Rimani in contatto con noi
#

Attualità

Carlo Freccero e Dacia Maraini ospiti a “L’Elefante”: il nuovo talk di Peter Gomez su Rai 3

La seconda imperdibile puntata de “L’Elefante”, il nuovo format di approfondimento condotto da Peter Gomez, torna sabato 26 settembre alle 20.15 su Rai 3 e RaiPlay. Un appuntamento televisivo all’insegna della cultura e della decodifica del presente, che abbandona le urla dei classici talk show per ospitare due giganti del panorama intellettuale italiano: il massmediologo e autore televisivo Carlo Freccero e la celebre scrittrice Dacia Maraini. Accompagnato come sempre dal lucido commento storico di Giordano Bruno Guerri e supportato dal preziosissimo e immenso patrimonio audiovisivo delle Teche Rai, Peter Gomez intreccerà l’attualità con la memoria del Paese. A spezzare il ritmo e alleggerire il dibattito interverranno l’attrice Chiara Francini, inviata alla ricerca di storie umane e marginali dal territorio, e la graffiante ironia surreale del comico ligure Dario Vergassola. Scopri le anticipazioni e i temi della serata in cui la riflessione e l’umorismo racconteranno l’Italia di oggi👇

Pubblicato

a

Gomez Elefante

Roma – Il panorama televisivo dell’approfondimento giornalistico e culturale del weekend si arricchisce di nuovi, interessanti e prestigiosi contenuti, offrendo al pubblico del servizio pubblico una serata all’insegna della riflessione e del dibattito di altissimo livello. Sabato 26 settembre 2026, con fischio d’inizio fissato nella strategica fascia oraria dell’access prime time delle ore 20.15, andrà in onda sulla storica rete di Rai 3 (e in contemporanea streaming on demand sulla moderna e popolarissima piattaforma digitale RaiPlay) la seconda, imperdibile puntata del nuovo e già apprezzato format televisivo “L’Elefante”. Il programma, ideato e magistralmente condotto dal noto e agguerrito giornalista Peter Gomez, direttore della versione online de Il Fatto Quotidiano, si propone fin dal suo recente debutto come un vero e proprio “animale” raro nel panorama del piccolo schermo italiano. Abbandonando le urla sguaiate e le rissosità tipiche di molti talk show contemporanei, Gomez preferisce infatti adottare un tono pacato, analitico e costruttivo, mettendo al centro del dibattito le idee e non le provocazioni a buon mercato. Per questo secondo, attesissimo appuntamento stagionale, il parterre degli ospiti in studio si preannuncia a dir poco eccezionale. A sedersi sulle poltrone del programma per dialogare amabilmente con il padrone di casa saranno due giganti assoluti della cultura italiana contemporanea: Carlo Freccero e Dacia Maraini. Ad affiancare costantemente Gomez nel delicato e fondamentale ruolo di spalla narrativa e “compagno di viaggio” fisso, ci sarà ancora una volta l’illustre presenza di Giordano Bruno Guerri, intellettuale raffinato e profondo conoscitore della complessa e travagliata storia d’Italia.

Tra mass media e letteratura: Freccero e Maraini analizzano il presente

Il cuore pulsante della lunga serata televisiva di sabato sarà, senza ombra di dubbio, il serrato, lucido e appassionante dialogo a tre voci che Peter Gomez intesserà magistralmente con i suoi due prestigiosi e attesissimi ospiti d’onore.
Da un lato della barricata concettuale siederà il vulcanico Carlo Freccero, figura a dir poco mitologica del panorama massmediologico nazionale, storico autore televisivo, ex direttore di rete e, da decenni, finissimo e spietato osservatore dei mutamenti strutturali e dei linguaggi subliminali della comunicazione moderna. La sua spiccata capacità di decostruire la realtà mediatica, smascherando le logiche di potere che si celano dietro l’infotainment, offrirà sicuramente al pubblico di Rai 3 spunti di riflessione taglienti, complessi e mai banali. Sull’altro versante troveremo invece l’immensa eleganza e la pacata saggezza della scrittrice Dacia Maraini, considerata all’unanimità dai critici come una delle più autorevoli, lette e tradotte voci della letteratura italiana contemporanea. La Maraini, da sempre impegnata strenuamente sul fronte dei sacrosanti diritti civili e dell’emancipazione femminile, porterà in studio il suo preziosissimo bagaglio di memoria storica e di sensibilità umanistica. Si tratta, a ben vedere, di due protagonisti assoluti e indiscussi della cultura italiana contemporanea, appartenenti a mondi intellettuali profondamente e apparentemente diversi tra loro (quello veloce e cinico della televisione e quello lento e riflessivo della parola scritta), ma che risultano saldamente accomunati dalla rara e innata capacità di saper leggere, interpretare e sviscerare criticamente i mutamenti, le paure e le contraddizioni della società contemporanea, offrendo prospettive originalissime e spunti di dibattito inediti sui principali e scottanti temi del nostro presente.

Giordano Bruno Guerri e le Teche Rai per rileggere l’attualità italiana

Nel corso del ricco e articolato appuntamento in prima serata, non mancheranno ovviamente altre voci autorevoli e altri importanti ospiti pronti a intervenire in diretta.
A contribuire in maniera assolutamente sostanziale, determinante e qualitativa all’approfondimento storico e storiografico dei complessi temi affrontati in studio sarà ancora una volta il professor Giordano Bruno Guerri. Lo storico, saggista, accademico e biografo tra i più noti, prolifici e autorevoli dell’intero panorama culturale italiano, è stato esplicitamente chiamato dagli autori del programma per condividere fianco a fianco con Peter Gomez l’intero e tortuoso percorso narrativo della serata. Il suo compito principale sarà quello di arricchire il dibattito televisivo con il proprio personale, dissacrante e sempre lucido punto di vista storico, tracciando parallelismi e similitudini tra le vicende politiche del passato e la cronaca stretta dei nostri giorni. Come di consueto, infatti, il nuovo programma di Rai 3 alternerà sapientemente momenti di serrato approfondimento giornalistico, analisi sociologica e confronto dialettico, mettendo in costante e proficuo dialogo le notizie scottanti dell’attualità odierna con l’immenso valore della memoria storica nazionale. Questo delicato ponte tra passato e presente sarà reso possibile soprattutto grazie all’uso massiccio e intelligente dello straordinario patrimonio audiovisivo custodito gelosamente dalle famose Teche Rai. Le fredde notizie di cronaca della settimana verranno così estrapolate dal loro contesto effimero per essere ricollocate sapientemente all’interno di una dimensione narrativa e temporale molto più ampia e organica, arricchita continuamente da citazioni e riferimenti colti alla cultura popolare, alla letteratura classica, ai capolavori del cinema d’autore e alla complessa vita sociale e politica del nostro tormentato Paese.

Le storie di Chiara Francini e l’umorismo surreale di Dario Vergassola

L’approfondimento intellettuale e la serietà giornalistica de “L’Elefante” troveranno il loro perfetto e necessario contraltare grazie alla presenza di due formidabili e amatissimi fuoriclasse dello spettacolo italiano, incaricati di spezzare il ritmo e alleggerire il tono della narrazione con intelligenza e acume.
Ad accompagnare il racconto televisivo ci sarà infatti l’effervescente e amatissima attrice toscana Chiara Francini, che proporrà al grande pubblico una delle sue speciali e appassionate “storie dal territorio”. Armata del suo proverbiale sguardo ironico, brillante e spesso dolcemente pungente sull’Italia provinciale e sui suoi bizzarri protagonisti, la Francini andrà fisicamente alla ricerca di personaggi dimenticati, realtà marginali e storie umane capaci di raccontare le infinite contraddizioni del nostro Paese partendo da prospettive decisamente insolite, inaspettate e sorprendenti. A completare il formidabile cast fisso della trasmissione interverrà anche l’inconfondibile verve del comico ligure Dario Vergassola, pronto come sempre a offrire al pubblico in studio e a casa le sue celebri, fulminee e imprevedibili incursioni dialettiche. Con le sue proverbiali e finto-ingenue osservazioni caratterizzate da un umorismo spiccatamente surreale, Vergassola punzecchierà gli ospiti illustri e lo stesso Gomez, offrendo punti di vista sagaci, originali e spesso spiazzanti sui temi affrontati nel corso della lunga puntata. Tra lunghe interviste confidenziali a cuore aperto, confronti accesi in studio e preziosi materiali d’archivio riesumati dalle polverose Teche Rai, il salotto de L’Elefante continua dunque imperterrito la sua “pesante” marcia, con il nobile scopo di mettere in relazione fatti di cronaca, personaggi pubblici, storie private e luoghi geografici, spingendosi ben oltre la semplice e arida cronaca quotidiana. Un racconto televisivo maturo e articolato che non segue mai supinamente e banalmente l’agenda mediatica dettata dal giorno, ma che cerca invece affannosamente connessioni logiche, prospettive inattese e nuove, coraggiose chiavi di lettura culturali per aiutare gli italiani a comprendere l’estrema complessità del presente.

Rimani sempre aggiornato!

Aggiungi Cavalierenews alle tue fonti preferite per non perderti le nostre notizie su Google.

⭐ Seguici su Google
Clicca per commentare

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Economia

Caro carburanti in Sicilia e Sardegna, l’allarme di Bevacqua: “L’insularità non può essere una tassa”

Il costo del carburante sta strangolando l’economia delle isole italiane. L’allarme è stato lanciato ufficialmente da Francesco Bevacqua, Consigliere Nazionale con delega per le Isole di Confederazione Imprese Italia. In Sicilia e in Sardegna, così come nelle isole minori come Ischia, il caro gasolio non penalizza solo l’automobilista, ma distrugge il potere d’acquisto delle famiglie, paralizza le consegne e frena la competitività di artigiani e imprese locali. Al centro del mirino c’è la nuova e discussa legge di bilancio 2026, che ha innalzato le accise sul diesel “riallineandole” alla benzina, ignorando però il devastante impatto economico su chi usa il gasolio per lavorare. I timidi “sconti in accisa” approvati in corsa dal Governo rappresentano solo un pannicello caldo temporaneo, destinato a scadere inesorabilmente il 5 ottobre. Dopo quella data, cosa accadrà al prezzo dei trasporti verso le isole? Confederazione Imprese Italia chiede interventi strutturali e rimborsi mirati: “L’insularità è una splendida condizione geografica, non può e non deve mai diventare uno svantaggio economico permanente o una tassa occulta”. Leggi l’approfondimento completo sull’emergenza trasporti👇

Pubblicato

a

Bevacqua

Roma – La gravosa e irrisolta questione del caro carburanti continua imperterrita ad abbattersi come una vera e propria scure invisibile sull’economia italiana, ma è nei territori maggiormente isolati e logisticamente complessi della penisola che i suoi effetti nefasti si trasformano in un dramma sociale e aziendale quotidiano. In Sicilia e in Sardegna, le due grandi isole maggiori del nostro Paese, il costo del gasolio e della benzina non rappresenta semplicemente e banalmente la spesa per riempire il serbatoio dell’auto familiare. Si tratta, al contrario, di una tassa occulta e pesantissima che grava inesorabilmente su ogni singolo spostamento, che penalizza le consegne delle merci, che strozza i servizi essenziali e che intacca quotidianamente i bilanci del lavoro delle piccole e medie imprese. Il costo esorbitante del pieno alla pompa non si ferma affatto alla stazione di servizio: esso entra prepotentemente nei delicati bilanci delle attività commerciali, si riflette a cascata sui prezzi finali dei beni di prima necessità e, in ultima e fatale analisi, riduce drasticamente e drammaticamente il potere d’acquisto delle famiglie, già duramente provate dall’inflazione generale. A lanciare questo forte e disperato grido d’allarme è la Confederazione Imprese Italia, attraverso la voce autorevole dei suoi rappresentanti istituzionali.
«Per le nostre splendide ma fragili isole, il carburante è e rimane una voce di spesa assolutamente essenziale e incomprimibile», osserva con grande preoccupazione e lucidità analitica Francesco Bevacqua, stimato Consigliere Nazionale di Confederazione Imprese Italia con specifica delega per le Isole. «Quando aumenta in maniera spropositata il costo logistico del trasporto su gomma o via mare, a risentirne pesantemente sono l’impresa che deve ricevere le merci dal continente, il piccolo artigiano locale che deve raggiungere un cliente per una riparazione urgente, e la famiglia monoreddito che dipende quasi esclusivamente dall’uso dell’auto privata per andare a lavorare o per accedere a servizi fondamentali come ospedali e scuole. Questo spaventoso impatto socio-economico va valutato attentamente, tenendo sempre conto delle particolari e svantaggiate condizioni geografiche dei territori insulari».

Il riallineamento delle accise nel 2026 e l’incognita dei mesi invernali

Ad aggravare una situazione già di per sé precaria e tesa, è intervenuto un fondamentale dato normativo e fiscale inserito nell’ultima e discussa legge di bilancio 2026, un dettaglio tecnico che merita assolutamente di essere ricordato e analizzato con estrema precisione.
A partire dal 1° gennaio, infatti, l’accisa statale sul gasolio impiegato come carburante per autotrazione è stata ufficialmente aumentata di ben 4,05 centesimi al litro; parallelamente e nello stesso momento, l’accisa sulla benzina verde è stata ridotta della medesima e speculare misura. Nelle aule parlamentari, questa delicata manovra fiscale è stata tecnicamente definita come un semplice “riallineamento delle due aliquote” ambientali, ma la cruda realtà dei fatti è che i suoi effetti pratici non sono affatto uguali per tutti i settori produttivi. Per le innumerevoli e vitali attività commerciali, per i corrieri, per i padroncini e per gli autotrasportatori che utilizzano massicciamente e quotidianamente il diesel per lavorare, questa infelice scelta fiscale governativa si aggiunge drammaticamente alle innumerevoli altre pressioni inflattive sui costi aziendali. Sul prezzo finale che il cittadino o l’imprenditore si ritrova a dover sborsare alla cassa, pesa infatti una componente fiscale a dir poco opprimente e mastodontica. La legge di bilancio ha rigidamente fissato l’accisa ordinaria e standard sul gasolio a 672,90 euro per ogni mille litri, un dato mostruoso che equivale a ben 67,29 centesimi di tasse su ogni singolo litro erogato. I successivi, palliativi e tardivi interventi temporanei varati in corsa dall’esecutivo l’hanno rideterminata al ribasso, ma solo per finestre di tempo limitatissime: 57,29 centesimi al litro dal 18 al 25 settembre, per poi risalire immediatamente a 62,29 centesimi dal 26 settembre fino alla tanto temuta scadenza del 5 ottobre. A queste somme fisse, peraltro, si deve aggiungere la famigerata applicazione dell’IVA al 22%, una vera e propria e odiata “tassa sulle tasse”, calcolata ingiustamente sul prezzo del carburante già comprensivo dell’accisa stessa. Per dare un’idea chiara e lampante della misura dell’incidenza fiscale: su un prezzo puramente esemplificativo fissato a 1,70 euro al litro, la somma mostruosa di accisa e IVA ammonterebbe complessivamente a circa 88 o 93 centesimi al litro durante i due periodi appena indicati. Un autentico salasso economico che drena liquidità reale dal tessuto produttivo.

L’appello al Governo: servono risposte chiare dopo il 5 ottobre

Di fronte a questo quadro a tinte fosche, fatto di rincari continui, scadenze brevi e tasse opprimenti, la pazienza del tessuto imprenditoriale isolano è giunta ormai fisiologicamente al limite della sopportazione.
«Il Governo centrale di Roma non può assolutamente limitarsi a guardare freddamente il saldo complessivo e numerico dell’operazione contabile», prosegue incalzante e deciso Bevacqua nella sua accorata analisi. «L’esecutivo deve iniziare a chiedersi seriamente chi sia il soggetto che sostiene materialmente questo vertiginoso aumento del gasolio e quali devastanti conseguenze a catena esso produca lungo tutta la delicata filiera produttiva, alimentare e distributiva. In terre come la Sicilia e la Sardegna, dove la lontananza geografica dai mercati principali e il costo del trasporto marittimo incidono già in maniera brutale e inesorabile sulla competitività globale delle nostre aziende, questa domanda diventa ancora più pressante, vitale e urgente. Occorre rendere finalmente trasparente il reale e soffocante peso della fiscalità sui carburanti e valutare immediatamente l’introduzione di misure mirate e specifiche a favore dei territori maggiormente penalizzati dallo Stato».
Gli attuali, modesti e frammentari interventi temporanei sulle accise, comunemente noti come “sconti in accisa”, possono senza dubbio offrire un minimo e momentaneo sollievo psicologico ed economico al momento del rifornimento, ma hanno il gravissimo difetto di non dare assolutamente alle imprese e ai piccoli imprenditori quella sacrosanta certezza e quella stabilità fiscale necessaria per poter programmare con fiducia i prezzi di listino, pianificare le consegne future e, soprattutto, azzardare nuovi investimenti aziendali. La minuscola e temporanea riduzione attualmente prevista per il costo del gasolio subirà un primo mutamento il 26 settembre e terminerà inesorabilmente e definitivamente il prossimo 5 ottobre. La domanda che angoscia migliaia di famiglie è una sola: che cosa accadrà dopo quella fatidica data? I prezzi torneranno a volare indisturbati verso soglie critiche? La Confederazione Imprese Italia chiede a gran voce, e con assoluta fermezza istituzionale, una risposta politica chiara, celere e definitiva, accompagnata dall’attuazione pratica di misure strutturali, durature e realmente capaci di considerare l’impatto reale che il prezzo dei carburanti esercita sulle fragili e isolate economie insulari e meridionali.

Oltre le isole maggiori: il dramma logistico di Ischia e delle isole minori

L’allarme lanciato con veemenza da Confederazione Imprese Italia non si ferma, ovviamente, ai soli confini marittimi delle due grandi isole maggiori. La spinosa questione dell’insularità e dei costi di trasporto riguarda certamente prima di tutto le enormi popolazioni di Sicilia e Sardegna, ma si estende e coinvolge in maniera ancora più drammatica e asfissiante anche le realtà comunali di Ischia e di tutte le innumerevoli, meravigliose ma logisticamente isolate isole minori sparse lungo le coste italiane (dall’arcipelago toscano alle isole Eolie, fino a Lampedusa).
In questi micro-territori, le oggettive, croniche e storiche difficoltà nei collegamenti navali e negli approvvigionamenti idrici e alimentari rendono in proporzione ancora più mostruosamente evidente e insopportabile il costo economico della distanza dalla terraferma. Rifornire le stazioni di servizio di una piccola isola ha costi esorbitanti che si riversano direttamente sulle tasche di pescatori, albergatori e residenti stanziali tutto l’anno. Occorre quindi, oggi più che mai, che le istituzioni centrali tornino ad ascoltare attentamente e umilmente la voce di chi opera coraggiosamente e investe capitali su questi meravigliosi territori periferici, al fine di costruire e finanziare interventi compensativi che siano finalmente stabili, strutturali e verificabili nei loro reali effetti positivi su imprese e famiglie.
«L’insularità, riconosciuta recentemente anche all’interno della nostra preziosa Costituzione», conclude perentoriamente e magistralmente Francesco Bevacqua, «è unicamente un dato di fatto, una precisa e bellissima condizione geografica. Tuttavia, in uno Stato moderno e giusto, essa non può e non deve mai più trasformarsi in una tassa occulta e in uno svantaggio economico permanente per i suoi fieri cittadini». Il dado istituzionale è tratto, ora spetta alla politica romana fornire le adeguate, attese e urgenti risposte finanziarie prima che la scadenza del 5 ottobre sancisca un nuovo e insostenibile salasso ai distributori del Meridione.

Rimani sempre aggiornato!

Aggiungi Cavalierenews alle tue fonti preferite per non perderti le nostre notizie su Google.

⭐ Seguici su Google

Rimani sempre aggiornato!

Aggiungi Cavalierenews alle tue fonti preferite per non perderti le nostre notizie su Google.

⭐ Seguici su Google
Continua a Leggere

Esteri

Gli Hazara dell’Afghanistan: il paradigma della guerra e la memoria del genocidio

Pubblicato

a

Hazara

Redazione- La storia contemporanea dell’Afghanistan può essere letta anche come la storia di una violenza che, nel corso di quasi tre secoli, non ha semplicemente cambiato forma, ma ha conservato una certa natura politica: quella della guerra come modo di governare, di conquistare e di mantenere il potere.

Non si tratta, dunque, soltanto della violenza intesa come atto isolato, come comportamento occasionale o come semplice concetto linguistico. Quando la violenza penetra nei rapporti fondamentali tra governanti e governati, tra gruppi etnici e religiosi, tra Stato e società, essa diventa qualcosa di più: diventa un paradigma.

È in questo senso che si può parlare di un paradigma della guerra.

Un paradigma nel quale il potere non nasce necessariamente dal consenso, dal diritto o dal contratto sociale, ma dalla capacità di conquistare, dominare e conservare il controllo. Le forme possono cambiare, le ideologie possono cambiare, i nomi dei governi possono cambiare; ma il rapporto fondamentale può rimanere intatto.

La questione centrale, allora, non è soltanto chi governa l’Afghanistan, ma attraverso quale logica viene esercitato il potere.

La guerra come forma politica

Nel corso della storia afghana, molte figure politiche sono emerse direttamente o indirettamente dal mondo della guerra. Ahmad Shah Durrani, Abd al-Rahman Khan, Habibullah Kalakani, i comandanti della jihad, i talebani: figure differenti, appartenenti a epoche e contesti diversi, ma accomunate, in modi differenti, dal rapporto stretto tra potere politico e forza militare.

Questo non significa che tutti questi regimi siano identici. Non lo sono.

Significa piuttosto che la guerra ha avuto, nella storia politica afghana, una capacità particolare di trasformare il combattente in governante.

Quando questo accade, il combattente non lascia necessariamente dietro di sé la logica della guerra entrando nel governo. Può portarla con sé.

E allora l’avversario politico diventa facilmente un nemico; la differenza diventa una minaccia; il territorio diventa una conquista; lo Stato diventa il luogo della vittoria di un gruppo sull’altro.

È proprio qui che la questione della guerra diventa una questione dello Stato.

Abd al-Rahman Khan e la memoria hazara

Le campagne di Abd al-Rahman Khan contro gli Hazara tra il 1891 e il 1893 occupano un posto centrale nella memoria storica hazara. Uccisioni di massa, deportazioni, perdita delle terre, schiavitù, separazione delle famiglie e distruzione delle strutture sociali sono tra gli elementi studiati nella storiografia relativa a quel periodo.

La memoria di quegli eventi non riguarda quindi soltanto la morte.

Riguarda anche la perdita della terra, della casa, della sicurezza e della possibilità di partecipare in condizioni di uguaglianza alla vita politica e sociale del Paese.

Per questo, nella memoria hazara, la violenza di quegli anni non è semplicemente un episodio del passato. È diventata una parte della comprensione di ciò che significa essere Hazara in Afghanistan.

Il problema della memoria nasce proprio qui: come può una società ricordare una catastrofe senza trasformarla né in oblio né in vendetta?

La risposta passa necessariamente attraverso la conoscenza.

Ricordare significa prima di tutto impedire che la vittima venga cancellata una seconda volta, questa volta dalla memoria.

Dal massacro al concetto di genocidio

Anche il linguaggio con cui questa tragedia viene descritta è cambiato nel tempo.

Nei testi più antichi prevalgono termini come massacro, repressione, uccisione, deportazione o persecuzione. Il concetto moderno di genocidio appartiene invece a un periodo successivo: il termine fu elaborato da Raphael Lemkin nel XX secolo e acquisì una definizione giuridica con la Convenzione delle Nazioni Unite del 1948.

Per questo è importante distinguere tra il modo in cui una comunità ricorda una tragedia e il modo in cui quella tragedia viene qualificata dal diritto internazionale.

Nel corso dei decenni, diversi studiosi hanno utilizzato il termine genocide per descrivere le violenze contro gli Hazara dell’epoca di Abd al-Rahman Khan. Altri studiosi hanno invece concentrato l’attenzione sulla struttura dello Stato, sulla confisca delle terre, sulla schiavitù e sulle conseguenze sociali e politiche della repressione.

La discussione non riguarda quindi soltanto il nome da dare al passato. Riguarda le prove, le intenzioni, i meccanismi della violenza e i criteri attraverso i quali una società interpreta il proprio passato.

Ed è proprio per questo che il dibattito rimane importante.

Perché dare un nome a una tragedia non significa semplicemente chiudere il passato. Può significare aprire una domanda sul presente.

L’antilingua della violenza

È qui che la questione della violenza incontra quella della lingua.

Una società non vive soltanto attraverso le istituzioni. Vive anche attraverso la capacità di nominare ciò che le accade.

Quando una persona non può dire di essere stata discriminata, quando una comunità non può raccontare la propria storia, quando un massacro viene trasformato in una celebrazione della conquista, quando il dolore viene sostituito dal silenzio, qualcosa viene sottratto alla società oltre alla libertà politica: viene sottratta la lingua.

Si potrebbe chiamare questa condizione antilingua.

L’antilingua non è semplicemente una lingua falsa. È una situazione nella quale la società perde progressivamente la possibilità di nominare le proprie esperienze fondamentali.

La repressione diventa sicurezza.

La discriminazione diventa ordine.

Il silenzio diventa consenso.

La paura diventa stabilità.

La conquista diventa gloria.

E la vittima rischia di scomparire non soltanto dalla realtà, ma anche dal vocabolario con cui la realtà viene raccontata.

Quando questo accade, la violenza ha raggiunto una dimensione più profonda: non controlla soltanto i corpi, ma anche le possibilità di interpretare ciò che accade.

Una società privata della parola

Da questo punto di vista, la libertà di espressione non è un elemento secondario.

Una società privata della possibilità di parlare liberamente dei propri problemi diventa progressivamente incapace di interpretarli.

La negazione delle differenze etniche, religiose e linguistiche, la limitazione dell’istruzione, la restrizione dei media, l’esclusione delle donne dalla vita pubblica e la cancellazione delle memorie storiche possono essere lette, ciascuna nel proprio contesto, come forme diverse di limitazione dello spazio nel quale una società può parlare di sé.

E quando questo spazio si restringe, aumentano le contraddizioni.

Una persona può criticare interiormente un regime e contemporaneamente lodarlo pubblicamente.

Può rifiutarlo e, allo stesso tempo, obbedirgli.

Può vivere una certa sicurezza quotidiana e percepire una profonda insicurezza politica.

Il silenzio, quindi, non deve essere automaticamente interpretato come consenso.

Può essere paura.

Può essere stanchezza.

Può essere prudenza.

Può essere assenza di strumenti per agire.

Può essere, semplicemente, una forma di sopravvivenza.

Le rivolte individuali e il problema della differenza

Negli ultimi anni abbiamo assistito anche a forme di resistenza individuale e a episodi di insorgenza armata contro il regime.

Questi episodi possono essere interpretati in modi diversi. Possono rappresentare resistenza politica, autodifesa, reazione locale o combinazioni di questi elementi.

Ma una cosa appare importante: non ogni atto di ribellione costituisce necessariamente un’alternativa politica compiuta.

Una persona può combattere per proteggere la propria vita senza possedere, insieme a quella lotta, un progetto collettivo alternativo.

In questo senso, la differenza politica non nasce semplicemente quando qualcuno combatte contro il potere.

Nasce quando cambia il modo stesso di intendere il potere.

Se la risposta alla violenza rimane soltanto un’altra violenza, il paradigma può rimanere intatto, anche quando cambiano i suoi protagonisti.

È questa forse la questione più difficile: come uscire dal paradigma della guerra senza riprodurne la logica?

Il 25 settembre e la memoria hazara

Il 25 settembre è diventato, per molti Hazara, una giornata dedicata alla memoria delle vittime delle violenze della fine del XIX secolo.

La data, nella sua precisa relazione con gli eventi del 1890, può essere oggetto di discussione storica. Ma la sua importanza nella memoria collettiva non dipende esclusivamente dalla precisione di un singolo giorno.

La memoria collettiva non è un archivio.

È un modo attraverso il quale una comunità interpreta il proprio passato e il proprio presente.

Per questo il 25 settembre mette in relazione due tempi: quello delle vittime di oltre un secolo fa e quello delle violenze contemporanee contro gli Hazara.

Le due epoche non sono identiche.

Gli attori sono diversi.

Le condizioni politiche sono diverse.

Le forme della violenza sono diverse.

Ma il collegamento nella memoria nasce dalla percezione di una continuità della vulnerabilità.

Ed è proprio questa continuità percepita a rendere il ricordo ancora attuale.

Dal ricordo alla responsabilità

Ricordare le vittime non significa necessariamente costruire un’identità fondata esclusivamente sulla vittimizzazione.

Al contrario, il ricordo può diventare una forma di responsabilità.

Responsabilità significa documentare ciò che è accaduto.

Significa conservare le testimonianze.

Significa studiare gli archivi.

Significa ascoltare le vittime e i loro discendenti.

Significa discutere pubblicamente delle responsabilità.

E significa soprattutto costruire condizioni nelle quali la stessa logica non possa essere riprodotta contro un altro gruppo.

Perché la memoria della violenza perde parte del suo significato se serve soltanto a cambiare il nome del nemico.

La memoria diventa invece politicamente significativa quando conduce a un principio più generale:

nessun gruppo deve essere escluso dalla piena dignità e dai diritti perché appartiene a una determinata etnia, religione, lingua o comunità.

Oltre il paradigma della guerra

Forse il problema più profondo dell’Afghanistan non consiste soltanto nel fatto che vi siano stati molti governi, molte guerre e molti cambiamenti di regime.

Il problema consiste nel fatto che, attraverso questi cambiamenti, il rapporto fondamentale tra potere e società non è sempre riuscito a trasformarsi.

Il combattente ha continuato spesso a essere più importante del cittadino.

La conquista più importante del consenso.

La fedeltà più importante del diritto.

L’appartenenza più importante dell’uguaglianza.

E la forza più importante della parola.

Uscire dal paradigma della guerra significherebbe allora qualcosa di più del semplice cambiamento di governo.

Significherebbe trasformare il rapporto tra lo Stato e il cittadino.

Significherebbe fare dello Stato non il bottino del vincitore, ma uno spazio comune.

Significherebbe riconoscere che la sicurezza non può sostituire la libertà, che la costruzione di strade non sostituisce i diritti, che l’ordine non sostituisce la giustizia e che il silenzio non può essere assunto come consenso.

E soprattutto significherebbe restituire alla società la possibilità di parlare.

Perché forse la prima forma di uscita dalla violenza non è ancora la vittoria di qualcuno.

È la possibilità di dire ciò che è accaduto.

Di chiamare una vittima con il nome di vittima.

Un crimine con il nome di crimine.

Una discriminazione con il nome di discriminazione.

E una persona, prima di tutto, con il nome di cittadino.

Il 25 settembre, dunque, può essere letto non soltanto come il giorno in cui si ricordano i morti, ma come il giorno in cui una società si interroga sul rapporto tra memoria e presente.

Ricordare non restituisce la vita ai morti.

Ma può impedire che la loro morte venga resa invisibile.

E forse è proprio qui che la memoria smette di essere soltanto memoria del passato e diventa una responsabilità verso il futuro.

Rimani sempre aggiornato!

Aggiungi Cavalierenews alle tue fonti preferite per non perderti le nostre notizie su Google.

⭐ Seguici su Google

Rimani sempre aggiornato!

Aggiungi Cavalierenews alle tue fonti preferite per non perderti le nostre notizie su Google.

⭐ Seguici su Google

Rimani sempre aggiornato!

Aggiungi Cavalierenews alle tue fonti preferite per non perderti le nostre notizie su Google.

⭐ Seguici su Google
Continua a Leggere

Esteri

Il bando di Trump ai giornalisti della Cnn, MS Now e Politico: il giudice Kelly ripristina l’accesso

Pubblicato

a

Donald Trump

Redazione-  “Non stiamo chiudendo la Cnn. Non c’è una marea di poliziotti o soldati che buttano giù le porte di MS Now. Semplicemente, non possono svolgere le loro funzioni da uno spazio di lavoro alla Casa Bianca”. Con queste parole il segretario di Stato Marco Rubio ha cercato di minimizzare il bando imposto da Donald Trump ai giornalisti della Cnn, di MS Now e del sito web Politico.

Il bando di ingresso ai giornalisti di queste tre testate è stato giustificato da Trump con il fatto che scrivono e pubblicano “costantemente” “FINZIONI e MENZOGNE” (maiuscole del presidente) e mettono dunque in pericolo la sicurezza nazionale. Il presidente ha continuato spiegando che tutte le storie pubblicate su di lui sono negative e che i suoi grandi successi vengono “sminuiti”. La Casa Bianca ha anche citato uno studio di un gruppo conservatore, Media Research Center, secondo cui nei primi 100 giorni della presidenza Trump il 92% delle storie pubblicate sono state negative. Trump, in effetti, non gradisce il lavoro dei media e ha cercato di farla pagare ad alcune di queste reti, mandando allo stesso tempo un messaggio intimidatorio a tutta la stampa.

Attaccare i media è qualcosa che Trump ha fatto e continua a fare. Quando non gradisce articoli o interviste che crede lo mettano in cattiva luce, spesso etichetta giornalisti e altri opinionisti come fake news. In un fuorionda durante un’intervista del 2016 concessa a Lesley Stahl della Cbs, Trump spiegò che i suoi attacchi ai giornalisti mirano a “screditarli”, in modo tale che, quando scrivono cose negative su di lui, nessuno li crederà. Questi atteggiamenti verso i media sono stati confermati in numerose occasioni, come si vede dai suoi toni spesso sopra le righe e a volte persino volgari con giornalisti che a lui non piacciono, soprattutto con le donne. Non è raro che si rifiuti di rispondere a una giornalista, accusandola davanti a tutti di lavorare per reti di fake news.

Il bando alla Cnn, MS Now e Politico rientra in questi suoi atteggiamenti verso i media che lui non considera accondiscendenti. Il problema, questa volta, però è che le tre testate non sono rimaste isolate, poiché anche i loro colleghi hanno reagito con solidarietà. Dopo la causa intentata a Trump da queste tre testate, le quali sostengono che sia stato violato il Primo Emendamento, una cinquantina di altri gruppi mediatici hanno fatto quadrato, presentando una memoria di amicus curiae. La lista include media di una grande varietà ideologica, tra cui Fox News, Vox, il Washington Post, l’Associated Press, il Wall Street Journal, il New York Times ecc. Bret Baier, conduttore di Fox, ha anche dichiarato che non trasmetteranno immagini di Trump che non vengano dal pool, il gruppetto di media che segue il presidente, di fatto boicottandolo. Ma anche altre reti, come la National Public Radio (Npr), hanno deciso di non mandare in onda l’audio di Trump negli eventi alle Nazioni Unite, dove il presidente ha fatto un discorso. Persino alla stessa Casa Bianca, in uno spazio riservato ai giornalisti, è stato esposto un cartello che afferma: “Sosteniamo l’AP, la Cnn, MS Now e Politico”. La cronista della Pbs Liz Landers, nel suo servizio sulla visita del presidente cinese Xi Jinping, ha mostrato immagini del mese di maggio, quando Trump visitò la Cina, invece di quelle della visita attuale a Washington, di fatto boicottando il presidente, in solidarietà con i colleghi presi di mira dal Tycoon.

La denuncia delle tre testate messe al bando dalla Casa Bianca è stata assegnata al giudice Timothy J. Kelly, nominato da Trump nel suo primo mandato, il quale, proprio ieri, aveva deciso di rimandare la sua decisione per alcuni giorni. Dopo le pressioni dei legali delle tre testate Kelly ha deciso di ripristinare temporaneamente l’accesso della Casa Bianca ai giornalisti. All’inizio sembrava che Trump non avesse intenzione di seguire l’ordine del giudice ma le ultimissime informazioni ci dicono che l’accesso sia stato recuperato. In un caso analogo, il giornalista della Cnn Jim Acosta aveva denunciato Trump quando, nel 2018, gli fu tolto il suo pass d’ingresso alla Casa Bianca dopo un intervento molto acceso con il presidente. Un giudice federale, però, glielo ripristinò e poi le acque si calmarono. La stessa cosa è successa adesso. Ma nonostante la sconfitta Trump avrà in un certo senso vinto perché ha messo in guardia i media. D’altra parte, però, la reazione di solidarietà da parte di media di diverse ideologie ci fa sperare che il Primo Emendamento continuerà a essere tutelato. Come disse Acosta nel 2018, non si può permettere alla “verità di divenire menzogna e alla menzogna di divenire verità” poiché i giornalisti esistono per riportare le informazioni in maniera accurata, “senza riguardo per chi è al comando, senza paura né obbligo di fare favori” ai potenti.

=============
Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

Rimani sempre aggiornato!

Aggiungi Cavalierenews alle tue fonti preferite per non perderti le nostre notizie su Google.

⭐ Seguici su Google

Rimani sempre aggiornato!

Aggiungi Cavalierenews alle tue fonti preferite per non perderti le nostre notizie su Google.

⭐ Seguici su Google

Rimani sempre aggiornato!

Aggiungi Cavalierenews alle tue fonti preferite per non perderti le nostre notizie su Google.

⭐ Seguici su Google

Rimani sempre aggiornato!

Aggiungi Cavalierenews alle tue fonti preferite per non perderti le nostre notizie su Google.

⭐ Seguici su Google
Continua a Leggere

Articoli di Tendenza