Redazione- – Esiste un confine molto sottile tra l’informazione di massa e il silenzio assordante dell’indifferenza. Negli ultimi anni, il dibattito pubblico sulla pandemia e sulla massiccia campagna vaccinale ha spaccato profondamente l’opinione pubblica, polarizzando le piazze e lasciando colpevolmente indietro chi, da quell’esperienza, ne è uscito con la vita stravolta per sempre. Parliamo di persone comuni che si sono fidate ciecamente delle istituzioni e della scienza e che oggi, paradossalmente, si ritrovano a fare i conti con gravissimi problemi di salute cronici, uniti alla profonda e inaccettabile amarezza di sentirsi invisibili, non creduti o, peggio ancora, abbandonati da quello stesso Stato che aveva chiesto loro un atto di responsabilità.
A raccogliere questo drammatico grido di dolore ci ha pensato Chiara Talin, autrice del libro inchiesta “Voci Ribelli – Quando il danno non fa notizia”. Un’opera monumentale e coraggiosa di oltre settecento pagine che racchiude 44 testimonianze dirette di vite spezzate, corredate da referti medici e cartelle cliniche. Il libro non vuole porsi come un manifesto ideologico, ma come un potentissimo megafono umano per chi chiede semplicemente di essere ascoltato con empatia e curato con dignità. In questa lunga e toccante intervista, Chiara Talin ci racconta il dietro le quinte di un progetto editoriale nato per scuotere le coscienze intorpidite, lanciando un appello accorato che punta ad arrivare dritto sulla scrivania del Presidente della Repubblica.
L’intervista esclusiva a Chiara Talin
1) Chi è Chiara Talin e perché ha sentito il bisogno di dedicare oltre 6 mesi della sua vita a raccogliere queste testimonianze?
Mi chiamo Chiara Talin e vivo a Malta da nove anni. Prima di trasferirmi, ho vissuto tra il Varesotto e l’hinterland milanese. Durante gli anni delle scuole superiori ho studiato serigrafia, una professione che mi ha insegnato precisione e attenzione ai dettagli. Per diversi anni ho lavorato in questo settore, occupandomi della stampa su numerosi materiali. Successivamente ho svolto anche altri lavori come operaia. A un certo punto della mia vita, però, ho sentito il bisogno di cambiare strada. Dopo aver conosciuto mio marito Marco, ho iniziato un importante percorso di crescita personale e professionale avvicinandomi al mondo del copywriting. Ho seguito numerosi corsi, tra cui quello di Public Speaking di Max Formisano. Avevo il terrore di parlare in pubblico e davanti a una telecamera. Se oggi sono riuscita ad aprire il canale YouTube “MaltaForever”, a realizzare centinaia di video e a intervistare personaggi conosciuti, lo devo anche a quel percorso. Mi ha insegnato che i limiti più grandi spesso esistono soltanto nella nostra mente.
Per quanto riguarda questo libro, la sua nascita parte da un progetto precedente. Avevo pubblicato un altro libro nel quale avevo raccolto trenta interviste tratte dal mio canale YouTube. Molti di quei video venivano rimossi dalla piattaforma perché affrontavano temi controversi legati alla pandemia. Dentro di me è rimasta una domanda: che cosa è accaduto alle persone che raccontano di aver avuto conseguenze dopo la vaccinazione? Chi sta ascoltando la loro voce? Attraverso il mio lavoro ho iniziato a conoscere persone che raccontavano esperienze molto difficili. Ho parlato con uomini, donne e famiglie che mi hanno aperto le porte della loro vita. A quel punto ho sentito che non potevo voltarmi dall’altra parte. È nato così questo libro. Io non sono un medico né uno scienziato; sono una persona che sente il dovere umano di tendere una mano per dare loro uno spazio in cui raccontarsi, affinché il lettore possa leggere le loro esperienze direttamente dalla loro voce.
2) “Voci Ribelli – Quando il danno non fa notizia” non è un titolo che passa inosservato. Perché ha scelto proprio questo titolo e quale messaggio vuole trasmettere?
Il titolo completo racchiude un significato preciso. “Voci Ribelli” rappresenta tutte quelle persone che hanno deciso di non rimanere più in silenzio, esponendosi con il proprio volto affinché la loro esperienza non venga dimenticata. “Quando il danno non fa notizia” nasce da una riflessione: perché tante persone che raccontano conseguenze gravi affermano di non trovare spazio nel dibattito pubblico? È il sentimento di sentirsi invisibili. “Dalla fiducia alla rabbia” descrive il percorso umano emerso da moltissime testimonianze: prima la piena fiducia nelle istituzioni per proteggere i fragili, poi la delusione e la rabbia per non essere presi sul serio dopo l’insorgenza dei problemi. Infine, “Vite cambiate” riassume il contenuto del libro, confermato dalle 44 persone intervistate e dalla documentazione clinica che hanno condiviso. Il messaggio che desidero trasmettere non è chiedere di accettare automaticamente una conclusione, ma invitare ad ascoltare queste storie senza pregiudizi.
3) Lei ha raccolto ben 44 testimonianze. Dopo aver ascoltato tutte queste persone, qual è stata la domanda che si è fatta più spesso?
Ascoltando e leggendo, molte volte mi sono commossa fino alle lacrime. Mi sono chiesta come sia possibile che tante persone debbano affrontare una sofferenza così grande, cercando risposte e cure che spesso riescono solo ad attenuare il dolore di conseguenze che potrebbero accompagnarle a vita. Un’altra domanda ha riguardato me stessa: mi sono detta spesso “per fortuna che vivo a Malta e che ho scelto di non vaccinarmi”, chiedendomi cosa sarebbe successo se avessi fatto una scelta diversa. E poi ho provato frustrazione per non avere grandi possibilità economiche per aiutarle concretamente, visto che molte affrontano spese mediche e legali enormi facendo fatica ad arrivare a fine mese. La domanda che mi è rimasta dentro è: come possiamo non ascoltare il dolore di queste persone?
4) Tra tutte le storie raccolte, ce n’è una che ancora oggi continua a emozionarla ogni volta che ne parla?
Sarebbe impossibile sceglierne una sola. Mi ha colpita la storia di Marco Florio, che racconta di soffrire di disturbi gravissimi come fotofobia, giramenti di testa e che successivamente ha avuto anche un ictus, cambiando profondamente la sua vita. Oppure la testimonianza di Ingrid Busonera, che riporta ischemie cerebrali, fibromialgia, miopericardite e neuropatie. Ma le storie più strazianti sono quelle dei genitori che hanno perso un figlio. Penso alla mamma di Sofia Costantino, una ragazza sportiva deceduta (secondo quanto riportato dalla famiglia) pochi giorni dopo la terza dose. Leggere il racconto del ritrovamento della figlia senza vita è stato devastante. Penso anche a Stefano, finito su una sedia a rotelle perdendo lavoro e autonomia, e a Roberta Storti, ex istruttrice di spinning oggi limitata da dolori continui e problemi neurologici. Queste storie mi hanno insegnato che dietro ogni cartella clinica c’è un essere umano che merita rispetto.
5) Cosa accomuna tutte le persone che hanno deciso di raccontare la loro esperienza nel suo libro?
Un profondo senso di delusione, sofferenza e abbandono. Molti sentono di aver perso la fiducia nelle istituzioni e nel sistema sanitario. Convivono con una grande rabbia per non essere stati presi sul serio. E poi emerge con forza la solitudine: il dolore di non sentirsi creduti nemmeno da familiari e amici di vecchia data, che di fronte al loro cambiamento fisico fanno fatica a comprendere. Molti si chiedono come sia possibile che chi ti conosce da una vita scelga di voltarsi dall’altra parte. Ciò che chiedono è attenzione, rispetto e la possibilità di raccontare il proprio vissuto senza sentirsi giudicati.
6) Durante la stesura del libro ci sarà stato un momento in cui si è fermata e ha pensato: “Questa storia deve assolutamente essere conosciuta”. È successo?
Certamente sì. Ho pensato spesso che avrebbero dovuto trovare spazio sui giornali e nei programmi televisivi, perché non parliamo di statistiche ma di vite reali stravolte. Un tema fondamentale come quello della salute dovrebbe garantire un confronto aperto, e invece c’è stato a lungo un pensiero dominante. Negli ultimi mesi ho notato un cambiamento: testate importanti (“La Verità”, “Il Sole 24 Ore”, “Il Tempo”, “AdnKronos” e altri) hanno iniziato a parlare degli effetti avversi, ma dovrebbero farlo tutti i giornali, nessuno escluso. I grandi canali televisivi restano difficili da penetrare, ma non bisogna mai perdere la speranza. Sto cercando di far arrivare il libro a giornalisti e professionisti dell’informazione affinché queste storie trovino il momento giusto per essere ascoltate.
7) Che cosa ha spinto queste persone ad affidare la propria storia a lei, una persona che non conoscevano?
Il desiderio di essere finalmente ascoltati senza essere giudicati. Avevano bisogno di uno spazio sicuro in cui poter esprimere le emozioni e il dolore che vivono quotidianamente. Per molti è stato un percorso liberatorio e un sostegno emotivo, perché dopo tanto tempo hanno potuto mettere in parole ciò che avevano dentro. Mi hanno donato la loro fiducia e io l’ho accolta con estremo rispetto. La cosa che mi ha colpito di più è stata vedere la loro felicità nel sapere che la loro esperienza non sarebbe morta nel silenzio, sentendosi finalmente “visti”.
8) Vivendo a Malta da anni, ha notato differenze nella gestione della pandemia rispetto all’Italia?
Assolutamente. In Italia c’è stato un clima di forte paura, amplificato da un bombardamento mediatico costante. Anche a Malta ci sono state chiusure e un crollo totale e tristissimo del turismo, ma non c’è stato un lockdown totale come in Italia: era possibile uscire e muoversi. Ho vissuto momenti di tensione legati all’uso ossessivo della mascherina (una volta sono stata aggredita verbalmente e colpita con una borsa su un autobus per averla abbassata sotto il naso per respirare), ma la differenza più importante è stata l’assenza dell’obbligo vaccinale per la vita quotidiana e il lavoro. C’erano regole severe (quarantene salatissime a proprie spese in hotel per i turisti positivi), ma la pressione sociale e lavorativa mi è sembrata meno asfissiante rispetto al clima italiano.
9) Se questo libro arrivasse sulla scrivania di un giornalista, di un medico o di un politico, cosa spererebbe che facessero?
Spererei che lo leggessero con apertura e umanità, senza fermarsi ai numeri, ma conoscendo le persone. Vorrei che prendessero queste testimonianze come punto di partenza per incontrare i danneggiati e comprendere la realtà dei fatti. Se fosse un giornalista, vorrei che ci facesse un’inchiesta. Se fosse un politico, il mio sogno sarebbe un confronto pubblico e trasparente per affrontare le responsabilità. Sarei felice se il libro servisse a risvegliare dal torpore chi ancora oggi crede ciecamente che non esistano effetti avversi.
10) Molti potrebbero chiedersi: “Perché leggere oltre settecento pagine su un tema così delicato?”. Cosa risponderebbe?
Risponderei che non è semplicemente un libro, ma un viaggio in vite reali. Dietro ogni persona c’è un percorso che non poteva essere liquidato in poche righe. Abbiamo un disperato bisogno di imparare ad ascoltare. Il libro richiede tempo, ma certe storie meritano proprio questo: tempo e rispetto. Inoltre, l’opera è arricchita da relazioni importanti di esperti come il Criminologo Forense Umberto Mendola, Bianca Laura Granato, il Dott. Mauro Mantovani, il Dott. Sergio Brancatello e perizie legali.
11) Dopo aver chiuso l’ultima pagina del libro, qual è la domanda che spera rimanga nella mente del lettore?
Soprattutto per il lettore scettico, spero rimanga questa domanda: “Ho davvero conosciuto tutta la verità? Ho avuto la possibilità di ascoltare tutte le voci prima di farmi un’opinione?”. Il mio desiderio è risvegliare lo spirito critico, una dote ormai rarissima. Vorrei che le persone smettessero di fermarsi alla prima versione dei fatti propinata dai media e iniziassero a porsi dei dubbi costruttivi.
12) Se potesse mettere il libro nelle mani di una sola persona, chi sceglierebbe?
Sceglierei il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Incarna le istituzioni del nostro Paese. Mi piacerebbe che lo leggesse senza pregiudizi. Il mio desiderio più grande sarebbe vedere lo Stato riconoscere finalmente il dolore di queste persone, affrontare apertamente le domande che emergono e promuovere un dibattito trasparente. Quando è in gioco la salute e la fiducia dei cittadini, ascoltare ogni voce è un dovere istituzionale ineludibile.