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Attualità

La rivelazione di Sauro Moretti: “Rompo il silenzio per tornare dal mio Vittorio”

La lealtà vera e l’amicizia incondizionata superano qualsiasi incomprensione e sconfiggono persino il tempo! Dopo la bellezza di tre lunghissimi, faticosissimi anni di silenzio stampa assoluto e impenetrabile, Sauro Moretti, lo storico ex manager, braccio destro e uomo di fiducia assoluta di Vittorio Sgarbi per oltre vent’anni, ha deciso di rompere improvvisamente l’esilio! Con una dichiarazione inaspettata, toccante, dolcissima e che ha immediatamente commosso il mondo dello spettacolo e del giornalismo, Moretti ha annunciato il suo ritorno al fianco del celebre e discusso critico d’arte. Le sue parole, cariche di emozione e di un affetto impossibile da scalfire, mettono da parte il personaggio pubblico per abbracciare l’amico fragile: “Ho deciso, rompo il silenzio. Voglio stare vicino al mio Vittorio. Lo faccio solo per lui, per l’uomo, per l’amico e per l’affetto che ci legherà per sempre”. Una meravigliosa, rara e coraggiosissima lezione di umanità!👇

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Sgarbi, Moretti

Roma – Nel cinico, vorace e smemorato palcoscenico del mondo dello spettacolo e della politica italiana, i legami di vera, profonda e disinteressata amicizia rappresentano una rarità assoluta, quasi un miraggio destinato inesorabilmente a svanire alle prime, fisiologiche intemperie mediatiche. Eppure, ogni tanto, le storie di lealtà incrollabile riemergono prepotentemente e sorprendentemente dall’ombra, colpendo dritto al cuore dell’opinione pubblica con la forza devastante della sincerità. Nelle ultimissime e frenetiche ore, il panorama dell’informazione è stato letteralmente scosso e attraversato da un brivido freddo di autentica e palpabile commozione, generato da una dichiarazione improvvisa, spiazzante e densissima di significato umano. A prendere inaspettatamente la parola, rompendo una volontaria, durissima e pesantissima coltre di nebbia durata la bellezza di tre lunghissimi anni, è stato Sauro Moretti. Per chi mastica le complesse e burrascose dinamiche che ruotano attorno ai grandi personaggi del nostro tempo, il nome di Moretti non ha certo bisogno di presentazioni formali: è stato per oltre due decenni il fidatissimo ex manager, l’uomo ombra, il confidente assoluto e la solida spalla destra dell’esplosivo, geniale e incontenibile critico d’arte Vittorio Sgarbi. Oggi, con poche ma scolpite e pesantissime parole, Moretti ha deciso di riallacciare i fili di un legame umano che sembrava essersi dolorosamente e misteriosamente sfilacciato nel tempo.

La fine di un silenzio assordante lungo tre anni

Il peso specifico e il valore giornalistico e umano di questa inaspettata dichiarazione risiedono proprio nella rottura improvvisa e coraggiosa di un muro di omertà emotiva che appariva ormai granitico e invalicabile.
Per oltre vent’anni, Sauro Moretti e Vittorio Sgarbi hanno formato una delle coppie professionali e umane più stabili, indissolubili, discusse e iconiche dell’intero panorama nazionale. Moretti era l’uomo capace di domare le celebri e furibonde tempeste mediatiche del critico d’arte, l’organizzatore silenzioso e instancabile che tesseva le tele dietro le quinte mentre Sgarbi rubava inesorabilmente la scena sotto i riflettori delle prime serate televisive e nelle piazze politiche italiane. Poi, improvvisamente e inesorabilmente, il buio. Tre lunghi e asfissianti anni di distacco, di separazione pubblica e di riserbo totale, assoluto e monastico da parte di Moretti sulle vicende, spesso turbolente e delicatissime, dell’ex amico e mentore. Un silenzio che la stampa gossippara aveva più volte provato a scalfire, scontrandosi sempre contro il granitico e dignitosissimo rifiuto del manager di scendere a compromessi o di svendere i ricordi privati. Ma il tempo, si sa, lenisce le ferite superficiali e purifica i sentimenti veri e profondi, facendoli riemergere con una forza impossibile da arginare. Oggi, Sauro Moretti ha deciso che il tempo dell’esilio volontario e del silenzio diplomatico è definitivamente giunto al capolinea, spinto da un moto interiore di puro, semplice e incondizionato affetto verso un uomo che, dietro la maschera del polemista feroce, nasconde fragilità immense.

“Voglio stare vicino al mio Vittorio”: il trionfo della lealtà umana

Le parole vergate e affidate alla stampa in queste ore dall’ex manager non lasciano alcuno spazio a doppie interpretazioni, a speculazioni machiavelliche o a bassi calcoli di convenienza mediatica, ma colpiscono dritte al punto, grondanti di una sincera e spiazzante umanità.
“Ho deciso, voglio stare vicino al mio Vittorio”, ha dichiarato Sauro Moretti, rivendicando con quell’aggettivo possessivo così intimo e protettivo (“il mio”) un senso di appartenenza emotiva che le distanze fisiche e temporali non sono mai riuscite a cancellare o sminuire. La dichiarazione è un vero e proprio manifesto di amicizia incondizionata, slegata dalle cariche pubbliche, dalle beghe giudiziarie o dai capricci del consenso popolare. Moretti ha voluto specificare a chiare lettere e senza fraintendimenti il vero, nobile e unico motore della sua inaspettata mossa pubblica: “Lo faccio solo per lui. Per l’uomo. Per l’amico. Per l’affetto che ci ha legati per tantissimo tempo”. Con questa precisazione chirurgica e dolcissima, l’ex manager compie un gesto di enorme e coraggiosa grandezza d’animo: spoglia Vittorio Sgarbi della sua corazza pubblica, del suo ingombrante e strabordante personaggio televisivo e istituzionale, per abbracciare idealmente e pubblicamente l’uomo nudo, con le sue debolezze, i suoi bisogni e la sua solitudine. La chiosa finale di Moretti (“Sono convinto che Vittorio ne sarebbe contento”) risuona come una carezza, la certezza incrollabile di un’anima che conosce l’altra meglio di chiunque altro al mondo. In un’epoca dominata dal rancore, dalle separazioni al veleno e dai tradimenti facili a favore di telecamera, la mano tesa di Sauro Moretti verso il “suo” Vittorio rappresenta una lezione magistrale e bellissima sul vero, immortale significato della parola lealtà.

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Politica

Futuro Nazionale scende in piazza a Milano: asse europeo per Calin Georgescu

La piazza di Milano si infiamma e diventa il crocevia di un potentissimo asse politico europeo! Centinaia di militanti di “Futuro Nazionale” sono scesi convintamente in strada al fianco di oltre 200 patrioti dell’attivissima comunità romena residente in Italia. L’obiettivo? Chiedere a gran voce giustizia e libertà assoluta per Calin Georgescu, duramente definito dai manifestanti come un vero e proprio “prigioniero politico” di un regime asservito ai poteri di Bruxelles e della NATO. A guidare la protesta, nomi di spicco come l’avvocato Renato Maturo e Roberto Jonghi Lavarini. Ma il vero dato politico bomba è la saldatura internazionale: in piazza erano presenti anche delegati del “Rassemblement National” di Marine Le Pen francese e dei tedeschi di “Alternative für Deutschland” (AfD), i potentissimi alleati di ferro di Roberto Vannacci al Parlamento Europeo! Una vera prova di forza contro le istituzioni dell’UE!👇

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Calin Georgescu

Milano – Le strade frenetiche e produttive del capoluogo lombardo, da sempre crocevia ineludibile di istanze sociali, battaglie politiche e fermenti culturali di respiro internazionale, si sono trasformate nelle scorse ore nel palcoscenico vibrante e acceso di una manifestazione di fortissimo impatto geopolitico. Una piazza compatta, decisa e rumorosa ha infatti fatto da cornice a un’imponente mobilitazione organizzata dai vertici e dai militanti di Futuro Nazionale. Il movimento politico, espressione diretta delle istanze sovraniste italiane e legato a doppio filo alla controversa e discussa figura del Generale Roberto Vannacci, ha deciso di scendere fisicamente e convintamente in strada al fianco della nutritissima, laboriosa e storicamente integrata comunità dei patrioti romeni residenti in Italia. L’obiettivo primario, sbandierato senza mezzi termini e con toni decisamente barricadieri durante la manifestazione milanese, non riguardava semplici beghe amministrative locali, ma puntava i riflettori su una vera e propria e caldissima crisi politica internazionale. I manifestanti si sono radunati per chiedere a gran voce, e con un appello rivolto alle coscienze europee, la liberazione, la giustizia e la totale libertà per Calin Georgescu. Quest’ultimo, figura di spicco nel panorama politico del suo Paese, è stato duramente e inequivocabilmente definito dalla piazza milanese come un vero e proprio “prigioniero politico”, vittima sacrificale e illustre di quello che i promotori dell’iniziativa non hanno esitato a bollare apertamente come un «corrotto regime romeno, servo silenzioso dei poteri di Bruxelles e della NATO». Una presa di posizione durissima e frontale, che infiamma il dibattito europeo.

I volti della protesta: da Maturo e Jonghi Lavarini fino alla comunità romena

L’eco della manifestazione milanese non è stata affidata al caso, ma è stata sapientemente orchestrata e guidata da figure di spicco e volti noti del panorama politico extraparlamentare e identitario italiano.
A guidare la delegazione e a dettare i ritmi della protesta è stato l’avvocato Renato Maturo, in veste ufficiale di presidente dell’attivissimo comitato 421 FNV Milano, che ha voluto testimoniare fisicamente e politicamente la vicinanza del movimento italiano alla causa dei fratelli dell’Est. Al suo fianco, a impreziosire e appesantire il parterre dei relatori, non è passata inosservata la presenza ingombrante e storicamente riconoscibile del “barone nero” Roberto Jonghi Lavarini, figura iconica, discussa e inossidabile della destra radicale milanese. A completare il tridente di rappresentanza e a fare da ponte ideale tra la politica italiana e il cuore ferito della Romania, c’era l’onorevole e ingegnere Romolus Popescu, storico e ascoltatissimo presidente dell’associazione dei Romeni in Italia. La loro chiamata alle armi pacifiche non è caduta nel vuoto: la piazza ha infatti visto la partecipazione attiva, calorosa e commossa di oltre duecento cittadini romeni, perfettamente integrati nel tessuto sociale ed economico meneghino ma mai dimentichi delle loro radici e delle sofferenze della loro patria d’origine. A loro si è unito un nutrito e compatto gruppo di militanti e simpatizzanti italiani, a dimostrazione di una totale e trasversale saldatura ideologica e umana contro quelle che vengono percepite come le ingiustizie di un sistema continentale oppressivo e burocratizzato.

Il peso geopolitico: un’alleanza di ferro con Le Pen e l’AfD di Vannacci

Ma il dato politicamente più rilevante, massiccio e strategicamente esplosivo dell’intera manifestazione andata in scena a Milano non risiede unicamente nella solidarietà a Georgescu, bensì nella clamorosa, pubblica e orgogliosa ostentazione di un asse politico sovranista di livello profondamente europeo.
La protesta, infatti, non si è chiusa nei ristretti confini italo-romeni, ma ha assunto i contorni ufficiali di un vero e proprio vertice della destra continentale in piazza. A portare il proprio saluto e il proprio sostegno incondizionato alla causa sono arrivati anche due esponenti di spicco in rappresentanza dei più grandi e temuti movimenti identitari d’Europa. Il primo ha portato la pesante bandiera del Rassemblement National, la formidabile e popolare macchina da guerra elettorale francese guidata con polso fermo da Marine Le Pen. Il secondo, e forse politicamente ancora più significativo, era presente in rappresentanza dei vertici di Alternative für Deutschland (AfD), il potentissimo partito della destra tedesca. La presenza dell’AfD a Milano non è affatto casuale né puramente simbolica: si tratta del principale partito alleato di Futuro Nazionale all’interno del Parlamento Europeo di Strasburgo, ovvero la prestigiosa arena istituzionale dove il Generale Roberto Vannacci, eletto deputato con una valanga di preferenze, porta avanti le sue battaglie politiche. La piazza milanese ha quindi certificato, nero su bianco e davanti alle telecamere, che il movimento italiano non viaggia isolato, ma è parte integrante, attiva e fondamentale di una fittissima e potente rete di alleanze europee pronte a sfidare frontalmente e senza paura lo status quo imposto dall’Unione Europea.

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Politica

La parabola di Vannacci: l’incontro con Corona e il retroscena svelato da Sforzini

La fotografia inaspettata che ritrae il Generale Roberto Vannacci sorridente accanto a Fabrizio Corona sta facendo il giro del web, ma cosa si nasconde davvero dietro questa insolita e chiacchierata alleanza? A tracciare un’analisi spietata e lucidissima è Luca Sforzini, Presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale. Nel suo durissimo editoriale, Sforzini smonta la fragile impalcatura politica di Vannacci, accusandolo di aver svuotato la storia della “vera destra” per ridurla a un macchiettistico palcoscenico di slogan estremisti. Messo all’angolo da consensi in forte calo, Vannacci sarebbe ormai diventato vittima della “droga crudele” dell’attenzione mediatica: costretto ogni giorno a una provocazione più forte pur di restare a galla! E Sforzini lancia una bomba sganciando un retroscena segreto: “Conosco un antefatto di appena sei mesi fa… allora l’incontro con Corona veniva valutato in maniera assai diversa!”. Un clamoroso cambio di rotta dettato dalla disperazione televisiva?👇

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Roberto Vannacci, Futuro Nazionale

Roma – La politica italiana contemporanea ci ha progressivamente e drammaticamente abituati a repentine, teatrali e spesso incomprensibili giravolte mediatiche, ma ci sono immagini destinate, per la loro intrinseca e dirompente forza simbolica, a fotografare in un singolo istante il definitivo, malinconico e inesorabile tramonto di un’illusione. Lo scatto fotografico, rimbalzato freneticamente e voracemente su tutte le principali agenzie di stampa e sui social network nelle ultimissime ore, che immortala un sorridente Fabrizio Corona accanto al Generale Roberto Vannacci, rappresenta molto di più di un semplice, estemporaneo e curioso incontro tra due personaggi mediaticamente ingombranti. A tracciare un’analisi spietata, lucidissima e tagliente come un bisturi su questo inaspettato “matrimonio” catodico è Luca Sforzini, Presidente dell’autorevole Centro Studi Rinascimento Nazionale. In un editoriale denso di significati e intitolato significativamente “Da «vera destra» a destra in costume”, Sforzini smonta chirurgicamente e pezzo per pezzo la fragile impalcatura politica costruita in questi mesi dal Generale, evidenziando come quell’immagine apparentemente innocua sancisca, in realtà, il compimento definitivo di una disperata parabola discendente. Secondo l’attenta e acuta visione del Presidente, c’è infatti un gigantesco “peccato originale” politico, storico e culturale che Vannacci continua inesorabilmente a scontare sulla propria pelle.

L’illusione della “Vera Destra” e l’assenza di radici storiche

Il peccato originale, sottolinea senza mezzi termini e con grande fermezza Luca Sforzini nel suo lucido ragionamento, è stato quello di essersi ingenuamente e presuntuosamente illuso che la complessa e frastagliata galassia della destra italiana potesse essere ridotta a un banale, urlato e semplicistico catalogo di posizioni radicali.
La destra politica del nostro Paese, ricorda giustamente l’autore, è invece una lunghissima, articolata e sofferta storia politica, ricca di mille sfaccettature filosofiche, culturali e sociali che meritano un profondo rispetto intellettuale, e non un riduttivo “caricaturismo macchiettistico” da dare in pasto ai talk show. Roberto Vannacci ha commesso l’errore strategico e fatale di proclamarsi, dall’oggi al domani e senza alcuna gavetta, l’unico, puro e autentico interprete della «vera destra», pur non avendo (come ricorda Sforzini) mai messo fisicamente piede, nemmeno per sbaglio, nelle polverose sezioni o nelle articolazioni di partito che quella destra l’hanno costruita e vissuta per decenni sulla propria pelle, nel bene e nel male. Il Generale ha operato una sorta di superficiale operazione di “taglia e cuci” ideologico: ha preso in prestito alcune storiche parole d’ordine, le ha brutalmente ed esteticamente estremizzate e le ha assemblate in fretta e furia, illudendosi, con una certa arroganza, che bastasse questo mix esplosivo per ricostruire un’identità politica solida. Ma, come evidenzia impietosamente il Presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale, alla sua creatura politica (Futuro Nazionale) mancavano e mancano clamorosamente le fondamenta invisibili ma insostituibili che non si possono mai improvvisare in televisione: la storia, una solida cultura politica, una vera classe dirigente e una rigorosa e attenta selezione degli uomini. Al loro posto, nota amaramente Sforzini, Vannacci ha raccattato un po’ ciò che trovava per strada, finendo per aggregare quella che lui stesso, in una celebre e infelice definizione, aveva bollato come «feccia».

Il retroscena di sei mesi fa e la “droga” dell’attenzione mediatica

Il risultato disastroso di questa spregiudicata ma vuota operazione di ingegneria politica è sotto gli occhi di tutti: oggi Futuro Nazionale si trova drammaticamente incastrato in un vicolo cieco, senza vie d’uscita.
Con i consensi virtuali che iniziano inevitabilmente a mostrare evidenti e preoccupanti segnali di flessione, la strategia della tensione mediatica è diventata una vera e propria e disperata necessità di sopravvivenza. Ed è qui che Sforzini innesta una riflessione psicologica e sociologica formidabile: “La soglia dell’attenzione è una droga crudele: ogni dose deve essere più forte della precedente”. Per continuare disperatamente a occupare militarmente la scena e i titoli dei giornali, chi voleva ricostruire la «vera destra» è costretto ogni singolo giorno a inventarsi una nuova, roboante provocazione. Prima la proposta shock del poligono di tiro per i giovani militanti, poi la strampalata idea di una ICE (Immigration and Customs Enforcement) italiana, e ora, come ciliegina finale su una torta ormai stantia, l’incontro con Fabrizio Corona. Sforzini precisa di nutrire assoluto e totale rispetto per Corona, definendolo un uomo di spettacolo e un “comunicatore formidabile”, dotato di un innegabile talento istintivo nel cavalcare i meccanismi dell’attenzione. Ma la politica, ribadisce Sforzini, non è spettacolo, o perlomeno non dovrebbe esserlo mai. Corona fa il suo mestiere, Vannacci ha perso la bussola. E a rendere tutto ancora più interessante, il Presidente del Centro Studi lancia una bomba gossippara e politica irresistibile: “Conosco un antefatto, risalente ad appena sei mesi fa, che per il momento tengo per me. Posso soltanto dire che allora l’opportunità di un incontro tra Corona e Vannacci veniva valutata in maniera assai diversa”. Qualcuno, evidentemente e disperatamente, ha cambiato idea, inaugurando una consuetudine per il Generale. Quello andato in scena (un colloquio di mezz’ora a porte chiuse) non è l’incontro tra due leader, ma il triste sipario di un progetto politico che si arrende allo showbiz. La parabola, conclude genialmente Sforzini, si è compiuta: siamo passati dalla «vera destra» alla “destra in costume. Di Carnevale. Che a Viareggio è di casa.”

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Attualità

Il Mattutino di Sforzini: Serse, l’illusione del potere e l’ombra della fama

Come ogni mattina, torna l’appuntamento immancabile con “Il Mattutino” dal suggestivo Castello Sforzini di Castellar Ponzano! In questa profonda e illuminante riflessione di inizio settimana, ci immergiamo nell’eterna e folle arroganza del potere. Ricordate Serse? Il potentissimo re persiano fece frustare il mare credendo di poterlo domare, ma le onde non cambiarono opinione! Quante volte, anche oggi, confondiamo una semplice comparsa sul palcoscenico della cronaca con la vera Storia? E poi, l’eterna malattia del nostro secolo: l’ossessione per la fama. Rincorriamo il successo, i follower e gli applausi, dimenticando che la celebrità è solo “un’eco, un sogno, anzi del sogno un’ombra”, come dicevano i poeti antichi. È un’illusione vuota che non porta felicità. Il vero traguardo è un altro! Vi auguriamo una giornata di vera libertà, responsabilità e immenso coraggio!👇

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Il mattutino del 5 ottobre 2026

Castello Sforzini di Castellar Ponzano – Ci sono mattine, avvolte nella nebbia sottile e pungente dell’inizio dell’autunno, in cui la storia dell’umanità sembra ripetersi, ostinata e cieca, in un eterno e drammatico ritorno. Guardando il mondo contemporaneo agitarsi convulsamente fuori dalle nostre finestre, dominato dall’arroganza del potere, dalla prepotenza verbale e dalla vana e disperata ricerca del consenso a tutti i costi, la mente corre inesorabilmente e lucidamente ai grandi, maestosi e spesso grotteschi miti del nostro passato millenario. Serse fece frustare il mare. Il mare, pare, non cambiò opinione. In questa folgorante, geniale e potentissima immagine storica, tramandataci dagli antichi, risiede l’intera, tragica ed esilarante assurdità della condizione umana e, in particolar modo, della natura del potere assoluto. Il potente re persiano, accecato dalla propria sterminata hybris, dalla propria insaziabile sete di dominio e dall’illusione di poter piegare persino le invincibili leggi della natura al proprio capriccio umano, ordinò ai suoi carnefici di punire le onde ribelli dell’Ellesponto con trecento colpi di frusta. Una scena madornale, teatrale, imponente. Eppure, le fredde, immense e sovrane acque del mare continuarono a scorrere placidamente, indifferenti alla rabbia impotente del tiranno. Esattamente come oggi, quando assistiamo impotenti alle urla sguaiate, alle leggi inique o alle minacce dei potenti di turno: A volte basta un lampo per confondere la scena con la storia. I leader si agitano sul palcoscenico della cronaca credendo di forgiare il destino del mondo, ma non sono altro che fragilissime comparse di fronte all’immensità insondabile del tempo che scorre e che, inevitabilmente, li ridurrà in polvere.

La vuota e ingannevole illusione della celebrità

Ma l’arroganza cieca e grottesca non è una malattia che affligge esclusivamente i tiranni o i grandi condottieri che siedono negli scranni della geopolitica.
È un male oscuro, subdolo, invisibile e logorante che infetta quotidianamente l’animo di tutti noi, figli smarriti di questa modernità plastificata e superficiale. Viviamo in un’epoca storica letteralmente ossessionata dall’apparire, una società in cui il successo personale viene misurato, in maniera fredda e spietata, unicamente in base al rumore che si riesce a generare attorno al proprio nome, alla quantità di sguardi invidiosi che si riescono ad attirare e agli effimeri applausi di un pubblico distratto. Eppure, proprio quando crediamo di aver toccato la vetta, proprio quando l’ego si gonfia a dismisura nutrendosi dell’adulazione altrui, dovremmo fermarci e ascoltare, nel silenzio della nostra coscienza, l’eco di una verità antica, struggente e implacabile: La fama, che invaghisce a un dolce suono voi altri superbi, e par sì bella, è un’eco, un sogno, anzi del sogno un’ombra. Queste parole immortali, pesanti come macigni e dolci come una ninna nanna, spogliano brutalmente e pietosamente il re nudo. La fama per cui lottiamo accanitamente, tradendo spesso i nostri valori e sacrificando la nostra pace interiore, non possiede alcuna reale, tangibile consistenza. È un miraggio nel deserto, un suono bellissimo ma vuoto che svanisce non appena il vento cambia direzione. Dedicare la propria intera ed irripetibile esistenza a inseguire un’ombra sfuggente è il più tragico e imperdonabile degli sprechi umani. Quando i riflettori inevitabilmente si spengono e l’eco degli applausi cessa, ciò che resta in mano al superbo non è altro che un doloroso e raggelante pugno di mosche, un vuoto interiore impossibile da colmare.

Un invito coraggioso alla responsabilità e alla libertà

Alla luce di queste amare ma necessarie e purificatrici riflessioni filosofiche, il risveglio di questo lunedì mattina non deve trasformarsi in una sterile e nichilistica rassegnazione di fronte all’inutilità del tutto.
Al contrario, la consapevolezza della nostra enorme piccolezza di fronte all’immensità del mare, e l’amara accettazione della natura illusoria e ingannevole della fama mondana, devono paradossalmente diventare i due motori più potenti ed esplosivi per la nostra liberazione personale. Smettere di comportarsi come Serse, smettere di voler controllare follemente ciò che non può essere domato (il giudizio altrui, il passare inesorabile del tempo, il corso degli eventi naturali) è il primo, fondamentale e doloroso passo verso l’illuminazione e la pace dell’anima. Smettere di rincorrere l’ombra vana della celebrità significa, finalmente, avere il tempo e l’energia per coltivare la sostanza reale della vita: gli affetti puri, le azioni disinteressate, la ricerca disperata della verità intima. L’esistenza non ci chiede di essere famosi, ci chiede semplicemente di essere autentici. Questo era Il Mattutino dal Castello Sforzini di Castellar Ponzano. Il nostro augurio più sincero, vibrante e profondo per voi, lettori, è che questa appena iniziata possa davvero essere, e non solo a parole, una giornata permeata da tre pilastri fondamentali: la libertà di non compiacere nessuno, la responsabilità delle proprie piccole ma incisive azioni, e l’immenso coraggio di restare semplicemente se stessi. Che la giornata abbia inizio.

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