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Attualità

Aggressioni al personale sanitario in aumento, l’allarme di Massimo Lupi: “i pronto soccorso sono diventati l’ultimo filtro del sistema”

🏥 Le aggressioni contro medici e infermieri tornano al centro del dibattito dopo il caso di Monterotondo. Massimo Lupi lancia l’allarme: pronto soccorso sotto pressione e medicina territoriale da riformare.
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#Sanità #ProntoSoccorso #Roma #AggressioniSanitari

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Aggressioni al personale sanitario in aumento, l’allarme di Massimo Lupi: “i pronto soccorso sono diventati l’ultimo filtro del sistema”

Redazione-  Roma riporta al centro dell’attenzione un problema che da tempo attraversa la sanità italiana: l’aumento delle aggressioni contro il personale sanitario e socio-sanitario negli ospedali. L’ultimo episodio, avvenuto domenica 7 giugno all’ospedale di Monterotondo, ha riacceso il dibattito su un fenomeno che medici, infermieri e operatori denunciano da anni. Secondo quanto riferito, un paziente ha aggredito un’infermiera afferrandola al collo e si è poi scagliato contro altre due colleghe, rendendo necessario l’intervento immediato di altri operatori e di alcuni pazienti presenti per fermarlo. Un fatto grave che, al di là del singolo caso, viene letto come il segnale di una tensione crescente nei reparti di emergenza.

Sul tema è intervenuto Massimo Lupi, Responsabile nazionale del Dipartimento della sanità per Evoluzione e Libertà, che lega l’aumento delle aggressioni alle difficoltà strutturali del sistema di emergenza-urgenza. Nelle sue parole emerge una lettura precisa: i pronto soccorso sono diventati nel tempo il principale punto di accesso alla sanità, caricandosi di funzioni che in passato erano assorbite anche dalla medicina di base. Questo passaggio, secondo Lupi, ha contribuito a rendere più pesante la pressione sulle strutture ospedaliere, aumentando le attese e alimentando condizioni di stress che in alcuni casi sfociano in comportamenti violenti.

pronto soccorso sotto pressione e attese sempre più lunghe

Lupi richiama l’esperienza maturata nel settore dell’emergenza e dell’urgenza per descrivere un quadro che considera peggiorato progressivamente. Il punto centrale del suo ragionamento riguarda il ruolo dei medici di base, che in passato, anche con le visite domiciliari, rappresentavano un primo filtro rispetto all’accesso in ospedale. Oggi, secondo questa analisi, quel presidio territoriale si è ridotto, con la conseguenza che molte richieste di assistenza finiscono direttamente nei pronto soccorso.

Il risultato è visibile soprattutto nelle sale d’attesa, dove i tempi si allungano in modo particolare per i codici verdi e per i casi meno gravi. In queste condizioni, sostiene Lupi, aumentano nervosismo, insofferenza e tensione tra utenti e familiari, in un contesto già segnato da carichi di lavoro elevati per il personale. Il pronto soccorso diventa così non solo il luogo della cura immediata, ma anche il punto in cui si scaricano inefficienze, ritardi e carenze della rete sanitaria territoriale.

Questo meccanismo produce effetti pesanti anche sul piano organizzativo. Gli operatori si trovano a gestire contemporaneamente l’urgenza clinica, l’affollamento, la pressione emotiva dell’utenza e, sempre più spesso, il rischio di aggressioni verbali o fisiche. Il caso di Monterotondo si inserisce in questo scenario e conferma quanto il problema non possa più essere trattato come una sommatoria di episodi isolati.

leggi più severe ma per Lupi serve una riforma della sanità territoriale

Nell’intervento di Massimo Lupi c’è anche un riferimento alle misure adottate negli ultimi due anni per rafforzare la tutela del personale sanitario. Le norme, osserva, sono migliorate e hanno introdotto strumenti più incisivi di protezione per medici, infermieri e operatori. Nonostante questo, le aggressioni continuano a verificarsi, segno che la sola risposta sanzionatoria non basta a fermare un fenomeno che ha radici più profonde.

Per il responsabile nazionale del Dipartimento della sanità di Evoluzione e Libertà, la strada da seguire passa da una riforma capace di alleggerire i pronto soccorso e restituire centralità alla medicina di base. L’obiettivo indicato è ridurre i carichi di lavoro delle strutture di emergenza, ricostruendo un sistema di assistenza territoriale più presente e più vicino ai cittadini. In questa impostazione, rafforzare il primo livello di cura significa non solo migliorare il servizio sanitario, ma anche abbassare la tensione che si accumula nei reparti ospedalieri.

La questione, quindi, riguarda sia la sicurezza di chi lavora negli ospedali sia la qualità complessiva dell’assistenza. Quando il pronto soccorso diventa l’unica porta sempre aperta per problemi molto diversi tra loro, il rischio è che si trasformi in un luogo dove la pressione supera la capacità di risposta. Ed è proprio in questo squilibrio che, secondo Lupi, maturano le condizioni che rendono più frequenti episodi di violenza.

L’aggressione avvenuta a Monterotondo riporta così il tema fuori dalla sola dimensione della cronaca e lo colloca dentro una discussione più ampia sul funzionamento della sanità pubblica. Per operatori e pazienti, il punto non è soltanto punire chi aggredisce, ma intervenire sulle cause che rendono i reparti di emergenza sempre più esposti. In gioco ci sono la tutela del personale, la qualità del lavoro negli ospedali e la tenuta di un servizio essenziale per l’intera comunità.

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Esteri

Tragedia a Hollywood: morto a 27 anni Presley Gerber, il figlio di Cindy Crawford

Una tragedia devastante sconvolge il dorato mondo di Hollywood. Si è spento improvvisamente a soli 27 anni Presley Gerber, unico figlio maschio della leggendaria top model Cindy Crawford e dell’imprenditore Rande Gerber (nonché fratello maggiore della modella Kaia). Il giovane è stato ritrovato senza vita domenica all’interno di una clinica privata di riabilitazione a Los Angeles. Presley, che aveva iniziato a sfilare per Calvin Klein e Dolce & Gabbana a soli 15 anni, combatteva da molto tempo una durissima e dolorosa battaglia pubblica contro la depressione e la dipendenza da sostanze, peggiorata dopo il suo arresto per guida in stato di ebbrezza nel 2019. In attesa dei risultati ufficiali dell’autopsia del medico legale, il portavoce della famiglia ha chiesto disperatamente il rispetto della privacy per questo lutto insopportabile. Leggi il drammatico addio al figlio di Cindy Crawford nel nostro articolo 👇

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Presley Gerber

Los Angeles (California) – Il dorato, patinato e apparentemente inattaccabile mondo di Hollywood e della moda internazionale si è risvegliato avvolto sotto una pesantissima e inaspettata cappa di lutto e disperazione. Dietro i sorrisi da copertina, i flash accecanti dei paparazzi e il lusso sfrenato delle ville di Beverly Hills, si nascondono molto spesso drammi umani di proporzioni devastanti. Il sogno americano della famiglia più invidiata del jet-set globale si è tragicamente spezzato nelle scorse ore: si è spento improvvisamente, a soli 27 anni, Presley Gerber, unico figlio maschio della leggendaria top model Cindy Crawford e del celebre e facoltoso imprenditore Rande Gerber.
La notizia, inizialmente trapelata come una timida indiscrezione sui principali tabloid americani, ha trovato purtroppo una cruda e drammatica conferma ufficiale nelle ore successive, gettando nello sconforto milioni di fan in tutto il mondo. Secondo le prime e frammentarie indiscrezioni rilasciate dall’ufficio del medico legale della popolosa contea di Los Angeles, il decesso del giovanissimo rampollo sarebbe avvenuto durante la giornata di domenica. Presley è stato ritrovato privo di vita all’interno di una nota struttura privata di riabilitazione californiana, luogo in cui stava disperatamente cercando di sconfiggere i suoi oscuri demoni interiori. Le autorità sanitarie e giudiziarie mantengono al momento il massimo e doveroso riserbo sulle cause esatte del decesso: l’autopsia disposta dal medico legale è infatti ancora in corso di esecuzione e solo gli esami tossicologici potranno far luce definitiva su questa tragedia incommensurabile.

L’appello disperato della famiglia e il silenzio di Cindy Crawford

Di fronte all’onda d’urto mediatica generata in pochi minuti dalla notizia della morte di un ragazzo così celebre, il clan Crawford-Gerber ha immediatamente alzato un muro invalicabile di silenzio e protezione attorno al proprio indescrivibile dolore. Raggiunto telefonicamente e contattato con insistenza dalla nota testata giornalistica americana TMZ per ottenere un commento ufficiale a caldo sulla prematura e sconvolgente scomparsa di Presley, il portavoce ufficiale della top model Cindy, del marito Rande e della sorella minore Kaia Gerber (anche lei modella di fama mondiale) non ha potuto fare altro che confermare il drammatico lutto.
La dichiarazione diramata alla stampa è tanto stringata quanto carica di insopportabile sofferenza: “La famiglia chiede assoluta riservatezza e massimo rispetto in questo momento estremamente difficile e indicibilmente doloroso”. Il dolore innaturale e devastante di una madre costretta a sopravvivere al proprio amato figlio e a organizzarne il funerale rappresenta una tragedia umana che azzera istantaneamente qualsiasi differenza sociale o conto in banca, accomunando la supermodella al dolore straziante di migliaia di genitori in tutto il mondo.

I demoni interiori e la salute mentale: una lotta pubblica contro le dipendenze

La vita di Presley Gerber, dietro l’apparenza scintillante dei tappeti rossi e delle passerelle, è stata purtroppo segnata negli ultimi anni da una violentissima e inesorabile discesa agli inferi, una spirale di autodistruzione causata dal peso insostenibile della fama riflessa. Il primo, gravissimo campanello d’allarme pubblico risale al mese di gennaio del 2019, quando l’allora giovanissimo modello balzò tristemente agli onori della cronaca nera californiana per essere stato fermato e arrestato dalla polizia locale con la gravissima accusa di guida in stato di ebbrezza.
La vicenda giudiziaria si concluse, più tardi nello stesso anno, con una pesante condanna: il tribunale americano gli inflisse tre anni interi di libertà vigilata, l’obbligo tassativo di completare un rigoroso programma statale di recupero per la guida sotto effetto di sostanze alteranti, oltre a due estenuanti giorni di servizi sociali obbligatori. Questo incidente con la giustizia rappresentò uno spartiacque nella vita del ragazzo. A differenza di molti altri “figli d’arte” che tendono a nascondere ipocritamente le proprie fragilità sotto il tappeto del lusso, in passato Presley Gerber aveva dimostrato un incredibile coraggio, decidendo di parlare apertamente e pubblicamente ai suoi follower delle proprie durissime sfide legate alla salute mentale e alla gravissima dipendenza da sostanze stupefacenti e alcoliche, affrontando senza filtri il complesso percorso di riabilitazione e di cure psichiatriche iniziato dopo l’incriminazione del 2019.

Dalle sfilate a soli quindici anni all’addio: la carriera nella moda

La prematura fine di Presley Gerber lascia un enorme vuoto anche nell’industria dell’haute couture, settore in cui era letteralmente cresciuto fin dalla culla, respirando l’aria dei backstage insieme alla celebre madre. Fratello maggiore e protettivo dell’amatissima modella e attrice Kaia Gerber, Presley aveva intrapreso la complessa carriera nel mondo della moda bruciando rapidamente tutte le tappe. Aveva infatti firmato il suo primo, importante contratto professionistico con la prestigiosa agenzia IMG Models alla tenerissima età di 15 anni.
Con il suo sguardo magnetico, penetrante e inquieto, e quel fascino ribelle ereditato dalla madre Cindy, nel corso della sua purtroppo brevissima attività professionale aveva calcato da assoluto protagonista le passerelle internazionali durante le più importanti settimane della moda globale. Lo ricordiamo sfilare orgogliosamente per marchi storici e iconici del lusso italiano come Moschino e Dolce & Gabbana, partecipando inoltre in prima linea a memorabili campagne pubblicitarie per colossi del calibro di Calvin Klein. Oggi il mondo della moda non piange solo un bellissimo volto da copertina, ma un’anima fragile e tormentata che non è riuscita a vincere la sua ultima, disperata battaglia per la vita.

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Attualità

“Stiamo ballando sul Titanic”: la cruda riflessione di Leonardo Masella sull’apatia italiana

La maggioranza degli italiani è contraria alla guerra e schiacciata dai rincari della benzina, ma perché le nostre piazze restano drammaticamente vuote? In un crudo e potentissimo editoriale intitolato “Stiamo ballando sul Titanic”, Leonardo Masella analizza spietatamente la grave apatia sociologica della nostra nazione. Un individualismo sfrenato ha ucciso l’azione collettiva (“tanto non cambia niente”), mentre i mass-media continuano a narcotizzare l’opinione pubblica con programmi spazzatura per nascondere la verità: siamo sull’orlo di un conflitto mondiale e ospitiamo missili nucleari militari sotto casa nel totale e colpevole disinteresse generale. Leggi la durissima riflessione che svela i meccanismi psicologici di questa pericolosa cecità di massa nel nostro articolo 👇

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Titanic

Roma – In un’epoca storica caratterizzata da tensioni geopolitiche internazionali che rasentano costantemente il punto di non ritorno, osservare il comportamento della società civile italiana suscita una sensazione di profondo smarrimento sociologico. L’attenta e spietata analisi firmata da Leonardo Masella, intitolata non a caso “Stiamo ballando sul Titanic”, affonda il coltello in una ferita aperta e sanguinante della nostra democrazia: il paradosso inaccettabile tra il reale malcontento popolare e la totale, drammatica assenza di una reazione collettiva.
I sondaggi politici continuano a certificare in maniera inequivocabile che il dissenso degli italiani verso la partecipazione alla guerra ha superato da tempo la soglia critica del cinquanta per cento. Eppure, nel chiuso delle nostre case, nei bar di periferia o durante le cene tra amici, l’argomento viene costantemente e scientificamente evitato. Non si parla del rischio bellico e, incredibilmente, si tende a minimizzare persino le devastanti conseguenze macroeconomiche che l’inflazione sta abbattendo sulle nostre vite, a partire dal rincaro folle dei carburanti (fondamentali per una nazione che si muove su gomma) fino all’aumento vertiginoso del costo della vita quotidiana. La domanda che Masella pone è tanto semplice quanto angosciante: se siamo tutti così arrabbiati e contrari, perché le piazze italiane non sono fisicamente stracolme di manifestanti? La risposta si articola in tre motivazioni psicologiche e sociali profondissime.

L’illusione dell’isolamento: il senso cronico di impotenza

La prima e più velenosa causa di questa apatia di massa è l’interiorizzazione di un senso cronico e devastante di impotenza. Masella sottolinea come, nel corso degli ultimi decenni, sia stata inoculata chirurgicamente nella mente degli italiani la letale convinzione che “tanto non cambia assolutamente niente”.
Esiste senza dubbio una diffusa e latente rabbia sociale, ma essa è stata abilmente e subdolamente trasformata in una rassegnazione passiva. Il popolo ha maturato una sfiducia totale e insanabile non solo verso i tradizionali corpi intermedi dello Stato (come i partiti politici e le sigle sindacali, ormai percepiti come scatole vuote), ma ha perso la fiducia nell’essenza stessa dell’azione collettiva. La filosofia dominante è diventata quella del “si salvi chi può”, un individualismo sfrenato in cui ogni singolo cittadino si illude ingenuamente di potersi salvare dal disastro economico e sociale imminente facendo affidamento esclusivamente sulle proprie capacità personali. Una solitudine esistenziale che disinnesca sul nascere qualsiasi protesta organizzata.

La rimozione psicologica e l’informazione anestetizzata

La seconda motivazione affonda le sue radici nei meccanismi base di difesa della psiche umana. La gente comune odia visceralmente le cattive notizie; l’essere umano è biologicamente programmato per cercare il benessere, lo svago, la leggerezza, il cinema e i teatri. Chi invece arranca sotto il peso della crisi economica, non ha letteralmente il tempo materiale o l’energia mentale per fermarsi a riflettere sui massimi sistemi globali: l’unica e disperata priorità quotidiana diventa sbarcare il lunario, accudire i genitori anziani e portare il cibo in tavola ai propri figli.
In questa dinamica di disperata sopravvivenza o di fuga dalla realtà, si innesca il meccanismo della rimozione psicologica. Facciamo finta di non vedere che un pieno di benzina ha superato la soglia critica delle cento euro o che siamo sull’orlo del baratro di un conflitto diretto e potenzialmente nucleare con la superpotenza russa. Questa cecità collettiva, come denuncia Masella, è sapientemente e cinicamente assecondata (se non addirittura orchestrata) dal potere mediatico dominante: le televisioni commerciali e i mass media continuano inesorabilmente a trasmettere pubblicità patinate, programmi spazzatura e calcio, creando una finta e rassicurante bolla di normalità. Il diktat invisibile imposto dall’alto è chiarissimo: la popolazione non deve mai essere allarmata.

L’incredulità verso l’orrore e le basi militari sotto casa

L’ultima e forse più pericolosa ragione del nostro letargo civile è l’incredulità congenita verso la possibilità reale di un olocausto nucleare. Le masse, illudendosi, credono fermamente che i potenti della terra non premeranno mai il “bottone rosso”, perché ciò significherebbe la distruzione totale dell’umanità.
La percezione della guerra dell’italiano medio è rimasta tragicamente ancorata alle dinamiche della Seconda Guerra Mondiale, in cui la paura massima è quella di dover imbracciare un fucile. Si ignora completamente l’agghiacciante avvertimento del ministro Lavrov: in caso di scontro frontale, il territorio europeo verrebbe incenerito in pochi minuti dalla pioggia di missili balistici e le ostilità si chiuderebbero immediatamente dopo i primi, milioni di morti. Ma ciò che Masella denuncia con maggiore ferocia è l’ignoranza e l’indifferenza sulle armi che già ospitiamo: il cittadino non sa (o non vuole assolutamente sapere) che il nostro suolo è letteralmente disseminato di basi militari strategiche che ospitano testate nucleari tattiche. Mentre la politica discute amabilmente su fittizi referendum per il nucleare civile, abbiamo il “nucleare militare sotto la nostra sedia”. Siamo pacificamente seduti sulla bocca di un vulcano pronto a eruttare e, cullati dalla musica assordante e tranquillizzante dei palinsesti televisivi, continuiamo a ballare allegramente sul ponte del Titanic in attesa dell’impatto.

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Attualità

L’Europa si fa scudo contro la violenza sommersa delle nostre città: la Commissione lancia a Roma la campagna “Tieni gli occhi aperti” per tutelare 22 milioni di vittime

L’Europa si schiera in trincea contro la violenza sommersa per difendere i diritti fondamentali dei cittadini e le vittime di reato non sono più sole! In occasione della Rome Future Week, la Commissione europea ha lanciato ufficialmente in Italia la campagna “Tieni gli occhi aperti”, una mobilitazione transnazionale d’alto profilo etico e civile per tutelare i 22 milioni di europei che ogni anno subiscono aggressioni. Sotto la guida del Commissario Michael McGrath e con la partecipazione dei creator Roberta e Jacopo nella sfida “Occhi Aperti”, l’iniziativa promuove una piattaforma gratuita di tutele legali e risarcimenti in asse con la Direttiva UE del 2012. Scoprite l’elenco delle organizzazioni specializzate e il link ufficiale nel nostro articolo! 👇

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Rome Future Week 2026_Commissione europea

Roma – Ci sono crimini e aggressioni che non si esauriscono nel dramma consumato dell’atto delittuoso, ma che lasciano addosso alle persone ferite psicologiche invisibili, spaventose e durature, capaci di minare al cuore i progetti di vita e la tenuta civile delle nostre comunità. Le vittime di reato, quando si ritrovano intrappolate nei labirinti delle fatiche burocratiche e nell’asfissia della solitudine metropolitana, rischiano di subire una seconda e intollerabile vittimizzazione da parte dell’indifferenza sociale dei rioni. Il dovere della giustizia, per farsi reale risorsa terapeutica ed etica, esige una legislazione e delle politiche solide capaci di azzerare le distanze tra l’istituzione e la strada, offrendo alle famiglie un’oasi di spensieratezza colta, taccuino alla mano e passioni calde. Oggi, lunedì 21 settembre 2026, dal prestigioso palcoscenico della Rome Future Week nella Capitale, è stato sbloccato un imponente e avveniristico programma di civiltà: la Commissione europea ha lanciato ufficialmente la campagna transnazionale di sensibilizzazione intitolata “Tieni gli occhi aperti”.

I dati macroeconomici e statistici elargiti dai laboratori di Bruxelles radiografano uno scenario inospitale che non può e non deve essere ignorato dalla politica e dalla società civile. In tutta l’Unione Europea, il 15% della popolazione è vittima di un illecito penale e ogni anno ben 22 milioni di cittadini subiscono un’aggressione fisica o un danno morale spietato. L’opera di squadra eccezionale coordinata dalla Commissione mira a creare un ambiente in cui chiunque subisca un reato possa sentirsi al sicuro, compreso, ascoltato e scortato in totale trasparenza verso forme di supporto e assistenza legale gratuite e riservate. La postura delle istituzioni comunitarie si inserisce all’interno della fitta Strategia dell’UE sui diritti delle vittime, blindando un impegno pluriennale che l’esecutivo europeo è attualmente intenzionato a prolungare e consolidare per l’intero arco del prossimo mandato legislativo dello Stato.

La sfida senza palpebre dei creator Roberta e Jacopo: la logistica della consapevolezza

Per presentare il festival dei diritti alla cittadinanza e colpire dritto allo stomaco del conformismo imperante, l’inaugurazione romana ha ospitato un format promozionale a ridosso dei linguaggi contemporanei delle nuove generazioni. Noti content creator e influencer della rete, tra cui spiccano i popolari profili di Roberta e Jacopo, hanno guidato e moderato in totale trasparenza la provocatoria sfida pubblica denominata “Sfida Occhi Aperti”. L’esperimento consisteva nel guardarsi millimetricamente dritti nelle pupille senza cedere al torpore di sbattere le palpebre, un visual anchor ingegneristico ideato per esortare i presenti e i passeggeri del sogno a non distogliere mai lo sguardo di fronte all’illegalità, assumendo un impegno civile stanziale a difesa del benessere collettivo, scacciando l’asfissia protettiva e l’isolamento causati dall’uso improprio degli smartphone.

L’urgenza di questo intervento didattico e sociale trova la sua spietata conferma nei dati emersi dall’indagine scientifica di riferimento condotta online dalla società di consulenza d’élite ICF International su un campione di giovani italiani under 30. Lo studio svela una profonda e preoccupante vulnerabilità informativa dei rioni: il 36% degli intervistati in Italia non sa o non è sicuro che le vittime siano protette nell’UE da specifici e rigidi scudi normativi, mentre il 12% dichiara con onestà di ignorare del tutto l’esistenza di tali tutele costituzionali. Al contempo, il merito della ricerca evidenzia un forte, duraturo e spiccato orientamento verso le competenze specialistiche, poiché il 91% dei ragazzi dichiara che consiglierebbe immediatamente a un amico colpito da reato di rivolgersi ai laboratori di assistenza professionale.

La Direttiva del 2012 e le parole del Commissario Michael McGrath

La saggistica giuridica che protegge l’incolumità dei cittadini europei poggia sulle fondamenta storiche della Direttiva sui diritti delle vittime del 2012, un testo cardine dello Stato di diritto che la Commissione ha recentemente concordato di sottoporre a revisione provvisoria per garantire risposte flessibili e repentine. La riforma blinda Criteri di tutela più approfonditi per i minori e per i soggetti esposti a ritorsioni o intimidazioni, l’apertura a linee telefoniche di assistenza immediate e un accesso agevolato ai risarcimenti economici. In totale coerenza con questo manifesto normativo, l’azione punta a far collidere la repressione dei reati predatori alla cultura della solidarietà rionale, valorizzando le reti associative dei quartieri popolari.

«I crimini possono avere effetti profondi e duraturi sulle persone, che devono essere trattate con equità e rispetto», sottolinea con assoluta fermezza civile e spavaldo ottimismo Michael McGrath, Commissario europeo per la Democrazia, la Giustizia, lo Stato di diritto e la tutela dei consumatori, affidando il proprio messaggio ai taccuini dei cronisti dello Stato. «La campagna ‘Tieni gli occhi aperti’ mira a incoraggiare i cittadini a costruire una comunità solidale attorno alle persone colpite. Rimanere vigili e promuovere la consapevolezza sono passi imprescindibili verso il rafforzamento della protezione e della giustizia per tutti». Un invito limpido a riabilitare i soft skill dell’empatia umana contro il cinismo contemporaneo, eliminando le zone d’ombra dei reati sommersi.

L’elenco delle organizzazioni specializzate: il link ufficiale per richiedere aiuto

L’approccio a 360 gradi ideato da Bruxelles prevede una fitta programmazione di campagne a pagamento sui massimi social media della rete e partnership stanziali con i media per contrastare lo spopolamento dei centri di ascolto. Tutti i verbali informativi completi, le guide per comprendere ed essere compresi con linguaggi semplici e i moduli di contatto per interfacciarsi con gli organismi di supporto gratuiti attivi sul territorio nazionale sono interamente accessibili in totale trasparenza consultando il collegamento ipertestuale ufficiale del portale web dell’Unione Europea, all’indirizzo victims-rights.campaign.europa.eu/it/country/italy.

I database della Commissione sono sintonizzati, i canali della comunicazione attivi e i centri di accoglienza pronti a spalancare le braccia ai cittadini in difficoltà. Questo fine settimana spegnete per un attimo le notifiche degli smartphone, lasciate a casa il grigiore del materialismo quotidiano e prestate attenzione a chi vi cammina accanto nei rioni della vostra città: scoprirete che finché la società civile saprà tenere gli occhi aperti per proteggere e sollevare chi è caduto vittima della violenza, il domani della nostra terra sarà per sempre libero, fiero, protetto e profondamente umano. Il cammino per la dignità del cittadino è ricominciato, ed è un dovere che appartiene a tutti noi.

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