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Il messaggio del Vescovo Parmeggiani a Bellegra: la vera gioia di San Francesco

Nel suggestivo, millenario e silenzioso “Sacro Ritiro di Bellegra” (Roma), un luogo mistico, immerso nella natura e dove San Francesco ha fisicamente soggiornato ottocento anni fa, si è levata forte, chiara e profonda la voce del Vescovo Mauro Parmeggiani per le celebrazioni del Patrono d’Italia. In una società malata, ansiosa e divorata dallo stress e dal materialismo vuoto, le parole del Vescovo risuonano come uno scossone rivoluzionario alle nostre coscienze addormentate: “San Francesco continua a parlarci. Ci ricorda che la vera gioia e la vera ricchezza non consistono nell’avere tutto o nell’ossessione del possedere, ma nel sapersi donare totalmente al prossimo”. E in un mondo insanguinato da guerre assurde, il messaggio francescano tocca il cuore di ognuno di noi: la vera e duratura pace non è solo il silenzio delle armi in tv, ma la coraggiosa riconciliazione del nostro cuore e la fine dell’odio nelle nostre vite quotidiane! Un monito spirituale di una potenza e attualità devastanti!👇

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Il Sacro Ritiro di San Francesco a Bellagra

Bellegra (Roma) – Ci sono luoghi, incastonati silenziosamente nelle pieghe nascoste e meravigliose della provincia italiana, dove il tempo sembra letteralmente essersi fermato, e dove le pietre, gli alberi secolari e persino il vento che soffia tra le valli continuano a trasudare, in maniera quasi tangibile, una profonda e purissima spiritualità millenaria. Uno di questi luoghi di inestimabile valore storico, mistico e umano è senza ombra di dubbio il celeberrimo e suggestivo Sacro Ritiro di Bellegra, un minuscolo e silenzioso polmone di fede situato a ridosso dei monti prenestini. Qui, in questo asilo di pace assoluta lontano dal frastuono alienante e nevrotico della modernità metropolitana, la figura gigantesca e rivoluzionaria del “Poverello di Assisi” non è soltanto un lontano e sbiadito ricordo storico o un’immagine da santino. Qui, San Francesco è fisicamente e storicamente passato in preghiera, lasciando un’impronta indelebile e incancellabile nell’anima del territorio. Proprio in questa straordinaria cornice mistica, in occasione della partecipatissima, solenne e commossa Festa in onore del Santo Patrono d’Italia celebratasi la scorsa domenica 4 ottobre 2026, si è levata, forte e cristallina, la voce profonda e riflessiva di Sua Eccellenza Monsignor Mauro Parmeggiani, Vescovo della Diocesi di Tivoli e di Palestrina. Le sue parole, pronunciate durante una sentitissima ed emozionante omelia, hanno saputo squarciare il velo del nostro tempo, riportando alla luce un messaggio francescano di una modernità e di un’urgenza letteralmente spiazzanti per l’uomo contemporaneo.

La vera gioia e la vera ricchezza: una sfida al materialismo vuoto

Il cuore pulsante, teologico ed emotivo del profondo intervento del Vescovo Parmeggiani si è concentrato sulla drammatica e dolorosa contrapposizione tra i valori eterni predicati da San Francesco e le tristi, vuote e spietate illusioni che dominano la società consumistica in cui siamo immersi fino al collo.
«Fratelli e sorelle, ottocento anni dopo il suo Transito, Francesco continua a parlarci», ha esordito solennemente il Prelato, ricordando all’attenta assemblea dei fedeli come la voce del Santo non sia stata minimamente affievolita dallo scorrere inesorabile dei secoli, ma risulti oggi più squillante, chiara e provocatoria che mai. Monsignor Parmeggiani ha puntato coraggiosamente il dito contro la più grande e diffusa menzogna del nostro secolo: l’idea che la felicità umana coincida matematicamente con l’accumulo compulsivo, bulimico e infinito di beni materiali e denaro. «Ci ricorda che la vera gioia non consiste nell’avere tutto, ma nell’avere Cristo», ha affermato con forza il Vescovo. In un’epoca angosciante, in cui milioni di individui corrono freneticamente ogni giorno, schiacciati dallo stress e dall’ansia sociale pur di possedere l’ultimo modello di smartphone, l’automobile più lussuosa o l’abito firmato per ostentarlo sui social network, il richiamo di San Francesco rappresenta uno schiaffo morale fortissimo, uno scossone necessario per risvegliare le coscienze intorpidite. Ma il ragionamento del Vescovo si spinge ancora più in profondità, toccando il concetto stesso, spesso distorto e avvelenato, del patrimonio personale: «Ci ricorda che la vera ricchezza non consiste nel possedere, ma nel sapersi donare». Svuotarsi del proprio egoismo e delle proprie asfissianti sicurezze materiali per riempirsi, fino all’orlo, dell’amore gratuito verso il prossimo, specialmente verso gli ultimi, i poveri e gli scartati dalla società, è l’unico vero “investimento” in grado di garantire una pace interiore duratura, solida e incrollabile di fronte alle tempeste imprevedibili e feroci della vita.

La pace del cuore e il creato come sacra strada verso Dio

L’omelia pronunciata al Sacro Ritiro di Bellegra non poteva certamente ignorare il contesto globale angosciante, buio e insanguinato in cui ci troviamo a vivere in questo difficile e travagliato 2026, costantemente minacciati dallo spettro di guerre assurde e devastanti.
Tuttavia, anche in questo caso, il Vescovo Parmeggiani ha saputo elevare magistralmente il discorso, superando la pur sacrosanta e necessaria condanna geopolitica per toccare la dimensione più intima, spirituale e faticosa dell’animo umano. «Ci ricorda che la vera pace non consiste semplicemente nell’assenza di conflitti, ma nella riconciliazione del cuore», ha ammonito saggiamente il Vescovo. Un cessate il fuoco armato imposto dalla diplomazia, per quanto vitale, non durerà mai se prima gli uomini non avranno il coraggio immenso e disperato di spegnere i roghi mortali dell’odio, del rancore inestinguibile, del pregiudizio cieco e dell’invidia che bruciano violentemente all’interno delle proprie case, dei propri condomini e delle proprie misere vite quotidiane. La pace vera, solida e inattaccabile, insegna San Francesco, nasce unicamente dall’interno, dal coraggio faticoso di perdonare se stessi e chi ci ha profondamente ferito. Infine, Monsignor Parmeggiani ha voluto onorare la straordinaria e ineguagliabile visione ecologista e sacra del Santo Patrono, ricordando a tutti i presenti che «ogni uomo e ogni donna, ogni creatura, tutto il creato, può diventare per noi una strada che conduce a Dio». Non esistono scarti, non esiste una natura “usa e getta” da sfruttare cinicamente e brutalmente fino all’esaurimento per puro profitto. Guardando le pietre silenziose, umili e intrise di preghiera del Sacro Ritiro di Bellegra, «dove lui è passato e dove tutto ci parla di Francesco», la comunità dei fedeli ha pregato affinché il Santo ci accompagni e ci guidi, oggi più che mai, nel nostro faticoso ma meraviglioso cammino terreno.

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Villasanta, scoppia la rivolta contro le strisce blu: “Uccidono il commercio locale, vogliamo il disco orario”

Scoppia la protesta a Villasanta contro il rischio delle strisce blu! 🚗 I cittadini e i commercianti locali sono sul piede di guerra per la possibile introduzione dei tanto odiati parcheggi a pagamento nel cuore del paese. In un durissimo comunicato diffuso in queste ore (a firma di Roberto Manzato), si denuncia a gran voce come i parcometri rappresenterebbero il colpo di grazia per i negozi di vicinato, già messi in crisi dai grandi centri commerciali. “Chi deve fermarsi 10 minuti dal panettiere o in farmacia non deve pagare una nuova tassa!”, tuonano i promotori. La soluzione alternativa proposta? L’introduzione del disco orario di 90 minuti (con multe severe per chi non lo rispetta) e permessi speciali gratuiti per i residenti e i dipendenti. Un appello accorato all’Amministrazione Comunale affinché scelga il buon senso per non desertificare l’economia cittadina. Voi siete d’accordo con le strisce blu o preferite il disco orario (magari quello elettronico automatico che vi consigliamo nell’articolo)? Fateci sapere la vostra nei commenti! 👇

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Parcheggio Villasanta

Villasanta – Il delicato e sempre accesissimo dibattito sulla viabilità urbana, sulla gestione degli spazi pubblici e sulle tanto temute soste a pagamento torna a infiammare prepotentemente il clima politico e sociale della Brianza. Al centro della bufera mediatica e cittadina, in queste ore, c’è il Comune di Villasanta, dove sta prendendo sempre più corpo e consistenza una dura e ferma opposizione civile contro la possibile e discussa introduzione delle “strisce blu” nel cuore del paese. A farsi portavoce del diffuso malcontento che serpeggia tra i residenti e gli esercenti è Roberto Manzato, figura impegnata sul territorio, che ha diramato un durissimo comunicato stampa per denunciare a gran voce i gravissimi rischi economici e sociali legati a questa manovra amministrativa. “Diciamo un NO categorico e assoluto all’introduzione delle strisce blu a pagamento a Villasanta”, esordisce senza mezzi termini la nota diffusa. L’argomentazione principale, che trova un larghissimo e immediato consenso tra i cittadini, si fonda sulla difesa strenua di un ecosistema economico già da tempo in fortissima sofferenza: il commercio di vicinato. Le piccole botteghe storiche, infatti, si trovano già quotidianamente costrette a combattere una guerra impari contro la spietata concorrenza dei giganteschi poli commerciali limitrofi e contro l’inarrestabile rincaro generale dei costi di gestione e delle bollette energetiche.

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Il colpo di grazia alle botteghe e la tassa mascherata

Secondo l’attenta analisi dei promotori della protesta, imporre il pagamento di un ticket per la sosta nei punti nevralgici del paese si trasformerebbe rapidamente nel classico colpo di grazia per la già fragile economia locale.
“Riteniamo sia una scelta profondamente sbagliata e dannosa”, si legge nel documento. “Trasformare il centro storico e le vie principali di Villasanta in un gigantesco parcheggio a pagamento significa, di fatto, disincentivare e scoraggiare i cittadini a fermarsi nei nostri amati negozi, nei bar di fiducia o nelle botteghe storiche”. Il ragionamento è tanto semplice quanto inoppugnabile dal punto di vista pratico: un normale cittadino che deve sbrigare una commissione velocissima e quotidiana – come acquistare le medicine urgenti in farmacia, prendere il pane fresco dal fornaio o comprare il giornale nell’edicola sotto casa – non può e non deve essere costretto a perdere tempo per cercare la colonnina e pagare un balzello per soli dieci minuti di sosta. Per i detrattori dell’iniziativa, l’installazione dei parcometri non rappresenta affatto una soluzione per migliorare la fluidità del traffico urbano, ma nasconde ben altri scopi. “Le strisce blu non creano vera rotazione dei veicoli, ma creano solamente una nuova e ingiusta tassa occulta sulle spalle della comunità”, sentenziano con grande amarezza i firmatari della petizione. Un balzello che finirebbe inevitabilmente per allontanare la clientela residente, spingendola a riversarsi nei parcheggi immensi e gratuiti dei grandi centri commerciali della provincia brianzola, desertificando di conseguenza il tessuto sociale del centro cittadino.

La proposta alternativa: disco orario e tolleranza zero per la sosta selvaggia

Ma la protesta sollevata a Villasanta non si limita affatto a una sterile critica distruttiva nei confronti del Palazzo. I cittadini, infatti, mettono sul tavolo dell’Amministrazione Comunale una proposta alternativa molto chiara, estremamente concreta e, soprattutto, a costo zero per le già provate casse della comunità.
Il progetto alternativo si articola su tre punti fondamentali e complementari. Il primo passo prevede l’istituzione generalizzata di un “Disco orario della durata di 90 minuti nelle vie centrali e posizionato strategicamente davanti a tutte le attività commerciali”. Questa misura, secondo i promotori, sarebbe ampiamente sufficiente per garantire la necessaria e vitale rotazione dei veicoli, impedendo il malcostume delle auto lasciate parcheggiate nello stesso stallo per intere giornate lavorative. Il secondo punto, strettamente legato al primo, chiede a gran voce l’impiego di “controlli veri, costanti e severi da parte degli agenti della Polizia Locale sul reale rispetto del disco orario e contro la dilagante sosta selvaggia”, in modo da sanzionare chi abusa degli spazi pubblici a discapito degli altri. Infine, la terza richiesta riguarda la fondamentale “tutela per i residenti del centro, per i commercianti e per i loro dipendenti, da garantire attraverso il rilascio di speciali permessi gratuiti”. I promotori ricordano come questa soluzione equilibrata sia stata già adottata con enorme successo in moltissimi altri virtuosi Comuni della Brianza, invocando “più buon senso e meno balzelli”. L’appello conclusivo è un monito severo rivolto direttamente alla Giunta e al Sindaco: “Chiediamo all’Amministrazione Comunale di ascoltare la voce dei commercianti e dei cittadini prima di assumere una decisione unilaterale che rischia concretamente di svuotare il centro e penalizzare irreparabilmente l’economia locale. Il parcheggio è, e deve rimanere, un servizio primario per la comunità, non deve in alcun modo diventare un cinico business”.

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Allarme siccità, il fiume Turano scompare sotto la diga: la dura battaglia dei cittadini contro Enel

Allarme siccità a Rocca Sinibalda (Rieti): il fiume Turano, in un tratto sotto Rocca Sinibalda, è completamente sparito! 💧 La drammatica inchiesta, riportata e sollevata dal Fatto Quotidiano, accende i riflettori su una vera e propria guerra per l’acqua in provincia di Rieti. Da settimane l’alveo del fiume è ridotto a una spettrale distesa di sassi asciutti lunga oltre un chilometro e mezzo. Gli ambientalisti e il Comitato dei cittadini protestano (con tanto di concerto di violino nel letto del fiume prosciugato), chiedendo ad Enel di aumentare immediatamente i rilasci d’acqua dall’invaso principale. Il problema? L’acqua viene deviata in gallerie sotterranee per produrre preziosa energia idroelettrica, e i rilasci sono regolati da vecchi accordi che risalgono addirittura al 1950, ormai del tutto inadeguati ad affrontare i terribili cambiamenti climatici attuali! “Un fiume ha il diritto di restare un fiume, non può diventare una strada sterrata” dichiarano i residenti, sostenuti persino dall’Unione Europea. Leggete l’inchiesta completa (con un libro consigliato imperdibile sull’ambiente) nel nostro ultimo articolo! 👇

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fiume Turano in secca

Rocca Sinibalda (Rieti) – Per un’ora intera, nella soleggiata giornata di domenica 27 settembre, le note struggenti e malinconiche di un violino hanno riecheggiato in tutta la vallata. A suonare lo strumento, però, non era un musicista posizionato su una suggestiva riva erbosa, bensì qualcuno seduto esattamente nel punto in cui, in condizioni normali, dovrebbe scorrere impetuoso il fiume Turano, nel Comune di Rocca Sinibalda, in provincia di Rieti. Da intere settimane, infatti, l’antico alveo fluviale si è trasformato in una spettrale e silenziosa distesa di sassi bianchi e vegetazione spontanea. Le misurazioni e le rilevazioni raccolte sul campo dal Comitato per il Fiume Turano parlano chiaro e indicano un drammatico peggioramento: il tratto di letto del fiume completamente asciutto è cresciuto dai circa 1,2 chilometri registrati nel mese di agosto, fino a superare il chilometro e mezzo nel mese di settembre. L’acqua, quasi come per magia, ricompare solamente molto più a valle, in una località definita “Il Laghetto”, ma esclusivamente grazie al provvidenziale apporto idrico di una sorgente limitrofa. L’emozionante e provocatorio concerto, organizzato da Legambiente in occasione della Giornata mondiale dei fiumi, rappresenta ancora oggi una delle immagini visive più efficaci e potenti della protesta portata avanti da residenti e associazioni ambientaliste. Un’inchiesta dettagliata sulla vicenda è stata recentemente sollevata e riportata con grande precisione dai colleghi de Il Fatto Quotidiano (ilfattoquotidiano.it), che hanno acceso i riflettori su una problematica che rischia di diventare tristemente comune in molte regioni italiane.

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Siete preoccupati per il rapido cambiamento climatico e volete capire come le nostre scelte quotidiane possono salvare gli ecosistemi a rischio? CLICCA QUI per acquistare su Amazon “Possiamo salvare il mondo, prima di cena” di Jonathan Safran Foer, uno dei libri sull’ambiente più illuminanti dell’ultimo decennio!

Il conflitto invisibile tra produzione idroelettrica e siccità

Per comprendere a fondo il caso del Turano, come ben evidenzia l’inchiesta de Il Fatto Quotidiano, è necessario spostare lo sguardo molto più a monte, e precisamente al Lago del Turano.
Questo immenso invaso artificiale è infatti storicamente legato a una grande diga gestita da Enel Produzione. Solo una minima parte delle sue acque viene attualmente rilasciata per defluire nel corso naturale del fiume Turano. Il resto della preziosa risorsa idrica viene invece convogliato, attraverso un complesso sistema di gallerie sotterranee, verso il Lago del Salto, per essere poi utilizzato in modo intensivo nel sistema idroelettrico della vicina centrale di Cotilia. Il problema nasce quando fattori meteorologici estremi iniziano a sovrapporsi: quando il caldo anomalo, la persistente siccità e i continui prelievi industriali si sommano, l’intero sistema rischia il tilt. La produzione energetica (seppur rinnovabile) entra in drammatica e diretta competizione con la sopravvivenza stessa dell’acqua e del suo ecosistema. La portata del fiume a valle della diga, infatti, non dipende esclusivamente dall’acqua rilasciata dall’invaso principale, ma riceve solitamente un aiuto vitale anche dagli affluenti, dalle sorgenti e dal reticolo idrografico minore. Quando le precipitazioni diminuiscono drasticamente, anche questi piccoli ma fondamentali contributi scompaiono: il Comune di Rocca Sinibalda ha riferito che, durante la grave crisi estiva, persino il Fosso di Stipes e il Fosso di Marangone non immettevano più un solo goccio d’acqua nel Turano.

La guerra dei numeri e i disciplinari degli anni ’50

Il cuore della vertenza burocratica risiede in un vecchio pezzo di carta. A regolare i delicati rilasci idrici dalla diga, infatti, c’è un disciplinare che risale addirittura al 1950.
Questo antico documento prevede, all’articolo 9, un deflusso minimo di almeno 100 litri al secondo all’altezza del vecchio ponte di Posticciola, stabilendo inoltre che, nei punti in cui la valle offre concrete possibilità di irrigazione per gli agricoltori, la portata non debba mai risultare inferiore a 300 litri al secondo. In estate, secondo quanto riferito dal sindaco Stefano Micheli, Enel aveva assicurato un rilascio dalla diga di 200 litri al secondo, ritenuto teoricamente sufficiente a garantirne almeno 100 a Posticciola. Una lettura che il Comitato cittadino contesta fermamente. Interpellata direttamente dai giornalisti de Il Fatto Quotidiano, Enel ha assicurato che la complessa gestione viene effettuata nel rigoroso “rispetto del titolo concessorio, del relativo disciplinare, della normativa applicabile e dei provvedimenti delle Autorità competenti”, aggiungendo di aver garantito, dopo gli incontri estivi con i sindaci, rilasci “maggiori del valore minimo previsto”. I dati specifici sulla quantità di acqua trasferita dal Turano al Salto per produrre energia, tuttavia, restano riservati: l’azienda li definisce “confidenziali” e li condivide solo con le Autorità.

Il diritto dei fiumi e il monito dell’Unione Europea

Ma per i cittadini e gli attivisti, la fredda burocrazia non basta più. “Il livello dell’acqua nel Lago del Turano c’è, eppure, sotto Rocca Sinibalda il fiume scompare letteralmente nel nulla”, spiega amaramente David Rottgen del Comitato per il Fiume Turano. “Noi non chiediamo di fermare la necessaria produzione di energia rinnovabile, ma chiediamo che siano aumentati immediatamente i rilasci vitali dalla diga. Un fiume ha il sacrosanto diritto di restare un fiume, non può trasformarsi in una strada sterrata”.
Il nodo centrale della questione, infatti, non è solo capire se l’azienda rispetti o meno in modo formale delle norme stabilite oltre settant’anni fa, ma comprendere se quelle arcaiche quantità previste nel 1950 siano ancora lontanamente sufficienti oggi, alla luce degli stravolgimenti climatici attuali. Come è possibile conciliare l’aumento della produzione idroelettrica con la tutela degli ecosistemi fluviali quando il cambiamento climatico rende sempre più devastanti le stagioni secche? Non a caso, a gennaio, la stessa Commissione Europea ha aperto una procedura d’infrazione contro l’Italia, contestando proprio la gravissima assenza di revisioni periodiche adeguate per le antiche concessioni di prelievo e sbarramento idrico. Oggi, a Rocca Sinibalda, questo problema burocratico europeo ha smesso di essere un concetto astratto, trasformandosi in una drammatica ferita di pietre bianche nel cuore verde del territorio.

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Forum Leader 2026 all’Aquila: fondi europei e rilancio strategico delle aree interne

Le nostre bellissime montagne e i nostri antichi borghi rurali stanno morendo a causa dello spopolamento? L’Aquila (Capitale Italiana della Cultura) è pronta a guidare la riscossa su scala nazionale! Il 28 e 29 ottobre, il capoluogo abruzzese ospiterà il prestigioso “Forum Leader 2026”, organizzato dal GAL Gran Sasso Velino. Decine di istituzioni, esperti di macro-economia, sindaci e Gruppi di Azione Locale provenienti da tutta Italia si riuniranno in città per un vertice di importanza vitale! L’obiettivo? Preparare una strategia d’acciaio per mettere le mani sui prossimi, ricchissimi e indispensabili Fondi Europei “LEADER” (2028-2034) destinati alle zone rurali. “Sarà un grande laboratorio per capire come far nascere nuove imprese, salvare i terreni agricoli dall’abbandono e dare finalmente un futuro stabile ai giovani che vogliono vivere in montagna”, ha spiegato il Presidente Paolo Federico. Una battaglia che ci riguarda tutti! 👇

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Locandina evento L'Aquila

L’Aquila – L’Italia non è fatta solo di grandi e caotiche metropoli industriali o di affollatissime coste turistiche prese d’assalto durante i mesi estivi. Esiste un’altra Italia, bellissima, silenziosa e vitale, ma drammaticamente fragile: è l’Italia delle cosiddette “aree interne”, dei borghi appenninici isolati, delle valli montane e delle sconfinate province rurali che da decenni lottano quotidianamente contro lo spopolamento, la fuga inesorabile dei cervelli giovanili e l’assenza cronica di servizi basilari e infrastrutture. Eppure, proprio in questi territori “marginali” si nasconde un potenziale economico, agricolo e turistico immenso, che attende solo di essere sbloccato attraverso investimenti mirati e strategie a lungo termine. È partendo da questa profonda e ineludibile consapevolezza che L’Aquila, forte del suo prestigiosissimo e meritato titolo di Capitale italiana della Cultura 2026, si appresta a trasformarsi per due giorni nel più grande e importante laboratorio nazionale di pianificazione territoriale. Il 28 e il 29 ottobre prossimi, infatti, il capoluogo abruzzese ospiterà l’atteso vertice “Forum Leader 2026”. Un evento di importanza strategica cruciale, promosso e organizzato con orgoglio dal GAL Gran Sasso Velino, che chiamerà a raccolta decine di GAL (i Gruppi di Azione Locale) provenienti da ogni angolo della Penisola. L’obiettivo è uno solo ma titanico: costruire una rete istituzionale d’acciaio che sappia intercettare le monumentali opportunità economiche in arrivo dall’Europa per creare lavoro stabile, fare impresa e restituire un futuro tangibile ai giovani che decidono coraggiosamente di restare a vivere in montagna o in campagna.

La partita vitale dei fondi comunitari LEADER 2028-2034

Il momento storico in cui si colloca questo importante meeting abruzzese (che raccoglie il testimone della precedente edizione 2025 svoltasi con successo nella Provincia di Palermo) non è affatto casuale.
Al centro dei tavoli di lavoro e dei dibattiti all’Aquila ci sarà un tema che fa letteralmente tremare i polsi alle amministrazioni regionali: la futura e complessa programmazione dei fondi LEADER (Liaison Entre Actions de Développement de l’Économie Rurale, ovvero i fondi comunitari strutturali destinati in via esclusiva allo sviluppo dell’economia rurale). Sebbene possa sembrare una questione puramente burocratica o distante dalla vita di tutti i giorni, la realtà è che in questi primissimi mesi autunnali del 2026 sono già entrati nel vivo, a Bruxelles, i feroci e delicatissimi negoziati europei per accaparrarsi e gestire la nuova cascata di fondi comunitari prevista per il lontano ma imminente settennio 2028-2034. La fine di questo anno si preannuncia come uno snodo politico assolutamente cruciale, durante il quale verranno dettate le nuove rigide regole del gioco. L’incontro dell’Aquila servirà proprio a questo: radunare interlocutori privilegiati, esperti di macro-economia e rappresentanti dei Ministeri per cercare di decifrare in anticipo in che modo e con quali nuovi paletti l’Europa deciderà di ripartire l’ossigeno finanziario destinato ai nostri borghi. «Ci prepariamo ad ospitare una due giorni di assoluta e vitale rilevanza nazionale, con un grande evento che lascerà inesorabilmente il segno», ha spiegato con visibile e giustificato orgoglio Paolo Federico, attuale presidente del GAL Gran Sasso Velino e stimato sindaco del comune di Navelli. «Questo Forum contribuirà fattivamente a scrivere e delineare il futuro economico dei nostri territori sui temi complessi della governance della montagna e dell’accesso semplificato ai fondi comunitari».

Cinque laboratori per battere lo spopolamento e l’abbandono delle terre

La macchina organizzativa del Forum Leader non si esaurisce in una semplice e formale passerella di convegni politici frontali, ma si basa su un durissimo e concreto lavoro di squadra preventivo.
Nei mesi precedenti all’evento, infatti, i vari Gruppi di Azione Locale hanno studiato, elaborato e candidato specifici progetti di intervento pratico. Per questa delicata edizione aquilana, sono ben cinque i laboratori tematici che verranno presentati e discussi ferocemente durante i due giorni di lavori, ciascuno supportato e trainato da una rete di almeno 8 GAL provenienti da 3 Regioni italiane differenti, garantendo così una visione pluralistica e non campanilistica. I temi sul tavolo sono scottanti: si passerà dalla discussione per la creazione di un sindacato unico (“Verso una associazione nazionale dei GAL”), alla gestione amministrativa delle vette (“Il ruolo dei Gal nella governance delle aree montane”, di cui è capofila proprio il GAL Gran Sasso Velino). Un’attenzione particolare e drammatica sarà rivolta al laboratorio “Affrontare l’Abbandono: il metodo LEADER per rimettere in moto il patrimonio fondiario”, un tentativo disperato per recuperare e valorizzare i milioni di ettari di terreni agricoli e boschivi italiani lasciati tragicamente incolti e improduttivi dai proprietari fuggiti in città. Completano il quadro i panel sulle nuove normative del “Fondo Unico” per il 2028 e sull'”Effetto Leader”. L’appello conclusivo del Presidente Paolo Federico suona come un vero e proprio manifesto programmatico per la sopravvivenza del territorio: «La nostra missione sarà quella di analizzare senza sconti le attuali e mutate dinamiche economiche dei territori montani, mettendo in luce le nuove e inesplorate opportunità di lavoro giovanile e di impresa sulle quali anche noi GAL possiamo e dobbiamo avere il coraggio di investire, portando una voce forte, unita e autoritaria in tutte le sedi istituzionali romane ed europee». Le aree interne italiane non hanno alcuna intenzione di arrendersi.

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