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Geopolitica e Difesa. Aldo Di Giovanni: “Da militari a sensori diplomatici avanzati: ecco come cambia la proiezione estera dell’Italia”

I militari italiani non sono più solo soldati, ma veri e propri “sensori” geopolitici avanzati. 🌍 🪖 Come sta cambiando il ruolo delle nostre Forze Armate nel mondo? In un’epoca di conflitti globali, la Difesa italiana vara un nuovo atto di indirizzo: trasformare gli Ufficiali in agenti specializzati di Diplomazia Militare. L’obiettivo? Prevedere le minacce prima che esplodano e rafforzare le alleanze. L’analista Aldo Di Giovanni ci spiega come la figura dell’Addetto Militare sia diventata cruciale: “Spesso la credibilità personale, la fiducia e una rete di contatti costruita in anni di lavoro valgono molto più di 100 vertici diplomatici ufficiali”. Scopri i dettagli di questa rivoluzione strategica della Difesa nel nostro nuovo approfondimento politico! 👇 🇮🇹

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Aldo Di Giovanni

Redazione– L’epoca in cui le Forze Armate venivano concepite esclusivamente come uno strumento di forza bruta, da mobilitare unicamente nel momento in cui la diplomazia falliva, è definitivamente tramontata. Il nuovo scenario globale, caratterizzato da conflitti ibridi, crisi asimmetriche e un’instabilità geopolitica dilagante, richiede un cambio di paradigma radicale. A tracciare la rotta di questa necessaria evoluzione è una recente analisi di Aldo Di Giovanni, che accende i riflettori su un nuovo e decisivo atto di indirizzo politico-strategico: la trasformazione degli Ufficiali delle Forze Armate italiane in autentici “agenti di Diplomazia militare”.

La nuova frontiera della Difesa: ufficiali come sensori predittivi

Il concetto delineato dal nuovo atto di indirizzo della Difesa è tanto affascinante quanto cruciale per la sicurezza nazionale. Non si tratta più soltanto di addestrare comandanti capaci di gestire truppe sul campo di battaglia, ma di formare figure operative altamente specializzate, vere e proprie “antenne” istituzionali. L’obiettivo primario è duplice: da un lato, rafforzare la proiezione internazionale della Difesa italiana nei consessi alleati e nelle aree di crisi; dall’altro, sviluppare una capacità predittiva delle minacce. In un mondo in cui il confine tra pace e guerra è sempre più sfumato, avere ufficiali in grado di operare come “sensori avanzati” significa poter captare i segnali deboli di una crisi prima che questa deflagri, permettendo al decisore politico di anticipare le mosse degli avversari.

L’Addetto Militare: molto più di un burocrate in divisa

In questo quadro strategico, la figura dell’Addetto Militare (spesso storicamente percepita come un ruolo di rappresentanza o, peggio, di mera gestione burocratica interna all’ambasciata) subisce una profonda metamorfosi. «Nel contesto internazionale, sempre più instabile, la questione dell’Addetto Militare non può più essere relegata a un banale tema di gestione interna», osserva giustamente Aldo Di Giovanni. L’Addetto diventa il perno centrale attorno a cui ruotano la cooperazione industriale della Difesa, l’intelligence strategica e le relazioni bilaterali con i Paesi ospitanti. È lui il ponte di collegamento vitale tra gli interessi nazionali e le dinamiche militari delle potenze straniere.

L’importanza dei legami umani: quando la fiducia vale più dei trattati

Tuttavia, l’efficacia di questa “diplomazia con le stellette” non si misura unicamente in termini di competenze tecnologiche o protocolli ufficiali. C’è un elemento profondamente umano, quasi artigianale, che sfugge ai manuali strategici ma che risulta determinante. «Resta da valutare», sottolinea lucidamente Di Giovanni, «l’importanza del ruolo che in certi contesti assumono i contatti e le conoscenze costruite nel tempo. Legami che spesso valgono più di cento incontri diplomatici formali per risolvere problematiche delicate».

In scenari mediorientali, africani o dell’Est Europa, dove le dinamiche di potere si basano fortissimamente sui rapporti interpersonali e sul rispetto reciproco tra alti ufficiali, la credibilità personale del singolo agente di diplomazia militare può letteralmente fare la differenza tra il successo di una missione e un disastro diplomatico. «Una rete estera efficace non si mette su su due piedi», avverte l’analista. Richiede anni di permanenza sul territorio, empatia, profonda conoscenza culturale e una costanza relazionale che nessuna intelligenza artificiale potrà mai replicare.

Il ritorno del “potere militare” nelle relazioni internazionali

La conclusione di questa analisi è una presa di coscienza ineludibile per il nostro Paese: «Sicuramente la dimensione militare è tornata centrale nei rapporti internazionali». L’Italia, in quanto media potenza regionale proiettata nel cuore del Mediterraneo allargato, non può permettersi di arretrare. Affidare ai propri Ufficiali il compito di intessere questa complessa e delicatissima tela diplomatica non è solo un’opzione, ma una necessità vitale per garantire la sicurezza, l’autorevolezza e il posizionamento strategico della Nazione nel turbolento scacchiere del ventunesimo secolo.

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Economia

Stangata sulle bollette: luce in aumento del 37,3% per tre milioni di famiglie vulnerabili

La tempesta perfetta si sta per abbattere pesantemente, crudelmente e inesorabilmente sul portafoglio degli italiani più deboli. L’Arera (l’autorità di regolazione per l’energia) ha ufficialmente annunciato un catastrofico, spaventoso e irreale aumento del 37,3% per i costi delle bollette elettriche a partire dal 1° ottobre 2026. Questo devastante rincaro colpirà duramente gli oltre 3 milioni di clienti rimasti confinati nel regime di “maggior tutela” (considerati clienti vulnerabili, anziani o con difficoltà economiche). Le associazioni dei consumatori, da UNC a Codacons, insorgono denunciando una stangata da 236 euro l’anno e chiedono l’intervento immediato del governo per fermare la mattanza👇

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stangata bollette luce

Roma – L’autunno caldo, per gli sfortunati contribuenti e i già tartassati cittadini italiani, non è assolutamente e soltanto una semplice, banale o poetica espressione meteorologica e stagionale. Nelle scorse, tesissime ore, infatti, si è materializzata crudelmente all’orizzonte una pesantissima, inaspettata e insopportabile mazzata finanziaria che si andrà immancabilmente ad abbattere sulle già magre finanze domestiche dei cittadini più fragili del Paese. Circa tre milioni di sfortunati e ignari clienti elettrici considerati tecnicamente “vulnerabili” (ovvero tutti quegli utenti domestici rimasti ancorati al vecchio, caro e protetto regime statale di cosiddetta “maggior tutela”, solitamente per ragioni anagrafiche o per acclarate, certificate e riconosciute difficoltà economiche) dovranno purtroppo, inevitabilmente e faticosamente affrontare un vertiginoso, spaventoso e quasi irreale aumento del 37,3% sulle loro pesantissime bollette della luce per l’imminente quarto e fondamentale trimestre di questo complicato 2026. A dare il tristissimo e pesantissimo annuncio ufficiale, che ha gettato istantaneamente nel panico totale milioni di onesti padri di famiglia in tutta la Penisola, è stata direttamente l’Autorità pubblica di regolazione per energia, reti e ambiente (la potente e insindacabile ARERA). Il vertiginoso e inappellabile rincaro tariffario è stato matematicamente determinato dall’imponente, spaventosa e perdurante impennata dei costi di acquisto della materia prima dell’energia elettrica sui mercati volatili all’ingrosso. Una fiammata mortale sui costi puramente generata, alimentata e soffiata dalla tristemente nota, asfissiante e persistente instabilità geopolitica internazionale (e dalla guerra), che continua a scombussolare e strangolare l’approvvigionamento europeo.

I nuovi numeri e le tariffe: la luce vola oltre i 43 centesimi

L’aggiornamento e il ricalcolo trimestrale dei freddi numeri comunicati dai vertici dell’autorità statale non lasciano purtroppo alcuno scampo o via d’uscita alle famiglie italiane chiamate a pagare dazio.
A partire puntualmente e inesorabilmente dalla scadenza del 1° ottobre 2026, il calcolato e ufficiale prezzo base di riferimento per la fornitura dell’energia elettrica (riservato esclusivamente alle famiglie vulnerabili attualmente servite nel regime garantito di maggior tutela) subirà una dolorosa impennata, salendo vertiginosamente fino a toccare la cifra monstre di 43,43 centesimi di euro per singolo kilowattora consumato, imposte e tasse statali ovviamente già incluse nel conto finale. Facendo due rapidi e preoccupanti calcoli previsionali, i severi analisti finanziari di Arera prevedono che l’inarrestabile spesa elettrica totale per un classico utente vulnerabile tipo (il cosiddetto “cliente medio”) nel corso solare del 2026 arriverà inevitabilmente e faticosamente a raggiungere la non trascurabile somma di 665,38 euro lordi. Un dato che, a conti fatti e bollette alla mano, va tristemente a segnare un aumento progressivo, reale e tangibile del 9,3% su base annua se confrontato direttamente ai già non morbidissimi costi sostenuti dalle stesse famiglie nel corso del 2025. L’Autorità, per giustificarsi, ha apertamente dichiarato che i costi base dell’energia all’ingrosso rimangono purtroppo strettamente e drammaticamente incollati, come un cordone ombelicale inscindibile, alle folli fluttuazioni della quotazione del gas naturale, i cui prezzi continuano a oscillare impazziti sui mercati internazionali. Piccola, magra e insignificante consolazione tecnica per la bolletta degli utenti: mentre i pesanti oneri generali di sistema restano congelati e totalmente invariati, i complessi costi di dispacciamento della rete diminuiscono appena di 2,2 punti percentuali, in virtù del fatto che i mesi climaticamente intermedi dell’autunno mettono molto meno sotto pressione la rete rispetto all’estate o all’inverno.

La rabbia dei consumatori e l’allarme sociale delle associazioni

La fredda e implacabile mannaia dei rincari istituzionali si è abbattuta istantaneamente sul dibattito politico, scatenando l’ira furibonda, immediata e giustificata di tutte le principali anime del Paese a tutela dei deboli.
Le storiche, grandi e note associazioni nazionali per i diritti inviolabili dei consumatori hanno duramente, violentemente e aspramente criticato questo incredibile e insostenibile aumento trimestrale. Secondo i calcoli matematici e statistici effettuati indipendentemente dagli analisti dell’Unione Nazionale Consumatori (UNC), questo colossale rincaro percentuale si traduce brutalmente, crudelmente e materialmente in ben 236 euro in più pagati forzatamente all’anno per un cliente vulnerabile “tipo” (ovvero calcolato per una famiglia che consuma in media 2.000 kilowattora annui). Marco Vignola, stimato e attento vicepresidente nazionale proprio dell’Unc, ha pubblicamente, coraggiosamente e severamente definito questo aggiornamento come un vero e proprio “prezzo stellare e speculativo”, classificandolo addirittura dal punto di vista storico come il quarto dato più alto in assoluto mai registrato in Italia negli ultimi decenni. Ha inoltre lanciato un forte e preoccupato avvertimento sociale al governo: centinaia di migliaia di deboli famiglie del Paese rischiano serie e gravi difficoltà finanziarie e alimentari. Sulla stessa identica e durissima barricata politica si posiziona anche la famosa e seguita organizzazione del Codacons, che ha definito questa assurda situazione statale come un palese e vigliacco “colpo da record letale sferrato esclusivamente contro i vulnerabili”. Anche Fabrizio Ciliberto, attuale vicepresidente nazionale dell’associazione U.Di.Con., non ha usato deboli mezzi termini: ha fermamente avvertito l’esecutivo che le incredibili cifre snocciolate gelidamente dall’Arera rappresentano un vero e proprio, rumorosissimo e allarmante “campanello d’allarme sociale e civile”. Ciliberto ha esortato duramente tutte le massime istituzioni competenti a non abbassare mai fatalmente la guardia, sostenendo giustamente che la doverosa, sacrosanta e morale protezione economica delle famiglie più fragili dello Stato non può mai limitarsi ad affidarsi esclusivamente alle crude, ciniche e spietate dinamiche commerciali.

Il mercato libero: le offerte alternative di Eni, Enel e A2A

Nel bel mezzo di questo vero e proprio cataclisma finanziario e tariffario piovuto come un fulmine in testa a tre milioni di famiglie indigenti e vulnerabili, si sta però rapidamente, furbescamente e commercialmente muovendo la potente galassia degli operatori privati dell’energia.
Proprio in tempestiva, strategica e palese risposta agli insopportabili, folli e macroscopici aggiustamenti tariffari al rialzo annunciati in pompa magna nel regime statale tutelato, diversi e importantissimi colossi storici della fornitura nazionale e internazionale di energia (tra cui spiccano prepotentemente in queste ore i nomi di grossissimi calibri come Eni Plenitude, il colosso Enel e la forte multiutility lombarda A2A) stanno massicciamente e pubblicamente evidenziando agli sfortunati consumatori l’immediata possibilità di aderire a sostanziosi e invitanti sconti commerciali e a particolarissime offerte iper-competitive sul chiacchierato mercato libero. L’obiettivo delle grandi multinazionali, oltre ovviamente a incrementare l’ambito portafoglio clienti, è quello di gettare un insperato, provvidenziale e conveniente salvagente vitale a tutti quei poveri e stritolati consumatori domestici che, spaventati e terrorizzati dal rincaro record della maggior tutela statale, cercano ora disperatamente, urgentemente e ansiosamente un riparo tariffario molto più economico, sostenibile e stabile per il loro difficile e grigio inverno in arrivo.

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Esteri

Terrore sul volo FlyDubai per Tel Aviv: copilota accoltella il comandante per far precipitare l’aereo

Tragedia aerea e strage sventata per un soffio nei cieli del Medio Oriente. Pochi minuti fa, un gravissimo incidente ha trasformato in un incubo il volo FlyDubai decollato dagli Emirati e diretto a Tel Aviv. Secondo i passeggeri (e le indagini della sicurezza), il copilota omanita ha accoltellato brutalmente il comandante, mandando deliberatamente l’aereo in picchiata per farlo schiantare. Grazie all’intervento eroico ed estremo di alcuni passeggeri israeliani che hanno sfondato la porta blindata, l’assalitore è stato immobilizzato. Scattato il codice di dirottamento 7500, due caccia militari israeliani si sono alzati in volo👇

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FlyDubai,aereo

Gerusalemme – Lunghissimi, spaventosi e interminabili minuti di purissimo e cieco terrore ad altissima quota hanno drammaticamente squarciato la routine di quello che doveva essere un normalissimo viaggio commerciale tra gli Emirati Arabi Uniti e Israele. Un gravissimo, inaudito e inquietante incidente di sicurezza, che ha assunto rapidamente e spaventosamente i drammatici e caotici contorni di un vero e proprio e sanguinoso tentativo di dirottamento aereo, si è infatti consumato nelle scorse ore a bordo del volo FZ 1073 della nota compagnia aerea FlyDubai. Il velivolo, originariamente decollato dall’hub internazionale di Dubai e regolarmente diretto verso l’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv con a bordo circa 150 ignari passeggeri, si è improvvisamente trasformato nel tragico e claustrofobico teatro di una violentissima, sanguinaria e inimmaginabile lite scoppiata nel luogo più inaccessibile e sacro in assoluto: la cabina di pilotaggio. Secondo le ultimissime, sconvolgenti e dettagliate ricostruzioni fornite dalle autorevoli fonti della sicurezza israeliana, il copilota del Boeing (identificato dai media come un cittadino originario dell’Oman) avrebbe improvvisamente e brutalmente estratto un affilato coltellino tascabile in pieno volo, scagliandosi con ferocia e accoltellando ripetutamente e a sangue il primo comandante (di nazionalità emiratina). L’obiettivo finale di questa folle, lucida e sanguinaria aggressione ad alta quota, secondo le primissime e inquietanti valutazioni degli esperti, sarebbe stato quello di prendere il totale controllo manuale dei comandi della cloche per far schiantare volontariamente l’aereo civile a terra, compiendo una strage spaventosa.

Il codice 7500 e la picchiata: l’inizio dell’incubo a bordo

Il panico assoluto e incontrollabile si è materializzato non appena il velivolo ha iniziato a comportarsi in modo palesemente, visibilmente e spaventosamente anomalo rispetto alla regolare e fluida rotta di crociera prevista dai rigidi piani di volo internazionali.
Dall’interno della cabina di pilotaggio trasformata in un mattatoio, in quei drammatici e convulsi secondi di colluttazione fisica disperata tra i due ufficiali, è partito immediatamente l’impulso automatico del transponder. Il volo FZ 1073 ha inizialmente e disperatamente trasmesso sui radar internazionali il “codice 7700” (che indica convenzionalmente un generico stato di gravissima emergenza a bordo), ma dopo pochissimi, fatidici istanti è clamorosamente scattato il temutissimo “codice 7500”. Nel rigido e universale linguaggio dell’aviazione civile internazionale, questo specifico e raro segnale lampeggiante indica senza alcuna possibilità di errore un imminente dirottamento o un gravissimo atto di illecita interferenza in corso. Contemporaneamente, sotto gli occhi sgranati e terrorizzati dei 150 passeggeri, l’enorme e pesante aereo di linea ha bruscamente e repentinamente ridotto la propria quota altimetrica, modificando pericolosamente e radicalmente la propria rotta e iniziando a compiere assurde e repentine manovre evasive, deviando in direzione dei deserti dell’Arabia Saudita invece di proseguire dritto e linearmente verso la costa israeliana. Il segnale di dirottamento 7500 ha fatto scattare all’istante l’allarme rosso assoluto in tutti i vertici della sicurezza aerea militare d’Israele: nel giro di pochissimi minuti, due velocissimi caccia intercettori dell’Aeronautica militare israeliana sono decollati d’urgenza armati per intercettare il velivolo sospetto, temendo che potesse essere vigliaccamente lanciato come un enorme missile contro obiettivi civili a terra.

Il racconto dei passeggeri: “Entrati con la forza, c’era sangue ovunque”

Se l’immenso disastro aereo e la strage di massa sono stati miracolosamente, eroicamente ed efficacemente evitati, il grandissimo e storico merito va attribuito unicamente all’immenso coraggio mostrato dai disperati passeggeri e dai coraggiosi membri dell’equipaggio di cabina presenti sul volo.
Capendo immediatamente la palese e mortale gravità della situazione (viste le manovre folli e le grida provenienti dal cockpit anteriore blindato), un folto e agguerrito gruppo di persone si è scagliato frontalmente contro la spessa porta blindata della cabina. “Solo noi passeggeri israeliani siamo prontamente intervenuti con forza”, ha raccontato freddamente, lucidamente e sotto shock un testimone diretto dell’accaduto ai microfoni di Channel 12. Diversi coraggiosi membri dell’equipaggio, aiutati dalla pura forza della disperazione di alcuni forzuti viaggiatori, sono incredibilmente e faticosamente riusciti a forzare e sfondare fisicamente l’accesso alla cabina di comando, riuscendo infine a immobilizzare fisicamente e brutalmente a terra il pericolosissimo copilota omanita armato di lama. “La scena era da film horror, c’erano persone che ci hanno aiutato con le magliette completamente inzuppate e ricoperte di sangue fresco”, ha aggiunto il superstite. Noa, un’altra e giovane passeggera terrorizzata che si trovava comodamente seduta nelle prime file del volo, ha raccontato piangendo quegli istanti infiniti: “È stato estremamente angosciante. L’aereo ha cominciato improvvisamente a muoversi in modo violento da una parte all’altra, sballottandoci. Abbiamo capito che i piloti avevano perso definitivamente il controllo della macchina perché uno di loro era stato ripetutamente accoltellato. L’aereo è sceso spaventosamente e rapidamente di quota verso il basso, è stato davvero e oggettivamente spaventoso”. Il coraggioso, disperato ed estremo intervento corale ha miracolosamente e tempestivamente sventato il folle piano omicida a un passo dall’impatto fatale col suolo.

Le indagini, l’ipotesi terrorismo e la fredda reazione di Netanyahu

Riuscito fortunosamente e brillantemente a stabilizzare la drammatica picchiata grazie all’intervento dei presenti, il velivolo è stato infine e prontamente dirottato (sotto stretta e attenta scorta militare) in Arabia Saudita, riuscendo a compiere un complicatissimo ma vitale atterraggio di estrema e assoluta emergenza presso le piste dell’aeroporto internazionale di Tabuk.
Appena atterrato e toccato l’asfalto, il copilota incriminato, ferito e bloccato, è stato immediatamente prelevato di peso, isolato e posto sotto strettissimo e durissimo interrogatorio da parte delle solerti autorità saudite del posto. A queste delicatissime, vitali e diplomatiche indagini internazionali sta partecipando attivamente, fittamente e costantemente anche la dura intelligence dello Stato di Israele (Mossad e Shin Bet). Fonti militari israeliane ammettono e confermano che è tuttora in corso una serrata e capillare inchiesta per accertare i veri, reali e oscuri moventi dell’accaduto: l’inquietante ipotesi predominante è che dietro la folle e inspiegabile aggressione si nasconda, in realtà, la mostruosa e calcolata intenzione di voler innescare volontariamente un clamoroso attacco terroristico (anche per la nazionalità dell’aggressore). Stranamente, però, la compagnia aerea civile FlyDubai ha diramato poche ore fa un secco, freddo e diplomatico comunicato stampa ufficiale che cerca goffamente di sminuire pesantemente l’incidente, parlando banalmente di una semplice “colluttazione avvenuta in cabina durante il volo, che ha portato uno dei due piloti a perdere i sensi”, negando testardamente che si tratti di un effettivo “incidente di sicurezza”. Questa morbida e istituzionale versione diplomatica emiratina contrasta però violentemente e apertamente con la testimonianza diretta e visiva del sangue versato per le coltellate, la picchiata mortale e lo scrambling armato. In Israele la tensione politica è, inevitabilmente, schizzata alle stelle in un secondo: il primo ministro Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa Israel Katz hanno immediatamente e solennemente convocato una clamorosa e urgentissima riunione governativa del gabinetto di sicurezza per valutare la portata geopolitica del disastro sfiorato.

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Politica

Elezioni Milano, Jonghi Lavarini: “Uniamo il centrodestra, il volto ideale è Matteo Perego”

La corsa elettorale per la conquista di Milano entra prepotentemente nel vivo! Roberto Jonghi Lavarini rompe gli indugi e lancia un fortissimo appello per unire tutto il centrodestra in un unico e grande fronte civico, chiamando a raccolta ex sindaci storici come Albertini e Moratti, oltre a Riccardo De Corato. Mentre l’unico vero e ufficiale candidato sceso attivamente in campo resta il Generale Burgio (Futuro Nazionale), Jonghi Lavarini cala il suo personalissimo “asso” politico per guidare la coalizione moderata: “Per unire tutti serve un volto nuovo, giovane e lombardo doc. L’uomo giusto per me è Matteo Perego di Cremnago”👇

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Matteo Perego

Milano – La lunga, complessa, sotterranea e silenziosa marcia di avvicinamento strategico verso il cruciale, attesissimo e delicato appuntamento con le future elezioni comunali del capoluogo lombardo sta finalmente iniziando a produrre i primissimi, forti e chiassosi scossoni all’interno dei principali schieramenti politici nazionali e locali. In un clima di crescente e palpabile tensione pre-elettorale, caratterizzato storicamente da continue e logoranti tattiche di posizionamento, veti incrociati e innumerevoli nomi gettati in pasto alla stampa, interviene pubblicamente, con grande chiarezza dialettica e con una precisa e chirurgica analisi tattica, Roberto Jonghi Lavarini. La sua lunga e appassionata riflessione pubblica si sofferma doverosamente e lungamente sul caotico scacchiere del centrodestra milanese, analizzando spassionatamente i nomi dei papabili candidati attualmente in lizza e lanciando un fortissimo, chiaro e accorato appello alla totale e incondizionata unità d’intenti di tutte le principali forze politiche e civiche moderate in campo. L’obiettivo ultimo e dichiarato è uno solo e palesissimo: riuscire a strappare e riconquistare democraticamente l’ambita e fondamentale guida amministrativa di Palazzo Marino, mettendo in piedi una solidissima, allargata e formidabile coalizione politica capace di dialogare fluidamente e costruttivamente con tutte le anime dell’elettorato milanese, partendo dalla storica destra per arrivare fino alle vitali e radicate liste civiche e ai movimenti autonomisti lombardi. E in questo complesso e affollato rebus di nomi e candidature, Jonghi Lavarini non si nasconde affatto, tracciando coraggiosamente il profilo esatto di quello che ritiene essere il candidato ideale e perfetto per incarnare il futuro della metropoli.

Il rebus dei candidati e l’ufficialità del Generale Burgio

L’attenta, lucida e pragmatica riflessione politica dell’esponente milanese parte inevitabilmente da un dato di fatto oggettivo e innegabile, ovvero l’attuale e congestionato affollamento che si registra nel cosiddetto e affollato “totonomi” del centrodestra cittadino.
“Io conosco personalmente e stimo sinceramente il professor Stefano Zecchi, fin dai lontanissimi e gloriosi tempi della storica Alleanza Nazionale. Ritengo che sia oggettivamente una persona perbene, colta e intellettualmente libera”, esordisce pacificamente Jonghi Lavarini, riconoscendo l’altissimo spessore culturale del filosofo. Tuttavia, ammette amaramente: “Purtroppo il suo nobile nome va semplicemente ad aggiungersi a una già infinita, caotica e lunghissima lista dei tanti possibili candidati ipotizzati in questi mesi dal centrodestra, in cui figurano personalità politiche ed esponenti di spicco come Lupi, Sardone, Perego, Antonino La Lumia, Antonio Civita, Marina Brambilla e molti altri ancora”. Di fronte a questo vero e proprio vespaio di ipotesi teoriche e giornalistiche, Jonghi Lavarini sottolinea e fa notare puntualmente e strategicamente un dettaglio politico fondamentale e spesso trascurato: “Allo stato attuale delle cose, e guardando oggettivamente ai fatti sul tavolo, l’unico vero, reale e ufficiale candidato sceso in campo, peraltro già in piena e attiva campagna elettorale tra i cittadini, è solamente il generale Carmelo Burgio, fiero alfiere di Futuro Nazionale”. Una puntualizzazione netta e chiara, volta a richiamare energicamente i partiti storici della coalizione alla responsabilità, sollecitandoli caldamente a passare rapidamente dalle vane e vuote chiacchiere dei salotti alle azioni politiche concrete sul territorio.

L’appello all’unità: il ruolo di Albertini, Moratti e De Corato

La vera e propria ricetta politica e strategica suggerita apertamente da Roberto Jonghi Lavarini per tentare concretamente la storica espugnazione del Comune di Milano si fonda però saldamente e imprescindibilmente su un concetto assoluto, basilare e non negoziabile: la totale unità d’intenti e di vedute.
“Io credo fermamente, profondamente e razionalmente che per riuscire davvero a vincere le difficilissime prossime elezioni comunali della città di Milano, serva in primis tanta umiltà intellettuale, enorme intelligenza tattica e la totale, incondizionata unità d’azione di tutte le forze politiche su un vasto, serio e pragmatico programma civico e condiviso”. Per riuscire nell’epica e titanica impresa elettorale, Jonghi Lavarini chiama idealmente e politicamente alle armi la vera e storica classe dirigente che ha fatto grande la metropoli negli scorsi decenni d’oro: “Tutto questo processo unitario e programmatico deve avvenire necessariamente con il fondamentale, preziosissimo e irrinunciabile supporto morale e politico degli ex storici sindaci del passato, ovvero Gabriele Albertini e Letizia Moratti, uniti all’innegabile esperienza amministrativa decennale di Riccardo De Corato. Con una squadra politica e umana così eccezionalmente unita, coesa e forte sul territorio, va oggettivamente bene e andrà benissimo qualunque profilo di candidato che venga democraticamente scelto e indicato per rappresentare la coalizione”. Una coalizione che, nei desiderata dell’esponente politico, dovrà per forza di cose essere fortemente “rinnovata internamente e strategicamente allargata a destra, aperta totalmente alle preziose liste civiche locali e inclusiva anche verso le anime degli storici autonomisti del Patto con il Nord guidati da Roberto Bernardelli”. L’invito finale è chiaro: “Lavoriamo tutti sodo e seriamente in questa unica e virtuosa direzione, senza alcun veto, senza mai escludere nessuno e senza arroganza da questo vasto, vitale e necessario tavolo politico e milanese di serrato confronto sul futuro imminente della nostra amata città”.

Il volto ideale: l’identikit di Matteo Perego di Cremnago

Dopo aver lanciato pubblicamente e a gran voce il suo fortissimo appello all’unità e alla responsabilità della complessa e vasta classe dirigente moderata, Jonghi Lavarini non si sottrae però affatto al difficile “gioco dei nomi” e delle preferenze, mettendo le carte in tavola.
Pur ribadendo, con grande lealtà tattica e pragmatismo politico, il suo incondizionato e fermo sostegno per quello che lui stesso definisce onestamente “il candidato di bandiera, ovvero l’ottimo Generale Burgio”, Jonghi Lavarini decide di tracciare apertamente e coraggiosamente l’identikit preciso e perfetto per rappresentare idealmente una coalizione allargata ed eterogenea, facendo un nome pesantissimo. “Il mio candidato ideale? Per riuscire a guidare compattamente una coalizione unita verso la vittoria sicura, io ritengo che il volto migliore, l’immagine più fresca, politica, perbene e soprattutto da milanese e lombardo doc, sia senza alcun dubbio quello di Matteo Perego di Cremnago”. Una vera e propria investitura politica in piena regola e a tutto tondo, lanciata a freddo e destinata indubbiamente e inevitabilmente a far riflettere e discutere a lungo i vertici cittadini, romani e regionali dei principali partiti. Le grandi e infuocate manovre per la fatidica conquista elettorale di Milano sono ormai ufficialmente partite, e le prossime ed entusiasmanti settimane autunnali si preannunciano cariche di clamorosi colpi di scena, dietrofront inaspettati e fitte ed estenuanti trattative notturne.

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