Esteri
Hamid Karzai: il presidente che è rimasto in Afghanistan
Redazione- Hamid Karzai, ex presidente dell’Afghanistan, è una delle figure più importanti della storia politica recente del Paese. La sua vicenda è legata a due momenti decisivi: la caduta dei talebani nel 2001 e il loro ritorno al potere nel 2021.
Karzai è nato il 24 dicembre 1957 a Kandahar, in una famiglia politicamente influente. Dopo la caduta del primo regime talebano, nel 2001 fu scelto come capo dell’amministrazione ad interim dell’Afghanistan. Nel 2004 divenne il primo presidente eletto dopo la caduta dei talebani e rimase in carica fino al 2014.
Durante la sua presidenza furono ricostruite numerose istituzioni statali e aumentarono l’accesso all’istruzione e ai mezzi di comunicazione. Allo stesso tempo, il suo governo fu criticato per la corruzione, la debolezza delle istituzioni, l’influenza dei signori della guerra e la forte dipendenza dal sostegno degli Stati Uniti e dei Paesi occidentali.
Dopo aver lasciato la presidenza nel 2014, Karzai rimase in Afghanistan. La sua decisione acquistò particolare importanza il 15 agosto 2021, quando i talebani entrarono a Kabul e il governo della Repubblica crollò. L’allora presidente Ashraf Ghani lasciò il Paese, mentre Karzai rimase a Kabul.
Anche dopo il ritorno dei talebani, Karzai ha continuato a vivere in Afghanistan e a intervenire nel dibattito politico. Ha più volte chiesto un governo inclusivo e la riapertura delle scuole e delle università alle ragazze e alle donne.
Il rapporto con la stampa italiana
Karzai ha rilasciato diverse interviste alla stampa italiana, tra cui al quotidiano Corriere della Sera. Una delle interviste documentate fu pubblicata il 23 gennaio 2012 e realizzata dal giornalista Davide Frattini a Kabul. In quell’occasione Karzai parlò soprattutto del futuro dell’Afghanistan, del ritiro delle forze della NATO e della capacità del Paese di assumersi la responsabilità della propria sicurezza.
È importante distinguere questa intervista del 2012 dalle dichiarazioni più recenti sulla sua decisione di non lasciare l’Afghanistan dopo il ritorno dei talebani nel 2021.
Il significato della sua scelta di rimanere nel Paese è soprattutto politico: Karzai ha sostenuto più volte che i leader afghani dovrebbero rimanere accanto alla propria popolazione anche nei momenti di crisi.
La sua figura rimane quindi controversa. Per alcuni rappresenta il principale volto dell’Afghanistan ricostruito dopo il 2001; per altri è anche uno dei simboli dei problemi di quel sistema politico. Dopo il ritorno dei talebani, tuttavia, Karzai ha assunto un ruolo diverso: quello di ex presidente che continua a vivere nel proprio Paese e a parlare del suo futuro.
In questo contesto va compresa la sua affermazione di essere «felice di non aver lasciato il suo Paese»: non significa necessariamente che approvi il governo talebano, ma che considera importante essere rimasto in Afghanistan durante uno dei momenti più difficili della sua storia recente.
Esteri
Il ghiaccio del Nepal restituisce i corpi dei cinque alpinisti dispersi. Torna a casa anche l’abruzzese Marco Di Marcello: fine di un’agonia lunga 9 mesi
La montagna restituisce i suoi figli. Finisce in tragedia l’incubo durato nove lunghissimi mesi: sono stati ritrovati a 5.400 metri di quota in Nepal i corpi dei cinque alpinisti spazzati via dalla valanga il 3 novembre 2025. Tra loro c’è anche il biologo 37enne abruzzese Marco Di Marcello, originario di Castellalto (Teramo), che stava tentando la difficilissima ascesa al Dolma Khang. Il recupero è stato un’operazione difficilissima condotta da eroici sherpa nepalesi tra i crepacci dell’Himalaya. “Finalmente queste cinque bellissime anime stanno tornando a casa dalle loro famiglie”, hanno dichiarato i soccorritori. Leggi il nostro articolo per conoscere i dettagli di questa straziante missione di recupero. Tutta la nostra comunità si stringe nel dolore della famiglia Di Marcello. Riposa in pace, Marco. 🏔️ 💔 👇
Kathmandu (Nepal) / Teramo – Ci sono montagne che chiamano a sé le anime più avventurose e coraggiose, e ci sono montagne che, tragicamente, decidono di trattenerle per sempre. Dopo un silenzio bianco e straziante durato ben nove mesi, il ghiacciaio dello Yalung Ri, a 5.400 metri di quota, ha finalmente restituito i corpi dei cinque alpinisti travolti da una spaventosa valanga il 3 novembre 2025. Tra loro, come purtroppo si temeva fin dai primissimi giorni della tragedia, c’è anche l’abruzzese Marco Di Marcello, 37 anni, originario di Villa Zaccheo, frazione di Castellalto in provincia di Teramo. Una notizia che mette fine a una logorante agonia fatta di incertezza, preghiere e false speranze per le famiglie delle vittime, permettendo finalmente a questi giovani di tornare a casa per riposare in pace.
Il sogno spezzato sul Dolma Khang: chi era Marco Di Marcello
Marco non era solo un appassionato di montagna. Era un biologo stimato, un ragazzo dal cuore grande, innamorato della natura e dei silenzi vertiginosi che solo l’Himalaya sa regalare. Si trovava in Nepal per un’avventura che aveva pianificato con cura, accompagnato dal suo fraterno amico Paolo Cocco (41 anni, originario di Fara San Martino, in provincia di Chieti, fortunatamente scampato al disastro). Insieme ad altri alpinisti esperti, Marco faceva parte di una spedizione ambiziosa che puntava a conquistare la vetta del Dolma Khang, una montagna sacra e impervia che svetta a 6.332 metri nella remota e selvaggia valle della Rolwaling. Poi, quel maledetto 3 novembre, il boato della valanga ha spazzato via tutto: sogni, fatica e vite umane.
Un’operazione di recupero disperata: la tenacia degli Sherpa
La conferma ufficiale del ritrovamento è arrivata poche ore fa dall’agenzia Dreamers destination treks and expedition, che aveva organizzato parte della spedizione. Insieme a quello di Marco, sono stati recuperati i corpi dell’altro italiano disperso, Markus Kirchler, di Jakob Schreiber, di Padam Tamang e Mere Karki. L’operazione di recupero, coordinata congiuntamente con l’agenzia Wilderness outdoor, si è rivelata una vera e propria epopea ad altissimo rischio, ostacolata per mesi dalle proibitive condizioni meteorologiche invernali e primaverili dell’Himalaya.
A guidare la squadra di soccorso è stato Phurba Tenjing Sherpa, alpinista locale di Rolwaling ed eroico detentore del record mondiale Guinness. “Da metà giugno, Sherpa e la sua squadra hanno lavorato instancabilmente tra i crepacci per trovare i cinque alpinisti”, si legge nel commosso resoconto ufficiale. Il ritrovamento è avvenuto giovedì scorso, ma solo dopo aver atteso tre lunghissimi giorni per una finestra di “buon tempo”, la squadra è riuscita a raggiungere il sito in sicurezza e a recuperare tutte le salme, issandole a bordo degli elicotteri diretti a Kathmandu.
“Riportare a casa cinque bellissime anime”: il commiato del Nepal
Le parole usate dall’agenzia nepalese per annunciare la fine delle operazioni sono intrise di un profondo senso di umanità e spiritualità: “Dopo nove mesi, finalmente stanno tornando a casa. Questa missione non riguardava solo il recupero dei corpi, ma il ritorno di cinque bellissime anime alle loro famiglie dopo mesi di incertezza, speranza e attesa. E volevamo farlo con dignità, rispetto e massima cura. Due di loro, i nostri cari fratelli Marco Di Marcello e Padam Tamang, facevano parte della nostra famiglia esplorativa”.
Mentre i corpi si apprestano ad affrontare l’ultimo, doloroso volo per essere riconsegnati all’abbraccio dei loro cari in Italia e nel mondo, il pensiero di tutti si stringe attorno alle famiglie. “Che finalmente trovino un po’ di pace e chiusura”, concludono i soccorritori. Il Teramano e l’intero Abruzzo si preparano ora a piangere e a salutare per l’ultima volta un figlio che ha perso la vita cercando di toccare il cielo, là dove l’aria è più sottile e la montagna non fa sconti a nessuno.
Attualità
“Fermare l’invasione”: asse di ferro tra Giorgia Meloni e Danimarca. Ecco il piano rivoluzionario per rimpatriare i clandestini
Giorgia Meloni stringe un’alleanza di ferro e del tutto inaspettata con la Premier danese Frederiksen. Il loro manifesto congiunto è un durissimo colpo alle mafie dei trafficanti di esseri umani: tolleranza zero contro l’immigrazione clandestina e costruzione immediata di centri di rimpatrio in Paesi terzi (sul fortunato “modello Albania”) per smistare le richieste e bloccare le partenze alla radice. Mentre la Spagna crolla sotto gli sbarchi, Roma detta la linea dura a Bruxelles, isolando la sinistra pro-ONG. Sei d’accordo con questa politica rigorosa sui confini? Leggi tutti i dettagli del piano e dicci la tua nei commenti! 👇 🛑
Roma – Mentre i confini meridionali dell’Europa, come dimostra la recente e drammatica esplosione della crisi umanitaria e politica nell’enclave spagnola di Ceuta, rischiano letteralmente di collassare e sbriciolarsi sotto il peso insopportabile di politiche migratorie ideologiche, buoniste e lassiste, l’Italia non sta a guardare. Al contrario, il Governo guidato da Giorgia Meloni sta pigiando il piede sull’acceleratore, continuando a tessere una fittissima e importantissima rete diplomatica a livello europeo per porre un argine strutturale e definitivo all’immigrazione incontrollata. La giornata odierna, 11 agosto, segna un clamoroso punto di svolta geopolitica: Roma e Copenaghen si compattano ufficialmente, creando un asse di ferro politico che rischia di stravolgere (finalmente e in positivo) i lenti, impacciati e spesso ipocriti equilibri della burocrazia di Bruxelles.
Il manifesto Meloni-Frederiksen: pugno duro e tolleranza zero contro i trafficanti
L’evento politico del giorno è la pubblicazione di un incisivo manifesto congiunto a firma della Presidente del Consiglio italiana e della Premier danese, Mette Frederiksen. Un’alleanza che, agli occhi degli osservatori più superficiali, potrebbe apparire anomala (essendo la Meloni leader dei conservatori e la Frederiksen un’esponente di spicco del partito socialista), ma che in realtà si fonda su un incrollabile pragmatismo. La Danimarca, infatti, è da anni la nazione scandinava con la linea più dura, inflessibile e rigorosa d’Europa sulla gestione dei confini, a dispetto del colore politico del suo governo.
Il messaggio lanciato oggi da Roma e Copenaghen è chiarissimo e non ammette alcun tipo di replica, mediazione o ambiguità ideologica: bisogna dire basta, una volta per tutte, all’immigrazione illegale e incontrollata. Bisogna fermare le stragi e le morti in fondo al Mediterraneo, e per farlo l’unica via possibile è spezzare il modello di business miliardario delle spietate mafie dei trafficanti di esseri umani, criminali senza scrupoli che lucrano sulla pelle dei disperati ricattando di fatto i governi sovrani del Vecchio Continente.
La soluzione concreta sul tavolo: centri di permanenza e rimpatrio in Paesi terzi
La linea dettata dal nuovo asse italo-danese, tuttavia, non si limita agli slogan elettorali da dare in pasto all’elettorato, ma propone soluzioni tecniche radicali e immediatamente attuabili. L’obiettivo primario, messo nero su bianco nel documento congiunto, è quello di esternalizzare la complessa macchina della gestione dei flussi migratori. L’idea rivoluzionaria è quella di creare centri di permanenza, accertamento e rimpatrio al di fuori dei confini europei, in Paesi terzi considerati pienamente sicuri.
Si tratta dell’estensione su larga scala e a livello comunitario del cosiddetto “Modello Albania”, l’accordo pionieristico e fortemente voluto dal Governo Meloni, siglato nei mesi scorsi con Tirana. Un metodo durissimo, certo, ma estremamente efficace e giusto per riuscire a smistare rapidamente e in sicurezza le vere, sacrosante richieste di asilo politico (per chi fugge realmente da guerre e persecuzioni) da quelle puramente e illegalmente economiche. Creare centri di valutazione al di fuori dei confini dell’UE significa, nei fatti, smontare la narrazione dei trafficanti e disincentivare alla radice le partenze illegali dai porti africani.
L’isolamento della sinistra radicale e la nuova maggioranza morale in Europa
Mentre la sinistra radicale nostrana ed europea continua a stracciarsi le vesti e a chiudere caparbiamente gli occhi di fronte al dramma oggettivo del collasso delle frontiere (come dimostra l’immobilismo del governo Sanchez in Spagna), l’asse tra l’Italia e la Danimarca traccia una strada inequivocabile e segna un cambio di paradigma culturale enorme. La difesa dei confini nazionali e dello spazio Schengen non è più un tabù o un argomento “di estrema destra”, ma un’esigenza sentita da leader di estrazione profondamente diversa. L’alleanza Meloni-Frederiksen dimostra che la protezione del proprio territorio, la tutela della sicurezza dei cittadini e il rigore contro la criminalità transnazionale sono, e devono tornare ad essere, dei diritti sacri e inviolabili per il futuro di ogni Nazione europea.
Esteri
Echi di Obama e Sanders nella vittoria di El-Sayed in Michigan
«Non ho bisogno che ti piaccia, ho solo bisogno che tu vinca». Così Chuck Schumer, senatore dello Stato di New York e leader della minoranza democratica al Senato, si è rivolto ad Abdul El-Sayed dopo la sua vittoria alle primarie del Partito Democratico in Michigan per un seggio al Senato. Schumer aveva offerto il suo endorsement a Haley Stevens, che El-Sayed ha sconfitto con il 48,5% contro il 47,5% dei voti. Schumer aveva preferito la Stevens, ritenendo El-Sayed troppo progressista e considerando che, in Michigan, uno degli Stati tradizionalmente in bilico, una candidata centrista avrebbe avuto più possibilità di vittoria. Dopo l’esito elettorale, però, è tornata la pace e sia Schumer sia Stevens hanno fatto quadrato per sconfiggere Mike Rogers, avversario repubblicano di El-Sayed, che ha ricevuto l’endorsement del presidente Donald Trump.
Redazione- «Non ho bisogno che ti piaccia, ho solo bisogno che tu vinca». Così Chuck Schumer, senatore dello Stato di New York e leader della minoranza democratica al Senato, si è rivolto ad Abdul El-Sayed dopo la sua vittoria alle primarie del Partito Democratico in Michigan per un seggio al Senato. Schumer aveva offerto il suo endorsement a Haley Stevens, che El-Sayed ha sconfitto con il 48,5% contro il 47,5% dei voti. Schumer aveva preferito la Stevens, ritenendo El-Sayed troppo progressista e considerando che, in Michigan, uno degli Stati tradizionalmente in bilico, una candidata centrista avrebbe avuto più possibilità di vittoria. Dopo l’esito elettorale, però, è tornata la pace e sia Schumer sia Stevens hanno fatto quadrato per sconfiggere Mike Rogers, avversario repubblicano di El-Sayed, che ha ricevuto l’endorsement del presidente Donald Trump.
La vittoria di El-Sayed echeggia quelle di altri progressisti come Alexandria Ocasio-Cortez, parlamentare democratica di New York, e, in tempi più recenti, quelle di Zohran Mamdani, sindaco di New York, Katie Wilson, sindaca di Seattle, Brandon Johnson, sindaco di Chicago, e Michelle Wu, sindaca di Boston. In questi casi, però, si tratta di luoghi considerati roccaforti democratiche. La vittoria di El-Sayed è avvenuta in uno Stato “turchese”, che nelle elezioni presidenziali può passare da un partito all’altro. Trump vinse nel 2016 e nel 2024, sconfiggendo rispettivamente Hillary Clinton e Kamala Harris, ma nel 2020 fu sconfitto da Joe Biden. Schumer aveva dunque scommesso su una candidata centrista, seguendo una strategia tradizionale dell’establishment democratico.
El-Sayed è però riuscito a prevalere con una campagna incentrata su una piattaforma che riflette quella del gruppo dei Democratic Socialists of America, anche se lui non si è definito membro dell’organizzazione. Le sue idee, però, echeggiano temi già noti di tanti progressisti: l’ampliamento della sanità pubblica per coprire tutti i cittadini, la revisione dei finanziamenti a Israele e ad altri Paesi, l’aumento delle tasse per i più benestanti, il rifiuto di contributi politici da parte delle grandi aziende, l’aumento del salario minimo, ecc. Idee che sono nate con il «nonno» dei progressisti, Bernie Sanders, ma che sono state adottate da una nuova leva di giovani politici progressisti.
El-Sayed è riuscito a sconfiggere Stevens nonostante quest’ultima avesse ricevuto notevoli contributi finanziari dall’establishment del Partito Democratico e altri ingenti fondi da lobby. Si calcola che decine di milioni di dollari siano stati spesi per sostenere la campagna di Stevens, con una parte significativa proveniente da AIPAC, l’American Israel Public Affairs Committee, una lobby americana il cui obiettivo consiste nel sostenere politiche favorevoli a Israele. El-Sayed, nella sua campagna, ha preso le distanze dalla politica americana di forte sostegno a Israele, che il neo-candidato a senatore del Michigan ha accusato di genocidio, come hanno fatto anche altri leader progressisti.
Per queste idee il presidente Trump ha attaccato ferocemente El-Sayed, accusandolo di «odiare Israele» e definendolo anche comunista, come spesso fa con tanti altri suoi avversari politici. Questa presa di posizione verso Israele non ha impedito a El-Sayed di prevalere, anche perché l’opinione pubblica americana si è allontanata da quella del governo israeliano. L’indice di gradimento degli iscritti al Partito Democratico nei confronti di Israele è sceso sensibilmente negli ultimi anni. La politica fortemente militarista di Israele ha anche modificato le preferenze degli americani e la loro visione del conflitto tra palestinesi e israeliani. Gli ultimissimi sondaggi ci dicono che i palestinesi sono leggermente più sostenuti degli israeliani (41 contro 36%).
Anche Trump se ne è reso conto e i dissapori con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu stanno venendo a galla, poiché il presidente Usa sembra avere capito che la pressione per entrare in guerra contro l’Iran si è rivelata un grosso sbaglio.
I democratici dovrebbero avere successo nelle elezioni di midterm a novembre, specialmente alla Camera, dove si ritiene che abbiano ottime possibilità di conquistare la maggioranza. Al Senato la strada non è altrettanto spalancata, ma il seggio del Michigan, che potrebbe essere vinto da El-Sayed, sarebbe indispensabile.
Alcuni analisti hanno fatto notare le similarità fra El-Sayed e Barack Obama, il 44esimo presidente Usa. I due hanno forti legami con altri Paesi. Va ricordato che il padre di Obama era nato in Kenya, mentre i genitori di El-Sayed sono nati in Egitto. Entrambi hanno completato brillanti carriere accademiche, con legami con la Columbia University. Obama si è laureato alla Columbia University a New York, completando più tardi la laurea in giurisprudenza alla Harvard University. El-Sayed si è laureato all’Università del Michigan, poi ha ottenuto un dottorato in salute pubblica alla Oxford University con una prestigiosa borsa di studio Rhodes Scholar, e la laurea in medicina alla Columbia University.
Entrambi sono oratori carismatici, ma El-Sayed si trova politicamente più a sinistra. Obama ha ottenuto successi politici creando una coalizione di diversi gruppi, mentre El-Sayed ha puntato su una politica maggiormente populista. Dopo la sua vittoria alle primarie, El-Sayed ha ricevuto una telefonata da Obama, senza però rivelare i contenuti della conversazione. El-Sayed spera che l’ex presidente faccia campagna politica per sostenerlo, anche se ha ammesso di non vedere tutto alla stessa maniera. Nel suo libro Healing Politics ha scritto che la presidenza di Obama rappresenta, in parte, «intenzioni ispirate ma non realizzate». Forse El-Sayed riuscirà a realizzarle da senatore o, chissà, da presidente?
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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.
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