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Caterina Grechi, una donna al servizio dei valori
Ci sono donne che non hanno bisogno di alzare la voce per lasciare il segno. La loro autorevolezza nasce dal modo in cui attraversano la vita, dalle responsabilità che scelgono di assumersi, dalle battaglie che affrontano e dalla capacità di restare fedeli ai propri valori anche quando il cammino diventa difficile. È dentro questa dimensione che si inserisce la figura dell’Ufficiale Caterina Grechi, protagonista di un percorso nel quale il ruolo istituzionale convive con una profonda dimensione umana.
Parlare con lei significa entrare in una storia fatta di impegno, maternità, senso del dovere, appartenenza e sogni. Una storia nella quale la parola “responsabilità” non appare come un semplice concetto, ma come una vera chiave di lettura dell’esistenza.
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Redazione- Ci sono donne che non hanno bisogno di alzare la voce per lasciare il segno. La loro autorevolezza nasce dal modo in cui attraversano la vita, dalle responsabilità che scelgono di assumersi, dalle battaglie che affrontano e dalla capacità di restare fedeli ai propri valori anche quando il cammino diventa difficile. È dentro questa dimensione che si inserisce la figura dell’Ufficiale Caterina Grechi, protagonista di un percorso nel quale il ruolo istituzionale convive con una profonda dimensione umana.
Parlare con lei significa entrare in una storia fatta di impegno, maternità, senso del dovere, appartenenza e sogni. Una storia nella quale la parola “responsabilità” non appare come un semplice concetto, ma come una vera chiave di lettura dell’esistenza.
Responsabilità verso il proprio ruolo, verso la famiglia, verso le persone incontrate lungo il cammino e verso quella società nella quale la donna continua a conquistare spazi, pur dovendo ancora fare i conti con stereotipi, pregiudizi e dinamiche di potere.
Caterina Grechi affronta anche il tema della maternità, raccontandone la gioia e quella trasformazione interiore che porta una donna a guardare il futuro con occhi diversi. Essere madre diventa così non soltanto un’esperienza privata, ma una straordinaria scuola di vita, capace di insegnare pazienza, ascolto e responsabilità.
Nel suo racconto trova spazio anche l’Umbria, terra amata e complessa, capace di suscitare sentimenti apparentemente contrapposti. Un rapporto di amore e, talvolta, di difficoltà che non cancella il legame con una regione dalla forte identità culturale e spirituale. Ed è impossibile parlare dell’Umbria senza incontrare la figura di San Francesco di Assisi, il cui messaggio di semplicità, fratellanza, pace e rispetto per il creato continua a parlare all’uomo contemporaneo.
Ma questa intervista guarda anche alle relazioni tra donne. Alla necessità di superare rivalità, competizioni e atteggiamenti che troppo spesso trasformano il successo di una donna nella presunta sconfitta di un’altra.
Caterina Grechi rivendica invece il valore della solidarietà e della capacità di tendere la mano, soprattutto quando si ricoprono ruoli che consentono di aprire nuove strade.
Non manca una riflessione sulle ferite del percorso. Perché anche chi ricopre incarichi autorevoli può incontrare persone che, invece di incoraggiare, scelgono di ostacolare. Figure che utilizzano il proprio prestigio non per costruire opportunità, ma per chiudere porte. Un tema affrontato senza rancore, ma con una considerazione precisa: l’autorevolezza autentica non dovrebbe mai essere uno strumento per ridimensionare gli altri. Al contrario, dovrebbe diventare una responsabilità capace di valorizzare.
E poi ci sono i sogni: quelli già realizzati e quelli ancora custoditi nel cassetto. Perché una vita piena non è una vita priva di desideri, ma una vita che continua a progettare, a interrogarsi e a guardare avanti.
È proprio partendo da questi temi che nasce il dialogo con Caterina Grechi: un’intervista che supera i confini del ruolo professionale per raccontare la persona, la donna, la madre e l’essere umano. Una conversazione sul valore delle scelte, sul significato della responsabilità e sulla necessità, oggi più che mai, di non permettere alle difficoltà o alle incomprensioni degli altri di spegnere la propria luce.
«Mi considero una donna che ha scelto di vivere con coerenza, responsabilità e rispetto. Se c’è qualcosa che può rendere una persona davvero senza tempo, non è la fama né l’immagine, ma la capacità di custodire valori, affrontare le difficoltà senza perdere la propria umanità e continuare a credere nei propri sogni. La vera eleganza, per me, è rimanere fedeli a se stessi, soprattutto quando sarebbe più facile cambiare per piacere agli altri», C.Grechi.
L’INTERVISTA…
Ufficiale Grechi, partirei da una parola che oggi viene pronunciata spesso, ma non sempre compresa fino in fondo: ‘donna’. Che cosa significa essere donna nella società contemporanea?
Significa, prima di tutto, avere il diritto di essere se stesse. La donna contemporanea vive una stagione di grandi conquiste, ma anche di profonde contraddizioni. Abbiamo raggiunto ruoli e responsabilità che un tempo sembravano impensabili, eppure ancora oggi ci troviamo a dover dimostrare, talvolta più degli uomini, di essere all’altezza. Io credo che la vera libertà consista nel non dover scegliere tra autorevolezza e sensibilità, tra carriera e famiglia, tra forza e fragilità. Una donna può essere tutto questo contemporaneamente.
Lei rappresenta un ruolo istituzionale. Quanto è importante, in un contesto così rigoroso, non perdere la propria dimensione umana?
È fondamentale. Un’uniforme rappresenta un ruolo, ma non cancella la persona che la indossa. Dietro ogni grado, ogni incarico e ogni responsabilità esiste una donna con la propria storia, i propri valori, le proprie paure e i propri sogni. Credo che l’autorevolezza autentica non nasca dalla distanza, ma dalla capacità di essere rispettati senza smettere di essere umani. È una differenza sottile, ma sostanziale.
Nella Sua vita c’è anche la maternità. Che cosa Le ha insegnato essere madre?
La maternità mi ha insegnato una forma d’amore che non conosce calcolo. È una gioia immensa, ma anche una responsabilità quotidiana. Quando diventi madre cambia la prospettiva con cui guardi il futuro: non pensi più soltanto a ciò che desideri per te, ma a ciò che vorresti lasciare a chi verrà dopo di te. Mi ha insegnato la pazienza, la capacità di ascoltare e, soprattutto, mi ha fatto comprendere che essere forti non significa non avere paura. Significa continuare ad andare avanti anche quando la paura esiste.
Possiamo dire che la maternità abbia reso ancora più profonda la Sua idea di responsabilità?
Assolutamente sì. Essere madre significa comprendere che ogni gesto può diventare un esempio. I figli osservano molto più di quanto immaginiamo. Per questo credo che il modo migliore per educarli sia cercare di essere coerenti con ciò che insegniamo loro. Ho insegnato ai miei figli che nella vita bisogna lavorare per ciò in cui si crede, rispettare gli altri e non lasciarsi influenzare dai giudizi altrui.
Cosa ha insegnato ai suoi figli?
Che nella vita è importante studiare, impegnarsi, lavorare e non arrendersi mai: perché quando si cade, la vera forza sta nel rialzarsi, imparare dalla caduta e trovare il coraggio di ricominciare.
C’è poi l’Umbria, una terra che sembra occupare un posto particolare nella Sua vita. È un amore senza condizioni?
Diciamo che è un amore complesso. L’Umbria per me è un rapporto di amore e, qualche volta, anche di insofferenza. È una terra che sa regalare emozioni straordinarie, ma che mi ha anche posto davanti a situazioni difficili. Però forse è proprio questo il senso dell’appartenenza: non amare soltanto ciò che è perfetto, ma anche ciò che ci mette alla prova. L’Umbria è parte della mia storia e, nel bene e nel male, ha contribuito a rendermi quella che sono.
In questa terra c’è una figura che ha assunto una dimensione universale: San Francesco di Assisi. Che cosa rappresenta per Lei?
San Francesco è una delle figure più rivoluzionarie della storia proprio perché ha scelto la semplicità in un mondo che cercava il possesso. Il suo messaggio continua a essere moderno: la pace, il rispetto per il creato, la fratellanza, l’attenzione agli ultimi. Mi colpisce soprattutto la sua capacità di guardare la vita senza volerla dominare. In una società spesso rumorosa, competitiva e concentrata sull’apparire, Francesco ci ricorda il valore dell’essenziale.
Quasi una lezione necessaria anche per la società di oggi, vero?
Più che mai. Abbiamo tantissimi strumenti per comunicare, ma forse facciamo sempre più fatica ad ascoltarci. Abbiamo la possibilità di mostrare tutto, ma spesso perdiamo il contatto con ciò che siamo realmente. San Francesco ci insegna che non tutto ciò che ha valore deve essere esibito. Alcune delle cose più importanti della vita non fanno rumore.
Veniamo al rapporto tra donne. Lei crede davvero nella solidarietà femminile?
Sì, ma deve essere una solidarietà autentica, non soltanto dichiarata. Una donna dovrebbe essere capace di gioire del successo di un’altra senza viverlo come una minaccia. Purtroppo qualche volta accade il contrario: si giudica, si compete, si cerca di ridimensionare chi emerge. È un atteggiamento che dobbiamo superare. Se una donna raggiunge un traguardo, quel traguardo dovrebbe diventare una porta aperta anche per altre.
E Lei ha incontrato donne che hanno saputo tendere quella mano?
Sì, e alcune hanno lasciato un segno indelebile. Ci sono donne che arrivano nella nostra vita senza fare rumore e diventano punti di riferimento. A loro va una gratitudine particolare. Credo che la vera sorellanza non consista nel dirsi sempre d’accordo, ma nel riuscire a esserci anche quando l’altra attraversa un momento difficile.
Parliamo di sogni. Quali sono quelli che ha già realizzato e che oggi guarda con maggiore soddisfazione?
Alcuni sogni li ho realizzati, altri li ho trasformati strada facendo. E credo sia proprio questo il bello della vita: scopriamo che il sogno iniziale non sempre coincide con quello che realmente ci rende felici. Sono orgogliosa delle responsabilità che ho assunto, del percorso compiuto e soprattutto della persona che sono diventata. Ma non considero nulla come un punto di arrivo definitivo.
Perché chi sogna continua a guardare avanti. Quali sono allora i sogni ancora custoditi nel cassetto?
Ce ne sono diversi. Alcuni riguardano il lavoro, altri la mia crescita personale, altri ancora sono più intimi. Non tutti i sogni hanno bisogno di essere raccontati. Alcuni vanno protetti, coltivati nel silenzio e lasciati maturare. Quello che posso dire è che non ho intenzione di smettere di desiderare. Finché abbiamo un sogno, abbiamo ancora una direzione.
C’è però anche un lato meno luminoso del percorso: le persone che, pur occupando posizioni autorevoli, scelgono di ostacolare il cammino degli altri. È qualcosa che l’ha fatta soffrire?
Sì. E più che rabbia, in me genera tristezza. Perché da una persona autorevole ti aspetti maturità, equilibrio e capacità di riconoscere il valore altrui. Quando invece qualcuno usa il proprio ruolo per chiudere una porta, alimentare una rivalità o impedire a qualcun altro di crescere, secondo me impoverisce prima di tutto se stesso.
Perché secondo Lei alcune persone hanno bisogno di ostacolare gli altri?
Spesso dietro questo comportamento c’è insicurezza. Una persona realmente consapevole del proprio valore non ha bisogno di spegnere la luce degli altri per brillare. Chi è forte può permettersi di valorizzare, incoraggiare, insegnare. Chi invece teme di perdere il proprio spazio può arrivare a considerare il talento altrui come una minaccia. È una dinamica umana che mi dispiace profondamente.
Ha mai pensato che certi ostacoli possano, paradossalmente, diventare una forma di insegnamento?
Si. Assolutamente. Alcune persone ci insegnano come comportarci; altre ci insegnano come non comportarci mai. Le delusioni sono dolorose, ma possono diventare straordinari strumenti di consapevolezza. L’importante è non lasciare che la cattiveria degli altri ci trasformi in persone cattive. Questa, per me, è una delle vittorie più difficili.
Quindi il vero riscatto non è necessariamente arrivare più lontano di chi ci ha ostacolato?
No. Il vero riscatto è arrivare lontano senza perdere noi stessi. Non mi interessa dimostrare qualcosa a chi non ha creduto in me. Mi interessa poter guardare la mia vita e sapere di aver camminato secondo coscienza. Il tempo, alla fine, mette molte cose al loro posto. E credo che non ci sia bisogno di vendicarsi quando la propria serenità diventa la risposta più eloquente.
Se dovesse rivolgere oggi un pensiero alle giovani donne che stanno cercando la propria strada, che cosa direbbe loro?
Direi di non avere paura della propria ambizione. Di studiare, di impegnarsi, di lavorare, e se si cade di alzarsi e ricominciare. Ma soprattutto direi loro di non accettare mai che qualcuno faccia loro credere di valere meno. Nessun ruolo, nessun titolo e nessuna posizione altrui può stabilire il nostro valore. E aggiungerei una cosa: quando arriveranno in alto, non dimentichino chi hanno incontrato lungo la strada e, se potranno, tendano la mano a chi sta iniziando il proprio percorso.
È forse questo il senso più profondo dell’autorevolezza: non chiudere porte, ma aprirne altre.
Esattamente. Una persona autorevole dovrebbe lasciare una traccia, non un’ombra. Dovrebbe fare in modo che dopo il proprio passaggio qualcuno possa dire: “Grazie a quella persona, ho avuto un’opportunità”. Se riuscissimo a ragionare così, avremmo una società molto più umana.
Ufficiale Grechi, se dovesse descrivere in una sola frase la donna che è oggi, quale sceglierebbe?
Direi: una donna ancora in cammino. Ho imparato, ho sbagliato, ho gioito, ho sofferto, ho incontrato persone meravigliose e altre dalle quali ho dovuto prendere le distanze. Ma sono ancora qui, con la voglia di costruire, di amare, di essere madre, di lavorare e di inseguire ciò che ancora non ho realizzato.
E forse è proprio questo il significato più autentico della forza: non essere invulnerabili, ma continuare a camminare nonostante le ferite.
Sì. Perché la forza non è una corazza. È la capacità di rimanere umani dopo essere stati feriti. Di continuare a credere nel bene dopo aver conosciuto la delusione. Di non smettere di sognare dopo un fallimento. E, soprattutto, di non permettere mai a qualcuno di trasformare la nostra luce in qualcosa di cui vergognarci.
Ufficiale Grechi, dopo tutto ciò che ha raccontato, che cosa rappresenta per Lei il senso della vita?
Credo che il senso della vita non sia racchiuso in una risposta uguale per tutti. Per me significa dare valore al tempo che ci è stato affidato, alle persone che incontriamo e alle responsabilità che scegliamo di assumere. Significa amare, costruire, lasciare qualcosa di buono e cercare di non attraversare l’esistenza senza aver fatto la differenza, anche piccola, nella vita di qualcuno. La vita non è soltanto ciò che riusciamo a ottenere, ma ciò che riusciamo a restituire. E forse il senso più autentico sta proprio nel comprendere che ogni giorno abbiamo la possibilità di essere migliori rispetto al giorno precedente.
Se dovesse scegliere una sola parola che sente profondamente Sua, quale sarebbe?
Senza esitazione, direi responsabilità. È una parola che sento molto vicina alla mia vita, al mio ruolo e al modo in cui affronto le relazioni. Essere responsabili significa sapere che le nostre scelte hanno conseguenze, non soltanto su noi stessi ma anche sulle persone che ci sono accanto. La responsabilità non la considero un peso, bensì una forma di libertà: scegliere consapevolmente significa assumersi il coraggio delle proprie decisioni. Anche essere madre significa responsabilità; così come lo è ricoprire un ruolo istituzionale, mantenere una promessa, rispettare una persona, riconoscere un errore. Credo che una società più giusta avrebbe bisogno di recuperare proprio questo valore: meno ricerca di colpevoli e più persone disposte ad assumersi responsabilità. Perché alla fine un ruolo può essere assegnato, un titolo può essere riconosciuto, ma è il senso di responsabilità a dire davvero chi siamo.
Lei ha parlato più volte di responsabilità come di un valore che non dovrebbe essere imposto dall’esterno, ma nascere da una consapevolezza profonda. Che rapporto esiste, secondo Lei, tra responsabilità e amore? E quanto l’amore per gli altri può diventare una forma autentica di responsabilità verso la vita?
Credo che il senso di responsabilità discenda, prima di tutto, dall’amore. Non penso alla responsabilità come a un comando morale, a una regola che qualcuno ci impone o a un dovere che dobbiamo assolvere semplicemente perché è giusto farlo. La responsabilità più autentica nasce quando qualcosa, o qualcuno, diventa importante per noi. Quando amiamo davvero, inevitabilmente cominciamo a prenderci cura. È un passaggio quasi naturale: l’amore ci porta a riconoscere il valore di ciò che abbiamo davanti e, nel momento in cui riconosciamo quel valore, sentiamo di avere una responsabilità nei suoi confronti. Può essere una persona, una relazione, una famiglia, un’amicizia, un lavoro, un progetto, un luogo, persino un ideale. Quando qualcosa entra davvero nel nostro cuore, non possiamo più considerarlo estraneo a noi. Diventa parte della nostra storia e, proprio per questo, ci chiede attenzione, rispetto e cura. La responsabilità, allora, non è più una parola severa. Diventa quasi una forma silenziosa di amore. È esserci quando sarebbe più semplice allontanarsi; mantenere una promessa quando nessuno ci obbligherebbe a farlo; avere rispetto anche quando non riceviamo nulla in cambio. È comprendere che le nostre azioni hanno conseguenze e che ogni gesto, anche il più piccolo, può lasciare una traccia nella vita degli altri. Credo che viviamo in un tempo nel quale spesso si parla molto di diritti e troppo poco di responsabilità. Pretendiamo attenzione, comprensione, rispetto, ma qualche volta dimentichiamo che tutte queste cose devono essere anche offerte. L’amore autentico, invece, non vive soltanto di ciò che riceve: conosce la reciprocità, la presenza, il sacrificio e persino la rinuncia. Per questo penso che essere responsabili significhi anche imparare a guardare oltre noi stessi. Significa comprendere che non siamo isole, che ogni individuo è legato agli altri da fili invisibili. Una parola può ferire, una scelta può cambiare un destino, un gesto di gentilezza può restituire fiducia a chi l’aveva perduta. Siamo molto più interconnessi di quanto immaginiamo.
E c’è una responsabilità ancora più grande: quella verso ciò che ci circonda. Vero?
Sí. Verso la natura, verso la cultura, verso la memoria, verso le cose che abbiamo ricevuto dalle generazioni precedenti e che, idealmente, dovremmo consegnare a quelle future in condizioni migliori. Anche in questo caso tutto nasce dall’amore: se amo il luogo in cui vivo, non posso distruggerlo; se amo la cultura, non posso trattarla con superficialità; se amo la memoria, non posso permettere che venga cancellata dall’indifferenza.
Forse è proprio questo il senso più alto della responsabilità?
Comprendere che la vita non ci appartiene completamente. Ci viene affidata. E ciò che ci viene affidato merita cura.
Penso che una persona responsabile non sia necessariamente una persona perfetta. Lei è d’accordo?
Sì. È una persona che sa fermarsi, interrogarsi, riconoscere i propri errori e assumersi il peso delle proprie scelte. È qualcuno che non cerca sempre un colpevole fuori di sé, ma ha il coraggio di domandarsi: che cosa posso fare io? Ecco perché considero la responsabilità una delle forme più alte dell’amore. Perché amare non significa soltanto provare un sentimento: significa prendersi cura di ciò che quel sentimento ha generato. Significa custodire, proteggere, rispettare. In fondo, credo che la vera maturità consista proprio in questo: passare dal desiderio di essere amati alla capacità di amare responsabilmente. E forse la vita, alla fine, ci chiede proprio questo: non quanto siamo riusciti a possedere, non quante persone abbiamo conquistato, non quante volte siamo stati celebrati, ma quanta cura abbiamo saputo lasciare dietro di noi.
Perché ciò che nasce dall’amore può diventare memoria. E ciò che viene custodito con responsabilità può continuare a vivere anche quando noi non saremo più lì a raccontarlo.
Grazie, Ufficiale Grechi. Oggi non abbiamo incontrato soltanto una donna che ricopre un ruolo importante, ma una persona che ha scelto di raccontare ciò che esiste dietro quel ruolo: la madre, la professionista, la donna, i suoi legami, le sue ferite e i suoi sogni.
Grazie a Lei. Credo che ogni donna porti dentro una storia che merita di essere ascoltata. E forse il senso più bello del nostro cammino è proprio questo: arrivare a un certo punto della vita e comprendere che non dobbiamo essere perfette. Dobbiamo essere vere.
Caterina Grechi racconta così una femminilità consapevole, capace di tenere insieme autorevolezza e sensibilità, maternità e impegno, radici e futuro. Nelle sue parole emerge una certezza: la vera forza non sta nel non cadere, ma nel trovare ogni volta il coraggio di rialzarsi. E quella parola, responsabilità, diventa la sintesi di un percorso fatto di scelte, valori e sogni ancora da realizzare.
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Pubblicato
4 ore faa
Agosto 12, 2026
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Il fascino più dirompente di questa esposizione risiede nel clamoroso e affascinante paradosso filosofico che la sostiene. Per decenni, il lavoro di Sebastiani è stato quello di semplificare, chiarire, dare un ordine logico e cronologico al caos del mondo affinché il lettore potesse comprenderlo. Nelle sue opere d’arte, al contrario, accade l’esatto opposto: l’obiettivo non è più spiegare, ma sospendere. Non chiarire, ma moltiplicare le visioni attraverso l’accumulo, la trasparenza e un audace eccesso cromatico. Si tratta di un cambio di sguardo radicale che, a ben guardare, resta intimamente coerente con la sua missione di sempre: raccontare. Ma questa volta Sebastiani non racconta più ciò che accade fuori da lui, bensì ciò che accade attraverso di lui, nel misterioso connubio tra la mano umana e il calcolo della macchina.
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Il titolo scelto per la mostra, “Mothers of Invention”, è un geniale doppio riferimento culturale. Da un lato strizza l’occhio alla storica band che il genio ribelle di Frank Zappa fondò nella Los Angeles degli anni Sessanta (un nome nato per aggirare i vincoli della censura discografica e poi divenuto un vero e proprio manifesto di libertà creativa). Dall’altro lato, richiama il celebre proverbio inglese “Necessity is the mother of invention” (La necessità aguzza l’ingegno). Tuttavia, il plurale scelto da Sebastiani (“Mothers” e non “Mother”) non è casuale: moltiplica le origini possibili dell’opera, ponendo al visitatore un interrogativo modernissimo e inquietante: chi, o cosa, genera davvero un’immagine nata dall’interazione tra la mente dell’uomo e l’algoritmo del computer?
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Skanderbeg e Venezia, una storia di intrecci tra Albania e Italia
Dalla figura dell’eroe nazionale albanese sul Bucintoro alla presenza degli albanesi nella società veneziana, fino agli Arbëreshë e alle nuove generazioni di emigrati: un viaggio nella storia e nella memoria di un rapporto antico
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9 ore faa
Agosto 12, 2026Da
Artur Nura
Dalla figura dell’eroe nazionale albanese sul Bucintoro alla presenza degli albanesi nella società veneziana, fino agli Arbëreshë e alle nuove generazioni di emigrati: un viaggio nella storia e nella memoria di un rapporto antico
Redazione- Il rapporto tra Albania e Venezia affonda le sue radici in una storia secolare, fatta di scambi commerciali, interessi geopolitici, conflitti e contaminazioni culturali. A raccontarlo è la professoressa Lucia Nadine, intervenuta ai microfoni di Radio Radicale per la rubrica dedicata all’Albania e ai suoi rapporti con la cultura italiana ed europea.
Al centro della conversazione c’è una figura simbolica: Giorgio Castriota Skanderbeg, l’eroe nazionale albanese, la cui vicenda storica si intreccia profondamente con quella della Repubblica di Venezia.
Skanderbeg e la centralità dell’Adriatico
Per comprendere il rapporto tra Skanderbeg e Venezia, spiega la professoressa, occorre tornare al Quattrocento e al quadro geopolitico del Mediterraneo e dell’Adriatico.
L’Albania di quel periodo si trovava in una posizione strategica. La prospettiva di un consolidamento politico del territorio albanese e la resistenza di Skanderbeg all’avanzata ottomana rendevano l’area particolarmente importante per Venezia, che da secoli considerava l’Adriatico una propria zona d’influenza.
La Serenissima aveva infatti una rete di possedimenti e punti strategici lungo la costa dalmata e verso i Balcani. L’Albania rappresentava dunque un territorio fondamentale nella più ampia competizione tra Venezia, Impero ottomano e altre potenze europee.
Il rapporto con Skanderbeg non può quindi essere letto soltanto in termini militari. La sua figura assume progressivamente anche un valore politico e simbolico.
Il Bucintoro e la nascita del mito veneziano
Uno degli episodi più significativi ricordati nell’intervista riguarda il Bucintoro, la monumentale imbarcazione cerimoniale della Repubblica di Venezia.
Sul Bucintoro, accanto alla personificazione di Venezia, era rappresentato anche Skanderbeg. La sua presenza aveva un forte significato simbolico: l’eroe albanese veniva inserito nel grande racconto della storia e della potenza veneziana.
Secondo la professoressa, Venezia utilizzava le immagini e le statue presenti sul Bucintoro come vere e proprie “figure parlanti”, capaci di raccontare la storia e i valori della Repubblica.
In questo contesto Skanderbeg diventava simbolicamente un difensore dell’Adriatico e della cristianità. La sua immagine consentiva inoltre a Venezia di rivendicare il proprio ruolo nella difesa di quella che considerava la propria area strategica.
Non si trattava dunque soltanto della memoria di un condottiero straniero, ma della trasformazione di Skanderbeg in una figura inserita nell’immaginario politico e culturale veneziano.
Dal personaggio storico all’eroe popolare
Il mito di Skanderbeg non rimase confinato nei palazzi del potere o negli ambienti della cultura erudita.
A partire dalla metà del Seicento, la sua figura arrivò con grande successo anche sui palcoscenici veneziani. Opere teatrali dedicate alle sue imprese raccontavano la sua vita, dal periodo trascorso presso il sultano al ritorno in Albania, fino alla resistenza contro gli Ottomani.
Il personaggio veniva presentato come un eroe capace di affrontare e superare difficoltà apparentemente insormontabili.
Il successo fu tale che, secondo quanto ricordato nell’intervista, persino Carlo Goldoni osservava con ironia che gli attori preferivano rappresentare Scanderbeg invece delle sue commedie.
È un elemento significativo: Skanderbeg non era più soltanto l’eroe degli albanesi, ma era diventato anche un personaggio dell’immaginario popolare veneziano.
La “Scuola degli Albanesi”: non una scuola, ma una comunità
Un altro capitolo importante riguarda la cosiddetta Scuola degli Albanesi, un’istituzione spesso interpretata erroneamente.
La professoressa chiarisce che il termine “scuola” non deve essere inteso nel significato moderno. Si trattava piuttosto di una associazione della comunità albanese di Venezia, nata nel Quattrocento.
Gli albanesi residenti nella città lagunare si riunivano per gestire aspetti della vita comunitaria, religiosa e sociale. L’associazione partecipava alle processioni, si occupava dell’assistenza ai malati e della sepoltura dei morti e rappresentava uno strumento di inserimento nella complessa società veneziana.
Gli albanesi presenti a Venezia in quel periodo erano in gran parte commercianti e artigiani provenienti dall’Albania settentrionale e avevano già sviluppato rapporti economici, politici e religiosi con la Serenissima.
La loro storia testimonia quindi una forma di integrazione senza necessariamente cancellare l’identità d’origine.
Gli Arbëreshë e la conservazione della lingua
Diversa fu in parte la storia delle comunità albanesi insediate nell’Italia meridionale.
Gli Arbëreshë, arrivati in Italia in diverse ondate migratorie, riuscirono a conservare per secoli la propria lingua e numerosi elementi della propria cultura.
L’isolamento geografico di molte comunità contribuì a creare delle vere e proprie “isole” linguistiche e culturali. Un patrimonio che ancora oggi rappresenta una fonte fondamentale per lo studio della lingua e della storia albanese.
Emergono così due grandi direttrici storiche della diaspora: l’Albania settentrionale maggiormente collegata a Venezia e al Centro-Nord italiano, e l’Albania meridionale maggiormente legata alle comunità dell’Italia meridionale.
Dalla diaspora storica alla nuova emigrazione
L’intervista arriva quindi al presente.
La forte presenza degli albanesi nel Nord Italia, in particolare in regioni come il Veneto, viene interpretata anche alla luce di una dinamica già visibile nel passato: gli emigranti tendono a dirigersi verso le aree economicamente più sviluppate e capaci di offrire maggiori opportunità.
Oggi gli albanesi sono presenti in numerosi settori dell’economia italiana, dalla ristorazione all’edilizia, dal turismo al commercio e all’industria.
Ma, soprattutto, le nuove generazioni hanno raggiunto livelli di istruzione e posizioni professionali sempre più elevati.
La memoria come strumento di futuro
È proprio qui che emerge il messaggio conclusivo della professoressa: conservare la memoria non significa chiudersi nel nazionalismo.
Al contrario, conoscere la propria storia significa comprendere meglio il proprio posto nella storia europea.
Dopo gli anni Novanta, quando molti immigrati albanesi tendevano a non dichiarare apertamente la propria origine per evitare lo stigma associato all’immigrazione dall’Est europeo, oggi si assiste a un cambiamento.
Le nuove generazioni possono rivendicare con maggiore serenità la propria identità e trasformarla in un elemento positivo.
La storia albanese, sottolinea la professoressa, è infatti profondamente intrecciata con quella italiana ed europea. Recuperarla significa valorizzare musei, documenti, libri, oggetti, testimonianze e associazioni che raccontano questo passato.
Non si può costruire un futuro consapevole senza conoscere la propria storia.
E la storia di Skanderbeg, Venezia, degli Arbëreshë e delle successive generazioni di emigrati dimostra proprio questo: il rapporto tra Albania e Italia non è un fenomeno nato con le migrazioni degli anni Novanta, ma il risultato di secoli di incontri, scambi e contaminazioni.
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Angela Kosta intervista la nota scrittrice e artista Lidia Chiarelli
In un mondo sempre più frenetico e frammentato, esistono figure capaci di ricucire gli strappi dell’anima attraverso l’uso magistrale e incrociato delle parole e dei colori. Una di queste figure di spicco nel panorama culturale italiano e internazionale è indubbiamente Lidia Chiarelli, poliedrica scrittrice, curatrice d’arte e artista torinese, le cui opere hanno varcato i confini nazionali per essere tradotte in oltre trenta lingue in tutto il mondo.
Pubblicato
10 ore faa
Agosto 12, 2026Da
Angela Kosta
Redazione- In un mondo sempre più frenetico e frammentato, esistono figure capaci di ricucire gli strappi dell’anima attraverso l’uso magistrale e incrociato delle parole e dei colori. Una di queste figure di spicco nel panorama culturale italiano e internazionale è indubbiamente Lidia Chiarelli, poliedrica scrittrice, curatrice d’arte e artista torinese, le cui opere hanno varcato i confini nazionali per essere tradotte in oltre trenta lingue in tutto il mondo.
Pioniera di un dialogo costante e indissolubile tra le arti visive e la parola scritta, Lidia Chiarelli è la mente vulcanica che, nel 2007, ha fondato il celebre Movimento artistico-letterario “Immagine & Poesia”. Un progetto ambizioso e visionario, nato dalla proficua collaborazione con Aeronwy Thomas (figlia del leggendario poeta gallese Dylan Thomas) e benedetto dal sostegno di giganti della letteratura come Lawrence Ferlinghetti. Dalle sue suggestive installazioni per la Pace (come gli “Alberi della Poesia”) fino all’ultima toccante silloge “L’incanto delle Luci” dedicata al padre Guido, l’arte della Chiarelli è un continuo invito a cercare spiragli di luce anche nei tempi più oscuri.
In questa esclusiva e profonda intervista curata da Angela Kosta, andiamo alla scoperta del mondo interiore di una donna che ha fatto dell’incontro tra culture, del pacifismo e della sperimentazione artistica e digitale la sua vera, irrinunciabile missione di vita.<<
AKosta: Benvenuta Lidia. I nostri lettori vorrebbero sapere come è nata la sua collaborazione con Aeronwy Thomas e in che modo il Movimento Immagine & Poesia riflette la sua visione artistica e poetica?
Lidia. Ch: Sono stata insegnante di inglese per molti anni in una scuola media di Torino e ho avuto l’opportunità di mettermi in contatto con Aeronwy Thomas, figlia del poeta gallese Dylan Thomas, invitandola a guidare a distanza il nostro laboratorio di scrittura creativa: lei ha subito accettato ed è nata una proficua collaborazione, molto costruttiva per i nostri allievi. Grazie a Aeronwy Thomas e all’artista canadese Sarah Jackson sono nate così le basi di quello che sarebbe in seguito diventato il Movimento artistico-letterario Immagine & Poesia, fondato ufficialmente nel 2007 al Teatro Alfa di Torino con un proprio Manifesto.
A. Kosta: Le sue installazioni come “Alberi della Poesia” e “Viale delle Poesie per la Pace” coniugano arte e messaggi sociali.
Qual è il messaggio principale che desidera trasmettere attraverso queste opere?
Lidia. Ch: Viviamo in tempi oscuri, difficili, sconvolti da lunghe, sanguinose guerre, nelle mie installazioni che si ripetono ogni anno ad Agliè (To), nel giardino del poeta Guido Gozzano, espongo poesie e disegni sulla Pace che mi arrivano da ogni parte del mondo ed è così che si ritrovano a convivere parole di un poeta palestinese accanto a quelle di una scrittrice israeliana, di autori russi accanto ad autori ucraini, e tante piccole opere artistiche che esprimono il desiderio della fine di ogni ostilità. Nelle mie installazioni desidero trasmettere l’idea che la Poesia e l’Arte possono diventare veicoli di pace.
Come scrive la poetessa Lucilla Trapazzo: “Se la poesia e l’arte non salveranno il mondopossono però fare la differenza”.
A. Kosta: Come coordinatrice italiana del Dylan Thomas Day, come interpreta l’eredità poetica di Dylan Thomas nel contesto contemporaneo italiano?
Lidia. Ch: La poesia di Dylan Thomas è ampiamente riconosciuta come “pietra miliare” nell’ambito della poesia internazionale del ‘900. Diversi autori italiani hanno iniziato a seguirne le orme nel suo modo di esplorare le complessità dell’animo umano e di confrontarsi in modo nuovo con la tradizione, un aspetto riconosciuto dal nostro Eugenio Montale.
Non dimentichiamo poi l’interesse di Dylan Thomas per il linguaggio che, andando oltre la comunicazione, diventa una ricerca della musicalità, il suono della parola si trasforma in un’esperienza innovativa e potente: pur con stili diversi hanno compiuto simili sperimentazioni alcuni nostri poeti contemporanei come Mariangela Gualtieri, Michele Mari e Francesco Carofiglio.
A. Kosta: Le sue poesie sono state tradotte in molti paesi. In che modo il confronto con culture diverse ha influenzato la sua scrittura e la sua arte?
Lidia. Ch: Certamente il web apre oggi porte verso la maggior parte dei paesi del mondo, ci mette in contatto con lingue e tradizioni diverse dalle nostre e ci permette un dialogo inter-culturale di grande importanza. Sono stata traduttrice di autori dei cinque continenti e le mie poesie sono state tradotte in più di trenta lingue. Ciò ha creato un confronto di grande importanza: traduttore ed autore ne escono reciprocamente arricchiti.
In modo analogo le risposte variegate e multiformi di artisti internazionali ai miei inviti a tema per il Dylan Thomas Day sono motivo di arricchimento e nuova ispirazione per la mia arte.
Qual è il ruolo del collage nella tua produzione artistica e come dialoga con la tua dimensione poetica?
Il punto due del nostro Manifesto riporta le parole di Aeronwy Thomas:
“Poesia e arte figurativa portano a momenti di creatività incrociata”.
Seguendo dunque il principio che poesia e arte possono interagire, quando scrivo una poesia sento la necessità di tradurla in immagini e, grazie ad alcune applicazioni, creo dei collages digitali che rendano visivamente quanto ho espresso in parole.
A. Kosta: Lei ha ricevuto premi letterari e riconoscimenti internazionali, inclusi quelli in Cina, Corea e Libano. Come si “approda” alla scena poetica globale e cosa significa per lei questo riconoscimento?
Lidia. Ch: I riconoscimenti internazionali che ho ricevuto sono per me motivo di incoraggiamento e la conferma che sto seguendo un giusto percorso per un rinnovamento ed ampliamento del panorama artistico-letterario.
A. Kosta: Come vede l’interazione tra poesia e arti visive nell’era digitale e quali sfide o opportunità presenta per gli artisti contemporanei?
Lidia. Ch: E’ fuori discussione che nelle arti visive l’era digitale ha fatto irruzione in modo oramai definitivo, e anche le parole dei poeti ne sono state ampiamente influenzate. Negli ultimi anni una nuova sfida arriva dall’AI: l’intelligenza artificiale può offrire spunti e fonti di ispirazione sia agli artisti che ai poeti.
A. Kosta: Nel suo libro “L’incanto delle Luci” qual è il tema centrale e cosa vuole che il lettore porti con sé dopo la lettura?
Lidia. Ch: La mia ultima silloge di poesie “L’incanto delle Luci” è dedicata a mio padre Guido Chiarelli che è stato un pioniere dell’illuminazione pubblica negli anni ’60. https://it.wikipedia.org/wiki/Guido_Chiarelli
La LUCE, nei suoi vari aspetti, è dunque il tema centrale e dominante delle mie composizioni poetiche e vorrei che al lettore giungesse un messaggio positivo, perché dopo il buio si può sempre scorgere uno spiraglio luminoso.
A. Kosta: Come curatrice d’arte, quali criteri segue per selezionare artisti o progetti che possano dialogare con la poesia e il Movimento Immagine & Poesia?
Lidia. Ch: Gli artisti sono selezionati in base a diversi fattori, innanzitutto l’adesione al Movimento
Immagine & Poesia di cui devono conoscere i principi espressi nel Manifesto, poi la qualità e l’originalità del loro lavoro artistico. Proposto il tema di un progetto, gli artisti interpellati devono esprimere la volontà di partecipare ed eseguire l’opera entro i termini stabiliti.
A. Kosta: Guardando al futuro, quali progetti o collaborazioni sta immaginando per espandere ulteriormente il rapporto tra arte visiva e poesia?
Lidia. Ch: Le parole di incoraggiamento di numerosi artisti e poeti, e in particolare di Lawrence Ferlinghetti, incontrato a San Francisco nel 2013, a proseguire il nostro lavoro mi portano a continuare l’attività con mostre, reading poetici e soprattutto sul WEB dove pubblichiamo periodicamente nuove proposte di IMMAGINI abbinate a POESIE.
Mi piacerebbe riprencere la pubblicazione di ebooks annuali, iniziata con l’editrice canadese Huguette Bertrand nel 2014 ed interrotta dopo otto anni per raggiunti limiti di età della mia co-editrice. Mi auguro di trovare un editore disposto a continuare questo lavoro online a titolo gratuito.
A. Kosta: Grazie per l’intervista e per il suo tempo prezioso che ci ha dedicato.
Lidia. Ch: Grazie a Lei e a tutti i lettori che ci seguono>>.
Biografia:
Lidia Chiarelli:artista, scrittrice e fondatrice del Movimento artistico letterario Immagine & Poesia.Conseguita la laurea inLingue e Letterature straniere presso l’Università di Torino, si dedica all’insegnamento della lingua inglese, inserendo nei suoi metodi di insegnamento corsi di “scrittura creativa” abbinata all’arte. Organizza una mostra di Mail Art presso la scuola media G. Perotti di Torino (1990) ed è questa l’occasione per fare la conoscenza di diversi artisti, tra cui Sarah Jackson, digital artist di Halifax. La collaborazione a distanza con l’artista canadese e con la scrittrice inglese Aeronwy Thomas (figlia del poeta Dylan Thomas), la portano a fondare, con altri quattro soci, il Movimento artistico-letterario Immagine & Poesia. Da una visita al MoMA di New York nel 2010 trae l’idea di diffondere installazioni simili al Wish Tree di Yoko Ono anche a Torino: le installazioni di Lidia Chiarelli cominciano così a comparire in occasione di diverse mostre cittadine.
Le sue poesie, nate dalla passione per la scrittura creativa, hanno ottenuto importanti riconoscimenti (come le segnalazioni di merito a Swansea – Wales – First International Poetry Festival, 2011 e ad Agliè – Torino – Premio Il Meleto di Guido Gozzano 2011, 2012, 2014, Premio “Il vino in letteratura”, Centro Studi Cesare Pavese, Santo Stefano Belbo, 2014, Premio Pannunzio 2015, Premio Città di Arona Omodei Zorini 2016, Premio Cinque Terre-Golfo dei Poeti 2017) sono state tradotte in inglese, francese, slovacco, ceco, norvegese, albanese e rumeno e sono state pubblicate su riviste e siti-web di poesia in Italia, Gran Bretagna, Stati Uniti, Albania, Israele, India, Vietnam e in Romania.
Il movimento artistico letterario Immagine & Poesia è stato fondato il 9 novembre 2007 all’ Alfa Teatro di Torino con il patrocinio della poetessa inglese Aeronwy Thomas e si basa sulla sua affermazione che“l’arte figurativa e la poesia possono portare a momenti di creatività incrociata”.
L’artista Ugo Nespolo e il poeta della beat generation americana Lawrence Ferlinghetti sono soci onorari del Movimento.
I principi del Movimento sono sintetizzati nei 10 punti del Manifesto.
Dall’anno della fondazione sono state organizzate diverse mostre in Italia e all’estero dove i poeti hanno trovato posto accanto agli artisti. Numerosi siti internet e blogs propongono centinaia di contributi di artisti e poeti di ogni parte del mondo.
Con la raccolta poetica Tramonto in una tazza – Sunset in a cup, pubblicato con EEE, si è classificata al primo posto nel Premio Letterario Internazionale “Cinque Terre – Golfo dei Poeti”, XXX Edizione, 2018
Lidia Chiarelli (Torino).
Socio-fondatore, con Aeronwy Thomas (figlia di Dylan Thomas), del Movimento Immagine & Poesia.
Scrittrice, curatrice d’arte e artista nota per le sue installazioni (Alberi della Poesia, Alberi dell’Arte, Viale delle Poesie per la Pace). Apprezzata anche come artista collagista.
Coordinatrice italiana per il Dylan Thomas Day.
Insignita del Naji Naaman’s Literary Prizes 2019.
Nel 2020 è stata nominata Art Consultant per AAA Shanghai Huifeng Literature (China) ed ha ottenuto la Literary Arts Medal , New York.
Tra gli autori inseriti in WIKIPOESIA dal 2025– https://www.wikipoesia.it/wiki/Lidia_Chiarelli
Le sue poesie sono state tradotte e pubblicate in riviste e siti web in Italia e in diversi paesi, tra cui Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti, Albania, Romania, Corea, Polonia, Slovacchia, Repubblica Ceca, China, Israele, India, Bangladesh, Vietnam.
Dal 2011 ha ottenuto importanti riconoscimenti come premi e segnalazioni di merito nazionali e internazionali. Per citarne alcuni:
– 2018- 1° Premio Cinque Terre Golfo dei Poeti – 2018
– 2019 Laureata con il Naji Naaman Literary Prize, Libano
– 2020 – 1° Premio Besio Poesia Savona – 2020, Medaglia per le Arti Letterarie – NewYork -2020,
– Sahitto International Grand Jury Award Bangladesh (Prima classificata)
– 2021- Zheng Xin International Poetry Award 2021, China (Prima classificata) – 2021 Literary and
Art Ceremony of Chinese Literature Magazine, Longyan City- China (Prima classificata) – Dicembre
2021, Ossi di Seppia: Gran Premio della Giuria Taggia (Imperia) – febbraio 2, 2021
– 2022 – Vincitrice del Primo Premio del KEL International Poet Award 2022 – South Korea /USA,
Selezionata tra i vincitori del International Day of Peace Poetry Contest 2022 (Colombia-Mexico-Peru) –
Vincitrice dell’8°Chinese Spring Festival -febbraio 2022
– 2023 One of the Winners of the 9th Chine Poetry Spring Festival Gala 2023 – International Poets Award –
Beijing Federation January 2023, China – Best Poet Prize in the Philippine Venue – Chinese Poetry Spring
Festival Gala (February 2023), Poeta finalista al Premio Filo della Torre, Roma – maggio 2023, Menzione
d’onore Concorso Amilcare Solferini, Agliè; Premio internazionale di Poesia Le Occasioni – Sanremo:
Premio “Le Occasioni” vincitrice Sezione D “Poesia a tema” – giugno 2023 – July 2023 Zheng Nian
Cup National Literature Prize (Special Contribution Award)- Gran Premio Juan Fran Núñez Parreño-Poesía
en español -2do lugar – 2023 – Premio Speciale IL MELETO DI GUIDO GOZZANO 2023- Primo Premio
The Best Poets’Translators; category (Rendition of International Poetry) China, November 2023 –
– 2024 Selezionata per l’antologia INVITO ALLA POESIA dell’associazione Poesia e Solidarietà Trieste
2024 Secondo Premio e Menzione Speciale Concorso Parole della Vita- Montecarlo-Principato di Monaco
– dicembre 2024 – Terzo Premio Concorso Nascere e Rinascere Cologna Spiaggia – Roseto degli Abruzzi
(TE) dicembre 2024
– 2025 Silver Prize Global Healing Art Contest and Exhibition CHINA- Celebration of Life | Lidia Chiarelli
(Italy) – Segnalazione per la poesia Dal buio alla Luce XI Concorso ECHORAMA Villamiroglio –
WFAI: High Level of Appreciation
Menzione di Merito fuori concorso IL MELETO DI GUIDO GOZZANO 2025
6 Nominations al Pushcart Prize USA nel 2014, 2015, 2016, 2018, 2019, 2020
Pubblicazioni bilingue (italiano e inglese):
Immagine& Poesia – The Movement in Progress, Cross-Cultural Communications, New York 2013
Tramonto in una tazza – Sunset in a cup, Edizioni Esordienti Ebook, Moncalieri (To) 2017
Inclinazioni di luce – Slants of Light, Cross-Cultural Communications, New York 2019
(italiano)
Il Richiamo dell’Onda – Vitale Edizioni, Sanremo 2020
L’incanto delle Luci – Vitale Edizioni Sanremo 2025
Principali Antologie Internazionali:
UNWASHED – A bay View Creative Writing and Art Journal- USA 2025
“How Time has ticked a Heaven round the stars” Poetry Anthology for International Dylan Thomas Day 2021, Infinity Books, Uk 2021
Love the Words – Winners: Poetry Anthology for International DylanThomas Day 2020, Infinity Books, Uk 2020
Translator-Illustrator in: Maki Starfield: Bouquet of Roses, Junpa Books, Japan 2020
Báo Giấy Poetry Journal in Print Vietnam, different editions since 2020
Azahar Revista Poetica – Spain – different editions since 2019
Bertrand-Chiarelli-Starfield: Trio of Gardens, Junpa Books, Japan 2018
Galaktika Poetike “ATUNIS” different editions since 2018
Bridging the Waters, Anthology of Korean Expatriate Literature, Seul, Korea, different editions since 2015
WORLD POETRY YEAR BOOK – Canada- different editions since 2015
The Seventh Quarry, Swanea Poetry Magazine, dal 2006 al 2018, Wales, UK
Prosopisia, International Journal of Poetry & Creative Writing, Publisher ARAWLII, India, different editions since 2015
The Light Singing, International Bilingual Anthology, Editura Emia, Romania 2014
Mood at Noon, Anthology, Timpul, Romania 2013
Shabdaguchha, International Poetry Journal in Bengali and English, Shabdaguchha Press, New York 2013, 2017
Ekphrasis-Poems speaking to silent works of art, Merril Memorial Library, Yarmouth, ME, USA, 2013
KEL – Korean Expatriate Literature – Co-published by KEL and CCC, USA- different editions since 2015
Cultural Reverence- India – different editions
OPA -India different editions
https://lidiachiarelli.jimdofree.com/ https://lidiachiarelliart.jimdofree.com/
https://immaginepoesia.jimdofree.com/
Pubblicazioni disponibili su Amazon. com:
-Lidia Chiarelli ”Immagine & Poesia – The Movement in Progress”, A Cross-Cultural Communications Edition, NY 2013 – ISBN 978-0-89304-994-2
Lidia Chiarelli ”Tramonto in una tazza –Sunset in a Cup”, Edizioni Esordienti E book, Moncalieri (To-Italy) 2017 – ISBN 978-88-6690-382-6
Lidia Chiarelli ”Inclinazioni di luce – Slants of Light” A Cross-Cultural Communications Edition, NY 2019 – ISBN 978-0-89304-661-3
Lidia Chiarelli ”Il Richiamo dell’Onda” Vitale Edizioni, Sanremo 2020 (Edizione Premio per i finalisti di Floriseum- Concorso di Poesie)
Lidia Chiarelli ”L’Incanto delle Luci” Vitale Edizioni, Sanremo 2025 (silloge dedicata al padre Guido Chiarelli)
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