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Attualità

Il Mattutino di Sforzini: Serse, l’illusione del potere e l’ombra della fama

Come ogni mattina, torna l’appuntamento immancabile con “Il Mattutino” dal suggestivo Castello Sforzini di Castellar Ponzano! In questa profonda e illuminante riflessione di inizio settimana, ci immergiamo nell’eterna e folle arroganza del potere. Ricordate Serse? Il potentissimo re persiano fece frustare il mare credendo di poterlo domare, ma le onde non cambiarono opinione! Quante volte, anche oggi, confondiamo una semplice comparsa sul palcoscenico della cronaca con la vera Storia? E poi, l’eterna malattia del nostro secolo: l’ossessione per la fama. Rincorriamo il successo, i follower e gli applausi, dimenticando che la celebrità è solo “un’eco, un sogno, anzi del sogno un’ombra”, come dicevano i poeti antichi. È un’illusione vuota che non porta felicità. Il vero traguardo è un altro! Vi auguriamo una giornata di vera libertà, responsabilità e immenso coraggio!👇

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Il mattutino del 5 ottobre 2026

Castello Sforzini di Castellar Ponzano – Ci sono mattine, avvolte nella nebbia sottile e pungente dell’inizio dell’autunno, in cui la storia dell’umanità sembra ripetersi, ostinata e cieca, in un eterno e drammatico ritorno. Guardando il mondo contemporaneo agitarsi convulsamente fuori dalle nostre finestre, dominato dall’arroganza del potere, dalla prepotenza verbale e dalla vana e disperata ricerca del consenso a tutti i costi, la mente corre inesorabilmente e lucidamente ai grandi, maestosi e spesso grotteschi miti del nostro passato millenario. Serse fece frustare il mare. Il mare, pare, non cambiò opinione. In questa folgorante, geniale e potentissima immagine storica, tramandataci dagli antichi, risiede l’intera, tragica ed esilarante assurdità della condizione umana e, in particolar modo, della natura del potere assoluto. Il potente re persiano, accecato dalla propria sterminata hybris, dalla propria insaziabile sete di dominio e dall’illusione di poter piegare persino le invincibili leggi della natura al proprio capriccio umano, ordinò ai suoi carnefici di punire le onde ribelli dell’Ellesponto con trecento colpi di frusta. Una scena madornale, teatrale, imponente. Eppure, le fredde, immense e sovrane acque del mare continuarono a scorrere placidamente, indifferenti alla rabbia impotente del tiranno. Esattamente come oggi, quando assistiamo impotenti alle urla sguaiate, alle leggi inique o alle minacce dei potenti di turno: A volte basta un lampo per confondere la scena con la storia. I leader si agitano sul palcoscenico della cronaca credendo di forgiare il destino del mondo, ma non sono altro che fragilissime comparse di fronte all’immensità insondabile del tempo che scorre e che, inevitabilmente, li ridurrà in polvere.

La vuota e ingannevole illusione della celebrità

Ma l’arroganza cieca e grottesca non è una malattia che affligge esclusivamente i tiranni o i grandi condottieri che siedono negli scranni della geopolitica.
È un male oscuro, subdolo, invisibile e logorante che infetta quotidianamente l’animo di tutti noi, figli smarriti di questa modernità plastificata e superficiale. Viviamo in un’epoca storica letteralmente ossessionata dall’apparire, una società in cui il successo personale viene misurato, in maniera fredda e spietata, unicamente in base al rumore che si riesce a generare attorno al proprio nome, alla quantità di sguardi invidiosi che si riescono ad attirare e agli effimeri applausi di un pubblico distratto. Eppure, proprio quando crediamo di aver toccato la vetta, proprio quando l’ego si gonfia a dismisura nutrendosi dell’adulazione altrui, dovremmo fermarci e ascoltare, nel silenzio della nostra coscienza, l’eco di una verità antica, struggente e implacabile: La fama, che invaghisce a un dolce suono voi altri superbi, e par sì bella, è un’eco, un sogno, anzi del sogno un’ombra. Queste parole immortali, pesanti come macigni e dolci come una ninna nanna, spogliano brutalmente e pietosamente il re nudo. La fama per cui lottiamo accanitamente, tradendo spesso i nostri valori e sacrificando la nostra pace interiore, non possiede alcuna reale, tangibile consistenza. È un miraggio nel deserto, un suono bellissimo ma vuoto che svanisce non appena il vento cambia direzione. Dedicare la propria intera ed irripetibile esistenza a inseguire un’ombra sfuggente è il più tragico e imperdonabile degli sprechi umani. Quando i riflettori inevitabilmente si spengono e l’eco degli applausi cessa, ciò che resta in mano al superbo non è altro che un doloroso e raggelante pugno di mosche, un vuoto interiore impossibile da colmare.

Un invito coraggioso alla responsabilità e alla libertà

Alla luce di queste amare ma necessarie e purificatrici riflessioni filosofiche, il risveglio di questo lunedì mattina non deve trasformarsi in una sterile e nichilistica rassegnazione di fronte all’inutilità del tutto.
Al contrario, la consapevolezza della nostra enorme piccolezza di fronte all’immensità del mare, e l’amara accettazione della natura illusoria e ingannevole della fama mondana, devono paradossalmente diventare i due motori più potenti ed esplosivi per la nostra liberazione personale. Smettere di comportarsi come Serse, smettere di voler controllare follemente ciò che non può essere domato (il giudizio altrui, il passare inesorabile del tempo, il corso degli eventi naturali) è il primo, fondamentale e doloroso passo verso l’illuminazione e la pace dell’anima. Smettere di rincorrere l’ombra vana della celebrità significa, finalmente, avere il tempo e l’energia per coltivare la sostanza reale della vita: gli affetti puri, le azioni disinteressate, la ricerca disperata della verità intima. L’esistenza non ci chiede di essere famosi, ci chiede semplicemente di essere autentici. Questo era Il Mattutino dal Castello Sforzini di Castellar Ponzano. Il nostro augurio più sincero, vibrante e profondo per voi, lettori, è che questa appena iniziata possa davvero essere, e non solo a parole, una giornata permeata da tre pilastri fondamentali: la libertà di non compiacere nessuno, la responsabilità delle proprie piccole ma incisive azioni, e l’immenso coraggio di restare semplicemente se stessi. Che la giornata abbia inizio.

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Attualità

San Francesco d’Assisi: il Patrono d’Italia e il messaggio rivoluzionario che unisce il mondo

L’Italia intera si ferma in un abbraccio commosso e spirituale: oggi, 4 ottobre, si celebra San Francesco d’Assisi, Patrono del nostro Paese e figura di una grandezza rivoluzionaria e universale! In un’epoca angosciante, dominata da guerre spietate, sfrenato consumismo materiale e una devastante crisi climatica, il messaggio del “Poverello di Assisi” risulta più forte, moderno e attuale che mai. Con il suo immortale “Cantico delle Creature”, San Francesco ha firmato il primo, vero e immenso manifesto ecologista della storia, insegnandoci ad amare e rispettare la natura come nostra sorella. Ma è stato anche il costruttore instancabile e disarmato di pace, capace di dialogare con il Sultano nel cuore sanguinante delle Crociate. Migliaia di fedeli sono giunti ad Assisi per rendergli omaggio, ma il suo monito morale e spirituale riguarda davvero ognuno di noi: siamo ancora capaci di rinunciare all’egoismo per amore del prossimo?👇

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San Francesco di Assisi

Assisi (Perugia) – In un mondo contemporaneo sempre più drammaticamente frammentato, lacerato da guerre fratricide incomprensibili, consumato dalla sfrenata e cinica corsa all’accumulo materiale e spaventato da una crisi climatica che minaccia la sopravvivenza stessa della nostra casa comune, esiste una voce antica, umile ma potentissima, che continua a risuonare con una chiarezza e una forza rivoluzionaria in grado di squarciare il velo del nostro egoismo. Oggi, 4 ottobre, l’Italia intera e il mondo cattolico si fermano in un reverenziale, profondo e intimo silenzio per celebrare la solennità di San Francesco d’Assisi, Patrono d’Italia e figura spirituale di una caratura e di un fascino letteralmente universali. Pronunciare il nome del “Poverello di Assisi” non significa semplicemente rievocare, con stanca e sterile devozione, le lontanissime gesta di un asceta medievale ritiratosi dal mondo civile. Significa, al contrario, confrontarsi brutalmente e onestamente con un uomo che ha avuto il coraggio sovrumano di capovolgere le regole stesse della società, rinunciando pubblicamente e platealmente alle immense, tentatrici ricchezze della sua influente famiglia borghese, per abbracciare incondizionatamente la povertà assoluta. La sua non è mai stata una scelta di miseria rassegnata, ma un atto di liberazione totale, gioiosa e dirompente: svuotarsi del superfluo per riempirsi, fino a scoppiare, dell’amore infinito per il Creato e per gli ultimi della Terra, in un abbraccio fraterno che non conosce confini di razza, censo o religione.

Il Cantico delle Creature: il primo grande e immortale manifesto ecologista

La straordinaria, quasi spaventosa attualità del messaggio francescano affonda le sue radici più profonde e poetiche proprio nella sua visione rivoluzionaria, sacra e inscindibile del rapporto tra l’essere umano e l’ambiente naturale che lo circonda e lo nutre.
Secoli prima che parole come “ecologia”, “sostenibilità ambientale” o “cambiamento climatico” entrassero prepotentemente e angosciosamente nel nostro vocabolario quotidiano e nei dibattiti politici internazionali, Francesco d’Assisi aveva già compreso, con la lucidità folgorante dei santi e dei poeti, l’interconnessione vitale di tutto l’universo. Nel suo capolavoro letterario assoluto, l’immortale Cantico delle Creature (riconosciuto all’unanimità non solo come una preghiera sublime, ma come il primissimo, vero e fondante testo poetico della letteratura italiana), il Santo non si pone al di sopra della natura come un freddo dominatore in cerca di risorse da sfruttare, ma si colloca dolcemente al suo fianco, in un rapporto di pari e rispettosa dignità. Il Sole, la Luna, l’Acqua preziosa e casta, il Vento e persino la “Sorella Morte corporale” non sono semplici elementi inanimati o spaventosi, ma diventano membri effettivi di una famiglia cosmica, fratelli e sorelle creati dallo stesso Padre celeste. Rileggere oggi quei versi stupendi, in un’epoca in cui i fiumi si prosciugano, i ghiacciai crollano e gli oceani soffocano sotto il peso dell’inquinamento, rappresenta un disperato, urgente e ineluttabile monito morale: salvare l’ambiente non è solo una necessità scientifica o economica, ma un profondo, imprescindibile e sacro dovere spirituale che abbiamo nei confronti del prossimo e delle generazioni future.

La pace come scelta coraggiosa: il lupo di Gubbio e l’incontro col Sultano

Oltre alla travolgente carica ecologista, il magistero silenzioso e potentissimo di San Francesco si erge come un faro luminosissimo e insostituibile nel buio pesto delle intolleranze umane e dei conflitti armati che insanguinano il nostro presente.
Il Poverello di Assisi è universalmente riconosciuto come il Santo della pace assoluta, ma la sua non è mai stata una pace comoda, pavida o fatta di compromessi al ribasso. È stata una pace coraggiosa, costruita sul dialogo impossibile, sull’accettazione del “diverso” e sulla forza disarmante del perdono. Ce lo insegna la dolcissima e celebre leggenda del lupo feroce di Gubbio, placato non con le armi o con la violenza repressiva, ma con la comprensione e l’amore puro. E ce lo insegna, ancor di più, l’episodio storico, folle e straordinario del suo viaggio in Egitto nel 1219, nel bel mezzo del sangue versato durante la Quinta Crociata. In un’epoca dominata dallo scontro brutale tra civiltà e dal fanatismo religioso armato, Francesco ebbe il coraggio inaudito di attraversare inerme e scalzo le linee nemiche, non per combattere o conquistare, ma per incontrare e dialogare pacificamente con il Sultano musulmano Malik al-Kamil. In quel memorabile e rivoluzionario abbraccio tra due fedi teoricamente inconciliabili, risiede il segreto più intimo e difficile del francescanesimo: abbattere i muri del pregiudizio e costruire ponti di fratellanza. Oggi, mentre migliaia di pellegrini affollano commossi le strade acciottolate e mistiche della Basilica di Assisi per rendere omaggio alle sue spoglie mortali, il messaggio di San Francesco risuona fortissimo e ci pone una domanda scomoda e ineludibile: siamo ancora in grado, come esseri umani, di spogliarci del nostro orgoglio per abbracciare veramente il nostro fratello?

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Attualità

La rivelazione di Sauro Moretti: “Rompo il silenzio per tornare dal mio Vittorio”

La lealtà vera e l’amicizia incondizionata superano qualsiasi incomprensione e sconfiggono persino il tempo! Dopo la bellezza di tre lunghissimi, faticosissimi anni di silenzio stampa assoluto e impenetrabile, Sauro Moretti, lo storico ex manager, braccio destro e uomo di fiducia assoluta di Vittorio Sgarbi per oltre vent’anni, ha deciso di rompere improvvisamente l’esilio! Con una dichiarazione inaspettata, toccante, dolcissima e che ha immediatamente commosso il mondo dello spettacolo e del giornalismo, Moretti ha annunciato il suo ritorno al fianco del celebre e discusso critico d’arte. Le sue parole, cariche di emozione e di un affetto impossibile da scalfire, mettono da parte il personaggio pubblico per abbracciare l’amico fragile: “Ho deciso, rompo il silenzio. Voglio stare vicino al mio Vittorio. Lo faccio solo per lui, per l’uomo, per l’amico e per l’affetto che ci legherà per sempre”. Una meravigliosa, rara e coraggiosissima lezione di umanità!👇

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Sgarbi, Moretti

Roma – Nel cinico, vorace e smemorato palcoscenico del mondo dello spettacolo e della politica italiana, i legami di vera, profonda e disinteressata amicizia rappresentano una rarità assoluta, quasi un miraggio destinato inesorabilmente a svanire alle prime, fisiologiche intemperie mediatiche. Eppure, ogni tanto, le storie di lealtà incrollabile riemergono prepotentemente e sorprendentemente dall’ombra, colpendo dritto al cuore dell’opinione pubblica con la forza devastante della sincerità. Nelle ultimissime e frenetiche ore, il panorama dell’informazione è stato letteralmente scosso e attraversato da un brivido freddo di autentica e palpabile commozione, generato da una dichiarazione improvvisa, spiazzante e densissima di significato umano. A prendere inaspettatamente la parola, rompendo una volontaria, durissima e pesantissima coltre di nebbia durata la bellezza di tre lunghissimi anni, è stato Sauro Moretti. Per chi mastica le complesse e burrascose dinamiche che ruotano attorno ai grandi personaggi del nostro tempo, il nome di Moretti non ha certo bisogno di presentazioni formali: è stato per oltre due decenni il fidatissimo ex manager, l’uomo ombra, il confidente assoluto e la solida spalla destra dell’esplosivo, geniale e incontenibile critico d’arte Vittorio Sgarbi. Oggi, con poche ma scolpite e pesantissime parole, Moretti ha deciso di riallacciare i fili di un legame umano che sembrava essersi dolorosamente e misteriosamente sfilacciato nel tempo.

La fine di un silenzio assordante lungo tre anni

Il peso specifico e il valore giornalistico e umano di questa inaspettata dichiarazione risiedono proprio nella rottura improvvisa e coraggiosa di un muro di omertà emotiva che appariva ormai granitico e invalicabile.
Per oltre vent’anni, Sauro Moretti e Vittorio Sgarbi hanno formato una delle coppie professionali e umane più stabili, indissolubili, discusse e iconiche dell’intero panorama nazionale. Moretti era l’uomo capace di domare le celebri e furibonde tempeste mediatiche del critico d’arte, l’organizzatore silenzioso e instancabile che tesseva le tele dietro le quinte mentre Sgarbi rubava inesorabilmente la scena sotto i riflettori delle prime serate televisive e nelle piazze politiche italiane. Poi, improvvisamente e inesorabilmente, il buio. Tre lunghi e asfissianti anni di distacco, di separazione pubblica e di riserbo totale, assoluto e monastico da parte di Moretti sulle vicende, spesso turbolente e delicatissime, dell’ex amico e mentore. Un silenzio che la stampa gossippara aveva più volte provato a scalfire, scontrandosi sempre contro il granitico e dignitosissimo rifiuto del manager di scendere a compromessi o di svendere i ricordi privati. Ma il tempo, si sa, lenisce le ferite superficiali e purifica i sentimenti veri e profondi, facendoli riemergere con una forza impossibile da arginare. Oggi, Sauro Moretti ha deciso che il tempo dell’esilio volontario e del silenzio diplomatico è definitivamente giunto al capolinea, spinto da un moto interiore di puro, semplice e incondizionato affetto verso un uomo che, dietro la maschera del polemista feroce, nasconde fragilità immense.

“Voglio stare vicino al mio Vittorio”: il trionfo della lealtà umana

Le parole vergate e affidate alla stampa in queste ore dall’ex manager non lasciano alcuno spazio a doppie interpretazioni, a speculazioni machiavelliche o a bassi calcoli di convenienza mediatica, ma colpiscono dritte al punto, grondanti di una sincera e spiazzante umanità.
“Ho deciso, voglio stare vicino al mio Vittorio”, ha dichiarato Sauro Moretti, rivendicando con quell’aggettivo possessivo così intimo e protettivo (“il mio”) un senso di appartenenza emotiva che le distanze fisiche e temporali non sono mai riuscite a cancellare o sminuire. La dichiarazione è un vero e proprio manifesto di amicizia incondizionata, slegata dalle cariche pubbliche, dalle beghe giudiziarie o dai capricci del consenso popolare. Moretti ha voluto specificare a chiare lettere e senza fraintendimenti il vero, nobile e unico motore della sua inaspettata mossa pubblica: “Lo faccio solo per lui. Per l’uomo. Per l’amico. Per l’affetto che ci ha legati per tantissimo tempo”. Con questa precisazione chirurgica e dolcissima, l’ex manager compie un gesto di enorme e coraggiosa grandezza d’animo: spoglia Vittorio Sgarbi della sua corazza pubblica, del suo ingombrante e strabordante personaggio televisivo e istituzionale, per abbracciare idealmente e pubblicamente l’uomo nudo, con le sue debolezze, i suoi bisogni e la sua solitudine. La chiosa finale di Moretti (“Sono convinto che Vittorio ne sarebbe contento”) risuona come una carezza, la certezza incrollabile di un’anima che conosce l’altra meglio di chiunque altro al mondo. In un’epoca dominata dal rancore, dalle separazioni al veleno e dai tradimenti facili a favore di telecamera, la mano tesa di Sauro Moretti verso il “suo” Vittorio rappresenta una lezione magistrale e bellissima sul vero, immortale significato della parola lealtà.

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L’allarme di Mercalli: clima, bollette alle stelle e la verità sul nucleare

La terra soffoca e noi giriamo la testa dall’altra parte. Un allarme gravissimo, drammatico e inascoltato quello lanciato in tv su Rai 3 dal noto climatologo Luca Mercalli. L’estate estrema del 2026 appena terminata ha causato una vera strage silenziosa in Europa: 50.000 morti per il caldo anomalo, per la stragrande maggioranza anziani fragili. Il presidente della Società Meteorologica smonta anche le chiacchiere politiche sul ritorno al nucleare in Italia, definito inutile nell’immediato perché “troppo lento da realizzare”, invitando le famiglie a puntare subito sui pannelli fotovoltaici per abbattere le folli bollette! Dobbiamo salvare l’ambiente oggi, domani sarà troppo tardi!👇

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Gomez Elefante

Roma – Il nostro fragile e bellissimo pianeta sta lanciando disperati segnali di aiuto ormai da decenni, ma la voce inascoltata della scienza continua a scontrarsi violentemente contro il muro invalicabile degli enormi interessi economici e della burocrazia politica. A lanciare l’ennesimo, fortissimo e accorato monito sui disastri ambientali e sulle pesantissime ricadute sociali che tutti noi stiamo pagando sulla nostra pelle è stato Luca Mercalli, celebre e stimatissimo climatologo, divulgatore scientifico e attuale presidente della Società Meteorologica Italiana. Ospite del programma di approfondimento giornalistico “L’Elefante”, sapientemente condotto da Peter Gomez e andato in onda nella serata di ieri su Rai 3, Mercalli ha tracciato un quadro a dir poco inquietante, ma estremamente lucido, del nostro imminente futuro, unendo drammaticamente i puntini tra i rincari folli e asfissianti delle bollette energetiche, i ritardi imperdonabili nella transizione ecologica e le spaventose tragedie umanitarie causate dal cambiamento climatico estremo.

Il dramma silenzioso dell’estate 2026: cinquantamila vite spezzate dal caldo

Il passaggio televisivo più emotivamente devastante dell’intero intervento del climatologo ha riguardato il pesantissimo bilancio in termini di vite umane che abbiamo appena finito di pagare in questi ultimi e roventi mesi.
La narrazione mediatica spesso si concentra sui danni alle infrastrutture o alle colture agricole, dimenticando il volto tragicamente umano della crisi climatica. L’estate torrida del 2026 appena trascorsa non ha rappresentato semplicemente un fastidio meteorologico per chi non possedeva un condizionatore, ma si è tramutata in una vera e propria e letale strage silenziosa degli innocenti. Come ha drammaticamente ricordato Mercalli in diretta nazionale, a livello europeo si sono registrate ben cinquantamila vittime direttamente imputabili alle temperature estreme e prolungate. Tantissimi anziani, soggetti fragili e persone affette da patologie pregresse, soli nelle proprie abitazioni surriscaldate, ci hanno dolorosamente lasciato semplicemente perché il loro fisico debilitato non ce l’ha fatta a sopportare l’impatto di un caldo tanto innaturale quanto feroce. Una vera e propria ecatombe sanitaria che dovrebbe far rabbrividire le coscienze dei decisori politici europei.

La trappola delle bollette e l’illusione lentissima del nucleare

La soluzione a questo disastro globale passa obbligatoriamente da un radicale e immediato cambio di paradigma nella nostra disastrata e inquinante produzione energetica.
Mercalli ha evidenziato come gli attuali e insostenibili costi delle bollette, che stanno letteralmente mettendo in ginocchio le famiglie e strangolando le imprese italiane, dovrebbero fungere da sprone definitivo per spingerci verso una totale autosufficienza energetica. L’Italia possiede risorse naturali inestimabili (su tutte, il sole e l’acqua), eppure continuiamo a dipendere in maniera suicida dalle importazioni di combustibili fossili da Stati terzi. La tanto chiacchierata e promessa “svolta nucleare”, cavalcata attualmente da diverse forze politiche, rappresenta secondo l’esperto una pericolosa illusione temporale. Il nucleare è un’energia di Stato elefantiaca, burocratica e, soprattutto, lentissima da realizzare: non avremo centrali funzionanti prima di svariati decenni. Al contrario, un comunissimo ed economico pannello fotovoltaico domestico può essere acquistato e installato sul tetto domani mattina, iniziando a produrre immediatamente energia pulita e gratuita.

Il peso delle disuguaglianze e l’assurdità spaventosa delle guerre

L’ultimo, fondamentale e severo monito del presidente della Società Meteorologica Italiana ha riguardato le enormi ingiustizie sociali causate dall’inquinamento atmosferico e bellico.
Se è vero che il collasso ambientale minaccia l’intera economia mondiale, è altrettanto tragicamente vero che a pagare il prezzo più salato e doloroso sono, come sempre accade nella storia umana, le fasce più deboli e povere della popolazione globale. Un Paese del Terzo Mondo colpito da un alluvione o da una siccità estrema rischia la fame e la carestia totale, non possedendo le ricche risorse e le reti di Protezione Civile che noi occidentali diamo colpevolmente per scontate. In questo scenario da incubo, l’industria bellica globale rappresenta il paradosso supremo. Anche senza considerare gli spaventosi conflitti attualmente in corso, la sola produzione militare divora enormi quantità di materie prime e di energia inquinante. Quando poi questi giganteschi e mortali ordigni vengono impiegati sul campo, causano danni diretti spaventosi all’atmosfera. Risulta letteralmente un’assurdità storica, morale e scientifica finanziare guerre per la conquista di un pianeta che, di questo passo, sarà presto inabitabile per tutti.

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