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Nezi Plaku Velaj: “Le avete trovato le mie lacrime?”

Sin dai primi versi, la poesia “Le avete trovato le mie lacrime?” si presenta come un grido accorato di dolore e sofferenza, in cui l’autrice albanese Nezi Plaku Velaj, attraverso allegorie intense e simboliche, rievoca un vissuto personale che si fa collettivo: quello dell’orrore, della violenza e della disumanizzazione subita sotto la dittatura del regime comunista in Albania.

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Nezi Plaku Velaj

Solo chi ha vissuto sulla propria pelle la repressione della dittatura comunista, sa cosa vuol dire sprofondarsi nelle oscurità dell’inferno che essa impone

Redazione-  Sin dai primi versi, la poesia “Le avete trovato le mie lacrime?” si presenta come un grido accorato di dolore e sofferenza, in cui l’autrice albanese Nezi Plaku Velaj, attraverso allegorie intense e simboliche, rievoca un vissuto personale che si fa collettivo: quello dell’orrore, della violenza e della disumanizzazione subita sotto la dittatura del regime comunista in Albania.
La poesia inizia con la domanda retorica:

“Le avete trovato le mie lacrime?”

Non si tratta di una semplice richiesta – domanda – indagine, ma bensì di un sentimento poetico potente. Le lacrime diventano il ritratto della sofferenza repressa, dimenticata, occultata. Non sono solo lacrime versate, ma “perle” che brillano negli occhi di una bambina, fragile e preziosa che il regime non ha saputo proteggere. Questo approccio trasforma la sua vulnerabilità in un gioiello di rispetto, orgoglio e dignità.

Il secondo verso: “Quelle perle che brillavano nelle pupille degli occhi”, rafforza la sacralità di questo dolore. Come uno scrigno che custodisce la sofferenza umana, la pupilla, dà al pianto una dimensione visiva e spirituale.
“Quel giorno… lacrime bollenti si versarono sui gradini di pietra”, emerge con forza la concretezza della memoria: il dolore non è astratto, ma inciso nel tempo e nello spazio.
I “gradini di pietra”, richiamano non solo i luoghi istituzionali o carcerari di un paese sotto regime, ma rappresentano inoltre anche la freddezza dell’oppressione.

La poesia assume toni di invettiva e testimonianza: “cariche d’ira e maledizioni erano, di sospiri e lamenti”.

La pluralità degli elementi emotivi: ira – maledizioni – sospiri, ci mette di fronte la propria tragedia collettiva: non solo l’anima ferita della poetessa, ma anche quello di un intero popolo sofferente.

Il boato nell’innocenza del dolore di una bambina”, è un passaggio straziante.
Qui l’autrice Velaj, affonda la baionetta nel cuore dell’ingiustizia: l’infanzia violata, la tenerezza tradita, il trauma precoce che si insinua in una creatura che avrebbe dovuto conoscere solo l’amore paterno e quello universale.

“Nel vortice di un mondo falso, colmo di menzogne, vivevano”, è un’accusa diretta al sistema. Il “vortice”, proclama l’inganno ideologico, la propaganda, l’ipocrisia di un potere che predicava uguaglianza ma produceva terrore e annientamento dell’identità.

Poi, con uno slancio lirico e tragico insieme, la poetessa Velaj confessa: “Non ho potuto abbracciare il grande amore, quello più sacro, più divino”. Qui viene messo a fuoco l’assenza paterna. La figura del padre non è solo quella di un genitore, ma è anche l’emblema della protezione, del fondamento psicologico e spirituale. La sua assenza è metafora dell’assenza dello Stato, della sicurezza degli esseri umani e della giustizia di un popolo taciturno dinnanzi alla repressione.

“Le fondamenta dell’affetto che un padre dona a un figlio, demolirono” , e la soppressione della speranza, “le scintille ardenti del cielo spensero”, sono espressioni di un annientamento sistematico della dimensione umana, affettiva e relazionale.

Il verso: “il cuore in croce misero, una baionetta conficcarono”, riprende toni fortemente cristologici: il dolore personale si fa sacrificio, martirio. La crocifissione è il rispecchio dell’ingiustizia estrema. La baionetta rappresenta la violenza brutale, fisica e simbolica, inferta non solo sul corpo di un individuo, di una intera patria ma anche sull’anima.

In tutta la poesia di Velaj, emerge chiaramente la denuncia contro un sistema totalitario che ha violato l’infanzia, l’amore, la famiglia e la sacra memoria. L’uso delle potenti metafore – allegorie: lacrime come perle, occhi come reliquiari, cuori crocifissi, testimoniano un dolore tanto personale dell’autrice albanese, quanto quello politico della sua patria. Il tono è tragico ma trasparente, perciò la sua parola poetica diventa uno strumento di memoria storica e di giustizia morale.

Anche nel seguire dei versi, la poetessa Velaj intensifica questo tono tragico ed espone con maggior forza, il trauma collettivo e personale che essa mette in scena: un dramma che, pur avendo radici autobiografiche, rappresenta le innumerevoli violenze del regime comunista in Albania.

Il verso: “Quello più sacro quanto lo cercai… Se sapeste… Ma non lo trovai mai e da nessuna parte…”, è l’ammissione dolente di una ricerca vana, un pellegrinaggio esistenziale alla ricerca di ciò che è irrecuperabile: l’amore paterno, la protezione perduta, la giustizia. Qui, l’autrice non si limita a una lamentazione passiva: la sua voce è quella di chi e di ciò ha cercato disperatamente, lottando con l’anima, ma che purtroppo ha incontrato solo assenza oppure indifferenza.

Leggendo, i versi, notiamo che segue un’immagine poetica di grande impatto:
“E la minuscola goccia, un grido di lampi divenne”. La lacrima, già metafora di dolore dall’inizio della poesia, ora esplode in una metamorfosi violenta. Non è più silenziosa, ma diventa grido, scossa, tempesta. Ciò, è un’urgenza dell’anima che si ribella alla repressione.

L’amore sognato viene descritto: “vasto come il mare e limpido come il cielo”, ma questa vastità viene spezzata: “con pietre focaie lo colpirono, entrambi gli occhi le cavarono”.
Qui, la crudeltà che la poetessa mette a disposizione è estrema. L’amore viene accecato, mutilato, brutalizzato. La perdita del padre, o della figura paterna, diventa la negazione di ogni riferimento affettivo e morale. La bambina “senza padre… con le braccia aperte” , è l’apice dell’innocenza disarmata, della creatura esposta a un mondo ostile senza alcuna difesa.

Il passaggio “La uccisero alcuni demoni con la pelle rossa del diavolo”, è carico di valenze allegoriche: i demoni, connotati dal “rosso” (colore del comunismo), rappresentano il potere repressivo che si traveste da ideologia ma agisce come forza distruttiva. Inoltre, la pelle rossa espone il sangue, il fuoco, ma anche il quadro ideologico di un regime che si è reso carnefice.

Con: “Predatori di cuori”, “la lacerarono con gli artigli, con i zoccoli venne calpestata ”, l’autrice dà ai persecutori una forma selvaggia, animalesca, ferina, quasi mitologica. Non sono solo uomini, ma esseri spietati, privi di umanità. L’oppressione non è solo fisica, ma anche affettiva: essi distruggono la possibilità stessa, di andare oltre l’amare.

Molto significativo è anche il verso: “la stella, al cielo strapparono”. Questa metafora, non è solo una stella, ma è la guida verso la speranza e il destino. Strappata al cielo, indica l’interruzione del cammino e del sogno di essere tra le braccia di suo padre. “Misero degli angoli, solo cinque…”, è un’allusione amara all’allegoria della stella a cinque punte, la quale rappresenta l’emblema del comunismo. La stella che nel cielo avrebbe dovuto indicare la luce, nella propaganda, diventa invece un sigillo di oppressione.

Terribile e potentissima la chiusura di questo verso: “Con il quinto angolo, accecarono l’aquila con le due teste sulla bandiera”.
Qui la poetessa tocca – attacca direttamente il cuore dell’identità dell’Albania: l’aquila bicipite, simbolo storico e patriottico, viene accecata. La simbologia è netta: la patria è stata resa cieca, incapace di vedere la verità, la giustizia, la libertà. Tale ideologia, ha strappato la vista a un popolo intero per quasi mezzo secolo.

Segue pure la perdita della forza vitale: “le soffocarono il respiro, la libertà le derubarono”. L’essere umano viene spogliato della sua essenza, non solo fisicamente ma anche psicologicamente e spiritualmente.

E ancora più toccante, è: “Sulle labbra come una valanga, si congelò la pronuncia padre
Il ghiaccio della paura, del trauma, dell’assenza ha sigillato la possibilità di rinunciare- pronunciare ciò che è più caro. Non si tratta solo della perdita del padre biologico, ma anche della soppressione della paternità come riferimento etico, affettivo e sociale. “Mai più fu balbettata” indica una rottura definitiva: ciò che è stato strappato, non può più essere restituito.

Il verso: “E quella lacrima… come il latte del seno di Rozafa… si versò e mai più si asciugò”, è denso di risonanza storica.
Rozafa è figura mitologica e archetipica non solo di Scutari ma dell’intera Albania. Essa rappresenta la donna martire che murata si sacrifica per la fondazione e per l’edificazione. Accostare la lacrima simile al suo latte che continua a scorrere al di là del passare dei secoli,
è un gesto poetico potentissimo da parte di Velaj e quasi sovrannaturale direi. Con ciò, essa ci presenta la sofferenza della donna, della madre, della figlia che non si estingue, ma che diventa materia viva, memoria liquida, fluida e permanente. Scorrendo come una sorgente, senza fermarsi mai, senza asciugarsi mai, quella lacrima divenne perenne, e come tale, si trasforma in un atto di riscatto.

In questa poesia, Velaj assume toni epici e mitici, intrecciando non solo i ricordi personali, ma anche il lutto della sua nazione.
La poetessa costruisce un linguaggio che fonde biografia e metafora, trasformando il dolore in affermazioni, e la poesia in strumento di giustizia verso chi ha pagato le conseguenze dall’orribile regime comunista.

Appunto per questo, (ripetendola varie volte nei suoi versi), Velaj definisce la lacrima esplicitamente: “di cristallo” e “perla preziosa”, definizioni che le conferiscono un’aura di purezza e sacralità.
La “cavità del muro” in cui la lacrima è nascosta, proclama un luogo segreto, un nascondiglio sotterraneo, dove il dolore si conserva e si cela alla vista, come fosse un tesoro fragile ma vitale. La lacrima diventa pure “unica con il goccino del latte del seno”, un’immagine di estrema tenerezza e nutrimento, che unisce la fragilità della vita neonatale con il sangue, suggerendo la commistione di sofferenza e vita.

Il verso “scivolava, colava dalla bocca tenera della neonata”, è estremamente autentico: così, la lacrima è legata all’innocenza e alla vulnerabilità da apparire come parte stessa della vita più pura. “Il sorriso di cristallo” e “la luce diffusa alle costellazioni”, rendono la poesia ancora più magica, elevando la lacrima a una sorta di grande energia vitale.

“Palpebre bruciate dal sole” e “fili delle palpebre”, è una metafora potente del dolore che arde e segna, ma anche della sofferenza che rimane sospesa e invisibile agli altri, nascosta dietro un’apparenza duramente e difficilmente dura. La lacrima è definita “ambra”, una gemma fossile, preziosa ma antica, quasi un ricordo immutabile nel tempo.

Velaj invoca pure Dio, con il verso “Vi supplico in nome del Dio”, conferendo al suo dolore un carattere sacro, quasi a chiedere giustizia o una risposta da un ordine superiore a quello umano. Ma le lacrime, immerse nel fango, nei canali, tra i giunchi, sembrano dimenticate e calpestate:
“lo zoccolo di uno stivale malvagio lo calpestò”. In questa ferocità, appare la brutalità del potere che schiaccia e ignora le vittime.

La fatica della ricerca, la disperazione dei ricordi, il corpo che cammina tra rovi e giunchi fitti, è un viaggio figurativo nella sofferenza e nella perdita, dove si sono persi la bellezza, la gioventù e la speranza. Le “spine del tormento e della sofferenza”, rappresentano la tortura non solo fisica ma profonda, psicologica e morale.

La “lacrima degli anni spietati”, dà voce all’innocenza violata, specialmente quella di una ragazza con “occhi verdi” e “cigli neri”, un’immagine viva e personale che si generalizza in tutte le creature innocenti che hanno subito le stesse oppressioni.

La “lacrima congelata sulla bocca della neonata, mescolata con sangue e latte bollente”, è una figura intensamente tragica, che rappresenta il dolore precoce, la perdita del nutrimento fisico e quello morale. Il verso: “metà lacrima succhiata e metà caduta giù”, evoca la frantumazione, la divisione tra ciò che è stato perso e ciò che ancora resiste e persiste.

Velaj tenta di evitare, “le voci dei corvi”.
Questo idealizza la paura dei presagi, della morte o di avversità inevitabili, poiché,  spesso i corvi sono simboli di disgrazia e di oscurità.

Tutta la poesia di Velaj è una meditazione dolorosa, una lirica sul dolore incancellabile e sulla memoria di un trauma non solo della poetessa in sé, ma di un popolo intero, e tale trauma – tragedia, non può essere ignorata o sepolta. La sua lacrima, purché nascosta nelle “cavità dei muri”, continua a scorrere come lacrima eterna, capace di illuminare anche nell’oscurità più profonda.

LE AVETE TROVATO LE MIE LACRIME?…

Le avete trovato le mie lacrime?
Quelle perle che brillavano nelle pupille degli occhi?
Quel giorno…
lacrime bollenti si versarono sui gradini di pietra,
come una sorgente,
cariche d’ira e maledizioni erano,
di sospiri e lamenti,
oh, quanti sospiri!

Boato
nell’innocenza del dolore di un bambina,
tra lamenti taciturni,
nel vortice di un mondo falso,
colmo di menzogne, sopravvivevano.

Non ho potuto abbracciare il grande amore,
quello più sacro, più divino.
Le fondamenta d’affetto che un padre dona a una figlia, demolirono,
le scintille ardenti del cielo spensero,
con manette in prigione li pietrificarono.
Lì morirono…
La mia lacrima di cristallo graffiarono,
il cuore in croce misero
una baionetta conficcarono…
Quello più sacro
quanto lo cercai…
se sapeste…
ma non lo trovai
mai più e da nessuna parte…

E la minuscola goccia,
un grido di lampi divenne,
quel grande amore,
vasto come il mare e limpido come il cielo,
con pietre focaie lo colpirono
entrambi gli occhi le cavarono,
senza padre la lasciarono,
il pargoletto con le braccia aperte.
La uccisero alcuni demoni
con la pelle rossa del diavolo
la lacerarono con gli artigli
alcuni predatori di cuori.

La lacrima sulle palpebra le asciugarono,
la stella, al cielo strapparono,
e misero degli angoli,
solo cinque…
Con il quinto angolo,
l’aquila con le due teste sulla bandiera, accecarono
le rubarono la forza,
le soffocarono il respiro
la libertà le derubarono…

Sulle labbra come una valanga,
si congelò la pronuncia “padre”
mai più fu balbettata.
E quella lacrima, scorrere la lasciarono
come il latte del seno di Rozafa,
quella lacrima,
come una cascata si versò
e mai più si asciugò.

La lacrima…
L’avete trovato la lacrima di cristallo,
quella perla preziosa?

Nella cavità del muro, fu nascosta
nella profondità misteriosa,
unica con il goccino di latte del seno era diventata,
dentro al capezzolo, con il sangue era mescolata.
Scivolava, colava dalla bocca tenera della neonata,
con sorrisi di cristallo
luce alle costellazioni diffondeva,
galleggiando con quel latte bianco
che dal seno mungeva.

La lacrima…
L’avete trovata la lacrima
nascosta
tra i fili delle palpebre bruciate dal sole?
Quell’ambra, quella perla candida, preziosa?
Quella goccia d’anima giovanile,
tradita dai venti dei tempi senza la luce delle lumi,
insieme al sudore
scorrevano nei solchi
nei campi e nelle pianure di grano.

Vi supplico in nome del Dio:
Le avete trovate?
Guardate là!
Immerse nel fango, nei canali e nei giunchi sono,  con la testa in giù,
pure l’acqua torbida si beveva.
Acqua lurida,
mischiata con larve e vermi scuri.

La lacrima,
lo zoccolo di un stivale malvagio la calpestò,
non la lasciarono la lacrima
per custodirla nemmeno come ricordo?

Sono esausta a respirare con gemiti,
cercando le mie lacrime
mentre tra i rovi cammino
tra i giunchi fitti.
Là,
dove la meditazione
con la bellezza giovanile da fata persi,
tra i cespugli e il rimorso
della perdita e del dispiacere,
sopra le spine del tormento e della sofferenza.

L’avete trovato la lacrima degli anni spietati
d’innocenza di quella ragazza?
Quelle lacrime, calde, che dagli occhi verdi, scesero,
sotto i folti cigli neri si nascosero,
quella perla di cristallo, quella rara ambra.

Pure quella che si era congelata sulla tenera bocca della neonata,
mescolata col sangue rosso e il latte bollente del seno fu,
dalla fretta, solo la metà succhiava
mentre l’altra metà giù dalla bocca le scivolava.
In quel baccano, alcuni voci di corvi
di evitarli, tentai…

BIOGRAFIA

Nezi Plaku Velaj è nata a Konispol, nella provincia di Saranda in Albania. Residente a Tirana, ha saputo costruire una carriera poliedrica, alternando impegni istituzionali a momenti di intensa attività creativa.
La sua voce poetica, espressa attraverso numerose raccolte e partecipazioni a antologie nazionali e internazionali, si fa portavoce di un’anima sensibile e riflessiva, capace di toccare temi universali con delicatezza e profondità. Riconosciuta con premi prestigiosi e attestati di merito, Velaj incarna il giusto equilibrio tra rigore professionale e fervore artistico, facendosi apprezzare non solo come autrice, ma anche come attiva promotrice culturale e figura impegnata nel dialogo tra diritto e letteratura.

La sua professione è giurista e avvocata.

Ha lavorato presso il Ministero del Lavoro e delle Questioni Sociali e alla Direzione Generale delle Dogane; inoltre, ha esercitato la professione di avvocato in tribunale per alcuni anni. Ha interrotto questa attività per motivi di conflitto di interessi con la posizione lavorativa che essa ricopriva. Per un certo periodo, ha lavorato come ideatrice e conduttrice del programma “Personalitete – Personalità ” sui canali televisivi: RTSH e NTV. Finora ha pubblicato tre raccolte di poesie e ha in preparazione un raccolta di poesie, nonché raccolta di prosa intitolata: “Il Viaggio Della Cita”.

I suoi versi hanno avuto un posto di rilievo sulle pagine di numerosi giornali e riviste prestigiose, sia a livello nazionale che internazionale.

Velaj ha partecipato due volte al Festival Europeo della Poesia, ricevendo in entrambe occasioni il “Premio Speciale della Giuria”.

Membro del Consiglio Organizzativo del Congresso Nazionale Albanese, Velaj è molto attiva e parte integrante di essa.

Come citato in precedenza, il diritto è la sua professione ufficiale, perciò la conoscenza della giustizia e l’integrità, sono elementi fondamentali del suo carattere.

La letteratura è la sua passione e il suo cuore, mentre la poesia rappresenta la sua anima, il suo amore e il suo respiro; ciò è la vita con cui essa viaggia ogni giorno.

Da: Angela Kosta giornalista, poetessa, saggista, editore, critica letteraria, redattrice, traduttrice, promotrice

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“L’Armonia dei Pensieri Discordanti”: la poesia senza filtri di Jacopo Bellan

  C’è una poesia che nasce dal bisogno di raccontare ciò che spesso rimane nascosto tra le pieghe dell’anima. Una poesia che non teme le contraddizioni, che attraversa il dolore senza cercare scorciatoie e che trasforma le emozioni più profonde in parole. È questo il percorso proposto da Jacopo Bellan nel suo libro L’armonia dei pensieri discordanti, una raccolta intensa che invita il lettore a confrontarsi con la parte più autentica e complessa dell’esperienza umana.

Pubblicato il 13 marzo 2026 da Poesia Edizioni, il volume fa parte della collana “Libera-Mente Scrivere”, curata da Claudia Belli. Con le sue 80 pagine, il libro è disponibile al prezzo di 15 euro nelle librerie e nei principali store online.

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a

Jacopo Bellan

Redazione-  C’è una poesia che nasce dal bisogno di raccontare ciò che spesso rimane nascosto tra le pieghe dell’anima. Una poesia che non teme le contraddizioni, che attraversa il dolore senza cercare scorciatoie e che trasforma le emozioni più profonde in parole. È questo il percorso proposto da Jacopo Bellan nel suo libro L’armonia dei pensieri discordanti, una raccolta intensa che invita il lettore a confrontarsi con la parte più autentica e complessa dell’esperienza umana.

Pubblicato il 13 marzo 2026 da Poesia Edizioni, il volume fa parte della collana “Libera-Mente Scrivere”, curata da Claudia Belli. Con le sue 80 pagine, il libro è disponibile al prezzo di 15 euro nelle librerie e nei principali store online.

Fin dal titolo, L’armonia dei pensieri discordanti suggerisce l’incontro tra elementi apparentemente inconciliabili. I pensieri, le emozioni e le inquietudini che spesso abitano l’essere umano possono infatti scontrarsi tra loro, creando un tumulto interiore difficile da spiegare. Jacopo Bellan sceglie di non soffocare quel tumulto, ma di trasformarlo in materia poetica.

Ne nasce un viaggio intenso e senza filtri nel cuore delle emozioni. Attraverso versi diretti, viscerali e profondamente partecipati, l’autore affronta il conflitto interiore, dando voce al dolore, all’amore, alla perdita e al desiderio di libertà. La parola poetica diventa così uno strumento di indagine, ma anche un luogo nel quale trovare il coraggio di essere fragili.

La raccolta non cerca di addolcire la realtà. Al contrario, sceglie di attraversarla nelle sue zone più irregolari e talvolta scomode. In questa dimensione, la poesia assume il valore di un gesto di verità e, allo stesso tempo, di ribellione: una ribellione contro le convenzioni, contro le maschere e contro tutto ciò che impedisce all’individuo di esprimere fino in fondo la propria identità.

Bellan costruisce uno spazio letterario nel quale la fragilità non rappresenta una debolezza, ma può trasformarsi in bellezza. Una bellezza imperfetta, inquieta e autentica, capace di coinvolgere e scuotere il lettore. È proprio questa la forza di L’armonia dei pensieri discordanti: quella di parlare a chi, almeno una volta nella vita, si è sentito fuori asse rispetto al mondo, incapace di riconoscersi completamente nelle regole e nei ritmi imposti dalla quotidianità.

La poesia diventa dunque uno specchio. Non offre necessariamente risposte, ma invita a guardare dentro se stessi, ad accogliere anche le contraddizioni e a riconoscere che persino dai pensieri più discordanti può nascere una forma di armonia.

L’armonia dei pensieri discordanti è, in definitiva, una raccolta destinata a chi cerca nella poesia qualcosa di più di una semplice esperienza letteraria. È un libro per chi desidera incontrare parole capaci di lasciare un segno, di provocare una riflessione e di raccontare la complessità dell’essere umano senza filtri.

Perché, forse, è proprio quando smettiamo di nascondere le nostre dissonanze che possiamo finalmente ascoltare la musica più vera della nostra anima.

Jacopo Bellan

INTERVISTANDO…

JACOPO BELLAN: «LA POESIA È UN LUOGO DOVE L’ANIMA PUÒ ESSERE LIBERA»

Jacopo, la poesia occupa un posto centrale nel Suo percorso creativo e umano. Che cosa rappresenta per Lei la poesia?

 

Per me la poesia è innanzitutto libertà. È il luogo in cui posso lasciare che i pensieri prendano forma senza costringerli all’interno di schemi prestabiliti. Scrivere poesia significa ascoltarsi profondamente, accogliere le emozioni e trasformarle in parole. Credo che ogni verso nasca da qualcosa di autentico e che, proprio per questo, possa raggiungere anche il cuore degli altri.

Nel Suo modo di scrivere emerge una forte componente introspettiva. Quanto è importante guardarsi dentro?

È fondamentale. Viviamo spesso in una società che ci porta a correre continuamente, lasciandoci poco tempo per fermarci e ascoltare ciò che accade dentro di noi. L’introspezione richiede coraggio, perché significa confrontarsi anche con le proprie fragilità, con le paure e con le contraddizioni. Tuttavia, penso che sia proprio attraverso questo percorso che possiamo conoscerci davvero.

 

L’armonia dei pensieri discordanti sembra suggerire che persino le contraddizioni possano trovare una loro armonia. È così?

Assolutamente sì. Dentro ciascuno di noi convivono emozioni e pensieri spesso discordanti. Possiamo amare e soffrire, desiderare qualcosa e contemporaneamente averne paura. Non credo che dobbiamo necessariamente eliminare queste contraddizioni. Dobbiamo piuttosto imparare ad accoglierle e comprenderle. Forse l’armonia non consiste nell’assenza di conflitto, ma nella capacità di convivere con le diverse parti di noi stessi.

 

Parliamo dell’amore, uno dei sentimenti più universali e complessi. Quale posto occupa nella Sua poesia?

L’amore occupa uno spazio molto importante. È una forza capace di cambiare profondamente una persona. Non parlo soltanto dell’amore tra due persone, ma anche dell’amore per la vita, per la famiglia, per ciò in cui crediamo e persino per noi stessi. Amare significa anche esporsi, diventare vulnerabili, rischiare. Ma credo che sia proprio questa vulnerabilità a rendere l’amore così profondamente umano.

Secondo Lei, qual è il vero senso della vita?

È una domanda alla quale probabilmente ogni persona dà una risposta diversa. Per quanto mi riguarda, credo che il senso della vita sia strettamente legato ai valori autentici. La sincerità, il rispetto, la gratitudine, la gentilezza e la capacità di amare rappresentano per me punti di riferimento fondamentali. Spesso cerchiamo la felicità in ciò che è lontano o straordinario, dimenticando che molte delle cose più importanti sono già accanto a noi.

 

Nei Suoi pensieri e nella Sua sensibilità poetica, la nuvola assume un significato particolare, diventando simbolo di libertà. Perché?

La nuvola è libera. Non conosce confini e non rimane ferma in un unico luogo. Si muove, cambia forma, attraversa il cielo. In qualche modo rappresenta il desiderio che ogni essere umano porta dentro di sé: quello di sentirsi libero di essere ciò che realmente è. Guardare una nuvola può sembrare un gesto semplice, ma per me significa ricordare che non tutto deve essere programmato e controllato. A volte bisogna semplicemente lasciarsi trasportare dal vento della vita.

Proprio la semplicità sembra essere uno dei valori più importanti nel Suo modo di guardare il mondo. Vero?

Sì, credo profondamente nella bellezza della semplicità. Un sorriso sincero, una parola gentile, un momento trascorso con una persona cara possono avere un valore immenso. Spesso inseguiamo cose sempre più grandi, dimenticando di apprezzare ciò che abbiamo. La semplicità, per me, non è mancanza di profondità. Al contrario, può essere una delle forme più alte di autenticità.

La Sua raccolta ha potuto contare sul lavoro e sulla sensibilità della donna che l’ha curata per Bertoni Editore. Quanto è importante per Lei esprimerLe gratitudine?

È molto importante. Dietro un libro non c’è mai soltanto l’autore. Ci sono persone che credono in un progetto, che lo accompagnano e che contribuiscono a renderlo realtà. Desidero esprimere la mia più sincera gratitudine alla donna che ha curato la mia raccolta per Bertoni Editore: Claudia Belli. Il suo lavoro, la sua attenzione e la fiducia dimostrata nei confronti della mia poesia rappresentano per me qualcosa di prezioso. La gratitudine è un sentimento che dovremmo imparare a manifestare più spesso.

 

Questo è il Suo secondo volume. Che cosa prova davanti a questo nuovo importante traguardo?

Provo una grande gioia e anche un profondo orgoglio. Arrivare al secondo volume significa proseguire un percorso, credere ancora nella propria voce e avere il coraggio di condividere una parte di sé con gli altri. Ogni libro rappresenta un pezzo di vita, un momento del proprio cammino. Per questo guardo a questo secondo volume con grande emozione e con la speranza che possa arrivare alle persone giuste.

 

 

Questa esperienza La porta anche a credere che i sogni possano davvero diventare realtà?

Sì, assolutamente. Credo che ogni sogno meriti almeno una possibilità. Non sempre il percorso è semplice e spesso ci sono momenti in cui tutto sembra difficile o lontano. Ma penso che la determinazione, la passione e la capacità di continuare a credere in ciò che desideriamo possano fare una grande differenza. Questo secondo volume mi rende orgoglioso proprio perché rappresenta anche la dimostrazione personale che non bisogna smettere di credere nei propri sogni.

La poesia può nascere dalla felicità, ma molto spesso sembra trovare la sua voce più potente nelle ferite. Secondo Lei, per scrivere versi autentici è necessario aver conosciuto il dolore?

Non credo che il dolore sia una condizione necessaria per scrivere, ma penso che le esperienze difficili ci costringano spesso a guardarci dentro con maggiore sincerità. La felicità ci apre al mondo, mentre il dolore, talvolta, ci riporta verso noi stessi. Tuttavia, ogni emozione può diventare poesia quando viene vissuta profondamente. La vera autenticità, forse, non nasce dalla sofferenza, ma dal coraggio di non mentire a se stessi.

 

Viviamo in un tempo in cui tutto corre velocemente, mentre la poesia richiede ascolto, silenzio e profondità. Non pensa che scrivere poesia oggi sia anche una forma di ribellione?

Sì, credo che possa esserlo. Fermarsi in un mondo che corre è già, in qualche modo, un gesto rivoluzionario. La poesia ci invita ad ascoltare ciò che spesso ignoriamo: un’emozione, un ricordo, una paura o persino un silenzio. Scrivere versi oggi significa anche difendere uno spazio interiore che nessuno dovrebbe poterci togliere. In questo senso, la poesia è libertà, ma anche resistenza contro la superficialità.

 

Se potesse incontrare il Jacopo Bellan di qualche anno fa e consegnargli una sola pagina del Suo secondo libro, quale messaggio vorrebbe affidargli?

Gli direi di non smettere di credere nella propria voce, nemmeno quando sembra troppo debole per essere ascoltata. Gli direi che arriveranno momenti di dubbio, di paura e forse anche di solitudine, ma che proprio quei momenti contribuiranno a costruire ciò che sarà. E poi gli direi di continuare a sognare, perché un giorno si volterà indietro e scoprirà che alcuni sogni, quelli custoditi con più ostinazione e amore, possono davvero diventare realtà.

Se dovesse lasciare un messaggio ai lettori e a chi custodisce ancora un sogno nel cuore, che cosa direbbe?

Direi di non avere paura di essere se stessi. Di ascoltare la propria voce, anche quando sembra diversa da quella degli altri. Di custodire i valori autentici, di amare, di essere grati e di non smettere mai di cercare la bellezza nelle cose semplici. E soprattutto, direi di continuare a sognare. Perché ogni grande realtà, prima di esistere, è stata il sogno di qualcuno.

L’Armonia dei Pensieri Discordanti

https://www.lafeltrinelli.it/armonia-dei-pensieri-discordanti-libro-jacopo-bellan/e/9791257700003?srsltid=AfmBOopjgms4UWjqUtqFBuqRiWJMAWb0GDedJL_swvQ7_eddK1KUqDjZ

Alla fine di questo viaggio tra parole, emozioni e silenzi, emerge il ritratto di un poeta che non cerca risposte assolute, ma continua a interrogare la vita con la sincerità di chi sa ancora meravigliarsi. Jacopo Bellan affida alla poesia il compito di raccogliere i pensieri discordanti dell’anima e di trasformarli in un’armonia possibile, fragile eppure profondamente autentica.

Forse è proprio qui che si nasconde uno dei significati più profondi dell’esistenza: imparare ad accogliere le nostre contraddizioni, senza rinnegarle, riconoscendo nel dubbio un’occasione di crescita e nella fragilità una forma di forza. Come una nuvola che attraversa il cielo senza conoscere confini, anche l’essere umano è chiamato a cercare la propria libertà, senza dimenticare mai le radici dei valori autentici che rendono il cammino degno di essere vissuto.

L’amore, la gratitudine, la semplicità e la capacità di guardarsi dentro diventano così le coordinate di un viaggio che non ha una meta definitiva. Perché vivere, forse, non significa trovare tutte le risposte, ma imparare a custodire le domande più importanti.

E mentre i sogni continuano a indicare la strada verso ciò che ancora non esiste, la poesia di Jacopo Bellan ricorda che nessun desiderio è troppo lontano quando viene nutrito dalla passione, dalla perseveranza e dal coraggio di credere.

Perché ogni sogno, prima di diventare realtà, è stato soltanto un pensiero libero nel cielo. E, proprio come una nuvola, ha avuto bisogno del coraggio di lasciarsi trasportare dal vento.

 

JACOPO BELLAN

In foto l’autore del libro

 

L’Armonia dei Pensieri Discordanti

 

https://www.lafeltrinelli.it/armonia-dei-pensieri-discordanti-libro-jacopo-bellan/e/9791257700003?srsltid=AfmBOopjgms4UWjqUtqFBuqRiWJMAWb0GDedJL_swvQ7_eddK1KUqDjZ

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Lifestyle

La magia più grande d’Europa atterra a Sora dopo dieci anni d’attesa: l’Imperial Royal Circus accende il sogno tra Transformers, giganti della savana e l’abbraccio della solidarietà

Sora si prepara a vivere un sogno ad occhi aperti che manca da 10 anni! 🎪🦁 Dal 18 al 27 settembre via Barca San Domenico ospita l’Imperial Royal Circus, uno dei colossi più grandi d’Europa con 100 animali straordinari, la Giraffa Reale e 10 record mondiali. Un’esperienza pazzesca tra la fantascienza della Donna Laser, i veri Transformers e le risate del Clown Ridolini, unita al grande cuore del progetto solidale “Un sorriso per tutti” per i bambini negli ospedali. Prezzi bloccati a partire da 7€ su BigliettoPrenotato per la prima serata: correte a leggere tutte le date e i dettagli nell’articolo! 👇❤️✨

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Sora (FR) – Ci sono carovane che non trasportano semplicemente strutture, costumi e scenografie, ma che viaggiano cariche di un patrimonio immenso fatto di stupore, risate senza tempo e pura poesia visiva. Per la città di Sora l’attesa è finalmente finita: dopo ben dieci anni di assenza dalle piazze del territorio, il grande spettacolo del circo si appresta a fare il suo trionfale e storico ritorno in grande stile. Dal 18 al 27 settembre 2026, per la prima volta in assoluto nella sua gloriosa storia ultracentenaria, l’Imperial Royal Circus — unanimemente riconosciuto come uno dei complessi circensi più maestosi, importanti e imponenti d’Europa — allestirà la sua gigantesca ed elegante tensostruttura in via Barca San Domenico, all’interno dell’area parcheggio della fiera, trasformando il cuore del Frusinate in un’oasi di pura meraviglia.

Diretto con viscerale passione da Rodolfo Dell’Acqua, esponente di una delle dinastie storiche più amate e rispettate della nobile arte circense italiana, questo colosso dell’intrattenimento mette in scena un’eccellenza senza precedenti. Lo show, pluripremiato nei festival più prestigiosi del mondo come il Festival Internazionale del Circo di Montecarlo, vanta numeri da capogiro: dieci record mondiali in pista e oltre due milioni di spettatori entusiasti registrati in diverse nazioni. Un viaggio sensoriale totale che scuote le coscienze e accende i cuori, regalando a grandi e piccini un’esperienza estetica e conoscitiva che rimarrà impressa a lungo nella memoria collettiva.

Dalla fantascienza di Las Vegas al brivido della Ruota della Morte: attrazioni mai viste

Il cartellone di questa straordinaria tournée a Sora si preannuncia stellare, un perfetto equilibrio tra la sacralità della tradizione e le tecnologie d’avanguardia di ultima generazione, supportate da un service di luci e scenografie rivoluzionario. In esclusiva assoluta per la pista italiana, il pubblico potrà assistere ad attrazioni mozzafiato che sfidano le leggi della fisica: dalle evoluzioni estreme e senza limiti degli acrobati sulla leggendaria Ruota della Morte, fino al brivido metallico dei motociclisti sudamericani nel Globo della Morte. Direttamente da Las Vegas arriverà l’ipnotico show della spettacolare Donna Laser, mentre dall’America sanchirà il suo debutto il vero Transformers Bumblebee, un’autentica macchina robotica capace di trasformarsi sotto gli occhi sbalorditi della platea.

I veri protagonisti dell’arena restano però gli splendidi animali che compongono il parco zoo viaggiante più grande d’Italia, un’immensa e fiera carovana che conta ben 100 straordinari esemplari che vivono in totale simbiosi, rispetto e amore con gli addestratori, tra cui spiccano Denny Montico e Carlos Gaona con i loro maestosi leoni e tigri. Durante l’intervallo dello spettacolo, i visitatori potranno ammirare da vicino i giganti della savana: dall’elegantissima e altissima Giraffa Reale all’imponente ippopotamo, fino all’alta cavalleria araba curata da Enis Royal, ai bisonti e a esotiche rarità. Il tutto sarà amalgamato dal ritmo incalzante dello speaker Luca Tritta e dalla comicità pura di Elder, il Clown Ridolini, lo showman più amato d’Italia capace di trascinare la platea in una risata liberatoria.

“Un sorriso per tutti”: il grande cuore solidale della famiglia Dell’Acqua

Ma l’Imperial Royal Circus non è solo una macchina da record e intrattenimento; la sua vera forza risiede in un’anima calda, solidale e profondamente empatica. La permanenza a Sora sarà infatti illuminata dal nobile progetto di solidarietà battezzato “UN SORRISO PER TUTTI”, un’iniziativa nata dal desiderio intimo della famiglia Dell’Acqua di portare un momento di gioia, stupore e leggerezza a tutti quei bambini che affrontano ogni giorno sfide difficili nei reparti pediatrici degli ospedali italiani. In stretta collaborazione con le strutture sanitarie locali e le associazioni di volontariato, il circo organizzerà incontri speciali con i clown, i personaggi fantastici e gli artisti, per donare spensieratezza a chi ne ha più bisogno.

Il debutto ufficiale è fissato per venerdì 18 settembre con due spettacoli pomeridiani e serali alle ore 17:30 e alle 21:00. Il medesimo orario verrà rispettato per quasi tutta la durata della permanenza (sabato 19, lunedì 21, martedì 22, giovedì 24, venerdì 25 e sabato 26 settembre). Per le domeniche 20 e 27 settembre sono invece previsti due appuntamenti pomeridiani d’eccezione, alle ore 16:00 e alle 18:30, mentre mercoledì 23 settembre la carovana osserverà un meritato giorno di riposo. Per i biglietti e le imperdibili promozioni, l’organizzazione invita a consultare la piattaforma specializzata www.bigliettoprenotato.it (con speciali ticket da soli 7 euro validi esclusivamente per la serata del debutto), il sito ufficiale del circo o i canali social. Regalatevi una notte di pura magia a Sora: lasciatevi cullare dal respiro unanime della pista, perché il circo è l’unico posto al mondo dove i sogni osano volare alto.

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Ewa Spadlo, una vita tra teatro, cinema e arte

Nata a Wroclaw, in Polonia, Ewa Spadlo rappresenta una delle personalità artistiche capaci di coniugare formazione internazionale, esperienza teatrale e sensibilità interpretativa. Nel corso della sua carriera ha attraversato palcoscenici importanti, lavorando con affermati registi italiani e polacchi e prendendo parte a produzioni cinematografiche e teatrali di rilievo internazionale.

Il suo percorso artistico affonda le radici in una formazione solida e articolata. Dopo una prima esperienza di studi teatrali presso il CTA di Milano, viene ammessa al corso attori della Civica Scuola d’Arte Drammatica “Paolo Grassi” di Milano, dove consegue il diploma nell’anno 2000.

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Ewa Spadlo

Redazione-  Nata a Wroclaw, in Polonia, Ewa Spadlo rappresenta una delle personalità artistiche capaci di coniugare formazione internazionale, esperienza teatrale e sensibilità interpretativa. Nel corso della sua carriera ha attraversato palcoscenici importanti, lavorando con affermati registi italiani e polacchi e prendendo parte a produzioni cinematografiche e teatrali di rilievo internazionale.

Il suo percorso artistico affonda le radici in una formazione solida e articolata. Dopo una prima esperienza di studi teatrali presso il CTA di Milano, viene ammessa al corso attori della Civica Scuola d’Arte Drammatica “Paolo Grassi” di Milano, dove consegue il diploma nell’anno 2000.

Il desiderio di approfondire ulteriormente il linguaggio della recitazione la conduce successivamente in Polonia, presso l’Accademia d’Arte Drammatica di Cracovia, allora diretta da Jerzy Stuhr. Un’esperienza che contribuisce ad arricchire il suo bagaglio professionale e a consolidare il rapporto con la propria terra d’origine.

Nel corso della sua carriera Ewa Spadlo ha avuto l’opportunità di lavorare con importanti registi polacchi, tra i quali Tadeusz Bradecki. Con lo spettacolo “Il Pozzo”, diretto da Bradecki, è protagonista di una produzione presentata in anteprima al Mittelfest di Cividale del Friuli.

Ma il suo percorso professionale si sviluppa con grande intensità anche in Italia. Tra le collaborazioni più significative figura quella con Giorgio Marini nello spettacolo “Lady in the Dark”, musical di Kurt Weill realizzato in occasione della riapertura del Teatro Massimo di Palermo.

Accanto a Eros Pagni lavora inoltre a un progetto teatrale diretto da Giuseppe Di Leva su testi di Achille Campanile. Con la compagnia di Paolo Rossi prende parte allo spettacolo “Questa sera si recita Molière”, portato in scena non soltanto in Italia ma anche in Polonia, nell’ambito del Molière Festival di Cracovia.

Il talento di Ewa Spadlo non si esprime esclusivamente attraverso il teatro. Anche il cinema entra a far parte del suo percorso professionale: prende infatti parte al film “La banda dei Babbi Natale”, con Aldo, Giovanni e Giacomo, diretto da Paolo Genovese.

Nel 2002 fonda, insieme al regista Stefano Francesco Alleva, l’Associazione Culturale Harvey. Da quel momento prende parte a diversi progetti e spettacoli, tra i quali “In alto mare” e “Tempo di scirocco – Omaggio a Ernesto Ragazzoni”, presentati in anteprima rispettivamente alle edizioni 2009 e 2010 del Festival dei Due Mondi di Spoleto.

Nel 2011 è protagonista dello spettacolo “A piedi nudi nel parco”, che debutta nell’ambito del Festival di Spoleto, confermando ancora una volta il forte legame professionale e artistico con uno dei più importanti appuntamenti culturali italiani.

Parallelamente all’attività di attrice, Ewa Spadlo si dedica con costanza anche alla formazione teatrale attraverso attività laboratoriali, trasmettendo esperienze, conoscenze e sensibilità alle nuove generazioni e a quanti desiderano avvicinarsi al linguaggio della scena.

Un percorso, il suo, caratterizzato anche dalla versatilità. Madrelingua polacca, parla italiano e inglese e possiede diverse competenze che spaziano dall’equitazione alla scherma, dallo sci alla vela, fino al pianoforte e al canto.

Ewa Spadlo, il suo percorso professionale si è sviluppato tra Polonia e Italia. Quanto hanno influenzato queste due realtà culturali la sua formazione e la sua identità artistica?

«La Polonia e l’Italia rappresentano due parti molto importanti della mia vita e del mio percorso artistico. Ho avuto la fortuna di formarmi e lavorare in entrambi i Paesi, entrando in contatto con sensibilità, tradizioni teatrali e linguaggi differenti. Credo che proprio questo confronto continuo abbia contribuito a rendere il mio percorso più ricco e articolato. Ogni esperienza ha lasciato dentro di me qualcosa di importante».

Nel corso della sua carriera ha lavorato con importanti registi e attori e ha partecipato a spettacoli presentati in contesti prestigiosi. Qual è il valore umano e professionale che queste esperienze le hanno lasciato?

 

«Ogni incontro è stato una grande occasione di crescita. Lavorare accanto a professionisti di grande esperienza significa osservare, ascoltare e continuare a imparare. Il teatro è un’arte profondamente collettiva e credo che il confronto con gli altri rappresenti una delle sue ricchezze più grandi. Ogni regista, ogni attore e ogni produzione hanno contribuito, in modo diverso, alla costruzione del mio percorso».

Lei è attrice e regista, ma si dedica anche alla formazione teatrale. Che cosa cerca di trasmettere attraverso il suo lavoro con le persone che si avvicinano al teatro?

«Il teatro non è soltanto una professione o una forma di spettacolo. Può diventare anche uno straordinario strumento di conoscenza personale e di relazione con gli altri. Attraverso il lavoro teatrale cerco di trasmettere l’importanza dell’ascolto, della presenza e dell’autenticità. Credo che ogni persona possieda un proprio mondo interiore e che il teatro possa aiutarla a scoprirlo e a esprimerlo».

 

La carriera di Ewa Spadlo racconta dunque il percorso di un’artista internazionale che ha saputo trasformare la propria formazione in un continuo viaggio attraverso culture, palcoscenici e linguaggi differenti.

Dalla Polonia all’Italia, dalle aule delle più prestigiose scuole d’arte drammatica ai grandi teatri, dal cinema alla formazione, il suo cammino professionale testimonia la forza di un’arte capace di superare i confini geografici.

Ewa Spadlo continua così – giorno dopo giorno – a muoversi tra interpretazione, regia e formazione, portando con sé un patrimonio di esperienze maturate nel corso degli anni. Perché il teatro, prima ancora di essere un palcoscenico, è un luogo dell’anima: uno spazio nel quale l’essere umano incontra se stesso e, attraverso una storia, riesce a parlare al mondo.

Ewa Spadlo

Dietro l’artista c’è una donna che guarda alla vita con profondità, ponendo al centro della propria esistenza la famiglia, la fede, l’amore e quei valori che, nella frenesia della contemporaneità, sembrano talvolta smarrirsi. Ewa Spadlo non racconta soltanto un percorso professionale costruito tra Polonia e Italia, teatro e cinema, ma una storia umana nella quale l’arte diventa anche occasione di incontro, condivisione e rinascita.

La sua carriera, sviluppatasi nel segno della formazione e del rigore professionale, si intreccia profondamente con la dimensione privata. Il marito, i figli, le amicizie, la fede in Dio e il legame con le proprie radici rappresentano punti fermi di un cammino che non separa la professione dalla vita, ma cerca costantemente un equilibrio autentico tra le due dimensioni.

Ne nasce un racconto fatto di memoria e futuro, di luoghi e affetti, di grandi incontri e di esperienze capaci di lasciare un segno indelebile.

Ewa, dopo un percorso così ricco di esperienze artistiche e umane, che cosa rappresenta oggi per Lei il senso più profondo della vita?

«Credo che il senso della vita sia profondamente legato alla capacità di amare, di costruire relazioni autentiche e di non perdere mai il contatto con ciò che realmente conta. Viviamo in un tempo nel quale tutto sembra scorrere velocemente e nel quale spesso si rischia di confondere l’apparenza con la sostanza. Per me, invece, è fondamentale cercare di restare fedeli alla propria coscienza e alla propria verità, affrontando la realtà con sincerità e gratitudine».

Ewa Spadlo

In questa visione, quale posto occupa la famiglia?

«La famiglia è il mio porto, il luogo degli affetti più profondi e delle responsabilità più importanti. Mio marito e i miei figli rappresentano una parte essenziale della mia vita. L’amore familiare non significa soltanto condividere i momenti belli, ma esserci nei passaggi più complessi, crescere insieme e imparare a sostenersi reciprocamente. È una presenza che dà forza e significato al mio cammino».

 

Quanto è importante per Lei l’amore per suo marito e per i suoi figli?

«È qualcosa che non considero separato dalla mia identità. Prima ancora della professione, dei riconoscimenti e dei progetti, esistono le persone che amo. La famiglia mi ha insegnato il valore della condivisione e della presenza. Credo che amare significhi soprattutto assumersi la responsabilità di esserci, ogni giorno, con sincerità».

La sua carriera è stata costruita attraverso anni di studio, formazione e lavoro. Quanto conta per Lei il rigore professionale?

«Conta moltissimo. Il talento, se esiste, deve essere accompagnato dallo studio, dalla disciplina e dal rispetto per il proprio lavoro e per quello degli altri. Ho sempre considerato la professione artistica come qualcosa che richiede grande serietà. Dietro uno spettacolo o un film ci sono preparazione, sacrificio e lavoro quotidiano. Il rigore non limita la creatività: al contrario, le offre basi solide sulle quali potersi esprimere liberamente».

Viviamo in una società che sembra aver smarrito alcuni valori fondamentali. Quali ritiene siano quelli che oggi dovremmo riscoprire?

«Purtroppo credo che oggi rischiamo di perdere il valore della parola data, del rispetto, dell’ascolto e della gentilezza. Sono valori semplici solo in apparenza. Credo sia necessario tornare a dare importanza alle relazioni umane, alla solidarietà e alla capacità di guardare l’altro non come un ostacolo o uno strumento, ma come una persona. Forse abbiamo bisogno di rallentare e di ricordarci che ciò che possediamo davvero sono i rapporti che siamo riusciti a costruire».

Ewa Spadlo

Lei nutre un particolare affetto per San Francesco d’Assisi e per il mondo francescano. Da dove nasce questo legame?

«San Francesco rappresenta per me una figura di straordinaria forza spirituale e umana. Il suo messaggio conserva una grande attualità perché parla di semplicità, fratellanza, rispetto per il creato e amore per ogni essere umano. Sono valori che sento profondamente vicini alla mia sensibilità».

Vi sono anche due francescani ai quali Lei è particolarmente legata, che hanno avuto un ruolo speciale nella sua famiglia?

«Sì, sono due persone alle quali sono profondamente legata e che hanno avuto un posto importante nella nostra vita familiare. Il fatto che siano diventati padrini alla Cresima di mio figlio rappresenta un legame che va ben oltre un momento formale o religioso. È il segno di una relazione costruita sulla fiducia, sull’affetto e sulla condivisione di un percorso umano e spirituale».

 

Quanto è importante la fede in Dio nel suo modo di affrontare la realtà?

«La fede rappresenta per me un punto di riferimento fondamentale. Non significa vivere lontani dalla realtà, ma, al contrario, cercare di affrontarla con maggiore autenticità e consapevolezza. Credere in Dio mi aiuta a non perdere la speranza, anche quando la vita presenta momenti difficili, e a guardare le persone e le situazioni con uno spirito di maggiore apertura».

 

Lei è nata in Polonia, ma è cresciuta artisticamente e professionalmente anche in Italia. Come convivono dentro di Lei questi due mondi?

«La Polonia rappresenta le mie radici, il luogo della nascita, della memoria e di una parte fondamentale della mia identità. L’Italia è invece il Paese nel quale sono cresciuta e nel quale ho costruito gran parte della mia vita e del mio percorso professionale. Non ho mai vissuto queste due appartenenze come qualcosa di contrapposto. Al contrario, credo che entrambe abbiano contribuito a formarmi».

Tra i ricordi legati alla Polonia ce n’è uno che conserva con particolare emozione: quello di San Giovanni Paolo II.

«Il ricordo di Giovanni Paolo II è per me indelebile. È stato una figura capace di lasciare un segno profondo non soltanto nella storia della Polonia e della Chiesa, ma nel cuore di milioni di persone. La sua presenza, la sua forza e il suo messaggio rappresentano qualcosa che continua a vivere nella memoria e nella coscienza di chi ha avuto modo di sentirne l’importanza».

Tra le esperienze più significative della sua vita vi sono anche due anni trascorsi insieme a suo marito e ai suoi figli all’interno di una comunità per persone con dipendenze. Che cosa ha rappresentato per voi questa esperienza?

«È stata un’esperienza umana profondissima, che abbiamo vissuto insieme come famiglia. Per due anni abbiamo condiviso una parte importante della nostra quotidianità con persone che stavano attraversando momenti di grande sofferenza e fragilità. Abbiamo cercato di portare il nostro amore per il teatro e per il cinema all’interno di quella realtà, condividendo ciò che sappiamo fare con persone che, in quel momento, avevano bisogno soprattutto di essere ascoltate e considerate nella loro dignità».

Che cosa le ha insegnato il contatto con queste persone?

«Mi ha insegnato ancora di più a non giudicare. Dietro ogni sofferenza esiste una storia che merita di essere ascoltata. L’arte, in quel contesto, non rappresentava semplicemente un’attività, ma poteva diventare un momento di libertà, di espressione e di condivisione. Abbiamo ricevuto forse più di quanto siamo riusciti a dare».

 

Un capitolo importante della sua formazione è rappresentato dalla Civica Scuola d’Arte Drammatica “Paolo Grassi” di Milano. Quali ricordi conserva di quell’esperienza e dei suoi compagni di allora?

«Conservo ricordi meravigliosi dei miei amici e compagni della Paolo Grassi. Sono stati anni di formazione intensa, di incontri, di scoperte e di crescita. La scuola è stata molto più di un luogo nel quale imparare un mestiere. Per me rappresenta un contenitore meraviglioso, fatto di nascita e rinascita, nel quale tante individualità, storie e sensibilità si sono incontrate per trasformarsi e crescere insieme».

Che cosa resta oggi di quella giovane donna che entrò alla Paolo Grassi con il desiderio di fare dell’arte la propria strada?

«Credo sia rimasta la stessa curiosità, lo stesso desiderio di continuare a imparare e a mettermi in discussione. Gli anni e le esperienze ci cambiano, ma è importante non perdere la capacità di meravigliarsi e di ricominciare. Forse è proprio questa la lezione più preziosa che il teatro e la vita continuano a insegnarmi».

Ewa Spadlo

Ewa Spadlo racconta la propria vita con la consapevolezza di chi ha attraversato luoghi, esperienze e incontri diversi senza mai rinunciare alla ricerca della propria autenticità.

Attrice e regista, donna profondamente legata alla famiglia e alla fede, figlia della Polonia e cittadina dell’Italia che l’ha accolta e formata, il suo percorso testimonia come l’arte possa essere molto più di una professione.

Può diventare un ponte. Può entrare nei luoghi della sofferenza. Può accompagnare le persone nei momenti di fragilità. Può creare relazioni e, talvolta, contribuire a una rinascita.

In un tempo che corre velocemente e nel quale il successo rischia spesso di essere misurato soltanto attraverso l’apparenza, la storia di Ewa Spadlo richiama invece il valore della profondità: quella costruita nel rigore del lavoro, custodita negli affetti familiari, alimentata dalla fede e rinnovata, giorno dopo giorno, attraverso l’incontro con l’altro.

Perché, forse, il senso più autentico della vita non consiste soltanto nel raggiungere un traguardo, ma nel riconoscere chi cammina accanto a noi, nel custodire i valori che ci rendono umani e nel continuare, nonostante tutto, a credere nella possibilità di una nuova rinascita.

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