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Esteri

Midterm 2026, l’ombra del referendum su Trump: il Partito Repubblicano rischia il crollo?

“Non sono un candidato politico”. Queste sono state le parole di Donald Trump pronunciate in un incontro con i giornalisti qualche giorno fa, mentre cercava di giustificare gli annunci diffusi dalla Casa Bianca, che molti analisti hanno giudicato caratterizzati da un forte odore di campagna elettorale. Gli annunci sono stati pagati dal governo americano usando fondi del Dipartimento per la Sicurezza interna (Department of Homeland Security). Uno di questi spot, infatti, è quasi identico a uno utilizzato nella sua campagna elettorale del 2024. Trump ha spiegato che non sta promuovendo se stesso, insistendo sul fatto che si tratta di “annunci per il Paese” e non per un “candidato politico”.

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Redazione-  “Non sono un candidato politico”. Queste sono state le parole di Donald Trump pronunciate in un incontro con i giornalisti qualche giorno fa, mentre cercava di giustificare gli annunci diffusi dalla Casa Bianca, che molti analisti hanno giudicato caratterizzati da un forte odore di campagna elettorale. Gli annunci sono stati pagati dal governo americano usando fondi del Dipartimento per la Sicurezza interna (Department of Homeland Security). Uno di questi spot, infatti, è quasi identico a uno utilizzato nella sua campagna elettorale del 2024. Trump ha spiegato che non sta promuovendo se stesso, insistendo sul fatto che si tratta di “annunci per il Paese” e non per un “candidato politico”.

Trump ha ragione nel dire che non sarà sulla scheda elettorale delle elezioni di medio termine, che sono quasi alle porte. Ciononostante, durante la singolare Convention repubblicana dedicata alle elezioni di medio termine, tenutasi a Dallas il mese scorso, il presidente Usa, in uno dei due discorsi pronunciati, ha esortato gli elettori repubblicani a recarsi alle urne come se lui “fosse” sulla scheda elettorale, ribadendo di fatto che le elezioni saranno un referendum sul suo mandato.

Questa prospettiva preoccupa quasi tutti i repubblicani, considerando l’indice di gradimento dell’attuale inquilino della Casa Bianca. Un recentissimo sondaggio Reuters/Ipsos indica che la percentuale di chi disapprova l’operato di Trump è più del doppio di quella di chi lo approva (66% contro il 32%). Meno del 30% degli intervistati approva la gestione di Trump della guerra in Iran. Non sorprende, dunque, che parecchi repubblicani, preoccupati dalla scarsa popolarità del presidente, abbiano iniziato a prendere le distanze da lui. In parte, ciò si deve al fatto che le primarie sono finite e che il potere straordinario di Trump di determinare i candidati repubblicani non è più un fattore determinante. Adesso i riflettori sono tutti puntati sull’elezione generale del 3 novembre, anche se in alcuni Stati si è già iniziato a votare con il sistema del voto anticipato.

Gli annunci pubblicati dalla Casa Bianca sono stati giustamente criticati dai leader democratici, ma anche alcuni repubblicani si sono resi conto che Trump ha abusato del proprio potere. Persino John Thune, senatore repubblicano del South Dakota e leader della maggioranza al Senato, ha dichiarato che quegli annunci non dovrebbero essere pagati dai “contribuenti”. Le prese di distanza di Thune dal presidente sono state seguite da quelle di parecchi candidati repubblicani. Fra i 9 senatori in corsa in Stati in bilico, due hanno dichiarato che preferiscono non fare campagna elettorale con Trump, altri 3 sono stati vaghi, mentre 4 hanno detto pubblicamente che sarebbero entusiasti di apparire con il presidente. La senatrice Susan Collins, in corsa per mantenere il suo seggio al Senato nello Stato del Maine, è stata molto chiara quando ha detto di essere “contenta di condurre la propria campagna elettorale”. Anche John Sununu, candidato al Senato nello Stato del New Hampshire, ha escluso la presenza di Trump, dichiarando che “non ha intenzione di fare campagna elettorale con individui provenienti da fuori del New Hampshire”.

Altri candidati repubblicani hanno capito che inserire il nome di Trump nei loro annunci politici non è necessariamente conveniente. La parlamentare repubblicana della California Young Kim ha modificato il suo slogan, da “A fianco del presidente Trump per produrre una solida agenda di America First” a “Contro i politici di carriera per restaurare il sogno americano”. Byron Donalds, candidato repubblicano alla carica di governatore nello Stato della Florida, ha minimizzato la presenza di Trump sul suo sito, mentre il candidato alla Camera dei Rappresentanti Carlos De La Cruz, in Texas, ha modificato la descrizione del proprio slogan, passando da “Conservatore come Trump” a semplicemente “Forte conservatore”.

Non è difficile capire perché questi candidati prendano le distanze da Trump, considerando la sua scarsa popolarità, confermata anche da Ken Paxton, candidato al Senato per lo Stato del Texas. Come abbiamo scritto in queste pagine, Paxton è riuscito a sconfiggere il suo avversario John Cornyn alle primarie repubblicane grazie al sostegno di Trump. Ciononostante, anche Paxton comincia a rendersi conto della scarsa popolarità del presidente. Come ha riportato il New York Times, Paxton ha dichiarato durante un evento di raccolta fondi che la Convention tenuta a Dallas ha danneggiato la sua candidatura, facendogli perdere consensi in alcuni sondaggi. Nell’audio ottenuto dal Times si sente Paxton confermare che la presenza di Trump a Dallas non solo ha ridotto i suoi consensi, ma anche quelli di “tutti gli altri”.

Paxton e gli altri repubblicani che vedono Trump come un albatro al collo sono al corrente dei sondaggi. Sanno che gli americani ora preferiscono i candidati democratici rispetto a quelli repubblicani in un ipotetico voto generico, con un margine di quasi 15 punti. Anche sul tema dell’immigrazione, punto forte di Trump in campagna elettorale, i democratici risultano ora in vantaggio, con un margine di 3 punti (41-38%). L’affidabile Cook Political Report indica che i democratici sono in buona posizione per conquistare la maggioranza alla Camera, ma che possono anche ottenere la maggioranza al Senato. Smarter.vote, un altro sito, attribuisce ai democratici il 73% di possibilità di conquistare la Camera, stimando che otterrebbero 228 seggi, contro i 207 dei repubblicani. Smarter.vote stima inoltre che i democratici abbiano il 57% di possibilità di conquistare la maggioranza al Senato, con una ripartizione dei seggi di 51-49.

Nonostante la scarsa popolarità di Trump, i candidati repubblicani non possono permettersi di allontanarsi troppo dal loro leader. I suoi sostenitori più fedeli non possono essere alienati. Il loro sostegno sarà infatti indispensabile per evitare quello che alcuni hanno già prospettato: un’ondata democratica a novembre, che trasformerebbe Trump in un’anatra zoppa negli ultimi due anni del suo mandato.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

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L’Unione Europea chiede dialogo e moderazione dopo i raid aerei pakistani in Afghanistan

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Redazione- L’Unione Europea ha espresso il proprio rammarico per la morte di civili nei recenti attacchi aerei pakistani in Afghanistan e ha esortato le parti coinvolte a risolvere le loro divergenze attraverso il dialogo e mezzi pacifici.

In una dichiarazione diffusa venerdì 10 Mizan, un portavoce dell’Unione Europea ha fatto riferimento agli attacchi nelle province di Kunar e Helmand, affermando che la Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (UNAMA) ha confermato la morte di almeno 10 civili, la maggior parte dei quali bambini, e il ferimento di altre nove persone.

L’Unione Europea ha invitato entrambe le parti a esercitare moderazione, evitare un’ulteriore escalation e avviare un dialogo per affrontare le loro controversie.

Nella dichiarazione, l’UE ha inoltre sottolineato che le «autorità de facto dell’Afghanistan» devono adottare misure efficaci per contrastare i gruppi terroristici che operano nel Paese o che utilizzano il territorio afghano per condurre operazioni.

L’Unione Europea ha ribadito che tutte le parti devono rispettare il diritto internazionale, compreso il diritto internazionale umanitario, e garantire la protezione dei civili e delle infrastrutture civili.

L’UE ha infine esortato tutte le parti ad adottare ogni misura pratica possibile per prevenire ulteriori vittime e ridurre al minimo i rischi per la popolazione civile.

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Terrore sul volo FlyDubai per Tel Aviv: copilota accoltella il comandante per far precipitare l’aereo

Tragedia aerea e strage sventata per un soffio nei cieli del Medio Oriente. Pochi minuti fa, un gravissimo incidente ha trasformato in un incubo il volo FlyDubai decollato dagli Emirati e diretto a Tel Aviv. Secondo i passeggeri (e le indagini della sicurezza), il copilota omanita ha accoltellato brutalmente il comandante, mandando deliberatamente l’aereo in picchiata per farlo schiantare. Grazie all’intervento eroico ed estremo di alcuni passeggeri israeliani che hanno sfondato la porta blindata, l’assalitore è stato immobilizzato. Scattato il codice di dirottamento 7500, due caccia militari israeliani si sono alzati in volo👇

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Gerusalemme – Lunghissimi, spaventosi e interminabili minuti di purissimo e cieco terrore ad altissima quota hanno drammaticamente squarciato la routine di quello che doveva essere un normalissimo viaggio commerciale tra gli Emirati Arabi Uniti e Israele. Un gravissimo, inaudito e inquietante incidente di sicurezza, che ha assunto rapidamente e spaventosamente i drammatici e caotici contorni di un vero e proprio e sanguinoso tentativo di dirottamento aereo, si è infatti consumato nelle scorse ore a bordo del volo FZ 1073 della nota compagnia aerea FlyDubai. Il velivolo, originariamente decollato dall’hub internazionale di Dubai e regolarmente diretto verso l’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv con a bordo circa 150 ignari passeggeri, si è improvvisamente trasformato nel tragico e claustrofobico teatro di una violentissima, sanguinaria e inimmaginabile lite scoppiata nel luogo più inaccessibile e sacro in assoluto: la cabina di pilotaggio. Secondo le ultimissime, sconvolgenti e dettagliate ricostruzioni fornite dalle autorevoli fonti della sicurezza israeliana, il copilota del Boeing (identificato dai media come un cittadino originario dell’Oman) avrebbe improvvisamente e brutalmente estratto un affilato coltellino tascabile in pieno volo, scagliandosi con ferocia e accoltellando ripetutamente e a sangue il primo comandante (di nazionalità emiratina). L’obiettivo finale di questa folle, lucida e sanguinaria aggressione ad alta quota, secondo le primissime e inquietanti valutazioni degli esperti, sarebbe stato quello di prendere il totale controllo manuale dei comandi della cloche per far schiantare volontariamente l’aereo civile a terra, compiendo una strage spaventosa.

Il codice 7500 e la picchiata: l’inizio dell’incubo a bordo

Il panico assoluto e incontrollabile si è materializzato non appena il velivolo ha iniziato a comportarsi in modo palesemente, visibilmente e spaventosamente anomalo rispetto alla regolare e fluida rotta di crociera prevista dai rigidi piani di volo internazionali.
Dall’interno della cabina di pilotaggio trasformata in un mattatoio, in quei drammatici e convulsi secondi di colluttazione fisica disperata tra i due ufficiali, è partito immediatamente l’impulso automatico del transponder. Il volo FZ 1073 ha inizialmente e disperatamente trasmesso sui radar internazionali il “codice 7700” (che indica convenzionalmente un generico stato di gravissima emergenza a bordo), ma dopo pochissimi, fatidici istanti è clamorosamente scattato il temutissimo “codice 7500”. Nel rigido e universale linguaggio dell’aviazione civile internazionale, questo specifico e raro segnale lampeggiante indica senza alcuna possibilità di errore un imminente dirottamento o un gravissimo atto di illecita interferenza in corso. Contemporaneamente, sotto gli occhi sgranati e terrorizzati dei 150 passeggeri, l’enorme e pesante aereo di linea ha bruscamente e repentinamente ridotto la propria quota altimetrica, modificando pericolosamente e radicalmente la propria rotta e iniziando a compiere assurde e repentine manovre evasive, deviando in direzione dei deserti dell’Arabia Saudita invece di proseguire dritto e linearmente verso la costa israeliana. Il segnale di dirottamento 7500 ha fatto scattare all’istante l’allarme rosso assoluto in tutti i vertici della sicurezza aerea militare d’Israele: nel giro di pochissimi minuti, due velocissimi caccia intercettori dell’Aeronautica militare israeliana sono decollati d’urgenza armati per intercettare il velivolo sospetto, temendo che potesse essere vigliaccamente lanciato come un enorme missile contro obiettivi civili a terra.

Il racconto dei passeggeri: “Entrati con la forza, c’era sangue ovunque”

Se l’immenso disastro aereo e la strage di massa sono stati miracolosamente, eroicamente ed efficacemente evitati, il grandissimo e storico merito va attribuito unicamente all’immenso coraggio mostrato dai disperati passeggeri e dai coraggiosi membri dell’equipaggio di cabina presenti sul volo.
Capendo immediatamente la palese e mortale gravità della situazione (viste le manovre folli e le grida provenienti dal cockpit anteriore blindato), un folto e agguerrito gruppo di persone si è scagliato frontalmente contro la spessa porta blindata della cabina. “Solo noi passeggeri israeliani siamo prontamente intervenuti con forza”, ha raccontato freddamente, lucidamente e sotto shock un testimone diretto dell’accaduto ai microfoni di Channel 12. Diversi coraggiosi membri dell’equipaggio, aiutati dalla pura forza della disperazione di alcuni forzuti viaggiatori, sono incredibilmente e faticosamente riusciti a forzare e sfondare fisicamente l’accesso alla cabina di comando, riuscendo infine a immobilizzare fisicamente e brutalmente a terra il pericolosissimo copilota omanita armato di lama. “La scena era da film horror, c’erano persone che ci hanno aiutato con le magliette completamente inzuppate e ricoperte di sangue fresco”, ha aggiunto il superstite. Noa, un’altra e giovane passeggera terrorizzata che si trovava comodamente seduta nelle prime file del volo, ha raccontato piangendo quegli istanti infiniti: “È stato estremamente angosciante. L’aereo ha cominciato improvvisamente a muoversi in modo violento da una parte all’altra, sballottandoci. Abbiamo capito che i piloti avevano perso definitivamente il controllo della macchina perché uno di loro era stato ripetutamente accoltellato. L’aereo è sceso spaventosamente e rapidamente di quota verso il basso, è stato davvero e oggettivamente spaventoso”. Il coraggioso, disperato ed estremo intervento corale ha miracolosamente e tempestivamente sventato il folle piano omicida a un passo dall’impatto fatale col suolo.

Le indagini, l’ipotesi terrorismo e la fredda reazione di Netanyahu

Riuscito fortunosamente e brillantemente a stabilizzare la drammatica picchiata grazie all’intervento dei presenti, il velivolo è stato infine e prontamente dirottato (sotto stretta e attenta scorta militare) in Arabia Saudita, riuscendo a compiere un complicatissimo ma vitale atterraggio di estrema e assoluta emergenza presso le piste dell’aeroporto internazionale di Tabuk.
Appena atterrato e toccato l’asfalto, il copilota incriminato, ferito e bloccato, è stato immediatamente prelevato di peso, isolato e posto sotto strettissimo e durissimo interrogatorio da parte delle solerti autorità saudite del posto. A queste delicatissime, vitali e diplomatiche indagini internazionali sta partecipando attivamente, fittamente e costantemente anche la dura intelligence dello Stato di Israele (Mossad e Shin Bet). Fonti militari israeliane ammettono e confermano che è tuttora in corso una serrata e capillare inchiesta per accertare i veri, reali e oscuri moventi dell’accaduto: l’inquietante ipotesi predominante è che dietro la folle e inspiegabile aggressione si nasconda, in realtà, la mostruosa e calcolata intenzione di voler innescare volontariamente un clamoroso attacco terroristico (anche per la nazionalità dell’aggressore). Stranamente, però, la compagnia aerea civile FlyDubai ha diramato poche ore fa un secco, freddo e diplomatico comunicato stampa ufficiale che cerca goffamente di sminuire pesantemente l’incidente, parlando banalmente di una semplice “colluttazione avvenuta in cabina durante il volo, che ha portato uno dei due piloti a perdere i sensi”, negando testardamente che si tratti di un effettivo “incidente di sicurezza”. Questa morbida e istituzionale versione diplomatica emiratina contrasta però violentemente e apertamente con la testimonianza diretta e visiva del sangue versato per le coltellate, la picchiata mortale e lo scrambling armato. In Israele la tensione politica è, inevitabilmente, schizzata alle stelle in un secondo: il primo ministro Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa Israel Katz hanno immediatamente e solennemente convocato una clamorosa e urgentissima riunione governativa del gabinetto di sicurezza per valutare la portata geopolitica del disastro sfiorato.

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Da Pechino all’Iran: la diplomazia personale di Trump non porta i risultati sperati

“La cena di questa sera alla Casa Bianca in onore del presidente Xi sarà spettacolare”. Queste sono state le parole di Donald Trump durante la visita del leader cinese a Washington. Nonostante gli eventi in pompa magna organizzati dal presidente statunitense per esaltare l’importanza della visita, tutti gli analisti, inclusi i leader del Partito Repubblicano, hanno espresso il proprio disappunto per la mancanza di risultati concreti. Si è trattato infatti di un Trump ricco di superlativi, che contrastano però con dichiarazioni poco amichevoli verso la Cina fatte dal presidente in passato.

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Redazione-  “La cena di questa sera alla Casa Bianca in onore del presidente Xi sarà spettacolare”. Queste sono state le parole di Donald Trump durante la visita del leader cinese a Washington. Nonostante gli eventi in pompa magna organizzati dal presidente statunitense per esaltare l’importanza della visita, tutti gli analisti, inclusi i leader del Partito Repubblicano, hanno espresso il proprio disappunto per la mancanza di risultati concreti. Si è trattato infatti di un Trump ricco di superlativi, che contrastano però con dichiarazioni poco amichevoli verso la Cina fatte dal presidente in passato. Si ricordano ovviamente le accuse a Joe Biden di essere debole con la Cina e quelle durante la pandemia, quando il presidente Usa parlava a lungo del virus “cinese” e di “Kung Flu” per suggerire che il virus fosse stato deliberatamente scatenato dai cinesi per colpire l’Occidente. Poi, nel suo secondo mandato, Trump ha scatenato la guerra dei dazi e per pochi mesi le minacce reciproche con la Cina e le ritorsioni dalle due parti hanno superato la soglia del 100%. Quando poi Trump è stato informato dai leader delle big tech che la Cina possiede un quasi monopolio di terre rare e materie prime indispensabili, ha fatto marcia indietro. Una volta che si è reso conto che la Cina aveva “carte” da giocare, Trump ha indietreggiato e con l’accordo di Busan del 2025 le acque si sono calmate. A questo ha fatto seguito la visita di Trump in Cina nel mese di maggio di quest’anno, dove Trump è stato accolto con grandi onori, che il presidente Usa ha ricambiato in maniera spropositata recentemente. Trump ha persino ricevuto Xi direttamente sul tarmac della Joint Base Andrews, evento rarissimo per un presidente americano, riservato a pochissimi individui.

La scarsa sostanza dell’incontro è stata rilevata dai leader politici americani di entrambi i partiti. Il senatore John Cornyn del Texas ha detto che la Cina, la Russia, l’Iran e la Corea del Nord hanno formato un “asse” che si oppone agli Stati Uniti. Il senatore democratico Richard Blumenthal del Connecticut ha a sua volta evidenziato che la Cina assiste l’Iran, contribuendo ad uccidere soldati americani. Blumenthal ha aggiunto che gli americani dovrebbero essere scioccati dal trattamento riservato a Xi e che Trump dovrebbe dirgli di “smetterla” di aiutare l’Iran. Blumenthal si riferiva a spedizioni di equipaggiamento come localizzatori GPS, motori elettrici e componenti per motori aeronautici a duplice uso, civile e militare, che la Cina ha fatto all’Iran. Questi sarebbero stati usati dall’Iran in un attacco alla Giordania nel mese di luglio nel quale 3 soldati americani hanno perso la vita.

Trump si dichiara spesso il grande difensore dell’America, ma quando si trova davanti leader di Paesi tutt’altro che deboli dimostra la propria debolezza. La sua strategia sembra concentrarsi sull’adulazione, che invece di riceverla, la riversa su leader di regimi autoritari come Xi, ma anche Vladimir Putin e Kim Jong-Un. Questa sua strategia di diplomazia basata sui rapporti personali non gli porta frutti, come si è visto con la guerra in Ucraina, che lui aveva detto di poter far finire in un batter d’occhio. Il trattamento coi guanti bianchi riservato a Xi, Trump lo aveva già dimostrato a Putin quando i due si incontrarono in Alaska nel mese di luglio dell’anno scorso. Il presidente Usa non ottenne nessun risultato per una pace nel conflitto russo-ucraino. Le vittorie, se ci sono, si intravedono per gli interlocutori autoritari di Trump. Infatti la Cina, con i superlativi evocati da Trump, si conferma la potenza pari agli Usa. Inoltre, sotto qualche aspetto, Xi si è dimostrato lungimirante sulla questione del pericolo dell’intelligenza artificiale. Il leader cinese ha giustamente detto che bisognerà assicurarsi che l’intelligenza artificiale debba “sempre rimanere sotto il controllo degli esseri umani”. Ciò ha dimostrato un atteggiamento molto preferibile a quello di Trump, che non riconosce le preoccupazioni espresse sull’intelligenza artificiale, classificandole come una bufala simile a quella del cambiamento climatico.

L’incontro con Xi ha prodotto poco per Trump e l’America, eccetto per il fatto che i due leader hanno già programmato un altro vertice nel mese di novembre. Nel frattempo però la Cina continua ad ottenere qualche piccolo vantaggio, specialmente sulla questione di Taiwan. Gli Usa avevano approvato una vendita di armi da 14 miliardi di dollari ai taiwanesi, che Trump fino ad ora ha deciso di congelare vedendola come “un’ottima merce di scambio”. Quando la userà? Staremo a vedere. Nel frattempo però Trump continua ad insistere che la visita di Xi conferma ciò che lui vede come “enormi progressi, molto positivi per i due Paesi”. Si tratta di progressi che solo lui vede. Gli americani infatti non se ne accorgono, preoccupati del caro vita, il che spiegherebbe il fatto che secondo alcuni sondaggi solo il 29% approva il suo operato.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

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