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SAN FRANCO D’ASSERGI SICURAMENTE FU SACERDOTE

SAN FRANCO D’ASSERGI SAN FRANCO D’ASSERGI

Quando chi scrive di storia ignora le fonti

Redazione- Nicola Tomei (1718–1792), preposto di Assergi, uno tra i più antichi ed illustri castelli fondatori della città dell’Aquila, dal 1742 (era stato appena ordinato sacerdote) al 1764, e che del paese, della sua chiesa e del suo santo protettore fu anche il primo appassionato e dotto storico, introducendo, con quello stile barocco (non privo, peraltro, di un certo fascino), proprio della sua epoca, la sua opera (Dissertazione sopra gli atti, e culto di S. Franco), così si esprime:

Sono ben persuaso, che lo scrivere al tempo d’oggi sopra le cose antiche non è da ogni penna. […] Ma sono ancor persuaso, che ogni membro della Repubblica deve per quanto può contribuire alla rischiarazione delle cose antiche, specialmente della sua Patria, della sua Chiesa, de’ Santi che in essa si adorano; e se scopre una verità, palesandola, e se scopre un errore, manifestarlo per tale, e cooperare al pubblico disinganno, acciò le cose antiche, che per mancanza di Scrittori stanno tra le tenebre, vengano sempre più a delucidarsi. (1)

Lo scrivente, nato e cresciuto ad Assergi, modesto cultore di cose antiche della sua patria, della sua chiesa e dei santi che in essa si adorano – per usare il linguaggio del Tomei – qualche tempo fa sentì dire da un sacerdote, nell’omelia della messa del 5 giugno celebrata in Assergi nella chiesa “Santa Maria Assunta” in occasione della tradizionale festa di San Franco, che il santo eremita non era stato un sacerdote ma un semplice monaco, volendo in questo modo il predicatore sottolineare che il sacerdozio, così come ogni altra dignità ecclesiale, non è decisivo in ordine al raggiungimento della santità.

Il concetto è in sé ineccepibile, tuttavia dicendo di San Franco che non era stato sacerdote il buon prete si sbagliava. Egli, con tutta probabilità, aveva attinto le notizie sul santo eremita del Gran Sasso su Internet, dove, come chi scrive ha illustrato in altro luogo, verità ed errore si rincorrono spesso ad ogni riga, ed entrambe viaggiano alla velocità della luce. Negli attuali mezzi di comunicazione di massa non è dato sempre distinguere tra argomentazioni ben documentate e approfondite e informazioni semplicemente “orecchiate” e superficiali, non ricavate da una personale e rigorosa ricerca, ma semplicemente acquisite da una frettolosa “compulsazione” fatta al computer.

Dal fatto che un errore, o un’ipotesi infondata, siano ripetuti e rilanciati sul web, non sortisce come effetto che l’errore diventi verità e l’ipotesi acquisti fondatezza. Bisogna andare alle fonti originarie e lavorare su di esse. La scienza, così come ogni disciplina specialistica, non può essere democratica, nel senso che le sue asserzioni non sono soggette alla regola della maggioranza. Su temi che richiedono competenze particolari, che si tratti di fisica quantistica o di teologia, non dovrebbe essere consentito a tutti di pubblicare senza passare attraverso una griglia di controllo scientifico.

La fonte a cui sicuramente il buon sacerdote aveva attinto è uno scritto del 10 settembre 2001 a firma di Pasquale Ottaviani che figura nella rubrica “Santi e Beati”, alla voce “San Franco da Assergi eremita” (Fonte: “Enciclopedia dei Santi”), testo rinvenibile su Internet e che fa capo alla curia arcivescovile locale. In esso, insieme a molte notizie attendibili, si legge, in riferimento al santo anacoreta, che «Nella sua vita c'è più di un elemento per concludere che Franco fu sì monaco ed eremita, ma non sacerdote».

C’è invece ragione di credere, con buona pace dell’ignaro recensore della voce, che Franco fu sacerdote. E c’è più di un elemento per crederlo, come di seguito si illustrerà. L’estensore del breve scritto agiografico, con tutta evidenza, non aveva letto ciò che del santo di Assergi hanno scritto i suoi due biografi più attendibili, storici veri, vale a dire soprattutto il sullodato Nicola Tomei e Demetrio Gianfrancesco (1922–2004), che al pari del Tomei fu parroco per lunghi anni di Assergi, nella cui chiesa vi è sufficiente traccia della condizione sacerdotale dell’eremita, come di seguito si mostrerà.

Ancorché negli Atti, che contengono la biografia di San Franco, non si legga se egli sia stato o no sacerdote, il dotto Tomei, molto opportunamente, così scrive:

Si sa, che gli antichi Monaci, per qualche tempo dopo la loro origine, facendo professione dell’umiltà, la quale formava il di loro carattere speciale, non avevano ardire di ascendere al sacerdozio. Ma è ancora fuor di dubbio, che nel duodecimo secolo, e molto prima, i Monaci, perché erano meritevoli per dottrina, e per santità della dignità sacerdotale, ascendevano ancor essi al sacerdozio. Nella vita di S. Franco – prosegue lo storico – non si fa parola sopra un tal punto; ma da quel che si vede nella sua statua, e nelle molte pitture, e specialmente dall’iscrizione sopra l’urna di pietra, ove fu collocato il suo Corpo, si può ben raccogliere che fusse Sacerdote. (2)

Il Tomei argomenta la sua convinzione nel modo seguente:

 

Si legge negli atti, che il di lui Padre nella di lui fanciullezza lo mandava alla scuola, e che facea profitto più degli altri suoi coetanei. Si legge, che entrato tra’ Monaci fu subito applicato allo studio delle lettere. Si dice, che essendo morto l’Abbate, i Monaci concordemente lo elessero a quella Dignità. Non pare credibile che un uomo di tal fatta non fusse sacerdote in quel tempo, nel quale il Sacerdozio presso i Monaci era già in uso. E se S. Franco per sua umiltà avesse ricusato la dignità sacerdotale, lo Scrittore della sua vita, il quale ci fa sapere che per sua umiltà ricusò la dignità Abbaziale, ci avrebbe ancora fatto sapere, che per umiltà avrebbe ricusato il Presbiterato. Non avendo egli ciò fatto, è segno, che S. Franco non ricusò il sacerdozio; e non avendolo ricusato, si può credere che fusse sacerdote, come era il costume in quel tempo tra i Monaci, non sapendosi cosa in contrario. (3)

Ma ci sono altre tracce, come si diceva, nella chiesa parrocchiale di Assergi, tracce che probabilmente l’autore della piccola nota biografica non aveva notato, ammesso che avesse mai visitato la chiesa. A parte antiche pitture ancora visibili al tempo di Tomei, c’è in fondo alla navata settentrionale, in zona presbiteriale, nell’unico altare, oltre a quello maggiore, rimasto in piedi dopo i restauri dei primi anni ‘70 del secolo scorso, una monumentale edicola in pietra ad arco trionfale dove, al centro, all’interno di una nicchia, figura un’artistica statua lignea del XV secolo. In essa San Franco è raffigurato a grandezza naturale, indossa una pianeta dorata e ha un libro in mano: segni sacerdotali inequivocabili.

E perché – commenta al riguardo il Tomei – non è costume dipingere i sacerdoti Regolari colla pianeta, come si vede di S. Domenico, di S. Antonio da Padova, di S. Bernardino, e d’altri Santi Regolari; sembra che gli antichi abbiano voluto ad arte dipingere S. Franco colla pianeta appunto, per farci sapere, esser egli stato sacerdote, non ostante la di lui vita eremitica. (4)

Nella cripta, nella parte anteriore del coperchio di pietra che residua dall’antica urna contenente le ossa del santo e che attualmente è stato incassato sopra la gabbia di vetro e di metallo che racchiude la nuova urna di zinco (in sostituzione di quella d’argento conservata in altro più sicuro luogo) che custodisce le ossa, figura un’iscrizione in latino che Tomei così leggeva: Hic requiescit Corpus Franconi Presb. (5), che si traduce: Qui riposa il corpo di Franco(ne) sacerdote. Scrive a tale riguardo il Tomei:

Vi è l’aggiunto Presbyteri per farci sapere, che S. Franco, che per tanti anni avea menata vita eremitica, senza esercitare l’ordine del Presbiterato, ciò non ostante, era Sacerdote, e perciò nella Statua fu effigiato colla pianeta. (6)

Un’altra significativa traccia della condizione sacerdotale del santo era nella pregevole cinquecentesca teca d’argento (rubata e purtroppo mai ritrovata) contenente il teschio dell’eremita. La teca, come scrive Vincenzo Moscardi (1863–1938) «[…] è vagamente lavorata e nel davanti presenta una statuetta raffigurante il santo vestito di pianeta, sulla quale vedesi scolpita la croce benedettina». (7)

Da quanto si raccoglie dagli atti, da quanto si vede dalle pitture e dalla statua, – annota infine il dotto Tomei – si può concludere, che S. Franco sia stato sacerdote. Non osta, che si legga negli atti, che il santo nelle feste solenni dell’anno venisse alla Chiesa d’Assergi a ricevere i sacramenti, e non a celebrare la messa; perché menando egli vita eremitica, il suo stato così richiedeva, ancorché per lo carattere sacerdotale avesse potuto celebrar messa, come recitava il divino ufficio. (8)

Demetrio Gianfrancesco, che come sopra richiamato di Assergi fu parroco dal 1954 al 1976, e che del paese e del suo protettore fu storico rigoroso, degno erede di Nicola Tomei, così scrive parlando della vita del santo:

Quasi certamente sacerdote, ne sacrificò l’esercizio (del sacerdozio) all’ideale eremitico, secondo la mentalità del tempo. E partecipava alla liturgia eucaristica, celebrata dai monaci benedettini, cantava le lodi del Signore, purificava la sua coscienza, ascoltava la lettura della parola di Dio. Faceva la comunione sacramentale con Gesù Pane vivo, e la comunione mentale con Gesù Parola eterna: una comunione totale con Cristo Vita e Verità. (9)

Una figura eccezionale, quella di San Franco, per la santità della vita e per aver incarnato un ideale, quello dell’eremitismo, che caratterizzò un’età, quella del Basso Medioevo, che vide un grande risveglio spirituale dell’Europa Occidentale.

Beninteso, come sopra si accennava, la perfezione cristiana non richiede una particolare condizione, dal momento che essa consiste nel vivere in maniera perfetta, cioè secondo la volontà di Dio, la vita ordinaria, come amava ripetere un grande maestro spirituale del secolo scorso, San Josemaría Escrivá de Balaguer (1902–1975), di cui in questi giorni si sono festeggiati i cinquant’anni dal pio transito, e come ha ribadito il Concilio Vaticano II nella costituzione pastorale Lumen Gentium, e come lo stesso buon senso cristiano suggerisce .

A tale riguardo, merita ripetere le parole che Papa Leone XIV, con quella chiarezza che pare dover essere una cifra del suo pontificato, ha pronunciato nell’omelia tenuta nella messa da lui presieduta nella Basilica di San Pietro il 9 giugno 2025 in occasione del Giubileo della Santa Sede: «Il modo migliore di servire la Santa Sede è cercare di essere santi, ciascuno di noi secondo il suo stato di vita e il compito che gli è stato affidato».

Non c’è molto da aggiungere. Per finire, avviso ai... naviganti: consultate pure il web, ma cum grano salis. Nessuna intelligenza artificiale, per quanto si potrà rivelare utile, potrà mai sostituire la vera cultura. «Lo studio – scriveva un noto ed insospettabile intellettuale italiano del secolo scorso – è noia, sforzo inaudito, tirocinio paziente».

NOTE AL TESTO

(1) N. TOMEI, Dissertazione sopra gli atti, e culto, di S. Franco d’Assergi, Napoli, Giuseppe Coda, 1791, p. III.

(2) Ivi, pp. 102-103.

(3) Ivi, p. 103.

(4) Ibidem.

(5) Ivi, p. 25.

(6) Ibidem.

(7) V. MOSCARDI, Cenni topografici e storici del Castello di Assergi, Aquila, Santini Simeone Editore, 1896, p.10.

(8) Ivi, p. 104.

(9) D. GIANFRANCESCO, Assergi e S. Franco eremita del Gran Sasso, Roma, abete grafica s. p. a., 1980, p. 336.

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