fede ai nostri principi fondativi, abbiamo sempre mantenuto una nostra piena, totale e intoccabile autonomia statutaria, organizzativa, logistica, economica e finanziaria. Ed è proprio grazie a questa inossidabile autonomia che oggi la nostra rete territoriale è in grado di proseguire il proprio percorso in modo indipendente, senza subire alcuna soluzione di continuità, rilanciando anzi la propria azione con ancora maggior forza e determinazione». Sforzini chiarisce poi un concetto giuridico e politico elementare, spesso ignorato dai detrattori: «Il fatto che singole persone fisiche possano contemporaneamente possedere la tessera di un partito e, al tempo stesso, partecipare attivamente alle lodevoli attività culturali di un centro studi, non determina assolutamente alcuna sovrapposizione formale tra le due organizzazioni. Le appartenenze individuali restano tali. Le organizzazioni restano rigidamente distinte. Questa è una regola aurea che valeva ieri, che vale rigorosamente oggi e che varrà, naturalmente, anche per tutti gli altri Circoli che presenteremo nelle prossime settimane».

Una destra per il XXI secolo: oltre le nostalgie del Novecento

Ma qual è, nel concreto, l’offerta politica e il retroterra ideologico che Rinascimento Nazionale intende portare all’attenzione dell’elettorato e della classe dirigente italiana? Sforzini delinea il ritratto di un think tank modernissimo, pragmatico e proiettato inesorabilmente verso le sfide del futuro.
«Noi non stiamo iniziando oggi a costruire una rete nazionale, perché questa rete esiste ed è già viva. Ora cominciamo semplicemente a renderla pubblicamente visibile», spiega il presidente. Il manifesto politico è tanto chiaro quanto ambizioso: «Rinascimento Nazionale vuole essere un grande hub, un luogo fisico e intellettuale nel quale possano incontrarsi liberamente persone provenienti da esperienze politiche, professionali e culturali profondamente diverse tra loro. Ciò che deve accomunarle è la granitica volontà di elaborare e proporre al Paese un’agenda per una vera destra del XXI secolo». Sforzini rifiuta categoricamente l’etichetta di conservatorismo polveroso, delineando i tratti di un movimento «nazionale e liberale, fermamente occidentale, forte nel garantire le funzioni essenziali dello Stato ma ferocemente contraria all’imposizione di uno Stato etico». L’agenda tematica è vastissima e fissa le vere urgenze del domani: «Dobbiamo essere capaci di affrontare di petto questioni vitali come la sicurezza urbana, la gestione dei flussi di immigrazione, il progressivo impoverimento della nostra classe media, la premialità del merito scolastico e lavorativo, la valorizzazione delle nostre eccellenze, la crisi dell’energia, lo sviluppo della tecnologia e le immense sfide etiche dell’intelligenza artificiale. Tutto questo», conclude causticamente Sforzini, «bisogna farlo guardando avanti, senza cercare continuamente in maniera patetica nel Novecento o nelle vuote nostalgie del passato le risposte ai complessi problemi del futuro. Partiamo da Napoli e conquisteremo presto le altre regioni. Non apriamo sezioni di partito, sveliamo una rete autonoma già grande e matura».

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Attualità

Caso Lavitola, il figlio Giuseppe si difende a Filorosso: “Non sono mai stato il suo prestanome”

La dinastia Lavitola continua ad essere al centro di clamorosi intrighi internazionali e societari! Dopo le dichiarazioni dell’ex compagna di Valter Lavitola, le telecamere della trasmissione “Filorosso” (Rai 3) hanno dato voce al figlio dell’ex faccendiere, Giuseppe. L’uomo ha respinto categoricamente e con sdegno le gravissime accuse mosse dal socio africano del padre, Benjamin Chimutengo, che lo aveva pubblicamente additato come il “prestanome” degli affari di famiglia. “Non sono mai stato socio in affari con mio padre e non sono il prestanome di nessuno, se necessario lo trascinerò in tribunale per tutelarmi”, ha tuonato Giuseppe Lavitola. Pur ammettendo di aver lavorato al progetto sui “carbon credit”, ha dichiarato di essersi dimesso già nella primavera del 2025. Resta però un alone di mistero su un documento recante la sua firma e legato alla controversa “Future Awaits Holdings”: “Se i magistrati vorranno chiamarmi a chiarire, non avrò alcun problema a farlo”, ha concluso. Leggi tutti gli scottanti dettagli dell’intervista nel nostro approfondimento 👇

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Filorosso

Roma – La fittissima e intricata rete di misteri, ombre societarie e accuse incrociate che avvolge da tempo la controversa figura dell’ex faccendiere Valter Lavitola continua inesorabilmente a dipanarsi, trascinando sotto i potenti riflettori mediatici anche gli affetti più intimi e i legami familiari più stretti. La scoppiettante puntata del programma di approfondimento Filorosso, trasmessa in prima serata su Rai 3 sotto l’incalzante conduzione del giornalista Antonino Monteleone, si è trasformata in un vero e proprio ring televisivo.
Dopo le pesantissime e già discusse dichiarazioni rilasciate dall’ex compagna di Lavitola (che lo dipingeva come un capro espiatorio disposto a sacrificarsi per coprire le colpe altrui), è giunto il momento di dare voce a un altro protagonista diretto e involontario di questa oscura vicenda: Giuseppe Lavitola, figlio di Valter. L’uomo ha deciso di metterci la faccia e di intervenire davanti alle telecamere della televisione di Stato per rispedire violentemente al mittente una serie di pesanti e infamanti accuse che rischiavano di macchiare irrimediabilmente la sua reputazione personale e professionale. Nel mirino della sua ferma e indignata smentita ci sono finite, in particolare, le recenti e scottanti dichiarazioni pubbliche rilasciate da Benjamin Chimutengo, controverso socio africano e storico collaboratore del padre Valter, il quale aveva puntato il dito proprio contro Giuseppe, accusandolo senza mezzi termini di aver ricoperto il delicatissimo ruolo di “prestanome” per agevolare le fitte trame finanziarie paterne.

Le accuse dell’ex socio Chimutengo smentite su Rai 3

La narrazione che Giuseppe Lavitola ha voluto offrire al pubblico televisivo e agli inquirenti in ascolto è quella di un professionista totalmente e indiscutibilmente estraneo ai raggiri societari e alle presunte zone d’ombra che hanno da sempre caratterizzato il burrascoso modus operandi del padre Valter.
Visibilmente stizzito dalle insinuazioni del socio africano, l’uomo ha categoricamente smentito ogni tipo di collusione o subalternità finanziaria. «Io voglio che sia chiaro a tutti: io non sono e non sono mai stato il prestanome di assolutamente nessuno», ha scandito a chiare lettere Giuseppe Lavitola durante l’intervista andata in onda su Rai 3. «La verità dei fatti, quella documentata, è che io non sono mai stato socio in nessuna società insieme a mio padre Valter. Non ho mai avuto ruoli apicali o decisionali per suo conto. E soprattutto, io non sono mai stato nominato amministratore di una sua qualsivoglia azienda in giro per il mondo». La difesa si è poi trasformata in un violento contrattacco diretto proprio a Chimutengo, accusato a sua volta di voler scaricare le proprie pesanti responsabilità penali su un capro espiatorio facile. «Chimutengo, al contrario del sottoscritto, è stato amministratore eccome. E quindi scusate la franchezza, ma alla luce dei fatti il prestanome sarei io? Non tollero queste falsità. Se si renderà necessario, sono assolutamente pronto a tutelare la mia immagine e la mia onorabilità in tutte le sedi opportune, tribunali civili e penali compresi», ha minacciato apertamente l’uomo.

Il progetto sui “carbon credit” e il passo indietro nel 2025

Nel corso del lungo e dettagliato servizio televisivo mandato in onda da Filorosso, tuttavia, Giuseppe Lavitola non si è trincerato dietro a un negazionismo assoluto, ma ha coraggiosamente e candidamente ammesso di aver effettivamente partecipato, per un brevissimo periodo di tempo, ad alcune delle attività imprenditoriali portate avanti dal padre e dai suoi soci internazionali.
In particolare, l’attenzione dei cronisti si è focalizzata su un ambizioso e modernissimo progetto internazionale legato al lucroso mercato dei carbon credit (i crediti di carbonio per la compensazione delle emissioni inquinanti). «È vero, ammetto tranquillamente di aver fornito una mia collaborazione e consulenza a quello specifico progetto sui carbon credit», ha confermato l’intervistato senza esitazioni. «Tuttavia, voglio precisare che ho deciso di fare un definitivo e irrevocabile passo indietro ritirandomi dall’affare ben prima di quanto non lo abbia fatto lo stesso Chimutengo. Ho maturato questa drastica decisione per delle mie personalissime ragioni, motivazioni private che sinceramente non penso di dover giustificare in diretta televisiva davanti al Paese intero. Mi sono sfilato da tutto già dalla primavera del 2025. Per dirla in parole povere: se voi giornalisti o investigatori riuscite a trovarmi una società, una sola, diversa da quella di cui io sono attualmente, pubblicamente e candidamente socio e amministratore alla luce del sole, allora io vi dirò pubblicamente che avete ragione voi. Ma sono tranquillo, perché quella fantomatica società non la troverete mai».

L’ombra della Future Awaits Holdings e i magistrati

L’unico, vero momento di evidente rigidità ed elusività da parte di Giuseppe Lavitola nel corso dell’incalzante intervista si è registrato quando i cronisti di Rai 3 hanno provato a stringere il cerchio, mettendolo di fronte a un’evidenza documentale potenzialmente scomoda per la sua tesi difensiva.
Si tratta, nello specifico, di un controverso documento che porterebbe in calce proprio la sua inequivocabile firma autografa, regolarmente registrato presso i riservatissimi uffici della Future Awaits Holdings, una misteriosa società estera che sembrerebbe intrecciarsi pericolosamente con le ramificate attività del padre. Messo davanti a questo presunto reperto schiacciante, l’uomo ha preferito avvalersi della facoltà di non rispondere in sede giornalistica, delegando ogni eventuale e futura spiegazione tecnica esclusivamente alle aule di tribunale. «Su quel documento non ho nulla da commentare qui», ha tagliato corto Giuseppe Lavitola con estrema freddezza. «Posso solo dirvi che se i magistrati della Procura avranno voglia e interesse di sentirmi e di interrogarmi in merito a queste specifiche vicende, io non ho e non avrò assolutamente alcun tipo di problema a presentarmi da loro. Risponderò a tutte le loro domande, perché, lo ripeto ancora una volta a scanso di ogni possibile equivoco, non sono stato il prestanome di nessuno e non ho proprio un bel niente da nascondere alla giustizia italiana». La patata bollente, ora, passa ufficialmente e inevitabilmente nelle mani degli inquirenti, chiamati a dipanare l’ennesima intricatissima matassa del sistema Lavitola.

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