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Cultura

Il coraggio delle donne e l’amore per l’Albania: intervista a Francesca Gallello, la giornalista che unisce i popoli con la forza della cultura

“In tanti vedono il mare tra due Paesi come qualcosa che divide. Io lo vedo come un ponte che unisce”. 🌊 🤝 Oggi vi raccontiamo la storia straordinaria di Francesca Gallello, giornalista, scrittrice e donna dal cuore immenso. Intervistata da Angela Kosta, la fondatrice di “Saturno Magazine” e dell’associazione “Veliero” ci racconta la sua infaticabile lotta in difesa delle donne (ha fondato il fondamentale sportello antiviolenza “Donna Rosa”) e il suo profondissimo legame culturale con l’Albania e il Kosovo. “Conoscere le tradizioni degli altri popoli è l’unico vero modo per costruire la pace”, racconta Francesca ricordando i suoi favolosi tour letterari nei Balcani e il suo profondo legame spirituale con Madre Teresa di Calcutta. Una lezione di vita e di giornalismo che vi invitiamo a leggere integralmente nel nostro nuovo articolo! 👇 📖

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Francesca Gallello

Redazione  – Ci sono donne la cui energia vitale sembra inesauribile, capaci di trasformare la propria passione letteraria in un vero e proprio scudo per difendere i più deboli e in un ponte per unire culture lontane. Oggi portiamo ai nostri lettori la figura di un’illustre scrittrice, poetessa, giornalista e instancabile promotrice culturale: Francesca Gallello. Nata e residente a Cirò Marina (nella provincia calabrese di Crotone), la Gallello è una donna impegnata su molteplici fronti. Direttrice della Rivista Internazionale Saturno Magazine, è anche la fiera ideatrice dello sportello “Donna Rosa”, nato per offrire sostegno concreto, psicologico e umano alle donne vittime di violenza, incoraggiandole a denunciare ogni forma di sopraffazione fisica e verbale.

Una vita spesa tra giornalismo, associazionismo e ponti culturali

Il curriculum di Francesca Gallello è monumentale. A soli diciassette anni ha ottenuto la sua prima pubblicazione; nel 1988 ha pubblicato il romanzo Ma lui amava Madonna e nel 2010 ha organizzato la manifestazione contro la violenza sulle donne “Se non ora quando?”. Nel 2012 ha fondato l’Associazione Storico-Culturale “Radici”, mentre nel 2014 ha dato vita all’omonimo sportello online “Donna Rosa”, da cui è nato anche un libro di storie vere e un percorso itinerante di educazione sentimentale nelle scuole. Editrice con la sua associazione “Veliero”, nel corso degli anni ha ricevuto riconoscimenti prestigiosissimi, tra cui il titolo di “International Ambassador of Peace”. Negli ultimi anni ha intensificato enormemente il dialogo culturale con l’Albania e il Kosovo (pubblicando la raccolta bilingue Oltre il mare – Përtej detit), diventando un vero e proprio ponte di fratellanza italo-albanese.

Conosciamo meglio questa donna poliedrica e dal cuore d’oro attraverso le sue stesse parole, in questa profonda intervista curata dalla giornalista Angela Kosta.


L’INTERVISTA A FRANCESCA GALLELLO

Angela Kosta: Quand’è stato il suo primo impatto con la scrittura?
Francesca Gallello: «Ho iniziato fin da piccolissima amando i libri e scoprendo che attraverso le pagine di un racconto potevo sognare e vivere mille avventure, diventando amica dei personaggi e, nei miei sogni, giocando con loro. Avevo solo otto anni quando ho letto il mio primo vero libro, e a nove anni ho scritto il mio primo racconto. A diciassette anni ho finalmente avuto la mia prima pubblicazione ufficiale con una casa editrice di Firenze».

Angela K: Nella sua biografia notiamo che, oltre ad aver fondato numerose attività legate all’arte e alla cultura (e in difesa delle donne), ha fondato anche la Rivista Internazionale “Saturno”. Com’è nata quest’idea?
F. Gallello: «Quando avevo sedici anni ho iniziato a scrivere per il giornale “Il Setaccio”, fondato dal bravissimo professor Scarpelli, ed è stato lui a incoraggiarmi e a farmi appassionare visceralmente a questo mondo. Quando purtroppo ha stampato il suo ultimo numero, rimasi molto dispiaciuta sia per lui (che ci aveva messo il cuore) sia per me, che non avevo più la mia preziosa vetrina. Da allora ho sempre sognato di avere una rivista tutta mia. Sebbene negli anni successivi io abbia scritto per diversi giornali (attualmente collaboro anche con il Quotidiano della Calabria), questo sogno nel cassetto non mi ha mai abbandonato. Nel 2022 ho deciso di realizzarlo: nasce così “Saturno Magazine”, una rivista online dinamica e moderna, nella quale amo dare spazio non soltanto a personaggi noti, ma anche e soprattutto alle storie di vita della gente comune».

Angela K: Come è strutturata oggi “Saturno Magazine”?
F. Gallello: «Io ne sono la direttrice e la vicedirettrice è Mariasole Cavarretta. Abbiamo moltissimi collaboratori che, in forma del tutto amicale, ci inviano articoli su diverse tematiche, con ampi spazi dedicati agli autori e alle autrici di tutto il mondo. Le rubriche sono tantissime: Arte, Costume e Società, Penne dal mondo, Il personaggio, Storie vere, Libri, Cinema, TV, oltre a uno spazio speciale dedicato ai drama asiatici (molto seguiti dai giovani). Le porte della nostra rivista sono sempre aperte e pronte ad accogliere nuovi collaboratori».

Angela K: Lei ama profondamente il popolo albanese e quello kosovaro. Qual è l’origine di questo meraviglioso legame con l’Albania e il Kosovo?
F. Gallello: «Il mio legame con questi due popoli è molto forte e nasce oltre dieci anni fa, quando ho ritirato il premio “Terre Lontane”. È nata da subito un’amicizia fondata sul sincero interesse culturale, sugli scambi di libri, poesie e articoli. In collaborazione con due autori albanesi abbiamo pubblicato in bilingue Oltre il mare – Përtej Detit. Abbiamo presentato il libro in Albania e in Kosovo, in luoghi storici di inestimabile valore, come il Museo Nazionale di Storia di Tirana. Hanno partecipato poeti, giornalisti e personalità pubbliche, tra cui il Generale Dede Prenga e il dottor Albert Gjoka. È stato sottolineato quanto fosse importante una collaborazione culturale così solida tra l’Albania e l’Italia».

Angela K: Siete stati anche a Pristina, in Kosovo?
F. Gallello: «Sì, il libro è stato presentato a Pristina nella magnifica Biblioteca Nazionale. Anche lì abbiamo parlato dei valori profondi dell’opera e dell’importanza nevralgica degli scambi culturali. Il nostro tour è poi proseguito a Kukës e a Durazzo, accolti ovunque con un entusiasmo commovente da docenti universitari, giornalisti e direttori di biblioteche. Ma il mio rapporto con l’Albania e il Kosovo non è soltanto accademico o letterario. Ho amici e amiche che stimo profondamente. Di recente sono andata in Kosovo per presentare il libro di Agim Desku pubblicato dalla mia associazione VELIERO».

Angela K: Qual è il segreto per costruire la pace?
F. Gallello: «Penso che collaborazioni come queste debbano essere realizzate molto più spesso. È fondamentale conoscere la storia, la cultura e le antiche tradizioni di Paesi e popoli meravigliosi: sono un’inesauribile fonte di ricchezza interiore e, sicuramente, formidabili portatori di pace tra i popoli. Il mio rapporto amicale con Albania e Kosovo è per me un dono immenso di Madre Teresa di Calcutta, alla quale sono devotamente legata e che porto nel cuore. In tanti, troppi, vedono il mare tra due Paesi come qualcosa che divide e spaventa. Io, invece, lo vedo da sempre come un bellissimo ponte che unisce».

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Cultura

I segreti dei portici di Torino: un affascinante viaggio al coperto lungo 400 anni di storia e misteri

Camminare nel centro di Torino significa attraversare una città che sembra avere costruito un secondo spazio pubblico sotto i propri palazzi. I portici non sono soltanto un riparo dalla pioggia, dalla neve o dal sole estivo: costituiscono una trama urbana continua, elegante e riconoscibile, nella quale si incontrano architettura, commercio, potere politico e vita quotidiana. La loro presenza così estesa non nacque per caso e neppure da un’unica decisione. Fu il risultato di un progetto avviato dai Savoia nel Seicento e proseguito, con linguaggi differenti, per oltre trecento anni.

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Portici di Torino

Torino-  Camminare nel centro di Torino significa attraversare una città che sembra avere costruito un secondo spazio pubblico sotto i propri palazzi. I portici non sono soltanto un riparo dalla pioggia, dalla neve o dal sole estivo: costituiscono una trama urbana continua, elegante e riconoscibile, nella quale si incontrano architettura, commercio, potere politico e vita quotidiana. La loro presenza così estesa non nacque per caso e neppure da un’unica decisione. Fu il risultato di un progetto avviato dai Savoia nel Seicento e proseguito, con linguaggi differenti, per oltre trecento anni.

Non soltanto una risposta al clima

La spiegazione più immediata è quella climatica. Torino conosce inverni freddi, giornate piovose e, storicamente, nevicate e nebbie più frequenti di oggi; d’estate, invece, le gallerie porticate proteggono dall’irraggiamento diretto e rendono più gradevole il cammino. Una rete di passaggi coperti permetteva quindi di attraversare le parti centrali della città in condizioni relativamente confortevoli durante buona parte dell’anno.

Il clima, tuttavia, non basta a spiegare perché a Torino i portici siano diventati un sistema tanto ampio, ordinato e monumentale. Molte città dell’Italia settentrionale avevano le stesse necessità, ma non tutte scelsero di trasformare il portico in uno degli elementi principali della propria immagine. Nel capoluogo piemontese fu decisiva la volontà politica della dinastia sabauda: la città doveva presentarsi come una capitale europea, regolare nelle forme, solenne nelle prospettive e immediatamente riconoscibile.

Quando Emanuele Filiberto trasferì nel 1563 la capitale del Ducato di Savoia da Chambéry a Torino, l’antico abitato conservava ancora in larga parte l’impianto di origine romana, con strade disposte secondo una griglia abbastanza rigida. Nei decenni successivi, la crescita della corte, degli uffici amministrativi, dell’esercito e delle attività economiche impose nuovi ampliamenti. I Savoia non si limitarono ad aggiungere case: utilizzarono l’urbanistica come una rappresentazione del potere. Le facciate coordinate, le piazze scenografiche, gli assi prospettici e i portici dovevano comunicare ordine, stabilità e prestigio.

Dal progetto di piazza Castello al “salotto” di piazza San Carlo

Una delle prime svolte decisive risale al 1606, quando Carlo Emanuele I dispose che piazza Castello fosse sistemata secondo il progetto dell’architetto Ascanio Vitozzi, prevedendo un insieme di fronti regolari e porticati. Esistevano strutture porticate anche in epoche precedenti, ma è nel Seicento che Torino cominciò a costruire i propri portici monumentali come parte di un disegno unitario.

Il passaggio successivo fu l’espansione verso sud. L’attuale piazza San Carlo, allora chiamata piazza Reale, venne progettata da Carlo di Castellamonte a partire dal 1637-1638 e divenne il fulcro della nuova città. Non era solamente una piazza di rappresentanza: ospitava anche attività commerciali e momenti della vita collettiva. I palazzi che la delimitavano dovevano rispettare un modello comune e i portici contribuivano a unificare edifici appartenenti a proprietari differenti in una sola grande scena urbana. La ricostruzione storica di MuseoTorino dedicata a piazza San Carlo ricorda che la costruzione venne completata soltanto nei primi anni Cinquanta del Seicento.

È qui che si comprende una delle funzioni più importanti del portico torinese. Al piano superiore rimaneva il palazzo privato; al livello della strada nasceva invece uno spazio di passaggio e di incontro, protetto ma aperto alla città. Il portico metteva in relazione la dimora nobiliare con la vita pubblica senza confondere completamente i due ambiti. Inoltre rendeva omogenea la piazza: il visitatore non percepiva una successione casuale di edifici, ma un’architettura complessiva.

Via Po, la grande strada scenografica voluta dai Savoia

Il momento più spettacolare arrivò con il secondo ampliamento di Torino. Nel 1673, sotto Carlo Emanuele II, Amedeo di Castellamonte progettò la Contrada di Po, l’attuale via Po. La strada doveva collegare il cuore politico della capitale, rappresentato dal castello e dal Palazzo Reale, con il ponte sul fiume e con il territorio oltre le mura. A differenza di gran parte del centro storico, via Po segue un andamento obliquo: rompe la griglia ortogonale e crea un lungo cannocchiale prospettico diretto verso il fiume e la collina.

I portici furono disposti su entrambi i lati e le facciate vennero organizzate secondo un disegno uniforme. Ancora oggi, nonostante le trasformazioni avvenute nei secoli, la strada conserva la forza di quella concezione. MuseoTorino la definisce l’asse portante attorno al quale, dal 1673, venne pianificato e realizzato il secondo ampliamento cittadino. Non si trattava soltanto di aprire una via più larga, ma di costruire una vera scenografia urbana capace di guidare lo sguardo e il movimento delle persone.

Via Po svolse anche una funzione economica fondamentale. Sotto le arcate trovarono posto botteghe, esercizi, caffè e, in seguito, librerie e bancarelle. Il passaggio coperto garantiva una presenza più costante di persone e rendeva conveniente l’apertura di attività affacciate sul percorso. In questo modo l’architettura di rappresentanza voluta dalla corte si trasformò progressivamente in un’infrastruttura commerciale utilizzata da tutta la popolazione.

La leggenda del re che non voleva bagnarsi

Una storia spesso ripetuta sostiene che i portici di via Po sarebbero stati costruiti per permettere al sovrano di raggiungere la chiesa della Gran Madre senza esporsi alla pioggia. È un racconto suggestivo, ma non può spiegare la nascita della strada porticata: via Po risale al 1673, mentre la Gran Madre appartiene alla stagione architettonica dell’Ottocento.

La tradizione contiene però un elemento reale. In origine, le strade laterali interrompevano il percorso coperto. A partire dal 1819, sul lato sinistro di via Po vennero realizzate terrazze sopra gli attraversamenti, in modo da collegare tra loro gli isolati e creare una passeggiata senza interruzioni. Il Touring Club Italiano ricorda proprio questi interventi ottocenteschi.

È dunque plausibile associare il tragitto reale al completamento del collegamento coperto, ma non all’origine seicentesca dei portici. La distinzione è importante perché restituisce alla storia torinese tutta la sua profondità: prima venne il grande progetto urbanistico dei Savoia; solo molto più tardi quel sistema fu perfezionato anche per le esigenze della corte e della nuova città ottocentesca.

Dal Barocco alla capitale borghese

Il modello non si fermò a piazza San Carlo e via Po. Nel Settecento Filippo Juvarra lo riprese nei Quartieri Militari, costruiti tra il 1716 e il 1728, mentre Benedetto Alfieri intervenne nel 1756 sul disegno di piazza Palazzo di Città. Cambiavano le proporzioni e il linguaggio architettonico, ma rimaneva la stessa idea: usare il portico per collegare edifici, disciplinare lo spazio e attribuire continuità alla città.

Nell’Ottocento, dopo la demolizione delle fortificazioni napoleoniche e con l’espansione al di fuori dell’antica cinta, i portici divennero uno strumento della Torino moderna. Il sistema di piazza Vittorio Veneto, progettato da Giuseppe Frizzi a partire dal 1825, prolungò idealmente la prospettiva di via Po fino al fiume. Dal 1850 Carlo Promis lavorò sull’area di piazza Carlo Felice e di corso Vittorio Emanuele II; dal 1863 cominciò a definirsi piazza Statuto. Nuovi tratti comparvero lungo via Cernaia, via Sacchi, via Pietro Micca e altri importanti assi di collegamento.

La ricostruzione complessiva di MuseoTorino mostra come i portici seguano sia le grandi strade monumentali sia la forma delle principali piazze: piazza Castello, piazza San Carlo, piazza Vittorio Veneto, piazza Statuto, piazza Palazzo di Città e piazza Carlo Felice.

Non esiste quindi un solo “portico torinese”. Le arcate seicentesche di piazza San Carlo sono più ampie e solenni; quelle settecentesche di piazza Palazzo di Città hanno proporzioni più contenute; i percorsi ottocenteschi rispondono alle esigenze della capitale borghese e della crescente mobilità urbana.

Anche il Novecento continuò questa storia. La ricostruzione di via Roma, realizzata in più fasi, conservò e reinterpretò il principio del passaggio coperto. Nel tratto completato negli anni Trenta, il marmo, le linee più severe e la monumentalità tipica dell’epoca produssero un ambiente molto diverso da quello barocco di via Po, ma mantennero l’idea di una strada commerciale protetta e architettonicamente ordinata. È questa continuità attraverso stili tanto diversi a rendere Torino un caso particolare: ogni epoca ha aggiunto il proprio capitolo senza abbandonare il modello originario.

Il portico come salotto, mercato e luogo democratico

Con il tempo i portici smisero di essere percepiti soltanto come un’infrastruttura voluta dal potere. Diventarono il luogo della passeggiata, dello shopping e della conversazione. I caffè storici torinesi accolsero aristocratici, politici, militari, scrittori, giornalisti e protagonisti del Risorgimento. Le vetrine contribuirono alla nascita della moderna cultura dei consumi, mentre edicole, librai e venditori trasformarono alcuni tratti in spazi popolari e vivaci.

Il fascino dei portici dipende anche dalla loro natura intermedia. Non sono propriamente una stanza, ma neppure una strada completamente aperta. Appartengono agli edifici che li sorreggono e, nello stesso tempo, vengono vissuti come bene collettivo. Sotto le arcate passano persone di ogni condizione sociale; ci si ripara, si aspetta qualcuno, si guarda una vetrina, si beve un caffè, si assiste a un’esibizione o semplicemente si attraversa il centro. L’architettura monumentale viene così ricondotta alla scala dei gesti quotidiani.

Le stime più diffuse attribuiscono oggi a Torino oltre 18 chilometri di portici, dei quali circa 12 collegati in percorsi interconnessi. La misurazione può variare a seconda che si considerino soltanto i complessi storici o anche strutture più recenti, ma il dato restituisce comunque l’ampiezza del fenomeno. La rete attraversa secoli di storia e unisce aree costruite secondo concezioni urbanistiche differenti.

Perché Torino ne ha così tanti

Alla domanda iniziale si può dunque rispondere attraverso quattro ragioni che si rafforzano a vicenda. La prima è pratica: i portici proteggono dalle intemperie e dal caldo. La seconda è politica: i Savoia li utilizzarono per dare alla capitale un’immagine regolare, prestigiosa e controllata. La terza è economica: il passaggio coperto favorì botteghe, mercati, caffè e attività commerciali. La quarta è sociale: i torinesi adottarono quei luoghi e li trasformarono in una parte essenziale della vita cittadina.

Per questo i portici non sono un semplice ornamento e non possono essere ridotti alla curiosità del sovrano che desiderava passeggiare senza bagnarsi. Sono una forma di città. Raccontano il passaggio dalla capitale assolutista alla metropoli industriale, dalla corte alla borghesia, dalle carrozze ai tram, dalle antiche botteghe alle attività contemporanee. Sotto quelle arcate Torino ha imparato a mettere insieme monumentalità e vita quotidiana, disciplina urbanistica e socialità. Ancora oggi, percorrerle significa leggere la storia della città non in un museo, ma camminandoci dentro.

GEO: Torino, Città metropolitana di Torino, Piemonte, Italia. Luoghi citati: piazza Castello, piazza San Carlo, via Po, piazza Vittorio Veneto, piazza Palazzo di Città, piazza Carlo Felice, piazza Statuto, via Roma e corso Vittorio Emanuele II. Coordinate indicative del centro storico: 45.0703° N, 7.6869° E.

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Cultura

Il trionfo in Vietnam de “L’Epopea della Fenice” di Angela Kosta: il desiderio di un mondo di luce, libertà e amore immortale (di Cù Thị Thương)

Quando la grande Poesia abbatte i confini geografici e unisce l’Oriente e l’Occidente! 🌍 📖 L’immensa potenza letteraria della scrittrice Angela Kosta sbarca trionfalmente in Vietnam con la pubblicazione della sua raccolta poetica “L’Epopea della Fenice” (tradotta magistralmente dalla poetessa asiatica Nguyễn Thị Thùy Linh). In questo articolo vi proponiamo la commossa, profonda e lucidissima recensione dell’opera scritta dalla giornalista vietnamita Cù Thị Thương. Un’analisi letteraria che tocca le corde più intime dell’animo umano: dalla denuncia sociale contro i signori della guerra che rubano il sorriso ai “Bambini invecchiati”, fino alla sacralità dell’amore materno e ai tormenti struggenti della solitudine romantica. Scoprite tutta la bellezza di questa recensione nel nostro nuovo approfondimento culturale! 👇 🕊️

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Cù Thị Thương

Redazione  – La poesia possiede un dono rarissimo e inestimabile: la capacità di abbattere i confini geografici, linguistici e culturali, unendo i cuori degli esseri umani sotto un unico cielo di emozioni condivise. È esattamente questo il “miracolo” letterario compiuto dalla scrittrice di origini albanesi Angela Kosta con la sua magnifica raccolta “L’Epopea della Fenice”. L’opera è recentemente sbarcata con enorme successo in Vietnam, grazie alla superba e fedele traduzione in lingua asiatica realizzata dalla talentuosa poetessa Nguyễn Thị Thùy Linh. A curare una profonda e commossa recensione dell’opera è stata l’illustre Cù Thị Thương (affermata giornalista, editrice, scrittrice e reporter vietnamita), le cui parole vi proponiamo di seguito in questo appassionato approfondimento letterario.

Tra le macerie, la rinascita immortale della Fenice

Leggendo i vibranti versi di questo libro, L’Epopea della Fenice riesce davvero a toccare il cuore dei lettori in profondità. Si tratta di poesie profondamente umane, animate da un intenso e viscerale amore per l’essere umano, intrappolato in un mondo ancora drammaticamente travagliato e gravato da profonde incertezze. Scegliendo come titolo del libro quello dell’omonima poesia, Angela Kosta trasmette concetti potenti legati all’immortalità, alla luce e allo scorrere del tempo. Attraverso la figura metaforica di questo uccello mitologico (da sempre associato al sole e all’eternità), il simbolo della “Fenice” viene rappresentato in uno spazio multidimensionale che, dalle profondità dell’abisso e della terra, giunge fino ai confini dell’inferno.

L’immagine della “fenice insanguinata” e “assetata di fuoco”, che arde inesorabilmente sotto la cenere e le macerie, aiuta il lettore a percepire l’immortalità dell’anima nel ciclo incessante del tempo. Anche quando l’eco della sua voce viene soffocata dalle ingiustizie, quando gli vengono negati i diritti umani o quando è costretto ad affrontare torture crudeli, l’essere umano continua inesorabilmente a rinascere, senza mai piegarsi. Guardando alla realtà odierna, purtroppo colma di conflitti sanguinosi, la poetessa Kosta riesce comunque a scorgere la fiamma del desiderio umano: la speranza di un mondo nuovo, libero e prospero.

“Bambini invecchiati”: il grido di dolore contro l’indifferenza

Ma come appare il mondo di oggi agli occhi di questa poetessa? Leggendo la struggente poesia “Bambini invecchiati”, lo si comprende chiaramente. È impossibile trattenere le lacrime davanti a immagini così vivide:

…bambini chinati con mani logorate
il mondo misero dominano,
con sorrisi rigidi, anime trafitte.
I passi verso l’alba senza sole emettono
storpi, a bivi incerti, inermi di respirare,
con palpebre stanche, rapprese
in lacrime di sangue….

Quale animo grande deve possedere un poeta capace di scrivere versi tanto incisivi e brucianti? Questi versi sono come una bomba emotiva che fa esplodere i sentimenti congelati della società moderna, scuotendone l’indifferenza e la durezza. La poetessa scrive con tutta la forza del cuore di una madre, colmo d’amore per quei bambini costretti a vivere sofferenze più grandi della vita stessa, in un mondo in cui risuonano “echi di bombe sotto un cielo che trema”. In nome dell’umanità, la Kosta leva una voce forte contro coloro che, spinti dall’ambizione e dalla sete di potere, massacrano persone innocenti, ricordando che il male è come “un vulcano di odio capace di distruggere ogni cosa”.

I sentimenti sacri: l’amore materno e la solitudine romantica

Oltre ai versi potenti dedicati alla cruda realtà sociale, l’autrice conduce il lettore anche nel suo mondo interiore. Attraversando gli oceani, si percepisce chiaramente l’amore sacro per la figura materna. La madre, descritta attraverso il sincero struggimento di una figlia (le mani calde, le rughe dell’età, i capelli bianchi), diventa una figura universale. È lei, la madre, che sacrifica il proprio corpo per donare la vita, divenendo una sorta di divinità. E quando si allontana per sempre, lascia un vuoto incolmabile, prigioniero dei ricordi eterni.

Sebbene sia potente nell’affrontare queste tematiche sociali e familiari, la Kosta non dimentica i versi dedicati all’amore romantico. Nella magnifica poesia “Solitudine”, emergono i sentimenti intensi di un’anima femminile di fronte a una separazione dolorosa. Il distacco è descritto come “un muro alto che tocca il cielo”, tanto invalicabile da lasciare “l’universo rigido” e la terra incapace di sopportare il dolore. Un amore forse incompiuto, ma che lascia dietro di sé “la nostalgia di te che ti ricorda in ogni istante”. Ogni poesia di Angela Kosta è, in definitiva, una sinfonia perfetta che conquista il cuore del lettore.


Chi è la traduttrice: la biografia di Nguyễn Thị Thùy Linh

La poetessa e brillante traduttrice letteraria Nguyễn Thị Thùy Linh vive attualmente nella città di Hai Phong, in Vietnam. Laureatasi in Economia presso l’Università Nazionale di Hanoi, le è stato conferito il prestigioso “Premio di Poesia della Luna d’Oro” e ha ottenuto riconoscimenti di altissimo livello dalla rivista “Letteratura Militare”. Attivissima nel campo della traduzione, ha trasposto in lingua vietnamita i testi di numerosi autori internazionali provenienti da ogni angolo del globo (dall’Arabia Saudita all’Uzbekistan, dagli Stati Uniti alla Grecia). Anche le sue poesie originali sono state tradotte e apprezzate in numerose lingue e Paesi del mondo, consacrandola come una delle voci più interessanti del panorama letterario asiatico contemporaneo.

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Cultura

Raimonda Shahu tra le protagoniste de “Le Pagine delle Donne”

Sarà la scrittrice Raimonda Shahu una delle donne protagoniste di “Le Pagine delle Donne – Salotto Letterario”, l’appuntamento dedicato alla cultura, alla scrittura e alle storie femminili in programma domenica 6 settembre 2026, alle ore 16.00, a Palazzo Mauri di Spoleto.

Un pomeriggio pensato per mettere al centro la donna nella sua dimensione più autentica: quella che scrive, racconta, emoziona e attraverso le proprie parole restituisce al pubblico frammenti di vita, esperienze, sensibilità e visioni. Non soltanto, dunque, un incontro letterario, ma uno spazio di dialogo nel quale il libro diventa il punto di partenza per parlare anche delle donne che lo hanno scritto e delle persone che sono oltre le pagine.

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Raimonda Shahu

Sai quanto ti amo, libro

 

https://www.lafeltrinelli.it/sai-quanto-ti-amo-libro-rajmonda-shahu-niko-ramo/e/9788855357210?srsltid=AfmBOoqe8xEF1Cy76_x9uosvvwgn89j7RcfxO5Qs5pTJ60bRCr5L8hqm

Redazione-  Sarà la scrittrice Raimonda Shahu una delle donne protagoniste di “Le Pagine delle Donne – Salotto Letterario”, l’appuntamento dedicato alla cultura, alla scrittura e alle storie femminili in programma domenica 6 settembre 2026, alle ore 16.00, a Palazzo Mauri di Spoleto.

Un pomeriggio pensato per mettere al centro la donna nella sua dimensione più autentica: quella che scrive, racconta, emoziona e attraverso le proprie parole restituisce al pubblico frammenti di vita, esperienze, sensibilità e visioni. Non soltanto, dunque, un incontro letterario, ma uno spazio di dialogo nel quale il libro diventa il punto di partenza per parlare anche delle donne che lo hanno scritto e delle persone che sono oltre le pagine.

In questo particolare contesto si inserisce la partecipazione di Raimonda Shahu, scrittrice che sarà tra le autrici chiamate a condividere con il pubblico il proprio percorso e il proprio rapporto con la scrittura. La sua presenza contribuirà ad arricchire un appuntamento che nasce con l’intento di valorizzare le voci femminili e il patrimonio umano e culturale che ciascuna autrice porta con sé.

Il programma prevede incontri con le scrittrici, conversazioni e racconti di vita, oltre alla lettura di brani scelti dalle autrici. Una formula elegante e partecipata, capace di creare un dialogo diretto tra protagoniste e pubblico, trasformando la presentazione dei libri in un’occasione di confronto più ampia.

A condurre il salotto sarà Massimo Zamponi, mentre l’evento è ideato e organizzato da Roberta Testaguzza, con il patrocinio della Città di Spoleto e in partnership con Unione Insigniti – Ordine al Merito della Repubblica Italiana.

La scelta di Palazzo Mauri, luogo simbolo della cultura spoletina, conferisce ulteriore prestigio a un appuntamento che vuole celebrare il valore della parola scritta e, al tempo stesso, la forza delle donne che attraverso la cultura riescono a lasciare una traccia.

“Le Pagine delle Donne” si propone così come un vero salotto letterario, dove le storie non rimangono confinate tra le copertine di un libro, ma diventano occasioni di incontro, riflessione e conoscenza. La presenza di Raimonda Shahu rappresenta una delle tessere di questo mosaico tutto al femminile, costruito intorno alla convinzione che ogni donna abbia una storia da raccontare e che, talvolta, siano proprio le pagine a trovare le parole per farlo.

L’ingresso all’evento è libero. L’appuntamento è per domenica 6 settembre, alle ore 16.00, a Palazzo Mauri, per un pomeriggio annunciato nel segno di libri, parole ed emozioni.

Raimonda Shahu

INTERVISTA A RAIMONDA SHAHU

 

Raimonda, che cosa significa per Lei essere tra le protagoniste de “Le Pagine delle Donne”, un appuntamento che mette al centro la scrittura e la voce femminile?

Per me è un onore e, soprattutto, una bellissima opportunità di condivisione. Credo che la scrittura femminile abbia una forza particolare perché spesso nasce dall’esperienza, dall’ascolto, dalla sensibilità e dalla capacità di trasformare ciò che si vive in una storia capace di raggiungere gli altri. Essere presente a “Le Pagine delle Donne” significa portare una parte di me, delle mie emozioni e del mio percorso, ma anche ascoltare le altre autrici e lasciarmi arricchire dalle loro esperienze. Ogni donna porta dentro di sé un universo e credo sia importante creare occasioni nelle quali questi universi possano incontrarsi.

 

 

La scrittura può diventare anche uno strumento per raccontare la donna oltre gli stereotipi. Quanto è importante, secondo Lei, avere il coraggio di raccontarsi con autenticità?

È fondamentale. Raccontarsi significa innanzitutto accettarsi, guardarsi dentro con sincerità e non avere paura delle proprie fragilità. Io penso che l’autenticità sia una delle forme più alte di libertà. Quando una donna trova il coraggio di raccontare ciò che sente, anche le sue difficoltà, le sue cadute e le sue rinascite, può diventare inconsapevolmente una fonte di forza per un’altra donna. La letteratura ha proprio questa capacità: trasformare una storia personale in qualcosa di universale, nel quale il lettore possa riconoscersi.

 

Se dovesse lasciare al pubblico di Spoleto una sola parola, un messaggio capace di racchiudere il significato della Sua partecipazione, quale sceglierebbe?

Sceglierei la parola “coraggio”. Il coraggio di essere se stesse, di continuare a credere nei propri sogni, di ricominciare quando la vita ci mette davanti a una difficoltà e di non smettere mai di ascoltare la propria voce interiore. Credo che ogni pagina che scriviamo possa rappresentare una piccola forma di rinascita. E se quelle pagine riescono anche soltanto a regalare un’emozione, una riflessione o un momento di conforto a chi le legge, allora hanno già raggiunto il loro scopo più bello.

 

Raimonda Shahu

Con la sua sensibilità e il suo amore per la parola, Raimonda Shahu si prepara dunque a lasciare il proprio piccolo segno ne “Le Pagine delle Donne”, ricordandoci che ogni donna custodisce una storia e che, quando trova il coraggio di raccontarla, può trasformare le proprie pagine in emozione, forza e memoria.

 

Raimonda Shahu

Locandina Evento Spoleto

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