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Attualità

Il Mattutino di Sforzini: Serse, l’illusione del potere e l’ombra della fama

Come ogni mattina, torna l’appuntamento immancabile con “Il Mattutino” dal suggestivo Castello Sforzini di Castellar Ponzano! In questa profonda e illuminante riflessione di inizio settimana, ci immergiamo nell’eterna e folle arroganza del potere. Ricordate Serse? Il potentissimo re persiano fece frustare il mare credendo di poterlo domare, ma le onde non cambiarono opinione! Quante volte, anche oggi, confondiamo una semplice comparsa sul palcoscenico della cronaca con la vera Storia? E poi, l’eterna malattia del nostro secolo: l’ossessione per la fama. Rincorriamo il successo, i follower e gli applausi, dimenticando che la celebrità è solo “un’eco, un sogno, anzi del sogno un’ombra”, come dicevano i poeti antichi. È un’illusione vuota che non porta felicità. Il vero traguardo è un altro! Vi auguriamo una giornata di vera libertà, responsabilità e immenso coraggio!👇

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Il mattutino del 5 ottobre 2026

Castello Sforzini di Castellar Ponzano – Ci sono mattine, avvolte nella nebbia sottile e pungente dell’inizio dell’autunno, in cui la storia dell’umanità sembra ripetersi, ostinata e cieca, in un eterno e drammatico ritorno. Guardando il mondo contemporaneo agitarsi convulsamente fuori dalle nostre finestre, dominato dall’arroganza del potere, dalla prepotenza verbale e dalla vana e disperata ricerca del consenso a tutti i costi, la mente corre inesorabilmente e lucidamente ai grandi, maestosi e spesso grotteschi miti del nostro passato millenario. Serse fece frustare il mare. Il mare, pare, non cambiò opinione. In questa folgorante, geniale e potentissima immagine storica, tramandataci dagli antichi, risiede l’intera, tragica ed esilarante assurdità della condizione umana e, in particolar modo, della natura del potere assoluto. Il potente re persiano, accecato dalla propria sterminata hybris, dalla propria insaziabile sete di dominio e dall’illusione di poter piegare persino le invincibili leggi della natura al proprio capriccio umano, ordinò ai suoi carnefici di punire le onde ribelli dell’Ellesponto con trecento colpi di frusta. Una scena madornale, teatrale, imponente. Eppure, le fredde, immense e sovrane acque del mare continuarono a scorrere placidamente, indifferenti alla rabbia impotente del tiranno. Esattamente come oggi, quando assistiamo impotenti alle urla sguaiate, alle leggi inique o alle minacce dei potenti di turno: A volte basta un lampo per confondere la scena con la storia. I leader si agitano sul palcoscenico della cronaca credendo di forgiare il destino del mondo, ma non sono altro che fragilissime comparse di fronte all’immensità insondabile del tempo che scorre e che, inevitabilmente, li ridurrà in polvere.

La vuota e ingannevole illusione della celebrità

Ma l’arroganza cieca e grottesca non è una malattia che affligge esclusivamente i tiranni o i grandi condottieri che siedono negli scranni della geopolitica.
È un male oscuro, subdolo, invisibile e logorante che infetta quotidianamente l’animo di tutti noi, figli smarriti di questa modernità plastificata e superficiale. Viviamo in un’epoca storica letteralmente ossessionata dall’apparire, una società in cui il successo personale viene misurato, in maniera fredda e spietata, unicamente in base al rumore che si riesce a generare attorno al proprio nome, alla quantità di sguardi invidiosi che si riescono ad attirare e agli effimeri applausi di un pubblico distratto. Eppure, proprio quando crediamo di aver toccato la vetta, proprio quando l’ego si gonfia a dismisura nutrendosi dell’adulazione altrui, dovremmo fermarci e ascoltare, nel silenzio della nostra coscienza, l’eco di una verità antica, struggente e implacabile: La fama, che invaghisce a un dolce suono voi altri superbi, e par sì bella, è un’eco, un sogno, anzi del sogno un’ombra. Queste parole immortali, pesanti come macigni e dolci come una ninna nanna, spogliano brutalmente e pietosamente il re nudo. La fama per cui lottiamo accanitamente, tradendo spesso i nostri valori e sacrificando la nostra pace interiore, non possiede alcuna reale, tangibile consistenza. È un miraggio nel deserto, un suono bellissimo ma vuoto che svanisce non appena il vento cambia direzione. Dedicare la propria intera ed irripetibile esistenza a inseguire un’ombra sfuggente è il più tragico e imperdonabile degli sprechi umani. Quando i riflettori inevitabilmente si spengono e l’eco degli applausi cessa, ciò che resta in mano al superbo non è altro che un doloroso e raggelante pugno di mosche, un vuoto interiore impossibile da colmare.

Un invito coraggioso alla responsabilità e alla libertà

Alla luce di queste amare ma necessarie e purificatrici riflessioni filosofiche, il risveglio di questo lunedì mattina non deve trasformarsi in una sterile e nichilistica rassegnazione di fronte all’inutilità del tutto.
Al contrario, la consapevolezza della nostra enorme piccolezza di fronte all’immensità del mare, e l’amara accettazione della natura illusoria e ingannevole della fama mondana, devono paradossalmente diventare i due motori più potenti ed esplosivi per la nostra liberazione personale. Smettere di comportarsi come Serse, smettere di voler controllare follemente ciò che non può essere domato (il giudizio altrui, il passare inesorabile del tempo, il corso degli eventi naturali) è il primo, fondamentale e doloroso passo verso l’illuminazione e la pace dell’anima. Smettere di rincorrere l’ombra vana della celebrità significa, finalmente, avere il tempo e l’energia per coltivare la sostanza reale della vita: gli affetti puri, le azioni disinteressate, la ricerca disperata della verità intima. L’esistenza non ci chiede di essere famosi, ci chiede semplicemente di essere autentici. Questo era Il Mattutino dal Castello Sforzini di Castellar Ponzano. Il nostro augurio più sincero, vibrante e profondo per voi, lettori, è che questa appena iniziata possa davvero essere, e non solo a parole, una giornata permeata da tre pilastri fondamentali: la libertà di non compiacere nessuno, la responsabilità delle proprie piccole ma incisive azioni, e l’immenso coraggio di restare semplicemente se stessi. Che la giornata abbia inizio.

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Attualità

Minacce a Don Coluccia al Quarticciolo, Rampelli: “Pronti a scendere in strada con lui”

La criminalità alza la testa e attacca un simbolo della legalità a Roma, ma lo Stato risponde compatto! Il coraggioso Don Antonio Coluccia, il sacerdote antimafia che da anni sfida a viso aperto i clan e gli spacciatori armato solo di un megafono, è stato bersaglio di pesantissime e vili minacce al Quarticciolo da parte di un gruppo di immigrati irregolari. A fare quadrato attorno al “prete coraggio” è sceso in campo direttamente il Vicepresidente della Camera, Fabio Rampelli (FdI), con parole durissime: “Costernati per queste minacce. Don Coluccia è un alfiere contro la malavita, lo spaccio e il degrado che conforta la gente onesta!”. Rampelli ha poi lanciato una pesante frecciata politica accusando “l’ostracismo della sinistra” contro i piani del Governo per le periferie, e ha lanciato una vera e propria sfida ai clan: “A Don Coluccia il nostro abbraccio. Ci vedremo in strada, fianco a fianco, tra pochi giorni!”. Lo Stato non si piega! Voi da che parte state?👇

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Rampelli

Roma – Esistono trincee invisibili, fatte di asfalto rovente, palazzi scrostati, piazze di spaccio alla luce del sole e sguardi minacciosi, dove lo Stato sembra spesso un’entità lontana e sfocata, e dove la lotta quotidiana tra la legalità e la spietata legge della strada si combatte metro dopo metro, marciapiede dopo marciapiede. In queste terre di frontiera, che spesso portano il nome di quartieri periferici romani tristemente noti alle cronache come il Quarticciolo o San Basilio, ci sono uomini che hanno deciso di non voltare la testa dall’altra parte. Uno di questi uomini, divenuto ormai un simbolo incrollabile di resistenza civile e morale, è Don Antonio Coluccia, il “prete coraggio” che da anni sfida a viso aperto la criminalità organizzata armato solo di un megafono e del Vangelo. Nelle scorse ore, tuttavia, la tensione in questi quartieri difficili ha raggiunto livelli di guardia allarmanti e inaccettabili. Il sacerdote è stato infatti bersaglio di gravissime, vili e inaudite minacce fisiche e verbali perpetuate da un gruppo di facinorosi, descritti dalle prime agenzie come un gruppo di immigrati irregolari legati al controllo del territorio. Un episodio gravissimo, un atto di intimidazione mafiosa in piena regola che ha immediatamente scosso le coscienze della capitale e fatto scattare l’indignazione unanime e fortissima del mondo politico istituzionale, pronto a fare scudo attorno alla preziosissima e insostituibile figura del prelato antimafia.

Le parole di Rampelli: l’abbraccio delle Istituzioni al prete coraggio

A farsi portavoce immediato, autorevole e durissimo dello sdegno delle Istituzioni repubblicane di fronte a questa ignobile aggressione verbale è stato Fabio Rampelli, esponente di spicco di Fratelli d’Italia e attuale Vicepresidente della Camera dei Deputati.
Attraverso una nota stampa ufficiale, diffusa con urgenza per stigmatizzare l’accaduto, Rampelli ha voluto far sentire tutto il peso e la vicinanza dello Stato a Don Coluccia. “Siamo costernati per le vili minacce a Don Coluccia da parte di un gruppo di immigrati”, ha esordito il Vicepresidente della Camera, sottolineando senza mezzi termini la gravità dell’atto intimidatorio. Il politico ha poi voluto tessere un elogio profondo, accorato e sincero dell’operato del sacerdote, riconoscendone il ruolo fondamentale come collante sociale in aree urbane a rischio esplosione. “La sua costante presenza sul territorio è motivo di conforto per tanta gente onesta che si sente abbandonata e soprattutto incompresa nelle sue esigenze primarie”. Don Coluccia, infatti, non è un teorico della teologia chiuso in sagrestia, ma un prete di strada, un “sacerdote di popolo che affianca le predicazioni alle azioni”. La sua colpa imperdonabile, agli occhi della criminalità e degli spacciatori che infestano il Quarticciolo, è proprio quella di essere un irriducibile “alfiere contro lo spaccio, lo sfruttamento della prostituzione, il reclutamento dei ragazzi da parte della malavita organizzata e la loro dipendenza dalla droga e dall’illegalità”. Pattugliando le piazze di notte e illuminando con i fari le zone di spaccio, Don Coluccia toglie ossigeno e clienti ai clan, attirandosi inevitabilmente l’odio mortale di chi vive sui traffici illeciti e sulla disperazione dei più fragili.

Lo scontro politico sulle periferie: “Il Governo investe nonostante la sinistra”

L’intervento di Fabio Rampelli, tuttavia, non si è limitato a un pur doveroso attestato di solidarietà umana e istituzionale, ma ha inevitabilmente acceso i riflettori sul delicatissimo e infuocato scontro politico riguardante la gestione e la riqualificazione delle periferie metropolitane.
Il Vicepresidente della Camera ha elogiato il sacerdote per aver “risvegliato le coscienze e unito attorno a lui una comunità di fedeli e di cittadini che credono nel riscatto del Quarticciolo e più in genere della periferia”. Ma è proprio sul tema del “riscatto” che Rampelli lancia una pesantissima stoccata politica agli avversari, rivendicando l’azione dell’attuale esecutivo guidato da Giorgia Meloni. Parla infatti di una “rinascita nella quale il Governo crede e sulla quale stiamo fortemente investendo, nonostante l’ostracismo della sinistra”, accusando velatamente (ma non troppo) le precedenti amministrazioni e l’opposizione attuale di aver abbandonato per anni queste aree al degrado e di ostacolare oggi i piani di ripristino della legalità e del decoro urbano. Il comunicato si chiude poi con un doveroso e sentito ringraziamento alle forze dell’ordine, “che sono prontamente intervenute” per scongiurare il peggio, e con un auspicio fiducioso verso il lavoro della magistratura: “Sono certo che gli inquirenti assicureranno alla giustizia i responsabili”. Infine, Rampelli lancia un potentissimo e simbolico messaggio finale, che suona come una sfida aperta alla malavita romana. Promettendo un “abbraccio solidale” a Don Coluccia, annuncia: “Ci vedremo in strada, fianco a fianco, tra pochi giorni”. Lo Stato non arretra di un millimetro, e la battaglia per la legalità al Quarticciolo è appena cominciata.

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Politica

Tutti pazzi per Vannacci: l’alleanza antisistema di Jonghi Lavarini contro Draghi

La politica italiana è pronta a esplodere grazie a un’alleanza “frankenstein” totalmente inaspettata e pazzesca! Tutti, improvvisamente, sembrano impazziti per il Generale Roberto Vannacci. A svelare il clamoroso scenario politico è il noto esponente della destra radicale Roberto Jonghi Lavarini, che ha tracciato l’identikit del nuovo e potente schieramento “antisistema”. Se Vannacci non troverà un accordo con il centrodestra tradizionale, guiderà un Terzo Polo ribelle che potrebbe imbarcare nomi assurdi: dal re dei paparazzi Fabrizio Corona, al comunista Marco Rizzo fino al simpatico ex senatore Antonio Razzi! Un’idea folle? Assolutamente no per Jonghi Lavarini, che lancia un durissimo, feroce e spietato attacco ai veri nemici dell’Italia: “Loro tre sono sicuramente meglio dei professoroni come Prodi, Draghi e Monti, che hanno svenduto e impoverito il nostro popolo per favorire gli avidi poteri forti della plutocrazia mondialista!”. È guerra aperta all’establishment europeo! Voi cosa ne pensate?👇

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Rizzo, Corona ,Razzi

Roma – Il panorama politico italiano, da sempre avvezzo a capovolgimenti di fronte inaspettati, alleanze contro natura e rimescolamenti continui, si sta preparando a vivere una delle fasi più calde, magmatiche, imprevedibili ed esplosive della storia repubblicana recente. Al centro esatto, ingombrante e calamitante di questo vero e proprio uragano ideologico e mediatico, siede incontrastata la figura del Generale Roberto Vannacci. Il deputato europeo, forte di una marea di consensi personali e della sua neonata creatura politica, Futuro Nazionale, è diventato il vero, unico e potentissimo ago della bilancia per chiunque cerchi disperatamente visibilità, sopravvivenza elettorale o rivalsa contro il sistema costituito. A scattare un’impietosa, lucidissima e a tratti geniale fotografia di questo particolarissimo e surreale momento storico è Roberto Jonghi Lavarini, figura di spicco e storico esponente della destra radicale. Con un intervento dal titolo a dir poco folgorante e ironico, “Da Rizzo a Razzi, tutti pazzi per Vannacci”, Jonghi Lavarini analizza senza filtri e senza alcun pelo sulla lingua il disperato pellegrinaggio di personaggi eterogenei alla corte del Generale, disegnando un potenziale, inaspettato e clamoroso scenario politico di rottura assoluta. Un piano B dirompente, capace di radunare sotto un unico, immenso ombrello “antisistema” le anime più diverse e pittoresche dell’Italia del malcontento, per muovere guerra ai salotti buoni dell’alta finanza e dell’europeismo tecnocratico.

Da Corona a Rizzo: l’improbabile pellegrinaggio alla corte del Generale

L’analisi chirurgica tracciata da Jonghi Lavarini parte proprio dall’elenco, grottesco ma verissimo, di chi oggi cerca di accreditarsi disperatamente all’ombra dell’enorme popolarità mediatica di Roberto Vannacci.
Il primo nome sul tavolo, freschissimo di cronaca, è quello del discusso e onnipresente re dei paparazzi. “Fabrizio Corona ha un suo seguito, ma sa di non avere la forza per fare un partito”, sentenzia lucidamente Jonghi Lavarini, spiegando così il motivo per cui lo showman “sbraita sui social ma insegue il Generale in spiaggia in Versilia”, mendicando di fatto un’alleanza per restare a galla politicamente. Ma la fila dei corteggiatori del Generale non si ferma certo allo spettacolo puro. Dalla galassia diametralmente opposta, quella della sinistra extraparlamentare dura e pura, arriva Marco Rizzo. L’ex comunista stalinista di ferro, che negli ultimi anni ha vissuto un’incredibile metamorfosi convertendosi a una “terza posizione sovranista”, ha appena fondato un nuovo e piccolissimo micro partito. Una sigla che, secondo la spietata analisi di Lavarini, non avrebbe attualmente alcuna reale “speranza di presentarsi al voto” in solitaria. Infine, chiude questo surreale e affascinante trittico di alleati potenziali il “simpatico ex senatore Antonio Razzi”. Paragonato ironicamente, ma con profondo affetto, alla macchietta cinematografica di Cetto La Qualunque, Razzi viene in realtà convintamente riabilitato da Jonghi Lavarini, che lo definisce, al netto delle gaffe televisive, un “bravo emigrato italiano all’estero e un buon patriota anticonformista”, dotato di un fiuto innegabile per gli umori della pancia del Paese.

Il Piano B di Futuro Nazionale: guidare un vasto fronte antisistema

Ma perché figure così apparentemente distanti e politicamente incompatibili, dal gossip di Corona al comunismo di Rizzo fino al pragmatismo di Razzi, gravitano improvvisamente e compulsivamente attorno a Futuro Nazionale?
La risposta la fornisce proprio Jonghi Lavarini, disegnando, attraverso il suo “personalissimo pensiero”, un lucido, strategico e spaventoso scacchiere elettorale per le prossime scadenze. Il movimento di Vannacci, FNV, si trova oggi a un bivio storico ineludibile. La priorità assoluta, e il piano A, rimane certamente quella di cercare faticosamente “un accordo politico programmatico o tecnico elettorale” organico e strutturato con l’attuale blocco di governo del centrodestra tradizionale (Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia). Ma se le trattative dovessero clamorosamente naufragare, o se i vecchi partiti chiudessero le porte per gelosia dei sondaggi, ecco scattare il formidabile e dirompente Piano B. In quel caso, profetizza Jonghi Lavarini, Futuro Nazionale non dovrà piegare la testa, ma dovrà coraggiosamente “mettersi a capo di un più ampio terzo schieramento alternativo antisistema”. È proprio all’interno di questo grande e inesplorato contenitore ribelle, populista e sovranista, che persino le anime più diverse e irrequiete (come Corona, Rizzo e Razzi) potrebbero magicamente e strategicamente “avere una loro utilità, spazio e conseguente ruolo”. Una sorta di grande coalizione degli “esclusi”, unita esclusivamente dal collante dell’opposizione viscerale e totale al politicamente corretto e all’establishment costituito.

Il violento atto d’accusa contro Draghi, Monti e la “plutocrazia mondialista”

L’affondo finale dell’intervento di Roberto Jonghi Lavarini abbandona le tattiche elettorali per trasformarsi in una durissima, feroce e pesantissima requisitoria politica contro i veri nemici giurati del popolo, alzando i toni a livelli di guardia.
Se l’idea di affidare ruoli politici a Corona o a Razzi può far storcere il naso ai perbenisti e ai puristi della politica, Jonghi Lavarini ribalta completamente e violentemente il tavolo del giudizio morale. “I sopracitati sono sicuramente molto meglio dei professoroni Prodi, Draghi e Monti”, tuona inesorabile l’esponente della destra radicale. Il suo è un atto d’accusa senza appello contro la classe dirigente tecnocratica e borghese che ha governato l’Italia negli ultimi decenni. Secondo l’analisi durissima di Jonghi Lavarini, sono stati proprio quei presunti e blasonati esperti di economia con la cravatta, osannati dai salotti buoni e dalle televisioni, che di fatto “hanno distrutto la nostra economia e impoverito il nostro popolo”. Uomini di spettacolo ed ex comunisti, seppur eccentrici, vengono quindi dipinti come patrioti di gran lunga preferibili rispetto a quei tecnici spietati colpevoli di averci “svendendoci tutti agli avidi poteri forti privati della plutocrazia mondialista”. Una dichiarazione di guerra ideologica pesantissima, che traccia un solco incolmabile tra l’Italia profonda, arrabbiata e anticonformista rappresentata da Vannacci, e le ovattate e lontanissime stanze del potere finanziario europeo. La sfida finale è ufficialmente e brutalmente lanciata.

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Politica

Futuro Nazionale scende in piazza a Milano: asse europeo per Calin Georgescu

La piazza di Milano si infiamma e diventa il crocevia di un potentissimo asse politico europeo! Centinaia di militanti di “Futuro Nazionale” sono scesi convintamente in strada al fianco di oltre 200 patrioti dell’attivissima comunità romena residente in Italia. L’obiettivo? Chiedere a gran voce giustizia e libertà assoluta per Calin Georgescu, duramente definito dai manifestanti come un vero e proprio “prigioniero politico” di un regime asservito ai poteri di Bruxelles e della NATO. A guidare la protesta, nomi di spicco come l’avvocato Renato Maturo e Roberto Jonghi Lavarini. Ma il vero dato politico bomba è la saldatura internazionale: in piazza erano presenti anche delegati del “Rassemblement National” di Marine Le Pen francese e dei tedeschi di “Alternative für Deutschland” (AfD), i potentissimi alleati di ferro di Roberto Vannacci al Parlamento Europeo! Una vera prova di forza contro le istituzioni dell’UE!👇

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Calin Georgescu

Milano – Le strade frenetiche e produttive del capoluogo lombardo, da sempre crocevia ineludibile di istanze sociali, battaglie politiche e fermenti culturali di respiro internazionale, si sono trasformate nelle scorse ore nel palcoscenico vibrante e acceso di una manifestazione di fortissimo impatto geopolitico. Una piazza compatta, decisa e rumorosa ha infatti fatto da cornice a un’imponente mobilitazione organizzata dai vertici e dai militanti di Futuro Nazionale. Il movimento politico, espressione diretta delle istanze sovraniste italiane e legato a doppio filo alla controversa e discussa figura del Generale Roberto Vannacci, ha deciso di scendere fisicamente e convintamente in strada al fianco della nutritissima, laboriosa e storicamente integrata comunità dei patrioti romeni residenti in Italia. L’obiettivo primario, sbandierato senza mezzi termini e con toni decisamente barricadieri durante la manifestazione milanese, non riguardava semplici beghe amministrative locali, ma puntava i riflettori su una vera e propria e caldissima crisi politica internazionale. I manifestanti si sono radunati per chiedere a gran voce, e con un appello rivolto alle coscienze europee, la liberazione, la giustizia e la totale libertà per Calin Georgescu. Quest’ultimo, figura di spicco nel panorama politico del suo Paese, è stato duramente e inequivocabilmente definito dalla piazza milanese come un vero e proprio “prigioniero politico”, vittima sacrificale e illustre di quello che i promotori dell’iniziativa non hanno esitato a bollare apertamente come un «corrotto regime romeno, servo silenzioso dei poteri di Bruxelles e della NATO». Una presa di posizione durissima e frontale, che infiamma il dibattito europeo.

I volti della protesta: da Maturo e Jonghi Lavarini fino alla comunità romena

L’eco della manifestazione milanese non è stata affidata al caso, ma è stata sapientemente orchestrata e guidata da figure di spicco e volti noti del panorama politico extraparlamentare e identitario italiano.
A guidare la delegazione e a dettare i ritmi della protesta è stato l’avvocato Renato Maturo, in veste ufficiale di presidente dell’attivissimo comitato 421 FNV Milano, che ha voluto testimoniare fisicamente e politicamente la vicinanza del movimento italiano alla causa dei fratelli dell’Est. Al suo fianco, a impreziosire e appesantire il parterre dei relatori, non è passata inosservata la presenza ingombrante e storicamente riconoscibile del “barone nero” Roberto Jonghi Lavarini, figura iconica, discussa e inossidabile della destra radicale milanese. A completare il tridente di rappresentanza e a fare da ponte ideale tra la politica italiana e il cuore ferito della Romania, c’era l’onorevole e ingegnere Romolus Popescu, storico e ascoltatissimo presidente dell’associazione dei Romeni in Italia. La loro chiamata alle armi pacifiche non è caduta nel vuoto: la piazza ha infatti visto la partecipazione attiva, calorosa e commossa di oltre duecento cittadini romeni, perfettamente integrati nel tessuto sociale ed economico meneghino ma mai dimentichi delle loro radici e delle sofferenze della loro patria d’origine. A loro si è unito un nutrito e compatto gruppo di militanti e simpatizzanti italiani, a dimostrazione di una totale e trasversale saldatura ideologica e umana contro quelle che vengono percepite come le ingiustizie di un sistema continentale oppressivo e burocratizzato.

Il peso geopolitico: un’alleanza di ferro con Le Pen e l’AfD di Vannacci

Ma il dato politicamente più rilevante, massiccio e strategicamente esplosivo dell’intera manifestazione andata in scena a Milano non risiede unicamente nella solidarietà a Georgescu, bensì nella clamorosa, pubblica e orgogliosa ostentazione di un asse politico sovranista di livello profondamente europeo.
La protesta, infatti, non si è chiusa nei ristretti confini italo-romeni, ma ha assunto i contorni ufficiali di un vero e proprio vertice della destra continentale in piazza. A portare il proprio saluto e il proprio sostegno incondizionato alla causa sono arrivati anche due esponenti di spicco in rappresentanza dei più grandi e temuti movimenti identitari d’Europa. Il primo ha portato la pesante bandiera del Rassemblement National, la formidabile e popolare macchina da guerra elettorale francese guidata con polso fermo da Marine Le Pen. Il secondo, e forse politicamente ancora più significativo, era presente in rappresentanza dei vertici di Alternative für Deutschland (AfD), il potentissimo partito della destra tedesca. La presenza dell’AfD a Milano non è affatto casuale né puramente simbolica: si tratta del principale partito alleato di Futuro Nazionale all’interno del Parlamento Europeo di Strasburgo, ovvero la prestigiosa arena istituzionale dove il Generale Roberto Vannacci, eletto deputato con una valanga di preferenze, porta avanti le sue battaglie politiche. La piazza milanese ha quindi certificato, nero su bianco e davanti alle telecamere, che il movimento italiano non viaggia isolato, ma è parte integrante, attiva e fondamentale di una fittissima e potente rete di alleanze europee pronte a sfidare frontalmente e senza paura lo status quo imposto dall’Unione Europea.

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