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Cultura

I segreti dei portici di Torino: un affascinante viaggio al coperto lungo 400 anni di storia e misteri

Camminare nel centro di Torino significa attraversare una città che sembra avere costruito un secondo spazio pubblico sotto i propri palazzi. I portici non sono soltanto un riparo dalla pioggia, dalla neve o dal sole estivo: costituiscono una trama urbana continua, elegante e riconoscibile, nella quale si incontrano architettura, commercio, potere politico e vita quotidiana. La loro presenza così estesa non nacque per caso e neppure da un’unica decisione. Fu il risultato di un progetto avviato dai Savoia nel Seicento e proseguito, con linguaggi differenti, per oltre trecento anni.

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Portici di Torino

Torino-  Camminare nel centro di Torino significa attraversare una città che sembra avere costruito un secondo spazio pubblico sotto i propri palazzi. I portici non sono soltanto un riparo dalla pioggia, dalla neve o dal sole estivo: costituiscono una trama urbana continua, elegante e riconoscibile, nella quale si incontrano architettura, commercio, potere politico e vita quotidiana. La loro presenza così estesa non nacque per caso e neppure da un’unica decisione. Fu il risultato di un progetto avviato dai Savoia nel Seicento e proseguito, con linguaggi differenti, per oltre trecento anni.

Non soltanto una risposta al clima

La spiegazione più immediata è quella climatica. Torino conosce inverni freddi, giornate piovose e, storicamente, nevicate e nebbie più frequenti di oggi; d’estate, invece, le gallerie porticate proteggono dall’irraggiamento diretto e rendono più gradevole il cammino. Una rete di passaggi coperti permetteva quindi di attraversare le parti centrali della città in condizioni relativamente confortevoli durante buona parte dell’anno.

Il clima, tuttavia, non basta a spiegare perché a Torino i portici siano diventati un sistema tanto ampio, ordinato e monumentale. Molte città dell’Italia settentrionale avevano le stesse necessità, ma non tutte scelsero di trasformare il portico in uno degli elementi principali della propria immagine. Nel capoluogo piemontese fu decisiva la volontà politica della dinastia sabauda: la città doveva presentarsi come una capitale europea, regolare nelle forme, solenne nelle prospettive e immediatamente riconoscibile.

Quando Emanuele Filiberto trasferì nel 1563 la capitale del Ducato di Savoia da Chambéry a Torino, l’antico abitato conservava ancora in larga parte l’impianto di origine romana, con strade disposte secondo una griglia abbastanza rigida. Nei decenni successivi, la crescita della corte, degli uffici amministrativi, dell’esercito e delle attività economiche impose nuovi ampliamenti. I Savoia non si limitarono ad aggiungere case: utilizzarono l’urbanistica come una rappresentazione del potere. Le facciate coordinate, le piazze scenografiche, gli assi prospettici e i portici dovevano comunicare ordine, stabilità e prestigio.

Dal progetto di piazza Castello al “salotto” di piazza San Carlo

Una delle prime svolte decisive risale al 1606, quando Carlo Emanuele I dispose che piazza Castello fosse sistemata secondo il progetto dell’architetto Ascanio Vitozzi, prevedendo un insieme di fronti regolari e porticati. Esistevano strutture porticate anche in epoche precedenti, ma è nel Seicento che Torino cominciò a costruire i propri portici monumentali come parte di un disegno unitario.

Il passaggio successivo fu l’espansione verso sud. L’attuale piazza San Carlo, allora chiamata piazza Reale, venne progettata da Carlo di Castellamonte a partire dal 1637-1638 e divenne il fulcro della nuova città. Non era solamente una piazza di rappresentanza: ospitava anche attività commerciali e momenti della vita collettiva. I palazzi che la delimitavano dovevano rispettare un modello comune e i portici contribuivano a unificare edifici appartenenti a proprietari differenti in una sola grande scena urbana. La ricostruzione storica di MuseoTorino dedicata a piazza San Carlo ricorda che la costruzione venne completata soltanto nei primi anni Cinquanta del Seicento.

È qui che si comprende una delle funzioni più importanti del portico torinese. Al piano superiore rimaneva il palazzo privato; al livello della strada nasceva invece uno spazio di passaggio e di incontro, protetto ma aperto alla città. Il portico metteva in relazione la dimora nobiliare con la vita pubblica senza confondere completamente i due ambiti. Inoltre rendeva omogenea la piazza: il visitatore non percepiva una successione casuale di edifici, ma un’architettura complessiva.

Via Po, la grande strada scenografica voluta dai Savoia

Il momento più spettacolare arrivò con il secondo ampliamento di Torino. Nel 1673, sotto Carlo Emanuele II, Amedeo di Castellamonte progettò la Contrada di Po, l’attuale via Po. La strada doveva collegare il cuore politico della capitale, rappresentato dal castello e dal Palazzo Reale, con il ponte sul fiume e con il territorio oltre le mura. A differenza di gran parte del centro storico, via Po segue un andamento obliquo: rompe la griglia ortogonale e crea un lungo cannocchiale prospettico diretto verso il fiume e la collina.

I portici furono disposti su entrambi i lati e le facciate vennero organizzate secondo un disegno uniforme. Ancora oggi, nonostante le trasformazioni avvenute nei secoli, la strada conserva la forza di quella concezione. MuseoTorino la definisce l’asse portante attorno al quale, dal 1673, venne pianificato e realizzato il secondo ampliamento cittadino. Non si trattava soltanto di aprire una via più larga, ma di costruire una vera scenografia urbana capace di guidare lo sguardo e il movimento delle persone.

Via Po svolse anche una funzione economica fondamentale. Sotto le arcate trovarono posto botteghe, esercizi, caffè e, in seguito, librerie e bancarelle. Il passaggio coperto garantiva una presenza più costante di persone e rendeva conveniente l’apertura di attività affacciate sul percorso. In questo modo l’architettura di rappresentanza voluta dalla corte si trasformò progressivamente in un’infrastruttura commerciale utilizzata da tutta la popolazione.

La leggenda del re che non voleva bagnarsi

Una storia spesso ripetuta sostiene che i portici di via Po sarebbero stati costruiti per permettere al sovrano di raggiungere la chiesa della Gran Madre senza esporsi alla pioggia. È un racconto suggestivo, ma non può spiegare la nascita della strada porticata: via Po risale al 1673, mentre la Gran Madre appartiene alla stagione architettonica dell’Ottocento.

La tradizione contiene però un elemento reale. In origine, le strade laterali interrompevano il percorso coperto. A partire dal 1819, sul lato sinistro di via Po vennero realizzate terrazze sopra gli attraversamenti, in modo da collegare tra loro gli isolati e creare una passeggiata senza interruzioni. Il Touring Club Italiano ricorda proprio questi interventi ottocenteschi.

È dunque plausibile associare il tragitto reale al completamento del collegamento coperto, ma non all’origine seicentesca dei portici. La distinzione è importante perché restituisce alla storia torinese tutta la sua profondità: prima venne il grande progetto urbanistico dei Savoia; solo molto più tardi quel sistema fu perfezionato anche per le esigenze della corte e della nuova città ottocentesca.

Dal Barocco alla capitale borghese

Il modello non si fermò a piazza San Carlo e via Po. Nel Settecento Filippo Juvarra lo riprese nei Quartieri Militari, costruiti tra il 1716 e il 1728, mentre Benedetto Alfieri intervenne nel 1756 sul disegno di piazza Palazzo di Città. Cambiavano le proporzioni e il linguaggio architettonico, ma rimaneva la stessa idea: usare il portico per collegare edifici, disciplinare lo spazio e attribuire continuità alla città.

Nell’Ottocento, dopo la demolizione delle fortificazioni napoleoniche e con l’espansione al di fuori dell’antica cinta, i portici divennero uno strumento della Torino moderna. Il sistema di piazza Vittorio Veneto, progettato da Giuseppe Frizzi a partire dal 1825, prolungò idealmente la prospettiva di via Po fino al fiume. Dal 1850 Carlo Promis lavorò sull’area di piazza Carlo Felice e di corso Vittorio Emanuele II; dal 1863 cominciò a definirsi piazza Statuto. Nuovi tratti comparvero lungo via Cernaia, via Sacchi, via Pietro Micca e altri importanti assi di collegamento.

La ricostruzione complessiva di MuseoTorino mostra come i portici seguano sia le grandi strade monumentali sia la forma delle principali piazze: piazza Castello, piazza San Carlo, piazza Vittorio Veneto, piazza Statuto, piazza Palazzo di Città e piazza Carlo Felice.

Non esiste quindi un solo “portico torinese”. Le arcate seicentesche di piazza San Carlo sono più ampie e solenni; quelle settecentesche di piazza Palazzo di Città hanno proporzioni più contenute; i percorsi ottocenteschi rispondono alle esigenze della capitale borghese e della crescente mobilità urbana.

Anche il Novecento continuò questa storia. La ricostruzione di via Roma, realizzata in più fasi, conservò e reinterpretò il principio del passaggio coperto. Nel tratto completato negli anni Trenta, il marmo, le linee più severe e la monumentalità tipica dell’epoca produssero un ambiente molto diverso da quello barocco di via Po, ma mantennero l’idea di una strada commerciale protetta e architettonicamente ordinata. È questa continuità attraverso stili tanto diversi a rendere Torino un caso particolare: ogni epoca ha aggiunto il proprio capitolo senza abbandonare il modello originario.

Il portico come salotto, mercato e luogo democratico

Con il tempo i portici smisero di essere percepiti soltanto come un’infrastruttura voluta dal potere. Diventarono il luogo della passeggiata, dello shopping e della conversazione. I caffè storici torinesi accolsero aristocratici, politici, militari, scrittori, giornalisti e protagonisti del Risorgimento. Le vetrine contribuirono alla nascita della moderna cultura dei consumi, mentre edicole, librai e venditori trasformarono alcuni tratti in spazi popolari e vivaci.

Il fascino dei portici dipende anche dalla loro natura intermedia. Non sono propriamente una stanza, ma neppure una strada completamente aperta. Appartengono agli edifici che li sorreggono e, nello stesso tempo, vengono vissuti come bene collettivo. Sotto le arcate passano persone di ogni condizione sociale; ci si ripara, si aspetta qualcuno, si guarda una vetrina, si beve un caffè, si assiste a un’esibizione o semplicemente si attraversa il centro. L’architettura monumentale viene così ricondotta alla scala dei gesti quotidiani.

Le stime più diffuse attribuiscono oggi a Torino oltre 18 chilometri di portici, dei quali circa 12 collegati in percorsi interconnessi. La misurazione può variare a seconda che si considerino soltanto i complessi storici o anche strutture più recenti, ma il dato restituisce comunque l’ampiezza del fenomeno. La rete attraversa secoli di storia e unisce aree costruite secondo concezioni urbanistiche differenti.

Perché Torino ne ha così tanti

Alla domanda iniziale si può dunque rispondere attraverso quattro ragioni che si rafforzano a vicenda. La prima è pratica: i portici proteggono dalle intemperie e dal caldo. La seconda è politica: i Savoia li utilizzarono per dare alla capitale un’immagine regolare, prestigiosa e controllata. La terza è economica: il passaggio coperto favorì botteghe, mercati, caffè e attività commerciali. La quarta è sociale: i torinesi adottarono quei luoghi e li trasformarono in una parte essenziale della vita cittadina.

Per questo i portici non sono un semplice ornamento e non possono essere ridotti alla curiosità del sovrano che desiderava passeggiare senza bagnarsi. Sono una forma di città. Raccontano il passaggio dalla capitale assolutista alla metropoli industriale, dalla corte alla borghesia, dalle carrozze ai tram, dalle antiche botteghe alle attività contemporanee. Sotto quelle arcate Torino ha imparato a mettere insieme monumentalità e vita quotidiana, disciplina urbanistica e socialità. Ancora oggi, percorrerle significa leggere la storia della città non in un museo, ma camminandoci dentro.

GEO: Torino, Città metropolitana di Torino, Piemonte, Italia. Luoghi citati: piazza Castello, piazza San Carlo, via Po, piazza Vittorio Veneto, piazza Palazzo di Città, piazza Carlo Felice, piazza Statuto, via Roma e corso Vittorio Emanuele II. Coordinate indicative del centro storico: 45.0703° N, 7.6869° E.

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Cultura

I Giovedì della cultura a Treviso: riparte la rassegna con la moda del Settecento

La cultura torna grande protagonista a Treviso! Giovedì 8 ottobre (ore 18:00), la splendida Casa dei Carraresi riapre ufficialmente le porte per inaugurare la nuova e imperdibile stagione de “I Giovedì della cultura”, la storica rassegna promossa dalla Fondazione Cassamarca e sostenuta da Banca delle Terre Venete. Ad aprire le danze di questo lunghissimo cartellone (che ci farà compagnia fino a maggio 2027) sarà un appuntamento affascinante e dal sapore glamour: un tuffo nei segreti della “Moda del Settecento”! Insieme alla prestigiosa storica del tessuto Alessandra Geromel, scopriremo l’ossessione maniacale della nobiltà settecentesca per i vestiti, i tessuti pregiati, i nastri di seta e i decori stravaganti. Un’epoca in cui sfilare nei salotti o a teatro era un vero e proprio “palcoscenico dorato” per far invidia alla società! L’ingresso è libero e per chi non potrà esserci, la conferenza sarà disponibile (come le oltre 200 precedenti!) sul canale YouTube della Fondazione! Non mancate!👇

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Alessandra Geromel

Treviso – L’autunno trevigiano si tinge nuovamente dei colori vividi e affascinanti della divulgazione intellettuale di altissimo livello. La storica e magnifica cornice di Casa dei Carraresi, vero e proprio cuore pulsante della vita culturale della città veneta, si prepara a riaprire solennemente le proprie porte per accogliere l’atteso ritorno de “I Giovedì della cultura”. La prestigiosissima e ormai irrinunciabile rassegna, sapientemente organizzata dalla Fondazione Cassamarca, riprenderà ufficialmente il suo lungo e affascinante cammino giovedì 8 ottobre 2026 alle ore 18:00, inaugurando una stagione densissima che accompagnerà i cittadini trevigiani (e non solo) fino al 20 maggio 2027. La formula, vincente e collaudata, prevede un incontro a cadenza settimanale capace di spaziare attraverso gli scibile umano con una curiosità intellettuale senza pari. Se i grandi classici come l’arte figurativa, la storia monumentale, la letteratura e la musica classica rimarranno saldamente i pilastri portanti del cartellone, la nuova edizione 2026/27 promette di spingere lo sguardo del pubblico verso orizzonti tematici decisamente originali e, troppo spesso, ingiustamente trascurati dal dibattito accademico tradizionale. Il ricco e variegato programma dei prossimi mesi affronterà infatti argomenti di nicchia ma di immenso fascino: si parlerà dell’intricata storia del gioco degli scacchi, dei misteriosi e indissolubili legami che uniscono la scienza alla letteratura e l’arte allo sport, per poi tuffarsi nelle frontiere della farmaceutica moderna, nell’uso dei nuovi mezzi scientifici al servizio della salvaguardia del patrimonio culturale, esplorando persino gli affascinanti labirinti della genealogia e dei musei d’impresa.

Il Settecento: il palcoscenico della vita e la frenesia per i tessuti

Ad avere l’onere e l’enorme onore di tagliare il nastro di partenza di questa nuova ed entusiasmante stagione sarà un appuntamento dal fascino irresistibile e indiscutibilmente glamour.
Giovedì 8 ottobre, il palco di Casa dei Carraresi sarà tutto per Alessandra Geromel, stimata e rinomata storica del tessuto, che terrà una magistrale conferenza intitolata: “La ricerca della novità nella moda del Settecento”. L’importanza quasi sacrale del vestire ha accompagnato la storia dell’uomo fin dalle sue primissime origini, ma è innegabile che subisca un’amplificazione vertiginosa, teatrale e quasi ossessiva proprio nel corso del luminoso Settecento. In questo secolo di grandi sfarzi e contraddizioni, presentarsi in società adeguatamente vestiti e agghindati cessa di essere una semplice necessità funzionale per trasformarsi in una cura maniacale e in un impegno quotidiano che non aveva precedenti storici. L’apparizione in pubblico (che fosse a teatro, nei salotti nobiliari o nelle passeggiate cittadine) diventa il momento cruciale dell’esistenza, il palcoscenico dorato sul quale gli esponenti di spicco della corte e della ricca nobiltà recitano ossessivamente il proprio ruolo sociale. Lo scopo ultimo di questa sfarzosa “messa in scena” tessile era quello di esercitare una potentissima forza di attrazione, ma soprattutto di stimolare una feroce e invidiosa emulazione nei confronti di chi assisteva allo spettacolo. A fronte di cambiamenti sartoriali macroscopici spesso lenti e impercettibili nella forma strutturale degli abiti durante il XVIII secolo, è proprio nell’incredibile e variegato campo tessile che si concretizza e sfoga il desiderio irrefrenabile, ansioso e compulsivo di novità. Per soddisfare i gusti di questa società colta, estremamente raffinata e perennemente annoiata, si assiste all’esplosione di sempre nuovi, complessi e sfarzosi motivi decorativi stampati e tessuti, che si susseguono a un ritmo incalzante e frenetico quasi ad ogni cambio di stagione. Un’attenzione maniacale veniva inoltre riservata all’impiego degli innumerevoli accessori – come nastri di seta svolazzanti, galloni dorati e cascate di fiori artificiali – utilizzati sapientemente per decorare e personalizzare le vesti, con l’unico scopo di creare un’immagine di sé costantemente rinnovata, elegante, ricercata e ostinatamente mai banale, per soggiogare la società dei propri pari.

Il profilo della relatrice e il convinto sostegno di Banca delle Terre Venete

A guidare il pubblico in questo affascinante e colorato viaggio a ritroso nel tempo sarà una vera autorità accademica nel campo.
Alessandra Geromel, storica del tessuto di altissimo lignaggio (allieva diretta di due luminari come Doretta Davanzo Poli e Paolo Peri), opera come ricercatrice indipendente e brillante conferenziera. Il suo prezioso e minuzioso lavoro consiste nello studiare, decifrare e catalogare scientificamente delicatissimi tessuti e sfarzosi paramenti antichi per conto di prestigiose istituzioni museali, diocesi storiche e facoltosi collezionisti privati. Il suo curriculum vanta collaborazioni di peso assoluto con enti del calibro del Museo del tessuto liturgico di Brescia, il maestoso Castello Sforzesco di Milano, il Castello del Buonconsiglio di Trento, il Museo di San Pio X di Salzano, il pittoresco Museo del tessile di Ala, e le importanti Diocesi di Treviso e di Vittorio Veneto. Al certosino lavoro di studiosa da archivio, la Geromel affianca con passione la vocazione didattica, ricoprendo il ruolo di docente di storia del tessuto e insegnando l’arte dell’analisi e del riconoscimento dei tessuti antichi. La realizzazione di questo monumentale ciclo di incontri, che con la serata inaugurale toccherà l’incredibile traguardo della conferenza numero 216 (la rassegna è nata nel 2019), è resa possibile dal vitale e convinto contributo di Banca delle Terre Venete (Gruppo BCC Iccrea). A sottolineare l’importanza dell’investimento culturale è intervenuto Gianfranco Sasso, presidente dell’istituto bancario: «Rinnoviamo con convinzione il nostro sostegno ai Giovedì della cultura di Fondazione Cassamarca, una rassegna di tutto rilievo per la città di Treviso e l’intero territorio», ha dichiarato il Presidente. «Investire in questa iniziativa significa sostenere una cultura aperta, capace di parlare al pubblico attraverso un programma estremamente ricco e variegato. È un modo concreto per contribuire alla crescita culturale della comunità e valorizzare il patrimonio di conoscenze e relazioni che la cultura sa generare». Per chi non potesse partecipare fisicamente, la Fondazione Cassamarca offre un servizio inestimabile: l’intero archivio storico degli incontri passati, e le registrazioni di quelli futuri, sono comodamente e gratuitamente a disposizione di tutti sul canale YouTube ufficiale della Fondazione, un vero tesoro digitale per gli amanti del sapere.

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Cultura

Le Indagini dell’Ispettore Morganti: a Primavalle il mercato diventa teatro immersivo

Siete stanchi del solito teatro polveroso in cui bisogna stare seduti in silenzio per due ore? Preparatevi a vivere un’esperienza rivoluzionaria e carica di adrenalina! Venerdì 9 e domenica 11 ottobre 2026, lo storico Mercato Primavalle II di Roma si trasformerà in un gigantesco palcoscenico a cielo aperto per ospitare “Le Indagini dell’Ispettore Morganti”, uno strepitoso spettacolo giallo totalmente immersivo e gratuito! Non ci sarà alcun palco: voi sarete i detective! Durante l’inaugurazione di un bar tra i banchi della frutta, ci scapperà il morto… e il pubblico dovrà camminare fisicamente nelle corsie del mercato insieme all’Ispettore per raccogliere indizi, spiare le conversazioni dei sospettati e scoprire il colpevole tra vecchi rancori di borgata! Un format geniale ideato dal “Progetto Goldstein” per valorizzare le periferie romane e farci vivere i quartieri in modo totalmente inedito. Ingresso libero, prenotazione obbligatoria! Ci sarete?👇

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Le Indagini dell Ispettore Morganti - Primavalle_Foto via Progetto Goldstein

Roma – Dimenticate per un attimo le maestose, stucchevoli e tradizionali poltrone di velluto rosso, dimenticate il rigoroso, formale e religioso silenzio imposto al pubblico nei teatri convenzionali e, soprattutto, dimenticate la rassicurante e invalicabile “quarta parete” che da secoli separa fisicamente gli attori in scena dagli spettatori paganti. La capitale si prepara ad accogliere un evento culturale e artistico che promette di rivoluzionare letteralmente il concetto stesso di fruizione teatrale, fondendo la recitazione dal vivo con la veracità, i profumi, i rumori e l’anima più autentica della vita di borgata. Venerdì 9 e domenica 11 ottobre 2026 (a partire dalle ore 18:30), l’iconico, storico e popolarissimo Mercato Primavalle II, situato in via Pasquale II, smetterà momentaneamente i panni del semplice e frenetico luogo di scambio commerciale mattutino per trasformarsi, come per magia, in un gigantesco, misterioso e pulsante palcoscenico diffuso a cielo aperto. Ad orchestrare questa formidabile e affascinante magia urbana sarà lo spettacolo “Le Indagini dell’Ispettore Morganti”, un giallo immersivo totalmente gratuito che rappresenta la nuova, ambiziosa e innovativa produzione firmata da Progetto Goldstein, realtà culturale sostenuta convintamente dal Ministero della Cultura.

Il pubblico diventa detective tra i banchi della frutta e i rancori di quartiere

La genialità assoluta e il punto di forza irresistibile di questa originalissima proposta artistica, magistralmente diretta dal talentuoso regista Emiliano Morana, risiede nella totale e totale rottura degli schemi narrativi classici.
All’interno del Mercato Primavalle II non esisteranno più una platea statica e un palco rialzato. Il pubblico verrà letteralmente e fisicamente fagocitato all’interno della narrazione: gli spettatori saranno chiamati ad attraversare le corsie del mercato, a camminare tra i banchi storici della frutta, della carne e del pesce, incrociando i personaggi, spiando le loro conversazioni, raccogliendo preziosi indizi disseminati ad arte e partecipando in primissima persona alla complessa e faticosa costruzione e risoluzione della storia. La trama orizzontale prende il suo sanguinoso e inaspettato avvio proprio durante un momento di apparente e banale quotidianità festosa: l’inaugurazione di un nuovo bar all’interno della struttura mercatale. Ma un evento drammatico e improvviso, un omicidio a sangue freddo, spezza brutalmente il fragile e apparente equilibrio della comunità locale. A prendere in mano le redini del caos sarà l’acuto e spigoloso Ispettore Morganti, supportato dal suo fido assistente. Saranno loro a prendere per mano gli spettatori e a condurli nei meandri più oscuri dell’animo umano, alla disperata ricerca di una verità inconfessabile e abilmente celata sotto un fitto, inestricabile groviglio di vecchi rancori mai sopiti, relazioni torbide e clandestine, e antiche e violente tensioni di quartiere. Ogni singolo personaggio incontrato tra i banchi potrebbe rivelarsi il colpevole, e la verità emergerà faticosamente, passo dopo passo, fino a un esito totalmente sconvolgente e imprevedibile.

Un cast d’eccezione per raccontare l’anima vera e profonda di Roma

Per dare corpo, voce, carne e sangue a questa complessa, corale e affascinante indagine itinerante, il regista Emiliano Morana ha radunato attorno a sé un cast di attori di altissimo livello, capaci di reggere la fortissima pressione dell’improvvisazione e del contatto fisico diretto e costante con il pubblico.
Ad animare le corsie del mercato e a seminare il dubbio tra gli spettatori saranno i formidabili Matteo Cirillo, Daniele Miglio, Gioele Rotini, Francesca Pausilli, Carlotta Sfolgori, Diego Migeni, Elena Giovanardi, Marta Gagliardi, affiancati dallo stesso regista Morana (nella duplice e faticosa veste di attore e direttore d’orchestra). Ma il vero, assoluto e silenzioso protagonista della drammaturgia resta inesorabilmente il mercato stesso. Il copione dello spettacolo, infatti, non è nato a tavolino nel chiuso di una stanza, ma è scaturito prepotentemente da lunghi e faticosi sopralluoghi, dal confronto quotidiano, schietto e sincero con gli operatori commerciali storici del Primavalle II. Le loro vere storie di vita vissuta, i loro aneddoti, i loro sacrifici e le loro dinamiche relazionali si sono miracolosamente fusi e trasformati in potentissima materia narrativa. Il mercato si spoglia così della sua fredda e arida veste commerciale per svelarsi in tutta la sua grandezza antropologica: uno spazio sacro di incontro, di memoria collettiva e condivisa, in cui pulsa indomita e fiera la vera identità di un quartiere popolare romano.

Un nuovo format per valorizzare i luoghi fuori dai circuiti turistici

L’esordio teatrale al Mercato Primavalle II non rappresenta affatto un evento isolato e fine a se stesso, ma assume i contorni strategici e culturali di un vero e proprio manifesto artistico e territoriale.
Con “Le Indagini dell’Ispettore Morganti”, infatti, Progetto Goldstein inaugura ufficialmente un nuovissimo format seriale e orgogliosamente itinerante. Il personaggio dell’infallibile Ispettore tornerà periodicamente a far capolino in città, portando ogni volta in scena una storia completamente inedita e scritta su misura, cucita chirurgicamente sulle specifiche, uniche e irripetibili caratteristiche del territorio che lo ospiterà (siano essi altri mercati rionali, piazze storiche di periferia o parchi pubblici della Regione Lazio). Questo meraviglioso e coraggioso progetto vuole accompagnare il grande pubblico romano alla scoperta (o alla riscoperta) delle proprie periferie, intrecciando magistralmente l’arte teatrale, la promozione del territorio e la valorizzazione della ricca cultura enogastronomica locale. È un invito pressante, intelligente e gratuito a vivere e respirare i quartieri da una prospettiva totalmente inedita e affascinante, slegata dai soliti cliché. Un metodo formidabile per promuovere e spingere una fruizione più diffusa e democratica del patrimonio culturale e urbano, valorizzando luoghi bellissimi, veri e ruspanti che restano colpevolmente tagliati fuori dai tradizionali, ricchi e inflazionati circuiti turistici del centro storico. Le Indagini dell’Ispettore Morganti ci insegnano che Roma non è solo il Colosseo o Piazza Navona, ma è viva, sanguinante e meravigliosamente teatrale anche tra i banchi del mercato di Primavalle.

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Cultura

“Nel nome del Padre”: il racconto crudo e toccante della scrittrice Giada Giordano

Oggi sulle nostre pagine apriamo una meravigliosa finestra dedicata alla grande letteratura e alla cultura! Abbiamo l’onore di ospitare “Nel nome del Padre”, un testo narrativo inedito, crudo e profondamente toccante firmato dalla pluripremiata scrittrice e poetessa romana Giada Giordano (autrice dal respiro internazionale, tradotta e pubblicata da New York fino al Messico e all’India!). Il suo racconto ci catapulta nella povertà delle campagne italiane del 1915, in piena Guerra Mondiale. È la storia del piccolo Filippo, orfano di padre, costretto a dividersi tra il lavoro massacrante in fabbrica e la ribellione contro un destino segnato. Ma sarà proprio l’incontro salvifico con un maestro e la scoperta miracolosa della scrittura a regalargli un’insperata via di fuga e di riscatto sociale. Un’opera che scava nell’anima, assolutamente da leggere e condividere! Trovate l’estratto e la biografia dell’autrice qui👇

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Giada Giordano

Redazione – Ci sono voci nel panorama letterario contemporaneo che possiedono il dono raro e prezioso di saper scavare a mani nude nelle pieghe più dolorose, intime e dimenticate della nostra storia, riportando alla luce emozioni sopite e verità universali. Una di queste voci, lucida, poetica e profondamente evocativa, è senza dubbio quella di Giada Giordano, autrice romana classe 1989, la cui penna ha già varcato agilmente i confini nazionali per approdare su prestigiose riviste accademiche e letterarie in tutto il mondo (da New York al Messico, fino in Germania e in India). Oggi, la nostra redazione ha il privilegio e l’onore di ospitare in esclusiva un suo testo narrativo particolarmente intenso e significativo, intitolato “Nel nome del Padre”. Un’opera nata oltre quindici anni fa, ma che conserva intatta, vibrante e cruda, la capacità di affratellare i lettori di ogni generazione, trasportandoli in un’Italia povera, contadina e straziata dalle ferite insanabili della Prima Guerra Mondiale.

La Sinossi: un’Italia tra analfabetismo, guerra e riscatto sociale

L’opera ci catapulta indietro nel tempo, precisamente nel sanguinoso e buio 1915. Il protagonista è Filippo Perelli, un bambino di soli 11 anni la cui infanzia viene brutalmente interrotta e spazzata via dalla tragica notizia della perdita del padre al fronte. L’Italia descritta dalla Giordano è un Paese che vive un periodo di oscurantismo, miseria e aberrazione sociale; aspetti che segneranno profondamente e inesorabilmente la visione agnostica e ribelle del giovane Filippo, ponendolo in netta controtendenza rispetto alla fede incrollabile della madre. Fondamentale, nel percorso di formazione del ragazzo, sarà l’incontro-scontro con il maestro Scalpelletti e, successivamente, con il maestro Bonanni. Quest’ultimo, reclutato per le campagne con la difficile missione di promuovere lo studio dell’italiano ai figli degli operai, degli ultimi e dei diseredati, instaurerà con Filippo un legame platonico e salvifico, trasmettendogli l’amore viscerale per la scrittura. Un amore che, nel faticoso e meraviglioso superamento dell’analfabetismo, spingerà il protagonista a una profonda rilettura poetica della propria esistenza, inducendolo a ragionare sul mistero inafferrabile della vita e del destino.

“Nel nome del Padre” (Estratto del racconto di Giada Giordano)

Di mio padre persi traccia nell’estate 1915. La guerra proliferava in Europa e il germe della morte continuava a mietere le sue vittime in un clima di oscurantismo e aberrazione. Mentre l’Italia aveva da poco firmato la sua condanna ultima, definitiva, negli occhi di mia madre leggevo tutta la rabbia e l’angoscia che segretamente affratellavano un intero popolo. Avevo undici anni. Ricordo l’espressione di mio nonno seduto a capotavola con lo sguardo stravolto e mia nonna piangere sommessamente dall’altra parte del tavolo, ripiegata su quel suo scialle di seta scadente… Stavamo mangiando un piatto di legumi e lo accompagnavamo con un mozzicone di pane nero. Ricordo mia madre entrare in cucina con una lettera, tremare come un pulcino bagnato ed ingoiare le lacrime: lacrime di rabbia e di disperazione.

I giorni passavano inesorabilmente lenti e alle notizie del fronte favorevoli si sommavano quelle tragiche, in un continuum di morti e stragi a non finire. Il campanile della nostra città suonava cupamente un lamento funebre verso le sei di ogni sera e masse di fedeli si affrettavano a prendere posto in chiesa per l’unzione, l’espiazione, chi per raccomandare il proprio figlio al Signore in quel campo di croci che era la guerra. Non capivo il volersi appellare a tutti i costi ad un Dio che non si svela, ma rimane in penombra. Fu così, credo, che divenni agnostico. […] Mia madre diceva che le anime di coloro che abbiamo amato e perso ci accompagnano per il resto della nostra vita, ci osservano dall’alto, da vicino, ovunque. «Proprio qui» diceva portandomi la mano in prossimità del cuore. «Senti?». «I battiti» facevo io.

La scrittura era stata la più grande invenzione dell’uomo, permetteva di leggere e rileggersi nel tempo, ma restava il fatto che io non sapevo leggere e forse non avrei mai ricevuto una lettera… Come me tanti altri, figli dell’industrializzazione, cresciuti a pane e acqua tra campi forati e vecchie fabbriche dimenticate. La situazione doveva essere talmente insostenibile che, una volta, un tal maestro Scalpelletti reclutato chissà da chi, assunse la direzione di un centro di lettura lì nelle nostre campagne, tra filari di vite e qualche filanda abbandonata. […] Il maestro Bonanni, a differenza dello Scalpelletti, non parlava mai di religione. La mia stessa anima veniva soggiogata dal potere e dal fascino delle parole. Dimenticavo per un attimo il duro lavoro che mi impegnava il giorno, e il venire a scuola era per me un momento atteso e felice che sembrava riscattare la vita infernale che mi ritrovavo a vivere. Imparare a leggere e a scrivere significava giorno dopo giorno imparare ad amare in forma nuova.

Quel bambino oggi è un uomo che le sta parlando, anche se solo tra le pagine di un quaderno e tra lettere che forse non le arriveranno mai. Un uomo senza padre, senza Dio. Un uomo che è cresciuto con il suo ricordo e con un rimpianto inconfessabile. Mi ha sempre detto che il passato è l’anticamera del presente e quest’ultima la porta per il futuro. Se lo ricorda? Io, sì. Il mio futuro ha preso una piega diversa da quella che io e lei ci saremmo mai immaginati. Mi vedeva poeta e invece eccomi qui, soldato. Quando si è in bilico si riesce a scorgere la poesia che in fondo è la vita e a sublimarla. Caro maestro gli anni passano e i giovani poi crescono, diventano uomini e da uomini affrontano la guerra. Comprenda gli sfoghi di un giovane, poi uomo, a lei legato, e lo ricordi. (19 Marzo 1944)

Nota Biografica dell’Autrice

Giada Giordano nasce a Roma nel 1989. Fin da giovanissima si distingue nel panorama letterario, vincendo a soli tredici anni la Menzione d’Onore al Concorso Nazionale di Poesia “Un fiore per voi”. Nel 2014 viene selezionata per il prestigioso corso di scrittura creativa della Rai Eri e, l’anno successivo, trionfa al Poetry Slam del Roma Fringe Festival. I suoi testi, densi di lirismo e impegno civile, sono apparsi su innumerevoli riviste cartacee e online, varcando i confini nazionali per essere pubblicati e tradotti in Germania, Spagna, Egitto, Bangladesh, Tagikistan, India, Messico e Stati Uniti (figurando sul “Journal of Italian Translation” della New York University). Autrice poliedrica di narrativa e poesia, ha ricevuto l’Attestato di Merito in qualità di Professionista Accreditato dalla Fondazione Italia USA in Camera dei Deputati. Tra i suoi riconoscimenti più recenti spiccano il “Premio Agape Caffè Letterari d’Italia e d’Europa 2025” e l’ambitissimo Gran Premio della Giuria nella sezione Poesia Inedita del Premio Nazionale “Ossi di Seppia” nel Gennaio 2026.

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