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Caterina Grechi, una donna al servizio dei valori

Ci sono donne che non hanno bisogno di alzare la voce per lasciare il segno. La loro autorevolezza nasce dal modo in cui attraversano la vita, dalle responsabilità che scelgono di assumersi, dalle battaglie che affrontano e dalla capacità di restare fedeli ai propri valori anche quando il cammino diventa difficile. È dentro questa dimensione che si inserisce la figura dell’Ufficiale Caterina Grechi, protagonista di un percorso nel quale il ruolo istituzionale convive con una profonda dimensione umana.

Parlare con lei significa entrare in una storia fatta di impegno, maternità, senso del dovere, appartenenza e sogni. Una storia nella quale la parola “responsabilità” non appare come un semplice concetto, ma come una vera chiave di lettura dell’esistenza.

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Caterina Grechi

Redazione-  Ci sono donne che non hanno bisogno di alzare la voce per lasciare il segno. La loro autorevolezza nasce dal modo in cui attraversano la vita, dalle responsabilità che scelgono di assumersi, dalle battaglie che affrontano e dalla capacità di restare fedeli ai propri valori anche quando il cammino diventa difficile. È dentro questa dimensione che si inserisce la figura dell’Ufficiale Caterina Grechi, protagonista di un percorso nel quale il ruolo istituzionale convive con una profonda dimensione umana.

Parlare con lei significa entrare in una storia fatta di impegno, maternità, senso del dovere, appartenenza e sogni. Una storia nella quale la parola “responsabilità” non appare come un semplice concetto, ma come una vera chiave di lettura dell’esistenza.

Responsabilità verso il proprio ruolo, verso la famiglia, verso le persone incontrate lungo il cammino e verso quella società nella quale la donna continua a conquistare spazi, pur dovendo ancora fare i conti con stereotipi, pregiudizi e dinamiche di potere.

Caterina Grechi affronta anche il tema della maternità, raccontandone la gioia e quella trasformazione interiore che porta una donna a guardare il futuro con occhi diversi. Essere madre diventa così non soltanto un’esperienza privata, ma una straordinaria scuola di vita, capace di insegnare pazienza, ascolto e responsabilità.

Nel suo racconto trova spazio anche l’Umbria, terra amata e complessa, capace di suscitare sentimenti apparentemente contrapposti. Un rapporto di amore e, talvolta, di difficoltà che non cancella il legame con una regione dalla forte identità culturale e spirituale. Ed è impossibile parlare dell’Umbria senza incontrare la figura di San Francesco di Assisi, il cui messaggio di semplicità, fratellanza, pace e rispetto per il creato continua a parlare all’uomo contemporaneo.

Ma questa intervista guarda anche alle relazioni tra donne. Alla necessità di superare rivalità, competizioni e atteggiamenti che troppo spesso trasformano il successo di una donna nella presunta sconfitta di un’altra.

Caterina Grechi rivendica invece il valore della solidarietà e della capacità di tendere la mano, soprattutto quando si ricoprono ruoli che consentono di aprire nuove strade.

Non manca una riflessione sulle ferite del percorso. Perché anche chi ricopre incarichi autorevoli può incontrare persone che, invece di incoraggiare, scelgono di ostacolare. Figure che utilizzano il proprio prestigio non per costruire opportunità, ma per chiudere porte. Un tema affrontato senza rancore, ma con una considerazione precisa: l’autorevolezza autentica non dovrebbe mai essere uno strumento per ridimensionare gli altri. Al contrario, dovrebbe diventare una responsabilità capace di valorizzare.

E poi ci sono i sogni: quelli già realizzati e quelli ancora custoditi nel cassetto. Perché una vita piena non è una vita priva di desideri, ma una vita che continua a progettare, a interrogarsi e a guardare avanti.

È proprio partendo da questi temi che nasce il dialogo con Caterina Grechi: un’intervista che supera i confini del ruolo professionale per raccontare la persona, la donna, la madre e l’essere umano. Una conversazione sul valore delle scelte, sul significato della responsabilità e sulla necessità, oggi più che mai, di non permettere alle difficoltà o alle incomprensioni degli altri di spegnere la propria luce.

«Mi considero una donna che ha scelto di vivere con coerenza, responsabilità e rispetto. Se c’è qualcosa che può rendere una persona davvero senza tempo, non è la fama né l’immagine, ma la capacità di custodire valori, affrontare le difficoltà senza perdere la propria umanità e continuare a credere nei propri sogni. La vera eleganza, per me, è rimanere fedeli a se stessi, soprattutto quando sarebbe più facile cambiare per piacere agli altri», C.Grechi.

“Sono molto grata al Presidente Nazionale della UIR, ufficiale professore avvocato Antonello De Oto che ha proposto al Consiglio Nazionale la mia nomina a delegata nazionale per le Pari Opportunità.

L’Unione Insigniti al Merito della Repubblica ha voluto, conferendomi la delega suddetta, porre particolare attenzione al tema sociale delle Pari Opportunità nel rispetto delle differenze di genere.

È una nomina che mi onora e che svolgo con il massimo impegno, dedizione e responsabilità”, Ufficiale Caterina Grechi.

L’INTERVISTA…

Ufficiale Grechi, partirei da una parola che oggi viene pronunciata spesso, ma non sempre compresa fino in fondo: ‘donna’. Che cosa significa essere donna nella società contemporanea?

Significa, prima di tutto, avere il diritto di essere se stesse. La donna contemporanea vive una stagione di grandi conquiste, ma anche di profonde contraddizioni. Abbiamo raggiunto ruoli e responsabilità che un tempo sembravano impensabili, eppure ancora oggi ci troviamo a dover dimostrare, talvolta più degli uomini, di essere all’altezza. Io credo che la vera libertà consista nel non dover scegliere tra autorevolezza e sensibilità, tra carriera e famiglia, tra forza e fragilità. Una donna può essere tutto questo contemporaneamente.

Lei rappresenta un ruolo istituzionale. Quanto è importante, in un contesto così rigoroso, non perdere la propria dimensione umana?

È fondamentale. Un’uniforme rappresenta un ruolo, ma non cancella la persona che la indossa. Dietro ogni grado, ogni incarico e ogni responsabilità esiste una donna con la propria storia, i propri valori, le proprie paure e i propri sogni. Credo che l’autorevolezza autentica non nasca dalla distanza, ma dalla capacità di essere rispettati senza smettere di essere umani. È una differenza sottile, ma sostanziale.

Nella Sua vita c’è anche la maternità. Che cosa Le ha insegnato essere madre?

La maternità mi ha insegnato una forma d’amore che non conosce calcolo. È una gioia immensa, ma anche una responsabilità quotidiana. Quando diventi madre cambia la prospettiva con cui guardi il futuro: non pensi più soltanto a ciò che desideri per te, ma a ciò che vorresti lasciare a chi verrà dopo di te. Mi ha insegnato la pazienza, la capacità di ascoltare e, soprattutto, mi ha fatto comprendere che essere forti non significa non avere paura. Significa continuare ad andare avanti anche quando la paura esiste.

 

 

Possiamo dire che la maternità abbia reso ancora più profonda la Sua idea di responsabilità?

Assolutamente sì. Essere madre significa comprendere che ogni gesto può diventare un esempio. I figli osservano molto più di quanto immaginiamo. Per questo credo che il modo migliore per educarli sia cercare di essere coerenti con ciò che insegniamo loro. Ho insegnato ai miei figli che nella vita bisogna lavorare per ciò in cui si crede, rispettare gli altri e non lasciarsi influenzare dai giudizi altrui.

 

Cosa ha insegnato ai suoi figli?

Che nella vita è importante studiare, impegnarsi, lavorare e non arrendersi mai: perché quando si cade, la vera forza sta nel rialzarsi, imparare dalla caduta e trovare il coraggio di ricominciare.

C’è poi l’Umbria, una terra che sembra occupare un posto particolare nella Sua vita. È un amore senza condizioni?

 

Diciamo che è un amore complesso. L’Umbria per me è un rapporto di amore e, qualche volta, anche di insofferenza. È una terra che sa regalare emozioni straordinarie, ma che mi ha anche posto davanti a situazioni difficili. Però forse è proprio questo il senso dell’appartenenza: non amare soltanto ciò che è perfetto, ma anche ciò che ci mette alla prova. L’Umbria è parte della mia storia e, nel bene e nel male, ha contribuito a rendermi quella che sono.

In questa terra c’è una figura che ha assunto una dimensione universale: San Francesco di Assisi. Che cosa rappresenta per Lei?

San Francesco è una delle figure più rivoluzionarie della storia proprio perché ha scelto la semplicità in un mondo che cercava il possesso. Il suo messaggio continua a essere moderno: la pace, il rispetto per il creato, la fratellanza, l’attenzione agli ultimi. Mi colpisce soprattutto la sua capacità di guardare la vita senza volerla dominare. In una società spesso rumorosa, competitiva e concentrata sull’apparire, Francesco ci ricorda il valore dell’essenziale.

Quasi una lezione necessaria anche per la società di oggi, vero?

Più che mai. Abbiamo tantissimi strumenti per comunicare, ma forse facciamo sempre più fatica ad ascoltarci. Abbiamo la possibilità di mostrare tutto, ma spesso perdiamo il contatto con ciò che siamo realmente. San Francesco ci insegna che non tutto ciò che ha valore deve essere esibito. Alcune delle cose più importanti della vita non fanno rumore.

 

Veniamo al rapporto tra donne. Lei crede davvero nella solidarietà femminile?

Sì, ma deve essere una solidarietà autentica, non soltanto dichiarata. Una donna dovrebbe essere capace di gioire del successo di un’altra senza viverlo come una minaccia. Purtroppo qualche volta accade il contrario: si giudica, si compete, si cerca di ridimensionare chi emerge. È un atteggiamento che dobbiamo superare. Se una donna raggiunge un traguardo, quel traguardo dovrebbe diventare una porta aperta anche per altre.

E Lei ha incontrato donne che hanno saputo tendere quella mano?

Sì, e alcune hanno lasciato un segno indelebile. Ci sono donne che arrivano nella nostra vita senza fare rumore e diventano punti di riferimento. A loro va una gratitudine particolare. Credo che la vera sorellanza non consista nel dirsi sempre d’accordo, ma nel riuscire a esserci anche quando l’altra attraversa un momento difficile.

Parliamo di sogni. Quali sono quelli che ha già realizzato e che oggi guarda con maggiore soddisfazione?

Alcuni sogni li ho realizzati, altri li ho trasformati strada facendo. E credo sia proprio questo il bello della vita: scopriamo che il sogno iniziale non sempre coincide con quello che realmente ci rende felici. Sono orgogliosa delle responsabilità che ho assunto, del percorso compiuto e soprattutto della persona che sono diventata. Ma non considero nulla come un punto di arrivo definitivo.

Perché chi sogna continua a guardare avanti. Quali sono allora i sogni ancora custoditi nel cassetto?

Ce ne sono diversi. Alcuni riguardano il lavoro, altri la mia crescita personale, altri ancora sono più intimi. Non tutti i sogni hanno bisogno di essere raccontati. Alcuni vanno protetti, coltivati nel silenzio e lasciati maturare. Quello che posso dire è che non ho intenzione di smettere di desiderare. Finché abbiamo un sogno, abbiamo ancora una direzione.

C’è però anche un lato meno luminoso del percorso: le persone che, pur occupando posizioni autorevoli, scelgono di ostacolare il cammino degli altri. È qualcosa che l’ha fatta soffrire?

Sì. E più che rabbia, in me genera tristezza. Perché da una persona autorevole ti aspetti maturità, equilibrio e capacità di riconoscere il valore altrui. Quando invece qualcuno usa il proprio ruolo per chiudere una porta, alimentare una rivalità o impedire a qualcun altro di crescere, secondo me impoverisce prima di tutto se stesso.

Perché secondo Lei alcune persone hanno bisogno di ostacolare gli altri?

 

Spesso dietro questo comportamento c’è insicurezza. Una persona realmente consapevole del proprio valore non ha bisogno di spegnere la luce degli altri per brillare. Chi è forte può permettersi di valorizzare, incoraggiare, insegnare. Chi invece teme di perdere il proprio spazio può arrivare a considerare il talento altrui come una minaccia. È una dinamica umana che mi dispiace profondamente.

 

Ha mai pensato che certi ostacoli possano, paradossalmente, diventare una forma di insegnamento?

Si. Assolutamente. Alcune persone ci insegnano come comportarci; altre ci insegnano come non comportarci mai. Le delusioni sono dolorose, ma possono diventare straordinari strumenti di consapevolezza. L’importante è non lasciare che la cattiveria degli altri ci trasformi in persone cattive. Questa, per me, è una delle vittorie più difficili.

Quindi il vero riscatto non è necessariamente arrivare più lontano di chi ci ha ostacolato?

No. Il vero riscatto è arrivare lontano senza perdere noi stessi. Non mi interessa dimostrare qualcosa a chi non ha creduto in me. Mi interessa poter guardare la mia vita e sapere di aver camminato secondo coscienza. Il tempo, alla fine, mette molte cose al loro posto. E credo che non ci sia bisogno di vendicarsi quando la propria serenità diventa la risposta più eloquente.

 

Se dovesse rivolgere oggi un pensiero alle giovani donne che stanno cercando la propria strada, che cosa direbbe loro?

Direi di non avere paura della propria ambizione. Di studiare, di impegnarsi, di lavorare, e se si cade di alzarsi e ricominciare. Ma soprattutto direi loro di non accettare mai che qualcuno faccia loro credere di valere meno. Nessun ruolo, nessun titolo e nessuna posizione altrui può stabilire il nostro valore. E aggiungerei una cosa: quando arriveranno in alto, non dimentichino chi hanno incontrato lungo la strada e, se potranno, tendano la mano a chi sta iniziando il proprio percorso.

È forse questo il senso più profondo dell’autorevolezza: non chiudere porte, ma aprirne altre.

 

Esattamente. Una persona autorevole dovrebbe lasciare una traccia, non un’ombra. Dovrebbe fare in modo che dopo il proprio passaggio qualcuno possa dire: “Grazie a quella persona, ho avuto un’opportunità”. Se riuscissimo a ragionare così, avremmo una società molto più umana.

 

Ufficiale Grechi, se dovesse descrivere in una sola frase la donna che è oggi, quale sceglierebbe?

Direi: una donna ancora in cammino. Ho imparato, ho sbagliato, ho gioito, ho sofferto, ho incontrato persone meravigliose e altre dalle quali ho dovuto prendere le distanze. Ma sono ancora qui, con la voglia di costruire, di amare, di essere madre, di lavorare e di inseguire ciò che ancora non ho realizzato.

 

 

E forse è proprio questo il significato più autentico della forza: non essere invulnerabili, ma continuare a camminare nonostante le ferite.

 

Sì. Perché la forza non è una corazza. È la capacità di rimanere umani dopo essere stati feriti. Di continuare a credere nel bene dopo aver conosciuto la delusione. Di non smettere di sognare dopo un fallimento. E, soprattutto, di non permettere mai a qualcuno di trasformare la nostra luce in qualcosa di cui vergognarci.

Caterina Grechi

Caterina Grechi

Ufficiale Grechi, dopo tutto ciò che ha raccontato, che cosa rappresenta per Lei il senso della vita?

Credo che il senso della vita non sia racchiuso in una risposta uguale per tutti. Per me significa dare valore al tempo che ci è stato affidato, alle persone che incontriamo e alle responsabilità che scegliamo di assumere. Significa amare, costruire, lasciare qualcosa di buono e cercare di non attraversare l’esistenza senza aver fatto la differenza, anche piccola, nella vita di qualcuno. La vita non è soltanto ciò che riusciamo a ottenere, ma ciò che riusciamo a restituire. E forse il senso più autentico sta proprio nel comprendere che ogni giorno abbiamo la possibilità di essere migliori rispetto al giorno precedente.

 

Se dovesse scegliere una sola parola che sente profondamente Sua, quale sarebbe?

Senza esitazione, direi responsabilità. È una parola che sento molto vicina alla mia vita, al mio ruolo e al modo in cui affronto le relazioni. Essere responsabili significa sapere che le nostre scelte hanno conseguenze, non soltanto su noi stessi ma anche sulle persone che ci sono accanto. La responsabilità non la considero un peso, bensì una forma di libertà: scegliere consapevolmente significa assumersi il coraggio delle proprie decisioni. Anche essere madre significa responsabilità; così come lo è ricoprire un ruolo istituzionale, mantenere una promessa, rispettare una persona, riconoscere un errore. Credo che una società più giusta avrebbe bisogno di recuperare proprio questo valore: meno ricerca di colpevoli e più persone disposte ad assumersi responsabilità. Perché alla fine un ruolo può essere assegnato, un titolo può essere riconosciuto, ma è il senso di responsabilità a dire davvero chi siamo.

Lei ha parlato più volte di responsabilità come di un valore che non dovrebbe essere imposto dall’esterno, ma nascere da una consapevolezza profonda. Che rapporto esiste, secondo Lei, tra responsabilità e amore? E quanto l’amore per gli altri può diventare una forma autentica di responsabilità verso la vita?

Credo che il senso di responsabilità discenda, prima di tutto, dall’amore. Non penso alla responsabilità come a un comando morale, a una regola che qualcuno ci impone o a un dovere che dobbiamo assolvere semplicemente perché è giusto farlo. La responsabilità più autentica nasce quando qualcosa, o qualcuno, diventa importante per noi. Quando amiamo davvero, inevitabilmente cominciamo a prenderci cura. È un passaggio quasi naturale: l’amore ci porta a riconoscere il valore di ciò che abbiamo davanti e, nel momento in cui riconosciamo quel valore, sentiamo di avere una responsabilità nei suoi confronti. Può essere una persona, una relazione, una famiglia, un’amicizia, un lavoro, un progetto, un luogo, persino un ideale. Quando qualcosa entra davvero nel nostro cuore, non possiamo più considerarlo estraneo a noi. Diventa parte della nostra storia e, proprio per questo, ci chiede attenzione, rispetto e cura. La responsabilità, allora, non è più una parola severa. Diventa quasi una forma silenziosa di amore. È esserci quando sarebbe più semplice allontanarsi; mantenere una promessa quando nessuno ci obbligherebbe a farlo; avere rispetto anche quando non riceviamo nulla in cambio. È comprendere che le nostre azioni hanno conseguenze e che ogni gesto, anche il più piccolo, può lasciare una traccia nella vita degli altri. Credo che viviamo in un tempo nel quale spesso si parla molto di diritti e troppo poco di responsabilità. Pretendiamo attenzione, comprensione, rispetto, ma qualche volta dimentichiamo che tutte queste cose devono essere anche offerte. L’amore autentico, invece, non vive soltanto di ciò che riceve: conosce la reciprocità, la presenza, il sacrificio e persino la rinuncia. Per questo penso che essere responsabili significhi anche imparare a guardare oltre noi stessi. Significa comprendere che non siamo isole, che ogni individuo è legato agli altri da fili invisibili. Una parola può ferire, una scelta può cambiare un destino, un gesto di gentilezza può restituire fiducia a chi l’aveva perduta. Siamo molto più interconnessi di quanto immaginiamo.

 

E c’è una responsabilità ancora più grande: quella verso ciò che ci circonda. Vero?

Sí. Verso la natura, verso la cultura, verso la memoria, verso le cose che abbiamo ricevuto dalle generazioni precedenti e che, idealmente, dovremmo consegnare a quelle future in condizioni migliori. Anche in questo caso tutto nasce dall’amore: se amo il luogo in cui vivo, non posso distruggerlo; se amo la cultura, non posso trattarla con superficialità; se amo la memoria, non posso permettere che venga cancellata dall’indifferenza.

 

Forse è proprio questo il senso più alto della responsabilità?

Comprendere che la vita non ci appartiene completamente. Ci viene affidata. E ciò che ci viene affidato merita cura.

 

Penso che una persona responsabile non sia necessariamente una persona perfetta. Lei è d’accordo?

Sì. È una persona che sa fermarsi, interrogarsi, riconoscere i propri errori e assumersi il peso delle proprie scelte. È qualcuno che non cerca sempre un colpevole fuori di sé, ma ha il coraggio di domandarsi: che cosa posso fare io? Ecco perché considero la responsabilità una delle forme più alte dell’amore. Perché amare non significa soltanto provare un sentimento: significa prendersi cura di ciò che quel sentimento ha generato. Significa custodire, proteggere, rispettare. In fondo, credo che la vera maturità consista proprio in questo: passare dal desiderio di essere amati alla capacità di amare responsabilmente. E forse la vita, alla fine, ci chiede proprio questo: non quanto siamo riusciti a possedere, non quante persone abbiamo conquistato, non quante volte siamo stati celebrati, ma quanta cura abbiamo saputo lasciare dietro di noi.

Perché ciò che nasce dall’amore può diventare memoria. E ciò che viene custodito con responsabilità può continuare a vivere anche quando noi non saremo più lì a raccontarlo.

Caterina Grechi

Ufficiale Caterina Grechi

Grazie, Ufficiale Grechi. Oggi non abbiamo incontrato soltanto una donna che ricopre un ruolo importante, ma una persona che ha scelto di raccontare ciò che esiste dietro quel ruolo: la madre, la professionista, la donna, i suoi legami, le sue ferite e i suoi sogni.

Grazie a Lei. Credo che ogni donna porti dentro una storia che merita di essere ascoltata. E forse il senso più bello del nostro cammino è proprio questo: arrivare a un certo punto della vita e comprendere che non dobbiamo essere perfette. Dobbiamo essere vere.

Premiazione di Caterina Grechi a "Le Onde del Destino"

Un momento della kermesse de ‘Le Onde del Destino – Premio alle Eccellenze Umbre’

Caterina Grechi racconta così una femminilità consapevole, capace di tenere insieme autorevolezza e sensibilità, maternità e impegno, radici e futuro. Nelle sue parole emerge una certezza: la vera forza non sta nel non cadere, ma nel trovare ogni volta il coraggio di rialzarsi. E quella parola, responsabilità, diventa la sintesi di un percorso fatto di scelte, valori e sogni ancora da realizzare.

Foto di Maria Teresa De Rosa

Foto di Maria Teresa De Rosa

 

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“L’Armonia dei Pensieri Discordanti”: la poesia senza filtri di Jacopo Bellan

  C’è una poesia che nasce dal bisogno di raccontare ciò che spesso rimane nascosto tra le pieghe dell’anima. Una poesia che non teme le contraddizioni, che attraversa il dolore senza cercare scorciatoie e che trasforma le emozioni più profonde in parole. È questo il percorso proposto da Jacopo Bellan nel suo libro L’armonia dei pensieri discordanti, una raccolta intensa che invita il lettore a confrontarsi con la parte più autentica e complessa dell’esperienza umana.

Pubblicato il 13 marzo 2026 da Poesia Edizioni, il volume fa parte della collana “Libera-Mente Scrivere”, curata da Claudia Belli. Con le sue 80 pagine, il libro è disponibile al prezzo di 15 euro nelle librerie e nei principali store online.

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Jacopo Bellan

Redazione-  C’è una poesia che nasce dal bisogno di raccontare ciò che spesso rimane nascosto tra le pieghe dell’anima. Una poesia che non teme le contraddizioni, che attraversa il dolore senza cercare scorciatoie e che trasforma le emozioni più profonde in parole. È questo il percorso proposto da Jacopo Bellan nel suo libro L’armonia dei pensieri discordanti, una raccolta intensa che invita il lettore a confrontarsi con la parte più autentica e complessa dell’esperienza umana.

Pubblicato il 13 marzo 2026 da Poesia Edizioni, il volume fa parte della collana “Libera-Mente Scrivere”, curata da Claudia Belli. Con le sue 80 pagine, il libro è disponibile al prezzo di 15 euro nelle librerie e nei principali store online.

Fin dal titolo, L’armonia dei pensieri discordanti suggerisce l’incontro tra elementi apparentemente inconciliabili. I pensieri, le emozioni e le inquietudini che spesso abitano l’essere umano possono infatti scontrarsi tra loro, creando un tumulto interiore difficile da spiegare. Jacopo Bellan sceglie di non soffocare quel tumulto, ma di trasformarlo in materia poetica.

Ne nasce un viaggio intenso e senza filtri nel cuore delle emozioni. Attraverso versi diretti, viscerali e profondamente partecipati, l’autore affronta il conflitto interiore, dando voce al dolore, all’amore, alla perdita e al desiderio di libertà. La parola poetica diventa così uno strumento di indagine, ma anche un luogo nel quale trovare il coraggio di essere fragili.

La raccolta non cerca di addolcire la realtà. Al contrario, sceglie di attraversarla nelle sue zone più irregolari e talvolta scomode. In questa dimensione, la poesia assume il valore di un gesto di verità e, allo stesso tempo, di ribellione: una ribellione contro le convenzioni, contro le maschere e contro tutto ciò che impedisce all’individuo di esprimere fino in fondo la propria identità.

Bellan costruisce uno spazio letterario nel quale la fragilità non rappresenta una debolezza, ma può trasformarsi in bellezza. Una bellezza imperfetta, inquieta e autentica, capace di coinvolgere e scuotere il lettore. È proprio questa la forza di L’armonia dei pensieri discordanti: quella di parlare a chi, almeno una volta nella vita, si è sentito fuori asse rispetto al mondo, incapace di riconoscersi completamente nelle regole e nei ritmi imposti dalla quotidianità.

La poesia diventa dunque uno specchio. Non offre necessariamente risposte, ma invita a guardare dentro se stessi, ad accogliere anche le contraddizioni e a riconoscere che persino dai pensieri più discordanti può nascere una forma di armonia.

L’armonia dei pensieri discordanti è, in definitiva, una raccolta destinata a chi cerca nella poesia qualcosa di più di una semplice esperienza letteraria. È un libro per chi desidera incontrare parole capaci di lasciare un segno, di provocare una riflessione e di raccontare la complessità dell’essere umano senza filtri.

Perché, forse, è proprio quando smettiamo di nascondere le nostre dissonanze che possiamo finalmente ascoltare la musica più vera della nostra anima.

Jacopo Bellan

INTERVISTANDO…

JACOPO BELLAN: «LA POESIA È UN LUOGO DOVE L’ANIMA PUÒ ESSERE LIBERA»

Jacopo, la poesia occupa un posto centrale nel Suo percorso creativo e umano. Che cosa rappresenta per Lei la poesia?

 

Per me la poesia è innanzitutto libertà. È il luogo in cui posso lasciare che i pensieri prendano forma senza costringerli all’interno di schemi prestabiliti. Scrivere poesia significa ascoltarsi profondamente, accogliere le emozioni e trasformarle in parole. Credo che ogni verso nasca da qualcosa di autentico e che, proprio per questo, possa raggiungere anche il cuore degli altri.

Nel Suo modo di scrivere emerge una forte componente introspettiva. Quanto è importante guardarsi dentro?

È fondamentale. Viviamo spesso in una società che ci porta a correre continuamente, lasciandoci poco tempo per fermarci e ascoltare ciò che accade dentro di noi. L’introspezione richiede coraggio, perché significa confrontarsi anche con le proprie fragilità, con le paure e con le contraddizioni. Tuttavia, penso che sia proprio attraverso questo percorso che possiamo conoscerci davvero.

 

L’armonia dei pensieri discordanti sembra suggerire che persino le contraddizioni possano trovare una loro armonia. È così?

Assolutamente sì. Dentro ciascuno di noi convivono emozioni e pensieri spesso discordanti. Possiamo amare e soffrire, desiderare qualcosa e contemporaneamente averne paura. Non credo che dobbiamo necessariamente eliminare queste contraddizioni. Dobbiamo piuttosto imparare ad accoglierle e comprenderle. Forse l’armonia non consiste nell’assenza di conflitto, ma nella capacità di convivere con le diverse parti di noi stessi.

 

Parliamo dell’amore, uno dei sentimenti più universali e complessi. Quale posto occupa nella Sua poesia?

L’amore occupa uno spazio molto importante. È una forza capace di cambiare profondamente una persona. Non parlo soltanto dell’amore tra due persone, ma anche dell’amore per la vita, per la famiglia, per ciò in cui crediamo e persino per noi stessi. Amare significa anche esporsi, diventare vulnerabili, rischiare. Ma credo che sia proprio questa vulnerabilità a rendere l’amore così profondamente umano.

Secondo Lei, qual è il vero senso della vita?

È una domanda alla quale probabilmente ogni persona dà una risposta diversa. Per quanto mi riguarda, credo che il senso della vita sia strettamente legato ai valori autentici. La sincerità, il rispetto, la gratitudine, la gentilezza e la capacità di amare rappresentano per me punti di riferimento fondamentali. Spesso cerchiamo la felicità in ciò che è lontano o straordinario, dimenticando che molte delle cose più importanti sono già accanto a noi.

 

Nei Suoi pensieri e nella Sua sensibilità poetica, la nuvola assume un significato particolare, diventando simbolo di libertà. Perché?

La nuvola è libera. Non conosce confini e non rimane ferma in un unico luogo. Si muove, cambia forma, attraversa il cielo. In qualche modo rappresenta il desiderio che ogni essere umano porta dentro di sé: quello di sentirsi libero di essere ciò che realmente è. Guardare una nuvola può sembrare un gesto semplice, ma per me significa ricordare che non tutto deve essere programmato e controllato. A volte bisogna semplicemente lasciarsi trasportare dal vento della vita.

Proprio la semplicità sembra essere uno dei valori più importanti nel Suo modo di guardare il mondo. Vero?

Sì, credo profondamente nella bellezza della semplicità. Un sorriso sincero, una parola gentile, un momento trascorso con una persona cara possono avere un valore immenso. Spesso inseguiamo cose sempre più grandi, dimenticando di apprezzare ciò che abbiamo. La semplicità, per me, non è mancanza di profondità. Al contrario, può essere una delle forme più alte di autenticità.

La Sua raccolta ha potuto contare sul lavoro e sulla sensibilità della donna che l’ha curata per Bertoni Editore. Quanto è importante per Lei esprimerLe gratitudine?

È molto importante. Dietro un libro non c’è mai soltanto l’autore. Ci sono persone che credono in un progetto, che lo accompagnano e che contribuiscono a renderlo realtà. Desidero esprimere la mia più sincera gratitudine alla donna che ha curato la mia raccolta per Bertoni Editore: Claudia Belli. Il suo lavoro, la sua attenzione e la fiducia dimostrata nei confronti della mia poesia rappresentano per me qualcosa di prezioso. La gratitudine è un sentimento che dovremmo imparare a manifestare più spesso.

 

Questo è il Suo secondo volume. Che cosa prova davanti a questo nuovo importante traguardo?

Provo una grande gioia e anche un profondo orgoglio. Arrivare al secondo volume significa proseguire un percorso, credere ancora nella propria voce e avere il coraggio di condividere una parte di sé con gli altri. Ogni libro rappresenta un pezzo di vita, un momento del proprio cammino. Per questo guardo a questo secondo volume con grande emozione e con la speranza che possa arrivare alle persone giuste.

 

 

Questa esperienza La porta anche a credere che i sogni possano davvero diventare realtà?

Sì, assolutamente. Credo che ogni sogno meriti almeno una possibilità. Non sempre il percorso è semplice e spesso ci sono momenti in cui tutto sembra difficile o lontano. Ma penso che la determinazione, la passione e la capacità di continuare a credere in ciò che desideriamo possano fare una grande differenza. Questo secondo volume mi rende orgoglioso proprio perché rappresenta anche la dimostrazione personale che non bisogna smettere di credere nei propri sogni.

La poesia può nascere dalla felicità, ma molto spesso sembra trovare la sua voce più potente nelle ferite. Secondo Lei, per scrivere versi autentici è necessario aver conosciuto il dolore?

Non credo che il dolore sia una condizione necessaria per scrivere, ma penso che le esperienze difficili ci costringano spesso a guardarci dentro con maggiore sincerità. La felicità ci apre al mondo, mentre il dolore, talvolta, ci riporta verso noi stessi. Tuttavia, ogni emozione può diventare poesia quando viene vissuta profondamente. La vera autenticità, forse, non nasce dalla sofferenza, ma dal coraggio di non mentire a se stessi.

 

Viviamo in un tempo in cui tutto corre velocemente, mentre la poesia richiede ascolto, silenzio e profondità. Non pensa che scrivere poesia oggi sia anche una forma di ribellione?

Sì, credo che possa esserlo. Fermarsi in un mondo che corre è già, in qualche modo, un gesto rivoluzionario. La poesia ci invita ad ascoltare ciò che spesso ignoriamo: un’emozione, un ricordo, una paura o persino un silenzio. Scrivere versi oggi significa anche difendere uno spazio interiore che nessuno dovrebbe poterci togliere. In questo senso, la poesia è libertà, ma anche resistenza contro la superficialità.

 

Se potesse incontrare il Jacopo Bellan di qualche anno fa e consegnargli una sola pagina del Suo secondo libro, quale messaggio vorrebbe affidargli?

Gli direi di non smettere di credere nella propria voce, nemmeno quando sembra troppo debole per essere ascoltata. Gli direi che arriveranno momenti di dubbio, di paura e forse anche di solitudine, ma che proprio quei momenti contribuiranno a costruire ciò che sarà. E poi gli direi di continuare a sognare, perché un giorno si volterà indietro e scoprirà che alcuni sogni, quelli custoditi con più ostinazione e amore, possono davvero diventare realtà.

Se dovesse lasciare un messaggio ai lettori e a chi custodisce ancora un sogno nel cuore, che cosa direbbe?

Direi di non avere paura di essere se stessi. Di ascoltare la propria voce, anche quando sembra diversa da quella degli altri. Di custodire i valori autentici, di amare, di essere grati e di non smettere mai di cercare la bellezza nelle cose semplici. E soprattutto, direi di continuare a sognare. Perché ogni grande realtà, prima di esistere, è stata il sogno di qualcuno.

L’Armonia dei Pensieri Discordanti

https://www.lafeltrinelli.it/armonia-dei-pensieri-discordanti-libro-jacopo-bellan/e/9791257700003?srsltid=AfmBOopjgms4UWjqUtqFBuqRiWJMAWb0GDedJL_swvQ7_eddK1KUqDjZ

Alla fine di questo viaggio tra parole, emozioni e silenzi, emerge il ritratto di un poeta che non cerca risposte assolute, ma continua a interrogare la vita con la sincerità di chi sa ancora meravigliarsi. Jacopo Bellan affida alla poesia il compito di raccogliere i pensieri discordanti dell’anima e di trasformarli in un’armonia possibile, fragile eppure profondamente autentica.

Forse è proprio qui che si nasconde uno dei significati più profondi dell’esistenza: imparare ad accogliere le nostre contraddizioni, senza rinnegarle, riconoscendo nel dubbio un’occasione di crescita e nella fragilità una forma di forza. Come una nuvola che attraversa il cielo senza conoscere confini, anche l’essere umano è chiamato a cercare la propria libertà, senza dimenticare mai le radici dei valori autentici che rendono il cammino degno di essere vissuto.

L’amore, la gratitudine, la semplicità e la capacità di guardarsi dentro diventano così le coordinate di un viaggio che non ha una meta definitiva. Perché vivere, forse, non significa trovare tutte le risposte, ma imparare a custodire le domande più importanti.

E mentre i sogni continuano a indicare la strada verso ciò che ancora non esiste, la poesia di Jacopo Bellan ricorda che nessun desiderio è troppo lontano quando viene nutrito dalla passione, dalla perseveranza e dal coraggio di credere.

Perché ogni sogno, prima di diventare realtà, è stato soltanto un pensiero libero nel cielo. E, proprio come una nuvola, ha avuto bisogno del coraggio di lasciarsi trasportare dal vento.

 

JACOPO BELLAN

In foto l’autore del libro

 

L’Armonia dei Pensieri Discordanti

 

https://www.lafeltrinelli.it/armonia-dei-pensieri-discordanti-libro-jacopo-bellan/e/9791257700003?srsltid=AfmBOopjgms4UWjqUtqFBuqRiWJMAWb0GDedJL_swvQ7_eddK1KUqDjZ

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Lifestyle

La magia più grande d’Europa atterra a Sora dopo dieci anni d’attesa: l’Imperial Royal Circus accende il sogno tra Transformers, giganti della savana e l’abbraccio della solidarietà

Sora si prepara a vivere un sogno ad occhi aperti che manca da 10 anni! 🎪🦁 Dal 18 al 27 settembre via Barca San Domenico ospita l’Imperial Royal Circus, uno dei colossi più grandi d’Europa con 100 animali straordinari, la Giraffa Reale e 10 record mondiali. Un’esperienza pazzesca tra la fantascienza della Donna Laser, i veri Transformers e le risate del Clown Ridolini, unita al grande cuore del progetto solidale “Un sorriso per tutti” per i bambini negli ospedali. Prezzi bloccati a partire da 7€ su BigliettoPrenotato per la prima serata: correte a leggere tutte le date e i dettagli nell’articolo! 👇❤️✨

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Sora (FR) – Ci sono carovane che non trasportano semplicemente strutture, costumi e scenografie, ma che viaggiano cariche di un patrimonio immenso fatto di stupore, risate senza tempo e pura poesia visiva. Per la città di Sora l’attesa è finalmente finita: dopo ben dieci anni di assenza dalle piazze del territorio, il grande spettacolo del circo si appresta a fare il suo trionfale e storico ritorno in grande stile. Dal 18 al 27 settembre 2026, per la prima volta in assoluto nella sua gloriosa storia ultracentenaria, l’Imperial Royal Circus — unanimemente riconosciuto come uno dei complessi circensi più maestosi, importanti e imponenti d’Europa — allestirà la sua gigantesca ed elegante tensostruttura in via Barca San Domenico, all’interno dell’area parcheggio della fiera, trasformando il cuore del Frusinate in un’oasi di pura meraviglia.

Diretto con viscerale passione da Rodolfo Dell’Acqua, esponente di una delle dinastie storiche più amate e rispettate della nobile arte circense italiana, questo colosso dell’intrattenimento mette in scena un’eccellenza senza precedenti. Lo show, pluripremiato nei festival più prestigiosi del mondo come il Festival Internazionale del Circo di Montecarlo, vanta numeri da capogiro: dieci record mondiali in pista e oltre due milioni di spettatori entusiasti registrati in diverse nazioni. Un viaggio sensoriale totale che scuote le coscienze e accende i cuori, regalando a grandi e piccini un’esperienza estetica e conoscitiva che rimarrà impressa a lungo nella memoria collettiva.

Dalla fantascienza di Las Vegas al brivido della Ruota della Morte: attrazioni mai viste

Il cartellone di questa straordinaria tournée a Sora si preannuncia stellare, un perfetto equilibrio tra la sacralità della tradizione e le tecnologie d’avanguardia di ultima generazione, supportate da un service di luci e scenografie rivoluzionario. In esclusiva assoluta per la pista italiana, il pubblico potrà assistere ad attrazioni mozzafiato che sfidano le leggi della fisica: dalle evoluzioni estreme e senza limiti degli acrobati sulla leggendaria Ruota della Morte, fino al brivido metallico dei motociclisti sudamericani nel Globo della Morte. Direttamente da Las Vegas arriverà l’ipnotico show della spettacolare Donna Laser, mentre dall’America sanchirà il suo debutto il vero Transformers Bumblebee, un’autentica macchina robotica capace di trasformarsi sotto gli occhi sbalorditi della platea.

I veri protagonisti dell’arena restano però gli splendidi animali che compongono il parco zoo viaggiante più grande d’Italia, un’immensa e fiera carovana che conta ben 100 straordinari esemplari che vivono in totale simbiosi, rispetto e amore con gli addestratori, tra cui spiccano Denny Montico e Carlos Gaona con i loro maestosi leoni e tigri. Durante l’intervallo dello spettacolo, i visitatori potranno ammirare da vicino i giganti della savana: dall’elegantissima e altissima Giraffa Reale all’imponente ippopotamo, fino all’alta cavalleria araba curata da Enis Royal, ai bisonti e a esotiche rarità. Il tutto sarà amalgamato dal ritmo incalzante dello speaker Luca Tritta e dalla comicità pura di Elder, il Clown Ridolini, lo showman più amato d’Italia capace di trascinare la platea in una risata liberatoria.

“Un sorriso per tutti”: il grande cuore solidale della famiglia Dell’Acqua

Ma l’Imperial Royal Circus non è solo una macchina da record e intrattenimento; la sua vera forza risiede in un’anima calda, solidale e profondamente empatica. La permanenza a Sora sarà infatti illuminata dal nobile progetto di solidarietà battezzato “UN SORRISO PER TUTTI”, un’iniziativa nata dal desiderio intimo della famiglia Dell’Acqua di portare un momento di gioia, stupore e leggerezza a tutti quei bambini che affrontano ogni giorno sfide difficili nei reparti pediatrici degli ospedali italiani. In stretta collaborazione con le strutture sanitarie locali e le associazioni di volontariato, il circo organizzerà incontri speciali con i clown, i personaggi fantastici e gli artisti, per donare spensieratezza a chi ne ha più bisogno.

Il debutto ufficiale è fissato per venerdì 18 settembre con due spettacoli pomeridiani e serali alle ore 17:30 e alle 21:00. Il medesimo orario verrà rispettato per quasi tutta la durata della permanenza (sabato 19, lunedì 21, martedì 22, giovedì 24, venerdì 25 e sabato 26 settembre). Per le domeniche 20 e 27 settembre sono invece previsti due appuntamenti pomeridiani d’eccezione, alle ore 16:00 e alle 18:30, mentre mercoledì 23 settembre la carovana osserverà un meritato giorno di riposo. Per i biglietti e le imperdibili promozioni, l’organizzazione invita a consultare la piattaforma specializzata www.bigliettoprenotato.it (con speciali ticket da soli 7 euro validi esclusivamente per la serata del debutto), il sito ufficiale del circo o i canali social. Regalatevi una notte di pura magia a Sora: lasciatevi cullare dal respiro unanime della pista, perché il circo è l’unico posto al mondo dove i sogni osano volare alto.

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Ewa Spadlo, una vita tra teatro, cinema e arte

Nata a Wroclaw, in Polonia, Ewa Spadlo rappresenta una delle personalità artistiche capaci di coniugare formazione internazionale, esperienza teatrale e sensibilità interpretativa. Nel corso della sua carriera ha attraversato palcoscenici importanti, lavorando con affermati registi italiani e polacchi e prendendo parte a produzioni cinematografiche e teatrali di rilievo internazionale.

Il suo percorso artistico affonda le radici in una formazione solida e articolata. Dopo una prima esperienza di studi teatrali presso il CTA di Milano, viene ammessa al corso attori della Civica Scuola d’Arte Drammatica “Paolo Grassi” di Milano, dove consegue il diploma nell’anno 2000.

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Ewa Spadlo

Redazione-  Nata a Wroclaw, in Polonia, Ewa Spadlo rappresenta una delle personalità artistiche capaci di coniugare formazione internazionale, esperienza teatrale e sensibilità interpretativa. Nel corso della sua carriera ha attraversato palcoscenici importanti, lavorando con affermati registi italiani e polacchi e prendendo parte a produzioni cinematografiche e teatrali di rilievo internazionale.

Il suo percorso artistico affonda le radici in una formazione solida e articolata. Dopo una prima esperienza di studi teatrali presso il CTA di Milano, viene ammessa al corso attori della Civica Scuola d’Arte Drammatica “Paolo Grassi” di Milano, dove consegue il diploma nell’anno 2000.

Il desiderio di approfondire ulteriormente il linguaggio della recitazione la conduce successivamente in Polonia, presso l’Accademia d’Arte Drammatica di Cracovia, allora diretta da Jerzy Stuhr. Un’esperienza che contribuisce ad arricchire il suo bagaglio professionale e a consolidare il rapporto con la propria terra d’origine.

Nel corso della sua carriera Ewa Spadlo ha avuto l’opportunità di lavorare con importanti registi polacchi, tra i quali Tadeusz Bradecki. Con lo spettacolo “Il Pozzo”, diretto da Bradecki, è protagonista di una produzione presentata in anteprima al Mittelfest di Cividale del Friuli.

Ma il suo percorso professionale si sviluppa con grande intensità anche in Italia. Tra le collaborazioni più significative figura quella con Giorgio Marini nello spettacolo “Lady in the Dark”, musical di Kurt Weill realizzato in occasione della riapertura del Teatro Massimo di Palermo.

Accanto a Eros Pagni lavora inoltre a un progetto teatrale diretto da Giuseppe Di Leva su testi di Achille Campanile. Con la compagnia di Paolo Rossi prende parte allo spettacolo “Questa sera si recita Molière”, portato in scena non soltanto in Italia ma anche in Polonia, nell’ambito del Molière Festival di Cracovia.

Il talento di Ewa Spadlo non si esprime esclusivamente attraverso il teatro. Anche il cinema entra a far parte del suo percorso professionale: prende infatti parte al film “La banda dei Babbi Natale”, con Aldo, Giovanni e Giacomo, diretto da Paolo Genovese.

Nel 2002 fonda, insieme al regista Stefano Francesco Alleva, l’Associazione Culturale Harvey. Da quel momento prende parte a diversi progetti e spettacoli, tra i quali “In alto mare” e “Tempo di scirocco – Omaggio a Ernesto Ragazzoni”, presentati in anteprima rispettivamente alle edizioni 2009 e 2010 del Festival dei Due Mondi di Spoleto.

Nel 2011 è protagonista dello spettacolo “A piedi nudi nel parco”, che debutta nell’ambito del Festival di Spoleto, confermando ancora una volta il forte legame professionale e artistico con uno dei più importanti appuntamenti culturali italiani.

Parallelamente all’attività di attrice, Ewa Spadlo si dedica con costanza anche alla formazione teatrale attraverso attività laboratoriali, trasmettendo esperienze, conoscenze e sensibilità alle nuove generazioni e a quanti desiderano avvicinarsi al linguaggio della scena.

Un percorso, il suo, caratterizzato anche dalla versatilità. Madrelingua polacca, parla italiano e inglese e possiede diverse competenze che spaziano dall’equitazione alla scherma, dallo sci alla vela, fino al pianoforte e al canto.

Ewa Spadlo, il suo percorso professionale si è sviluppato tra Polonia e Italia. Quanto hanno influenzato queste due realtà culturali la sua formazione e la sua identità artistica?

«La Polonia e l’Italia rappresentano due parti molto importanti della mia vita e del mio percorso artistico. Ho avuto la fortuna di formarmi e lavorare in entrambi i Paesi, entrando in contatto con sensibilità, tradizioni teatrali e linguaggi differenti. Credo che proprio questo confronto continuo abbia contribuito a rendere il mio percorso più ricco e articolato. Ogni esperienza ha lasciato dentro di me qualcosa di importante».

Nel corso della sua carriera ha lavorato con importanti registi e attori e ha partecipato a spettacoli presentati in contesti prestigiosi. Qual è il valore umano e professionale che queste esperienze le hanno lasciato?

 

«Ogni incontro è stato una grande occasione di crescita. Lavorare accanto a professionisti di grande esperienza significa osservare, ascoltare e continuare a imparare. Il teatro è un’arte profondamente collettiva e credo che il confronto con gli altri rappresenti una delle sue ricchezze più grandi. Ogni regista, ogni attore e ogni produzione hanno contribuito, in modo diverso, alla costruzione del mio percorso».

Lei è attrice e regista, ma si dedica anche alla formazione teatrale. Che cosa cerca di trasmettere attraverso il suo lavoro con le persone che si avvicinano al teatro?

«Il teatro non è soltanto una professione o una forma di spettacolo. Può diventare anche uno straordinario strumento di conoscenza personale e di relazione con gli altri. Attraverso il lavoro teatrale cerco di trasmettere l’importanza dell’ascolto, della presenza e dell’autenticità. Credo che ogni persona possieda un proprio mondo interiore e che il teatro possa aiutarla a scoprirlo e a esprimerlo».

 

La carriera di Ewa Spadlo racconta dunque il percorso di un’artista internazionale che ha saputo trasformare la propria formazione in un continuo viaggio attraverso culture, palcoscenici e linguaggi differenti.

Dalla Polonia all’Italia, dalle aule delle più prestigiose scuole d’arte drammatica ai grandi teatri, dal cinema alla formazione, il suo cammino professionale testimonia la forza di un’arte capace di superare i confini geografici.

Ewa Spadlo continua così – giorno dopo giorno – a muoversi tra interpretazione, regia e formazione, portando con sé un patrimonio di esperienze maturate nel corso degli anni. Perché il teatro, prima ancora di essere un palcoscenico, è un luogo dell’anima: uno spazio nel quale l’essere umano incontra se stesso e, attraverso una storia, riesce a parlare al mondo.

Ewa Spadlo

Dietro l’artista c’è una donna che guarda alla vita con profondità, ponendo al centro della propria esistenza la famiglia, la fede, l’amore e quei valori che, nella frenesia della contemporaneità, sembrano talvolta smarrirsi. Ewa Spadlo non racconta soltanto un percorso professionale costruito tra Polonia e Italia, teatro e cinema, ma una storia umana nella quale l’arte diventa anche occasione di incontro, condivisione e rinascita.

La sua carriera, sviluppatasi nel segno della formazione e del rigore professionale, si intreccia profondamente con la dimensione privata. Il marito, i figli, le amicizie, la fede in Dio e il legame con le proprie radici rappresentano punti fermi di un cammino che non separa la professione dalla vita, ma cerca costantemente un equilibrio autentico tra le due dimensioni.

Ne nasce un racconto fatto di memoria e futuro, di luoghi e affetti, di grandi incontri e di esperienze capaci di lasciare un segno indelebile.

Ewa, dopo un percorso così ricco di esperienze artistiche e umane, che cosa rappresenta oggi per Lei il senso più profondo della vita?

«Credo che il senso della vita sia profondamente legato alla capacità di amare, di costruire relazioni autentiche e di non perdere mai il contatto con ciò che realmente conta. Viviamo in un tempo nel quale tutto sembra scorrere velocemente e nel quale spesso si rischia di confondere l’apparenza con la sostanza. Per me, invece, è fondamentale cercare di restare fedeli alla propria coscienza e alla propria verità, affrontando la realtà con sincerità e gratitudine».

Ewa Spadlo

In questa visione, quale posto occupa la famiglia?

«La famiglia è il mio porto, il luogo degli affetti più profondi e delle responsabilità più importanti. Mio marito e i miei figli rappresentano una parte essenziale della mia vita. L’amore familiare non significa soltanto condividere i momenti belli, ma esserci nei passaggi più complessi, crescere insieme e imparare a sostenersi reciprocamente. È una presenza che dà forza e significato al mio cammino».

 

Quanto è importante per Lei l’amore per suo marito e per i suoi figli?

«È qualcosa che non considero separato dalla mia identità. Prima ancora della professione, dei riconoscimenti e dei progetti, esistono le persone che amo. La famiglia mi ha insegnato il valore della condivisione e della presenza. Credo che amare significhi soprattutto assumersi la responsabilità di esserci, ogni giorno, con sincerità».

La sua carriera è stata costruita attraverso anni di studio, formazione e lavoro. Quanto conta per Lei il rigore professionale?

«Conta moltissimo. Il talento, se esiste, deve essere accompagnato dallo studio, dalla disciplina e dal rispetto per il proprio lavoro e per quello degli altri. Ho sempre considerato la professione artistica come qualcosa che richiede grande serietà. Dietro uno spettacolo o un film ci sono preparazione, sacrificio e lavoro quotidiano. Il rigore non limita la creatività: al contrario, le offre basi solide sulle quali potersi esprimere liberamente».

Viviamo in una società che sembra aver smarrito alcuni valori fondamentali. Quali ritiene siano quelli che oggi dovremmo riscoprire?

«Purtroppo credo che oggi rischiamo di perdere il valore della parola data, del rispetto, dell’ascolto e della gentilezza. Sono valori semplici solo in apparenza. Credo sia necessario tornare a dare importanza alle relazioni umane, alla solidarietà e alla capacità di guardare l’altro non come un ostacolo o uno strumento, ma come una persona. Forse abbiamo bisogno di rallentare e di ricordarci che ciò che possediamo davvero sono i rapporti che siamo riusciti a costruire».

Ewa Spadlo

Lei nutre un particolare affetto per San Francesco d’Assisi e per il mondo francescano. Da dove nasce questo legame?

«San Francesco rappresenta per me una figura di straordinaria forza spirituale e umana. Il suo messaggio conserva una grande attualità perché parla di semplicità, fratellanza, rispetto per il creato e amore per ogni essere umano. Sono valori che sento profondamente vicini alla mia sensibilità».

Vi sono anche due francescani ai quali Lei è particolarmente legata, che hanno avuto un ruolo speciale nella sua famiglia?

«Sì, sono due persone alle quali sono profondamente legata e che hanno avuto un posto importante nella nostra vita familiare. Il fatto che siano diventati padrini alla Cresima di mio figlio rappresenta un legame che va ben oltre un momento formale o religioso. È il segno di una relazione costruita sulla fiducia, sull’affetto e sulla condivisione di un percorso umano e spirituale».

 

Quanto è importante la fede in Dio nel suo modo di affrontare la realtà?

«La fede rappresenta per me un punto di riferimento fondamentale. Non significa vivere lontani dalla realtà, ma, al contrario, cercare di affrontarla con maggiore autenticità e consapevolezza. Credere in Dio mi aiuta a non perdere la speranza, anche quando la vita presenta momenti difficili, e a guardare le persone e le situazioni con uno spirito di maggiore apertura».

 

Lei è nata in Polonia, ma è cresciuta artisticamente e professionalmente anche in Italia. Come convivono dentro di Lei questi due mondi?

«La Polonia rappresenta le mie radici, il luogo della nascita, della memoria e di una parte fondamentale della mia identità. L’Italia è invece il Paese nel quale sono cresciuta e nel quale ho costruito gran parte della mia vita e del mio percorso professionale. Non ho mai vissuto queste due appartenenze come qualcosa di contrapposto. Al contrario, credo che entrambe abbiano contribuito a formarmi».

Tra i ricordi legati alla Polonia ce n’è uno che conserva con particolare emozione: quello di San Giovanni Paolo II.

«Il ricordo di Giovanni Paolo II è per me indelebile. È stato una figura capace di lasciare un segno profondo non soltanto nella storia della Polonia e della Chiesa, ma nel cuore di milioni di persone. La sua presenza, la sua forza e il suo messaggio rappresentano qualcosa che continua a vivere nella memoria e nella coscienza di chi ha avuto modo di sentirne l’importanza».

Tra le esperienze più significative della sua vita vi sono anche due anni trascorsi insieme a suo marito e ai suoi figli all’interno di una comunità per persone con dipendenze. Che cosa ha rappresentato per voi questa esperienza?

«È stata un’esperienza umana profondissima, che abbiamo vissuto insieme come famiglia. Per due anni abbiamo condiviso una parte importante della nostra quotidianità con persone che stavano attraversando momenti di grande sofferenza e fragilità. Abbiamo cercato di portare il nostro amore per il teatro e per il cinema all’interno di quella realtà, condividendo ciò che sappiamo fare con persone che, in quel momento, avevano bisogno soprattutto di essere ascoltate e considerate nella loro dignità».

Che cosa le ha insegnato il contatto con queste persone?

«Mi ha insegnato ancora di più a non giudicare. Dietro ogni sofferenza esiste una storia che merita di essere ascoltata. L’arte, in quel contesto, non rappresentava semplicemente un’attività, ma poteva diventare un momento di libertà, di espressione e di condivisione. Abbiamo ricevuto forse più di quanto siamo riusciti a dare».

 

Un capitolo importante della sua formazione è rappresentato dalla Civica Scuola d’Arte Drammatica “Paolo Grassi” di Milano. Quali ricordi conserva di quell’esperienza e dei suoi compagni di allora?

«Conservo ricordi meravigliosi dei miei amici e compagni della Paolo Grassi. Sono stati anni di formazione intensa, di incontri, di scoperte e di crescita. La scuola è stata molto più di un luogo nel quale imparare un mestiere. Per me rappresenta un contenitore meraviglioso, fatto di nascita e rinascita, nel quale tante individualità, storie e sensibilità si sono incontrate per trasformarsi e crescere insieme».

Che cosa resta oggi di quella giovane donna che entrò alla Paolo Grassi con il desiderio di fare dell’arte la propria strada?

«Credo sia rimasta la stessa curiosità, lo stesso desiderio di continuare a imparare e a mettermi in discussione. Gli anni e le esperienze ci cambiano, ma è importante non perdere la capacità di meravigliarsi e di ricominciare. Forse è proprio questa la lezione più preziosa che il teatro e la vita continuano a insegnarmi».

Ewa Spadlo

Ewa Spadlo racconta la propria vita con la consapevolezza di chi ha attraversato luoghi, esperienze e incontri diversi senza mai rinunciare alla ricerca della propria autenticità.

Attrice e regista, donna profondamente legata alla famiglia e alla fede, figlia della Polonia e cittadina dell’Italia che l’ha accolta e formata, il suo percorso testimonia come l’arte possa essere molto più di una professione.

Può diventare un ponte. Può entrare nei luoghi della sofferenza. Può accompagnare le persone nei momenti di fragilità. Può creare relazioni e, talvolta, contribuire a una rinascita.

In un tempo che corre velocemente e nel quale il successo rischia spesso di essere misurato soltanto attraverso l’apparenza, la storia di Ewa Spadlo richiama invece il valore della profondità: quella costruita nel rigore del lavoro, custodita negli affetti familiari, alimentata dalla fede e rinnovata, giorno dopo giorno, attraverso l’incontro con l’altro.

Perché, forse, il senso più autentico della vita non consiste soltanto nel raggiungere un traguardo, ma nel riconoscere chi cammina accanto a noi, nel custodire i valori che ci rendono umani e nel continuare, nonostante tutto, a credere nella possibilità di una nuova rinascita.

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