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Attualità

Caso Lavitola, la sorella Maria a Filorosso: “La ‘ndrangheta? Falso. Ho querelato Saviano”

La sorella dell’ex “re dei faccendieri” Valter Lavitola sgancia una serie di bombe mediatiche a Filorosso (Rai 3). In una lunghissima intervista esclusiva, Maria Lavitola ha clamorosamente e nettamente smentito i presunti legami tra il fratello e la spietata ‘ndrangheta, definendo assurde anche le gravissime accuse legate a fantomatici attentati o “metodi mafiosi”. La donna, pur notando che l’ex faccendiere non sembra più lucido ma è solo in preda a folli deliri di onnipotenza, ha rivelato con enorme sdegno di aver appena querelato ufficialmente lo scrittore Roberto Saviano. Il motivo? Aver diffamato pubblicamente e vergognosamente la memoria del padre (famoso e rispettato neuropsichiatra)👇

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Filorosso Monteleone

Roma – La fitta, complessa e torbida ragnatela di misteri insondabili, oscuri legami politici e giganteschi scandali internazionali che per anni ha avvolto strettamente e indissolubilmente la nota e dibattuta figura del discusso ex faccendiere italiano Valter Lavitola, torna prepotentemente, inesorabilmente e rumorosamente sotto la potentissima luce dei riflettori mediatici e giudiziari nazionali. Ad accendere un nuovo, gigantesco e inaspettato faro di chiarezza (ma anche e soprattutto di forte, aspro e netto contrasto) sulle incredibili, surreali e controverse vicende legate all’ex “re dei fixer” è intervenuta pubblicamente e direttamente una figura familiare importantissima, da sempre rimasta un passo indietro rispetto al clamore delle telecamere: la sorella Maria Lavitola. La donna ha infatti rilasciato una lunga, complessa, tesissima ed esplosiva intervista esclusiva (sapientemente e puntualmente raccolta dalle abili domande del direttore di MOWMag, Moreno Pisto) che è stata poi trasmessa integralmente e in esclusiva televisiva ieri sera nel seguitissimo corso della puntata di Filorosso, l’approfondito, graffiante e coraggioso talk show d’inchiesta ottimamente condotto da Antonino Monteleone in prima serata sui canali di Rai 3. Le pesantissime e chiare dichiarazioni rilasciate a freddo dalla signora Lavitola mirano in maniera chirurgica, decisa e inequivocabile a fare urgente e definitiva pulizia sulle tantissime, pesanti e infamanti dicerie circolate ossessivamente negli ultimi caotici mesi sulla famiglia, difendendo al contempo con feroce onore la memoria storica del padre e tracciando un ritratto intimo, inquietante e malinconico del fratello Valter, oggi descritto come un uomo completamente perso nei suoi inarrestabili deliri e spogliato della sua proverbiale lucidità mentale.

Il legame familiare e la smentita netta sulla ‘ndrangheta

Il difficilissimo, teso e ostico rapporto umano e familiare delineato coraggiosamente da Maria Lavitola davanti all’obiettivo delle telecamere Rai è inevitabilmente e drammaticamente intriso di grandissimo affetto fraterno ma, al tempo stesso, necessita pubblicamente di stabilire dei paletti morali e legali assolutamente invalicabili.
“Valter rimane pur sempre, nel bene e nel male, il fratello maggiore a cui io voglio, ancora e per sempre, un gran bene”, ha voluto doverosamente e dolcemente premettere la donna all’inizio del lungo colloquio. Ma subito dopo, il tono della voce si è fatto improvvisamente freddo, tagliente e deciso, tornando specificatamente e categoricamente sulle pesantissime e gravissime dichiarazioni che le erano state maldestramente o falsamente attribuite a mezzo stampa nel corso degli ultimissimi, tribolati mesi d’indagine. “Io non avrei assolutamente mai affermato, in nessuna sede e in nessun momento, che mio fratello intrattiene oscuri o saldi rapporti criminali con i boss della ‘ndrangheta. Con gli ambienti e le logge della massoneria lo aveva candidamente, spregiudicatamente e liberamente affermato lui stesso in passato, e se ne assume la totale responsabilità. Ma anche in quel caso specifico, io non so minimamente né come, né dove e tantomeno il perché sia accaduto. Era un dato di fatto oggettivo che tu, Valter, hai detto in prima persona per i tuoi scopi. Ma per quanto riguarda la presunta e fantomatica vicinanza con i clan spietati della ‘ndrangheta, io me ne sarei guardata bene dall’avvicinarmi anche solo col pensiero a simili calunnie”. Una smentita secca, chiara e frontale, volta a disinnescare rapidamente e definitivamente una bomba mediatica e giudiziaria potenzialmente letale e distruttiva per l’onorabilità residua dell’intero nucleo familiare d’origine.

La querela a Saviano in strenua difesa della memoria del padre

L’offensiva mediatica e legale intrapresa solennemente da Maria Lavitola non si ferma però alla semplice e pacata smentita televisiva o alla sola narrazione e difesa delle controverse vicende legate al fratello faccendiere, ma assume improvvisamente contorni clamorosi, eclatanti e battaglieri tirando rumorosamente in ballo uno dei nomi più celebri, intoccabili e ascoltati del giornalismo investigativo italiano.
La sorella dell’ex braccio destro per il Sudamerica ha infatti sganciato in diretta televisiva una vera e propria bomba legale, rivelando pubblicamente, con grande rabbia e assoluto sdegno, di aver formalmente e ufficialmente querelato lo scrittore antimafia Roberto Saviano. Il durissimo scontro a suon di carte bollate e legali nasce, secondo quanto accoratamente e lucidamente raccontato dalla Lavitola, da alcune specifiche e pesanti ricostruzioni fornite recentemente e pubblicamente dall’autore di Gomorra. “Ho querelato ufficialmente Roberto Saviano perché, nei numerosi video e nelle interviste che ho visto circolare in rete, lui parla in maniera convinta del cosiddetto ‘schema Lavitola’, un presunto e torbido modus operandi che, sempre secondo le discutibili e fantasiose affermazioni di Saviano, mio fratello Valter avrebbe imparato o ereditato direttamente dall’insegnamento di nostro padre. Quello descritto è palesemente ed evidentemente uno schema criminale che lascia pesantemente intendere all’ascoltatore l’esistenza di qualcosa di illecito, mafioso o profondamente criminale. Mio papà, è bene ricordarlo a tutti, è stato un celebre, stimatissimo e famosissimo neuropsichiatra clinico che lavorava duramente per lo Stato, e che per dovere professionale certificava medicamente la pazzia di molti spietati criminali, ma non è mai stato, e mai sarà, un criminale egli stesso”.

“Non c’è il metodo mafioso, è solo un delirio di onnipotenza”

Proseguendo incalzata dalle ottime e precise domande del direttore Moreno Pisto, Maria Lavitola ha poi affrontato apertamente, con grande freddezza clinica e un pizzico di amara, cruda lucidità psicologica, il vero e complesso motore, oscuro e narcisista, che muove inesorabilmente tutte le spregiudicate e controverse mosse pubbliche e relazionali del fratello.
Sull’agghiacciante e ventilata ipotesi che Valter possa aver storicamente utilizzato un vero e proprio e sistematico “metodo mafioso” per costruire la sua complessa e milionaria rete di ricatti e protezioni, la sorella è stata netta, chirurgica e tranciante: “Parlare oggi di metodo mafioso per Valter è pura e semplice follia. È unicamente, tristemente ed esclusivamente il suo smisurato e patologico delirio di onnipotenza personale a parlare per lui, il suo irrefrenabile, morboso e malato bisogno infantile di voler costantemente apparire al centro esatto della scena politica ed economica. Lui credeva fermamente che doveva essere per forza qualcuno di importante, che doveva dominare ed entrare prepotentemente in politica ad altissimi livelli, doveva poter dire ad alta voce davanti al mondo intero ‘io sono’. E aggiungo anche un altro dettaglio fondamentale per capirne davvero il carattere: se tu oggi gli chiedi ingenuamente anche una sola cortesia o un piacere gratuito, lui senza pensarci due volte te la fa. Non sono ovviamente né mai sarò nella sua complessa e geniale testa calcolatrice, ma vi assicuro fermamente che non è affatto un classico e omertoso metodo mafioso questo che mette in pratica”. Pur prendendo sempre nettamente, categoricamente e responsabilmente le sacrosante distanze personali, legali ed etiche dalle tantissime, spregiudicate, controverse e spesso illecite condotte affaristiche del noto fratello, Maria esclude anche, e nella maniera più assoluta e totale, un suo ipotetico, folle e diretto coinvolgimento come inquietante e spietato mandante in recenti fatti di sangue: “Sul fatto che lui, fisicamente o indirettamente, non abbia mai ordinato o commissionato a terzi l’attentato dinamitardo di cui si discute aspramente in questi ultimissimi giorni sui giornali, io ci credo fermamente e ciecamente. Per me, se così fosse in realtà, significherebbe aver varcato definitivamente la soglia della completa follia criminale, cosa che escludo”. Il ritratto finale tratteggiato amaramente dalla sorella prima di congedarsi dalle telecamere è quello triste, rassegnato e desolante di un uomo profondamente e irrimediabilmente sconfitto: “Se c’è qualcuno alle sue spalle oggi? Non lo so francamente. Ma in Italia tutto è possibile. Io oggi purtroppo non lo vedo per nulla lucido e razionale. Ho visto e riascoltato con dolore le sue ultime e caotiche interviste in tv, l’ho visto attentamente nei giorni disperati prima dell’arresto, durante il teso dibattito, e l’unica cosa sconcertante che notavo fissandolo, era proprio il vuoto, lo sguardo di Valter. Quello sguardo vivo e attento non c’era più”.

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Caso David Rossi, la moglie a Filorosso dopo la svolta: “È stato ucciso, ma non mi aspetto scuse”

Svolta clamorosa, agghiacciante e storica a 14 anni di distanza dalla morte misteriosa di David Rossi (manager Mps): ora è ufficiale, l’uomo è stato ucciso! La vedova Antonella Tognazzi ha rotto il lungo silenzio sferrando durissimi e lucidi attacchi ai microfoni di Filorosso (Rai 3). La donna, pur sollevata per l’ufficialità dell’omicidio che smonta l’ipotesi del suicidio volontario, ha attaccato pesantemente la magistratura senese per le vergognose e continue archiviazioni subite, puntando poi il dito contro l’ombra del misterioso uomo nel vicolo e denunciando il muro di gelo e indifferenza alzato dai vertici del Monte dei Paschi👇

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Grossi, Monteleone

Roma – La drammatica, lunghissima e faticosissima ricerca della verità e della giustizia in Italia è purtroppo, molto spesso, una vera e propria e spietata maratona a ostacoli contro il tempo, i silenzi istituzionali e l’indifferenza generale. Tuttavia, dopo quattordici lunghissimi, strazianti e dolorosi anni di dubbi feroci, sospetti atroci e continue e cocenti delusioni giudiziarie, il caso legato alla misteriosa morte di David Rossi (l’ex potentissimo e stimato responsabile della complessa comunicazione della storica banca Monte dei Paschi di Siena) è giunto finalmente, e clamorosamente, a una storica, inattesa e pesantissima svolta investigativa. All’indomani delle ultimissime, dirompenti e definitive risultanze scientifiche e inquirenti che hanno accertato e certificato ufficialmente e inequivocabilmente che il manager fu in realtà brutalmente ucciso (cancellando così con un colpo di spugna istituzionale la comoda, veloce e frettolosa ipotesi del tragico “suicidio” volontario, portata ostinatamente avanti per oltre un decennio), la coraggiosa vedova, Antonella Tognazzi, ha deciso di rompere il comprensibile e doloroso silenzio mediatico. La donna, fiaccata ma mai definitivamente domata dal calvario affrontato, si è seduta ieri sera negli studi del graffiante e seguitissimo programma televisivo d’inchiesta Filorosso, il coraggioso talk di approfondimento giornalistico in onda in prima serata su Rai 3 e ottimamente condotto da Antonino Monteleone, per sfogare pubblicamente tutto il suo dolore, la sua amarezza e le sue giustissime recriminazioni contro chi, per anni, le ha letteralmente chiuso con forza le porte della giustizia in faccia.

14 anni di battaglie e la clamorosa conferma dell’omicidio

L’intervista fiume, lucida, profondamente toccante e tagliente rilasciata a cuore aperto e senza alcun filtro ai microfoni di Antonino Monteleone è stata un lunghissimo, drammatico e faticoso viaggio a ritroso nel dolore, nella memoria e nella pervicace, ostinata e solitaria ricerca della verità assoluta su quella terribile e buia notte senese.
“Non mi aspetto affatto, ingenuamente, le scuse di qualcuno. Al momento, ovviamente, non mi sono assolutamente pervenute”, ha esordito con estrema, fredda e disincantata lucidità Antonella Tognazzi, rispondendo alle ficcanti e dirette domande del conduttore. Messa di fronte alla clamorosa e tardiva, ma essenziale, certificazione ufficiale dell’omicidio del marito (volato giù misteriosamente dalla finestra del suo ufficio senese), la vedova ha finalmente potuto ripercorrere con una rinnovata consapevolezza la spietata guerra combattuta contro le istituzioni. “In cuor mio, pur disperandomi, ci ho sempre creduto e sperato. Però, analizzando oggettivamente e razionalmente il tragico andamento di questi infiniti anni, in cui moltissimi, palesi e lampanti elementi fattuali emergevano ed erano abbastanza chiari agli occhi di tutti, ma poi venivano inspiegabilmente e automaticamente insabbiati e trascurati, arrivare finalmente a sentire dalla bocca dello Stato una dichiarazione ufficiale che David è stato crudelmente ucciso mi rende, in un certo senso e paradossalmente, felice. Anche se, purtroppo, di felicità oggi non si può minimamente più parlare”. La vedova ha sottolineato con forza innegabile come questo tardivo accertamento rappresenti per lei: “Sicuramente e indiscutibilmente un riconoscimento totale per il durissimo e logorante impegno civile, legale ed emotivo che ho messo caparbiamente in tutti questi anni, anche e soprattutto quando apparentemente e giudizialmente tutto sembrava ormai perso e archiviato per sempre”.

Le dure critiche ai magistrati: “Io mi sono sentita offesa”

La dolorosissima testimonianza della moglie dell’ex dirigente bancario MPS si è poi inevitabilmente e aspramente concentrata sul difficilissimo, impervio e lentissimo percorso affrontato quotidianamente e tenacemente nelle austere, lente e fredde aule dei vari tribunali italiani per riuscire, faticosamente, a ottenere delle banalissime, legittime e sacrosante risposte sulle gravi e palesi incongruenze investigative della prima ora.
“Noi, come famiglia, abbiamo coraggiosamente e testardamente continuato, quasi imperterriti, ad approfondire privatamente tutto quello che scoprivamo o sapevamo”, ha raccontato visibilmente provata la Tognazzi. “Sembrava improvvisamente e assurdamente che avessimo iniziato una sorta di estenuante guerra contro i mulini a vento istituzionali, anche se non era assolutamente questa la nostra intenzione pacifica iniziale. Noi ci limitavamo civilmente e disperatamente a fare delle semplici domande, ma le risposte, per noi, non erano mai evidenti, logiche o chiare. Ogni singola volta c’era un sistematico, freddo e muro di gomma e di respingimento netto da parte di chi, invece per mandato dello Stato, doveva indagare attentamente e trovare i colpevoli”. Il passaggio televisivo più duro, aspro e polemico della sua lunga intervista è stato però dedicato senza mezzi termini alle incomprensibili, frettolose e discusse archiviazioni del caso, disposte a cuor leggero dai giudici inquirenti senesi nel corso degli anni passati. “Mi auguro fortemente che oggi, dopo queste nuove evidenze schiaccianti sull’omicidio, la magistratura italiana possa umilmente e pubblicamente tornare sui suoi passi, ammettendo i colossali errori. Ma francamente non ci credo affatto. Hanno fatto ben due vergognose archiviazioni. Io, personalmente, mi sono sentita gravemente offesa. Non puoi scrivere o firmare su atti legali cose che non sono palesemente esistite nella realtà”.

L’uomo nel vicolo e il muro di gelo di Monte dei Paschi

Nel corso dello serrato, intenso e appassionante confronto giornalistico con Monteleone su Rai 3, l’attenzione della donna è logicamente e immediatamente tornata su uno dei tantissimi e più clamorosi, dibattuti e irrisolti punti oscuri dell’intero e complesso fascicolo investigativo: l’ombra del misterioso uomo ripreso dalle sfocate telecamere di sicurezza nel vicolo, fermo, immobile e impassibile a osservare freddamente il corpo agonizzante e morente di David Rossi a terra, per poi dileguarsi misteriosamente nell’oscurità cittadina.
“Riuscire finalmente a capire, una volta per tutte, chi è quella maledetta persona, e perché non è mai stata rintracciata, è assolutamente fondamentale e propedeutico alla soluzione del caso. Anche perché, in ogni caso, si tratterebbe civilmente e penalmente di una gravissima e palese omissione di soccorso”. Antonella Tognazzi respinge fermamente, lucidamente e con sdegno la teoria del passante casuale: “Il famoso e drammatico video in bianco e nero è quello che è, ed è l’unico misero filmato che gli inquirenti sono stranamente riusciti a estrapolare dalle decine di telecamere presenti quella tragica sera. Anche se fosse davvero un puro e semplice passante, come hanno voluto farci ostinatamente credere per comodità in tutti questi anni, non puoi assolutamente non tenerne conto in un’indagine per omicidio. Io credo fermamente e lucidamente che quella persona fosse palesemente e direttamente in contatto con chi ha vigliaccamente gettato di sotto David, e che stesse riferendo al telefono quello che stava orribilmente vedendo”. La chiosa finale dell’intervista è intrisa di una disincantata, pesantissima e desolante amarezza umana verso il cinico mondo finanziario senese: “Mi aspettavo umanamente e logicamente che proprio i grandissimi e potenti vertici della banca per cui David lavorava indefessamente giorno e notte fossero in prima linea, i primissimi, a chiedere con forza che venisse fatta piena luce su questa buia e indegna vicenda. E poi, francamente, mi aspettavo una semplice ma sincera vicinanza umana. Che so, che almeno mi scrivessero due righe. Cosa che purtroppo non è mai, assolutamente, avvenuta”. L’Italia, intanto, attende ora di conoscere il nome e il cognome degli assassini.

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Il Mattutino dal Castello Sforzini: “La vita è breve, l’arte vasta. Portate altre sedie”

La profonda riflessione del mercoledì a cura di Luca Sforzini dal Castello di Castellar Ponzano scuote le coscienze! Nel suo nuovo e attesissimo “Mattutino”, Sforzini regala un messaggio denso di significato, partendo da una forte metafora sulle sedie e sui cortili che si allargano, per poi citare Ippocrate: “La vita è breve, l’arte vasta, l’occasione fuggevole, l’esperimento pericoloso, il giudizio difficile”. Un vero e proprio invito filosofico al coraggio, alla libertà di pensiero critico e alla responsabilità morale contro la vuota e assordante superficialità del nostro tempo👇

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Il mattutino del 30 settembre 2026

Castello Sforzini di Castellar Ponzano (AL) – Nell’epoca contemporanea, tragicamente, inesorabilmente e costantemente dominata dalla velocità ansiogena dei social network, dal rumore assordante e vuoto della sterile polemica politica quotidiana e dalla superficialità galoppante che sembra ormai avvolgere e soffocare ogni singolo aspetto del dibattito pubblico e intellettuale, fermarsi a riflettere sul profondo, intimo e reale significato dell’esistenza umana rappresenta un gesto di assoluta, rara e coraggiosa ribellione culturale. A ricordarci l’estrema e fondamentale importanza di questo antico, nobile e faticoso esercizio spirituale è ancora una volta la voce ferma, autorevole, lucida e sempre controcorrente di Luca Sforzini, intellettuale raffinatissimo e stimato presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale. Attraverso il suo ormai celebre, atteso e seguitissimo format quotidiano intitolato “Il Mattutino”, diffuso solennemente e regolarmente nella serena e frizzante mattinata di questo mercoledì 30 settembre 2026 direttamente dalla prestigiosa e storica dimora piemontese del Castello Sforzini di Castellar Ponzano, Sforzini ha lanciato nell’etere un messaggio breve, denso, aforistico e dal fortissimo, inequivocabile e dirompente impatto metaforico e filosofico. Un testo prezioso, da leggere, rileggere e soppesare con estrema attenzione in ogni sua singola e pesantissima parola, capace di scuotere le torpide e addormentate coscienze moderne invitandole a un risveglio immediato, lucido e doveroso.

Il messaggio potente: il cortile che si allarga e le sedie

L’incipit dell’editoriale mattutino firmato magistralmente da Sforzini si apre con una constatazione visiva, architettonica e spaziale apparentemente banale, ma che in realtà cela sapientemente, intelligentemente e poeticamente una metafora politica e culturale di proporzioni gigantesche e rassicuranti.
«Stamattina il cortile sembra più grande. Le sedie sono poche. Portatene altre», scrive con incisiva, tagliente e meravigliosa sintesi il pensatore piemontese. Questa precisa e suggestiva immagine letteraria non si riferisce certamente e unicamente agli spazi fisici e reali della sua splendida roccaforte di mattoni e pietra, ma descrive lucidamente, metaforicamente e poeticamente il costante, inarrestabile e fisiologico allargamento di quell’immenso “cortile” virtuale e ideologico che rappresenta il libero pensiero critico e moderato nel nostro Paese. Le persone, stanche delle urla, del becero populismo e della vuota propaganda televisiva, iniziano ad avvicinarsi numerose, curiose e silenziose ai luoghi dove si produce vera, solida e inattaccabile cultura. Il fatto che le sedie siano improvvisamente diventate numericamente “poche” e insufficienti a ospitare tutti i presenti, è il sintomo chiaro, evidente e inequivocabile di un forte, inarrestabile e nascente risveglio delle coscienze. Sforzini invita energicamente, ottimisticamente e calorosamente ad aggiungere nuovi posti, a fare spazio, ad accogliere a braccia aperte e con inclusione intellettuale chiunque senta l’urgente, profondo e insopprimibile bisogno di sedersi, ascoltare, confrontarsi e partecipare attivamente, democraticamente e costruttivamente al grande e complesso progetto di ricostruzione morale, estetica e politica della nazione italiana.

L’eco di Ippocrate: la vita, l’arte e il difficile giudizio

Il cuore pulsante, denso, filosofico e centrale del breve ma intenso messaggio mattutino diffuso dal Castello si poggia su basi antiche, classiche, immortali e inossidabili, richiamando alla mente del lettore attento i pilastri stessi della saggezza occidentale classica.
Sforzini cita infatti magistralmente, rielaborandola e offrendola al vastissimo e distratto pubblico odierno, la traduzione della celeberrima, immortale e antichissima massima latina “Vita brevis, ars longa, occasio praeceps, experimentum periculosum, iudicium difficile”, originariamente attribuita al padre assoluto della medicina antica, il grande e saggio Ippocrate. «La vita è breve, l’arte vasta, l’occasione fuggevole, l’esperimento pericoloso, il giudizio difficile», scandisce con estrema lentezza, gravità e solennità il presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale. Questo drammatico, crudo e realistico memento mori non è affatto un invito rassegnato, pessimista o fatalista alla passività, ma rappresenta esattamente l’opposto: un esortazione vitale, impellente e categorica ad agire subito. Dal momento in cui la nostra esistenza terrena si rivela così fugace, drammaticamente fragile e breve rispetto all’immensità, alla vastità e all’eternità della conoscenza (“l’arte”), ogni singolo e preziosissimo istante sprecato o gettato al vento diventa una colpa imperdonabile. L’occasione va colta al volo, senza inutili esitazioni o rimpianti, pur nella piena, assoluta e terrorizzante consapevolezza che ogni nostra nuova azione e ogni nostro coraggioso tentativo umano (“l’esperimento”) comporta inevitabilmente e fisiologicamente dei grandissimi, enormi e incalcolabili rischi personali. Infine, il “giudizio difficile” ci ammonisce severamente, saggiamente e pacatamente a non cadere mai nella facilissima e volgare trappola del giustizialismo sommario o del parere non richiesto e superficiale, invitandoci invece costantemente alla riflessione lenta, analitica, profonda e strutturata.

Libertà, responsabilità e coraggio: chiavi per il presente

La chiusura dell’editoriale piemontese è un vero e proprio, caldo, vibrante e imperativo augurio morale, un manifesto etico, conciso e perfetto che dovrebbe essere scolpito a chiare lettere nella mente di ogni cittadino moderno che si affaccia alla complessità della vita odierna.
«Questo era il Mattutino dal Castello Sforzini di Castellar Ponzano. “Che sia una giornata di libertà, responsabilità e coraggio”», conclude con estrema grazia, speranza e determinazione Luca Sforzini. Tre parole, tre concetti monumentali, assoluti e interconnessi in maniera strettissima, inscindibile e indissolubile. Non può esistere alcun tipo di vera, sana e compiuta libertà personale o collettiva se questa non è accompagnata quotidianamente, e costantemente bilanciata, dall’assunzione piena, matura e adulta della propria individuale responsabilità morale e sociale verso il prossimo e verso la comunità in cui si vive operosamente. E, in ultima analisi, per riuscire davvero e fattivamente a difendere strenuamente, in un mondo sempre più conformista, standardizzato e spesso ostile, questa rara, preziosa e difficile miscela di assoluta libertà intellettuale e gravosa responsabilità morale, serve inevitabilmente e inesorabilmente un’enorme, sconfinata e straordinaria dose di sano coraggio. Il coraggio sovversivo, scomodo e magnifico di pensare faticosamente con la propria e sola testa, di rifiutare sdegnosamente e intellettualmente il pensiero unico e omologato imperante e di allargare sempre di più, sedia dopo sedia, quel grande, inclusivo e meraviglioso cortile del confronto civile e culturale. Un buongiorno che scalda l’anima e sveglia vigorosamente, potentemente e fortunatamente l’intelletto di chi legge.

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Delitto di Garlasco, svolta clamorosa: chiuse le indagini per Andrea Sempio, Stasi spera nella revisione

Svolta clamorosa e terremoto giudiziario nel delitto di Garlasco! A 19 anni dall’omicidio di Chiara Poggi, la Procura di Pavia ha ufficialmente chiuso le indagini (preludio al rinvio a giudizio per omicidio volontario) nei confronti di Andrea Sempio. A incastrarlo ci sarebbe l’esatta compatibilità del suo piede con la celebre orma insanguinata (taglia 42) rinvenuta sulla scena del crimine. Ma non è tutto: spunta l’ombra inquietante di un clamoroso depistaggio iniziale per nascondere analisi del DNA che avrebbero scagionato Alberto Stasi. Ora, chi sta scontando 16 anni in carcere, spera vivamente in una clamorosa revisione del processo👇

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Andrea Sempio

Garlasco (Pavia) – A distanza di quasi vent’anni da quel tragico, afoso e sanguinoso 13 agosto del 2007, uno dei casi di cronaca nera giudiziaria più complessi, mediatici, oscuri e divisivi dell’intera storia repubblicana italiana torna improvvisamente e clamorosamente a scuotere con violenza inaudita le aule dei tribunali e le coscienze dell’opinione pubblica nazionale. L’orribile e feroce omicidio della giovane Chiara Poggi, massacrata senza pietà all’interno della sua elegante villetta nel tranquillo e placido comune della Lomellina, sembrava aver trovato una sofferta, contestata ma definitiva chiusura processuale in Cassazione con la dura e irrevocabile condanna a 16 anni di reclusione inflitta al fidanzato dell’epoca, Alberto Stasi. Tuttavia, le ultimissime, dirompenti e sensazionali notizie che rimbalzano in queste ore frenetiche dai severi e blindati uffici della Procura della Repubblica di Pavia stanno letteralmente riscrivendo e stravolgendo l’intera e solida architettura accusatoria di questa immensa tragedia. I magistrati inquirenti pavesi hanno infatti appena notificato, in via ufficiale, formale e perentoria, l’avviso di conclusione delle indagini preliminari (il famigerato atto ex art. 415-bis del codice di procedura penale) direttamente nei confronti di Andrea Sempio, storico amico del fratello della vittima. Un atto giudiziario pesantissimo e cruciale, che di fatto e di diritto prelude inesorabilmente a una imminente e formale richiesta di rinvio a giudizio per il reato di omicidio volontario, per giunta gravato dalle pesantissime e spietate aggravanti della crudeltà e degli abietti e futili motivi. Una vera e propria bomba a orologeria innescata nel cuore della giustizia italiana, destinata a riaprire un capitolo dolorosissimo e a mettere pesantemente in discussione decenni di lavoro investigativo e dibattimentale.

L’impronta della discordia: la scarpa Frau taglia 42

Il clamoroso e inaspettato ribaltamento di fronte accusatorio operato dalla determinata Procura di Pavia non si basa certamente su flebili supposizioni o vecchie suggestioni giornalistiche, ma poggia le sue solide basi su nuovissime, complesse e iper-tecnologiche perizie scientifiche depositate recentemente agli atti.
Il fulcro nevralgico della nuova e pesante accusa costruita metodicamente contro Andrea Sempio ruota ossessivamente attorno a una specifica e insanguinata impronta di scarpa, rinvenuta all’epoca dei fatti direttamente sulla terribile scena del crimine e rimasta per lunghissimi anni un vero e proprio enigma insoluto per gli esperti della scientifica. Attraverso modernissime e sofisticatissime consulenze tecniche tridimensionali e chimiche, gli inquirenti odierni sarebbero clamorosamente riusciti a dimostrare una piena, totale e inequivocabile compatibilità biometrica e morfologica tra l’orma insanguinata lasciata da una calzatura modello “Frau” (corrispondente esattamente a una taglia 42) e la reale conformazione plantare del piede di Sempio. A corroborare ulteriormente questa pesantissima ipotesi accusatoria vi sarebbero inoltre nuove e approfondite valutazioni forensi effettuate sulla misteriosa e dibattuta “impronta 33” presente sul pavimento della villetta dell’orrore. Tuttavia, il preparato e agguerrito collegio difensivo di Andrea Sempio non ci sta affatto a subire passivamente questa offensiva giudiziaria, passando immediatamente al contrattacco mediatico e legale. Gli avvocati dell’indagato hanno prontamente ridimensionato e sminuito la reale portata del nuovo atto formale, definendolo pubblicamente come un semplice e “classico 415-bis di routine”, contestando inoltre in maniera furibonda, logica e categorica la famigerata compatibilità della suola: la difesa sostiene infatti strenuamente, carte mediche alla mano, che all’epoca dei drammatici fatti il loro assistito calzasse abbondantemente un numero di scarpa superiore, ovvero il 44, rendendo fisicamente e scientificamente impossibile la sua associazione con l’impronta incriminata taglia 42.

Il giallo del DNA sui pedali: l’ombra oscura del depistaggio

Se la durissima battaglia balistica e forense sulle impronte insanguinate rischia di infiammare enormemente il futuro e probabile dibattimento in aula, è un altro, oscuro e inquietantissimo dettaglio burocratico a gettare un’ombra letteralmente spaventosa e sinistra sull’intera e annosa conduzione delle indagini originarie.
Il punto più sconvolgente, rilevante e incomprensibile sollevato in queste ore cruciali riguarda infatti il famosissimo e dibattuto giallo del materiale genetico (DNA) individuato sui pedali della bicicletta sequestrata ad Alberto Stasi, elemento che contribuì in maniera determinante, pesante e fatale alla sua definitiva e irrevocabile condanna in Cassazione. Secondo quanto emerso clamorosamente dalle recenti e approfondite revisioni dei faldoni storici, esisterebbero agli atti alcune contro-analisi chimiche e genetiche, regolarmente effettuate e certificate nel lontano 2007, che avrebbero indicato in maniera chiara, netta e incontrovertibile la totale e assoluta assenza del DNA della vittima Chiara Poggi dai pedali della famigerata bicicletta. Il dettaglio a dir poco agghiacciante e paradossale è che questi fondamentali risultati scientifici, che sarebbero stati perfettamente idonei e sufficienti a scagionare totalmente e immediatamente Alberto Stasi dall’accusa di omicidio, non sarebbero inspiegabilmente e misteriosamente mai stati inseriti fisicamente all’interno del fascicolo processuale principale fornito ai giudici giudicanti. Questa macroscopica e gravissima omissione formale ha immediatamente e inevitabilmente sollevato l’ombra pesante, inquietante e gravissima di un possibile, lucido e volontario depistaggio istituzionale avvenuto all’epoca delle primissime battute d’indagine. Un aspetto a dir poco torbido e inaccettabile, sul quale l’attuale Procura pavese ha doverosamente deciso di vederci chiaro fino in fondo, disponendo audizioni segrete e approfondimenti mirati, arrivando perfino a convocare e sentire come persona informata sui fatti l’ex celebre generale del RIS di Parma, Luciano Garofano, per cercare di dipanare la fitta e vergognosa nebbia investigativa.

Stasi punta alla revisione del processo, ma la famiglia frena

L’onda d’urto mediatica, emotiva e prettamente giudiziaria generata da queste ultimissime, dirompenti e devastanti novità investigative ha inevitabilmente e repentinamente scatenato reazioni diametralmente opposte, furenti e contrastanti tra le diverse e agguerrite parti in causa.
Gli stoici avvocati difensori di Alberto Stasi (che ricordiamo sta attualmente, duramente e silenziosamente scontando la sua pesantissima condanna definitiva all’interno del carcere milanese di Bollate) esultano con prudenza, chiedendo pubblicamente, a gran voce e con estrema fermezza, che la magistratura faccia finalmente e totalmente piena luce sulle gravissime responsabilità, omissioni e coperture di quegli anni oscuri. Diversi e autorevoli esperti del settore giurisprudenziale suggeriscono ormai apertamente che, alla luce abbagliante di questi nuovi, granitici e sconvolgenti elementi probatori, la stessa Procura Generale potrebbe addirittura decidere di valutare autonomamente, e in totale autonomia, la formale e clamorosa presentazione di una ufficiale istanza di revisione della sentenza definitiva per Stasi (un evento più unico che raro nel diritto italiano). Di umore diametralmente opposto, cupo e assolutamente scettico, si dichiara invece la famiglia della povera Chiara Poggi. Attraverso i propri combattivi e addolorati legali di fiducia, i familiari della vittima hanno espresso fortissimo sdegno e freddezza per questa nuova pista investigativa, sostenendo fermamente che, a loro insindacabile giudizio, non vi sarebbero affatto elementi di reale, concreta e decisiva novità scientifica rispetto a quanto già ampiamente, svisceratamente e definitivamente emerso durante il lungo e doloroso iter processuale a carico di Stasi. I legali della famiglia Poggi ribadiscono la necessità assoluta di affidarsi unicamente alle sentenze già scritte, lasciando l’eventuale, e da loro non auspicata, patata bollente della riapertura del caso unicamente nelle mani della competente Corte d’Appello di Brescia. Il mistero di Garlasco, a distanza di vent’anni, è incredibilmente e drammaticamente ripartito da zero.

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