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Carburanti, UGL Matera: nessun allarme contaminazione nella provincia

Carburanti, il segretario UGL Pino Giordano rassicura sui controlli a Matera: “Nessun allarme contaminazione, la vera emergenza sono i rincari”. ⛽

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officina meccanica

Matera – Nel delicato e nevralgico scacchiere dell’economia reale, della tutela dei consumatori e delle riforme necessarie a monitorare la trasparenza dei mercati energetici nell’Eurozona, la stabilità della rete di distribuzione dei carburanti rappresenta una variabile fondamentale per il benessere delle famiglie. In una giornata dominata dalle preoccupazioni per le inchieste giornalistiche relative a presunti casi di frode commerciale registrati in alcune regioni del Paese, si registra una ferma presa di posizione da parte dei sindacati lucani. Pino Giordano, segretario provinciale dell’UGL Matera, ha diffuso una nota ufficiale per esaminare lo stato della rete stradale e autostradale della provincia. Il leader sindacale ha invitato l’opinione pubblica a respingere ogni forma di allarmismo ingiustificato, volto a gettare discredito sul comparto e ad alimentare la sfiducia nei confronti dei piccoli distributori rionali, difendendo con forza il merito e l’onestà dei lavoratori lucani.

La condanna dei furbi e il doppio danno economico e meccanico

L’ordito della disamina dell’UGL muove da una rigorosa e fredda condanna nei confronti dei gravi episodi di cronaca emersi sulla stampa nazionale, inerenti alla presunta diluizione dei carburanti con acqua all’interno delle cisterne di stoccaggio per aumentarne artificialmente il volume commerciale. Giordano ha chiarito che, qualora le indagini della magistratura accertassero le responsabilità, ci si troverebbe di fronte a comportamenti intollerabili. I cittadini onesti e i pendolari subirebbero in questo modo un doppio e ingiusto danno: economico, pagando tariffe piene per un combustibile non conforme e alterato, e meccanico, a causa dei guasti devastanti che l’acqua provoca ai motori e agli impianti di alimentazione dei veicoli, costringendo le famiglie a ricorrere a costosi interventi di riparazione nelle officine meccaniche.

Nessun allarme nei distributori di Matera e della costa jonica

Per quanto riguarda la situazione interna alla provincia di Matera, il segretario Giordano ha smentito in modo categorico la presenza di anomalie, deostruendo i tentativi di generalizzazione che rischiano di colpire un settore già duramente provato dalla crisi dei consumi. La rete di distribuzione materana è composta da imprese e gestori seri che operano quotidianamente con massima responsabilità e nel pieno rispetto delle regole dello Stato. Alimentare sospetti indiscriminati h24 significa mettere a rischio i livelli di occupazione stabile e la credibilità di padri di famiglia che svolgono il proprio lavoro con assoluta trasparenza. A vigilare sulla regolarità delle pompe di benzina intervengono costantemente le forze dell’ordine e gli organismi di controllo, la cui azione repressiva rappresenta una paratia di sicurezza e legalità per gli automobilisti.

Il messaggio di serenità ai turisti in viaggio tra i Sassi

In concomitanza con i massimi flussi turistici estivi, il rappresentante dell’UGL Matera ha voluto rivolgere un caloroso messaggio di accoglienza civile e vicinanza ai numerosi villeggianti e visitatori transnazionali che stanno raggiungendo la Basilicata. Chi sceglie la terra lucana per le proprie vacanze può percorrere le scarpate e le strade del territorio in totale serenità: «Chi sceglie Matera e la sua provincia può farlo con assoluta fiducia. Qui troverà una terra accogliente, fatta dei Sassi, dei borghi e della costa jonica. L’unica sosta che ci auguriamo debbano fare i visitatori è quella per ammirare le nostre bellezze storiche e assaporare l’enogastronomia della tradizione, non certo quella forzata in un’officina per timori legati a vicende che, allo stato attuale, non trovano alcun riscontro nella provincia di Matera».

La vera emergenza della provincia è il caro benzina alla pompa

Spostando il baricentro dell’analisi sulle reali criticità materiali che colpiscono i bilanci familiari e l’indotto delle piccole imprese di provincia, il sindacato ha ricordato che la vera e urgente emergenza sociale è rappresentata dal continuo e inarrestabile aumento dei prezzi dei carburanti. I rincari selvaggi registrati alla pompa riducono in modo lineare il potere d’acquisto dei lavoratori e dei pendolari, incrementando a cascata i costi di trasporto delle merci e gravando sul prezzo finale dei beni di prima necessità e della somministrazione nei ristoranti. È su questo hardware economico complesso che il Governo nazionale e le istituzioni regionali devono concentrare ogni sforzo, pianificando riforme strutturali capaci di calmierare i prezzi e difendere il benessere della popolazione.

La tutela dei lavoratori della filiera energetica contro l’isolamento

In ultima analisi, l’intervento di Pino Giordano si offre alla pubblica opinione come un solenne manifesto laico a difesa della reputazione e della dignità del lavoro nel Mezzogiorno. Sradicare la gestione delle problematiche economiche dall’isolamento biologico indotto dall’abuso degli schermi digitali e delle reti virtuali, per ricondurla all’interno di un dialogo trasparente basato sulle regole e sulla legalità, costituisce il pilastro più alto del moderno welfare sindacale. L’UGL Matera continuerà a pretendere verifiche rigorose e costanti lungo tutta la filiera della distribuzione energetica, respingendo le tifoserie delle polemiche sterili per garantire un domani stabile, sicuro e libero da paure ingiustificate alle future generazioni di cittadini e lavoratori della Basilicata.

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Castello Sforzini, “Il Mattutino”: una lezione di coraggio e libertà

Dal Castello Sforzini di Castellar Ponzano un editoriale toccante: una lezione di pazienza e coraggio per ritrovare l’alba nei momenti più bui. 🌅✨

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Il Mattutino di mercoledì 5 agosto 2026

Castellar Ponzano – Ci sono mattine in cui il tempo sembra rallentare, quasi a voler concedere un istante di tregua al ritmo frenetico delle nostre esistenze. Succede quando ci si mette in ascolto delle pietre secolari, capaci di custodire storie e tramandare silenzi. Oggi, mercoledì 5 agosto 2026, dal cuore antico del Castello Sforzini di Castellar Ponzano, si leva una voce che non vuole semplicemente informare, ma accarezzare l’anima di chi ascolta. Nasce così un appuntamento intimo, una rubrica quotidiana che si propone come un faro di speranza e una bussola emotiva per la comunità locale e per chiunque senta il peso delle sfide quotidiane. In un’epoca dominata dal baccano dei social network e dalla dittatura della notizia dell’ultima ora, questo spazio editoriale rappresenta una carezza, un invito a fermarsi, a respirare profondamente e a ritrovare una connessione autentica con se stessi e con la natura circostante.

Il borgo, con la sua storica fortezza che domina il paesaggio, diventa la scenografia perfetta per un messaggio che parla direttamente al cuore delle persone. Chi vive in queste terre conosce bene la solitudine dei campi, la maestosità delle colline e la durezza di certi inverni, ma conosce anche la forza della rinascita. Questo testo non nasce da un freddo ufficio di città, ma pulsa della vita vera di un territorio che ha fatto della resilienza la propria bandiera. L’obiettivo è chiaro: offrire un momento di riflessione profonda prima che la giornata assorba tutte le nostre energie operative, trasformando la cronaca locale in un’occasione di crescita collettiva e di condivisione umana, per non sentirsi mai soli di fronte alle difficoltà della vita.

La grande pazienza delle montagne e il cambiamento silenzioso

Il primo grande insegnamento che arriva dal Castello Sforzini è una lezione di dignità e pazienza che i cittadini e le famiglie del territorio possono fare propria ogni giorno: “Le vette non litigano con la nebbia. La aspettano.” Quante volte, nella vita di tutti i giorni, consumiamo le nostre energie migliori per combattere contro ostacoli improvvisi, contro la nebbia fitta dell’incertezza economica, della preoccupazione per i figli o della fragilità del lavoro? Spesso aggrediamo i problemi con rabbia, generando solo ulteriore ansia. Le montagne, invece, con la loro presenza imponente, ci mostrano una strada diversa. Esse accettano l’oscurità passeggera, sanno che la nebbia fa parte del ciclo naturale e che nessuna nuvola, per quanto densa, potrà mai scalfire la roccia millenaria.

Subito dopo, lo sguardo del cronista si posa sulla natura circostante, regalandoci un’altra immagine di straordinaria potenza emotiva: “Gli alberi non fanno rumore mentre cambiano stagione.” C’è una dignità immensa nel silenzio della transformación. La nostra società ci bombarda continuamente con l’obbligo di apparire, di gridare i nostri successi, di manifestare con baccano ogni minimo cambiamento. Gli alberi del nostro territorio, invece, affrontano il passaggio cruciale della vita senza protestare, perdendo le foglie per proteggere le proprie radici in vista del futuro. È un monito per i lavoratori e per le famiglie: le vere rivoluzioni personali, le guarigioni più profonde e i passaggi storici più importanti avvengono quasi sempre nel silenzio operoso, lontano dai riflettori e dalle polemiche sterili della quotidianità.

La difficile ricerca della luce nei momenti di crisi profonda

Il cuore pulsante di questo editoriale risiede però nel richiamo affettuoso alla sapienza dei padri e dei maestri che hanno guidato le generazioni passate: “E il mio maestro mi insegnò com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire.” Questa frase, che rievoca la poesia filosofica e la sensibilità culturale radicata nella nostra memoria collettiva, tocca le corde più intime dell’esperienza umana. Trovare la luce quando tutto intorno sembra farsi buio è forse la sfida più complessa che un uomo o una donna debbano affrontare nel corso della propria esistenza. Non si tratta di un ottimismo ingenuo o di circostanza, che suonerebbe quasi offensivo per chi sta vivendo un momento di sofferenza, di lutto o di difficoltà economica.

Al contrario, trovare l’alba nell’imbrunire è una vera e propria disciplina dell’anima. Significa avere la forza interiore di scorgere i semi di un giorno nuovo proprio mentre calano le ombre della sera. I nostri nonni, che hanno ricostruito questo paese dalle macerie, conoscevano bene questo segreto. Sapevano che la notte, per quanto lunga e fredda, deve sempre cedere il passo al mattino. Gli esperti di scienze umane confermano che la capacità di mantenere viva la speranza nei momenti di transizione sociale è il vero motore della rinascita di una comunità, l’unico antidoto capace di sconfiggere la solitudine e lo scoramento che a volte colpiscono i nostri quartieri e le nostre famiglie.

Un triplo mandato per vivere il quotidiano con dignità

Il Mattutino non si limita a farci riflettere, ma si chiude con una formula solenne, un augurio che è anche un preciso impegno etico per la giornata che si apre davanti a noi: “Che sia una giornata di libertà, responsabilità e coraggio.” Queste tre parole non sono concetti astratti, ma strumenti concreti per cambiare in meglio la nostra quotidianità. La libertà è lo space sacro della scelta, la possibilità per ogni cittadino di esprimersi e di vivere senza il peso opprimente del giudizio altrui o della paura del futuro. È il diritto di camminare a testa alta nelle nostre piazze, consapevoli del proprio valore umano.

Ma la libertà non può esistere senza la responsabilità, ed è questo il legame indissolubile che unisce la comunità di Castellar Ponzano. Essere responsabili significa capire che ogni nostra azione, ogni parola sussurrata e ogni decisione presa lascia un’impronta profonda sulla vita delle persone che ci circondano. Proprio come gli alberi che cambiano stagione modificando il paesaggio, anche noi modifichiamo il clima sociale con i nostri comportamenti. Infine, il coraggio: la forza necessaria per non arrendersi, per affrontare la nebbia fitta dei problemi quotidiani e per continuare a cercare quell’alba interiore, diventando noi stessi custodi e guide del tempo che ci è stato concesso di vivere.

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L’incubo della malamovida: le nostre città in ostaggio di baby gang e degrado. E lo Stato sta a guardare

Il dramma della “malamovida”: tra risse, baby gang e centri storici trasformati in discoteche abusive, i residenti sono diventati prigionieri in casa propria. Fino a quando i Comuni faranno finta di non vedere pur di incassare? 🚔 😡

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Baby-gang

Roma– C’è un lato oscuro, violento e profondamente inquietante che sta macchiando in modo del tutto indelebile le calde notti dell’estate del nostro Paese. Mentre le agenzie di viaggio e le patinate pubblicità televisive continuano instancabilmente a vendere l’immagine idilliaca di un’Italia fatta solo di grande relax, di lungomari romantici e di pura spensieratezza estiva, la dura e nuda realtà che si consuma ogni singola notte nei nostri centri storici e nelle località balneari racconta, purtroppo, una storia completamente diversa. Una storia fatta di inaudita violenza gratuita, di degrado urbano inaccettabile e di profonda paura diffusa tra i cittadini. È il drammatico e inarrestabile fenomeno della “malamovida” e delle spietate baby gang: una vera e propria emergenza nazionale di ordine pubblico che sta letteralmente prendendo in ostaggio decine di città italiane, trasformando brutalmente quello che un tempo era il sano e sacrosanto divertimento serale in un autentico, spaventoso Far West a cielo aperto.

Città in ostaggio della movida violenta: quando il divertimento si trasforma in un incubo a occhi aperti

Oggi, basta fare una semplice passeggiata dopo la fatidica scoccare della mezzanotte nei vicoli dei nostri meravigliosi e ammirati centri storici, o sui lungomari delle più rinomate e costose località turistiche, per accorgersi dell’entità del disastro. Le storiche strade italiane, un tempo culle silenziose e rispettate della nostra inestimabile storia e dell’arte mondiale, si trasformano sistematicamente in enormi e pericolose discoteche abusive a cielo aperto, in orinatoi pubblici e, sempre più spesso, in ring per risse furibonde. Alcol a fiumi venduto a prezzi stracciati e illegalmente ai minorenni, uso incontrollato di droghe sintetiche a bassissimo costo, urla disumane e risate sguaiate che si protraggono fino alle prime luci dell’alba, decine di bottiglie di vetro infrante sull’asfalto e monumenti storici plurisecolari usati impunemente come bagni pubblici. Il concetto stesso di “movida”, termine nato per indicare la legittima e sana socialità giovanile serale, è stato completamente stravolto e avvelenato per sempre, diventando oggi il tremendo sinonimo di una prevaricazione violenta, incivile e incontrollabile che sta uccidendo pezzo dopo pezzo la bellezza, il fascino e il decoro del nostro Paese.

Il fenomeno criminale delle baby gang: la cieca violenza giovanile che terrorizza interi quartieri

A rendere il quadro notturno ancora più tetro e socialmente allarmante è la spaventosa e rapidissima ascesa delle cosiddette “baby gang”. Non stiamo parlando di semplici e perdonabili “ragazzate”, di dispetti estivi o di episodi goliardici finiti male per un bicchiere di birra di troppo, ma di vera e propria criminalità organizzata giovanile e minorile. Branchi violenti formati spessissimo da giovanissimi minorenni, a volte ragazzini imberbi di appena tredici o quattordici anni, che si muovono compatti nella notte come branchi di lupi famelici a caccia di prede deboli da colpire. Armati di coltellini a scatto, pesanti tirapugni o affilati cocci di bottiglia, questi branchi aggrediscono selvaggiamente e per futili motivi i loro stessi coetanei, rubano smartphone e catenine d’oro, devastano l’arredo urbano pubblico e sfidano a viso aperto e senza il benché minimo timore reverenziale le stesse forze dell’ordine in divisa. Sono giovani freddi e cinici, cresciuti nel vuoto cosmico dei valori civili e nel mito tossico e diseducativo della violenza celebrata sui social network e nelle canzoni dei trapper, tristemente convinti di essere onnipotenti, intoccabili e totalmente immuni da qualsiasi reale e dolorosa conseguenza penale o carcere.

Il dramma psicologico e ignorato dei residenti: prigionieri a casa propria e derubati del sonno

Le vere, grandi e silenziose vittime sacrificali di questa incomprensibile follia estiva collettiva sono però gli storici residenti. Cittadini onesti, contribuenti, lavoratori stanchi, famiglie con bambini piccoli e anziani malati che hanno avuto l’unica tragica “sfortuna” di abitare nei quartieri del centro storico, un tempo prestigiosi e tranquilli, oggi totalmente fagocitati dall’espansione predatoria dei locali notturni. Il loro dramma non è legato solamente all’impossibilità fisica di chiudere occhio per via della musica assordante sparata dai pub fino alle cinque del mattino, ma è soprattutto di natura psicologica e ansiogena. Ci sono anziani e donne che hanno il terrore fisico di uscire la sera dal proprio portone per gettare la spazzatura o per far fare una breve passeggiata al proprio cane, per il fondato terrore di essere pesantemente insultati o aggrediti fisicamente dal branco di ragazzini ubriachi parcheggiato stabilmente sotto il loro balcone. Questi cittadini si sentono dei veri e propri prigionieri isolati in casa propria, drammaticamente abbandonati dalle istituzioni pubbliche e derubati con la forza del diritto più elementare, biologico e sacro che esista: quello al meritato riposo notturno e alla sicurezza personale e familiare.

La resa incondizionata dello Stato: forze dell’ordine con le mani legate e sindaci troppo distratti dagli incassi

Di fronte all’esplosione di questa emergenza cronica e prevedibile, la risposta delle istituzioni democratiche appare, nella migliore delle ipotesi, drammaticamente debole, e nella peggiore, totalmente e colpevolmente assente. Le Forze dell’Ordine, costrette a operare gravemente sotto organico, tra mille rischi e con mezzi statali limitati, si trovano troppo spesso con le proverbiali mani legate dalla burocrazia: corrono a sirene spiegate, intervengono nel caos, identificano e portano con fatica in caserma i facinorosi minorenni, per poi vedersi avvilentemente costretti da una giurisprudenza fin troppo garantista a rilasciarli sani e salvi la mattina seguente, pronti a delinquere di nuovo. Nel frattempo, troppe amministrazioni comunali e troppi sindaci scelgono molto consapevolmente di girare la testa dall’altra parte, preferendo non disturbare o ostacolare il redditizio “business della notte” e gli incassi milionari dei gestori dei locali, scambiando cinicamente il degrado urbano e il consumo smodato di superalcolici per una preziosa “attrattiva turistica” da sbandierare. Una logica amministrativa miope, complice e profondamente ipocrita, che svende senza pudore la tranquillità civile e la salute dei cittadini in cambio di qualche incasso estivo e di qualche inutile tassa di soggiorno.

Oltre la necessaria repressione penale, l’Italia deve ricostruire l’educazione e il sacro patto familiare

La soluzione immediata a questo devastante cancro sociale non può e non deve essere affidata esclusivamente all’uso della forza di polizia o ai manganelli. Certo, per arginare la deriva servono urgentemente e senza sconti pene molto più certe, immediate e severissime per chi devasta le città e aggredisce fisicamente il prossimo; così come serve schierare immediatamente l’esercito e pattuglie fisse nelle piazze più calde per ristabilire la presenza visibile, fisica e autoritaria dello Stato. Ma per spegnere per sempre l’incendio della malamovida giovanile bisogna avere il grande coraggio politico e sociale di spegnere le fiamme alla loro esatta radice. È fondamentale ricostruire da zero il patto educativo tra le istituzioni scolastiche e le famiglie, ormai tragicamente assenti, colpevolmente distratte o, peggio ancora, complici attive dei figli violenti. Finché una madre o un padre continueranno follemente a difendere o giustificare il figlio quindicenne che torna a casa all’alba visibilmente ubriaco, con le nocche sbucciate o con la maglietta strappata, prendendosela magari con i professori “cattivi” o con i poliziotti “troppo duri”, nessuna legge in Parlamento e nessun presidio militare per le strade riusciranno mai a salvare veramente le nostre piazze e le nostre meravigliose estati dal baratro senza ritorno dell’inciviltà e della decadenza morale.

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Fuga dal lavoro tossico: la rivoluzione silenziosa di chi sceglie la vita al posto dello sfruttamento

Il crollo del mito dello stacanovista: giovani e professionisti si dimettono in massa fuggendo dai posti di lavoro tossici. La salute mentale, il tempo libero e la dignità valgono molto più di uno stipendio da fame. È una rivoluzione silenziosa contro lo sfruttamento! 📉💼 🏃‍♂️

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Lavoro tossico

Italia – C’è una frase fatta, ripetuta ormai come un noioso, logoro e ipocrita ritornello nei salotti televisivi e nei lussuosi convegni degli imprenditori, che sta letteralmente avvelenando il dibattito sociale del nostro Paese: “I giovani di oggi non hanno più nessuna voglia di lavorare”. Eppure, dietro questa comoda, arrogante e superficiale accusa, si nasconde in realtà una ferita sociale ben più complessa e profonda. Quella a cui stiamo assistendo in questi mesi, nel silenzio quasi totale e colpevole della politica tradizionale, non è affatto una misteriosa epidemia di pigrizia generazionale, ma una vera e propria “rivoluzione silenziosa” dal basso. Le dimissioni volontarie sono in costante, inarrestabile aumento e decine di migliaia di ragazzi, ragazze, ma anche professionisti più adulti con famiglia a carico, stanno compiendo una scelta radicale, dolorosa e coraggiosa: fuggire a gambe levate dai posti di lavoro tossici, decidendo finalmente di mettere al primissimo posto la propria inestimabile salute mentale, la dignità personale e la qualità della vita, piuttosto che soccombere a un sistema anacronistico di sfruttamento legalizzato.

Il crollo definitivo del mito stacanovista: si lavora per vivere, non si vive per lavorare

Fino a un paio di frenetici decenni fa, il modello vincente e indiscusso imposto dalla nostra società capitalistica era senza dubbio quello dello “stacanovista” assoluto. Il dipendente modello, da lodare ed elevare ad esempio, era colui che entrava in ufficio all’alba per uscirne a notte fonda; colui che non si lamentava mai dei soprusi, che saltava i pasti alla scrivania e che sacrificava volentieri e con rassegnazione la propria famiglia, i propri affetti e le proprie passioni sull’altare della folle scalata alla carriera e della cieca fedeltà aziendale. Le nuove generazioni, osservando i danni prodotti, hanno finalmente e bruscamente interrotto e spezzato questo circolo vizioso e autodistruttivo. I Millennials e la tanto criticata Generazione Z hanno compreso a proprie spese una grandissima e inviolabile verità esistenziale: si lavora unicamente per vivere, non si vive per lavorare. Hanno visto con i propri occhi i loro padri e le loro madri logorarsi fino allo sfinimento fisico e nervoso per aziende che, al primissimo momento di difficoltà economica o di calo del fatturato, non hanno esitato un solo secondo a licenziarli in tronco o a parcheggiarli in cassa integrazione. Questa amara e cruda lezione storica ha generato un risveglio collettivo inarrestabile: il prezioso tempo libero, l’amore, lo svago e gli affetti familiari non sono e non saranno mai più merce di scambio negoziabile per un finto, illusorio avanzamento di qualifica.

Stipendi da fame e orari infiniti senza regole: la vera, drammatica radice delle dimissioni di massa

Quando i grandi imprenditori del settore della ristorazione, gli albergatori del turismo o i manager dei servizi denunciano disperati ai microfoni dei giornalisti di non riuscire più a trovare personale disposto a lavorare, omettono quasi sempre, in malafede, la parte più importante e decisiva della narrazione: a quali condizioni contrattuali stanno offrendo esattamente quel lavoro? La nuda e cruda realtà italiana odierna è fatta vergognosamente di stage non retribuiti, mascherati astutamente da false opportunità formative per coprire mansioni ordinarie; di contratti a chiamata o a finti part-time che non garantiscono nemmeno la minima sopravvivenza economica per fare la spesa al supermercato; di straordinari pretesi ogni giorno dal capo come atto dovuto e rigorosamente non pagati a fine mese, e di buste paga tristemente bloccate e ferme ai livelli degli anni Novanta, mentre il reale costo della vita, del carburante e degli affitti nelle città è schizzato vertiginosamente alle stelle. Rifiutare sistematicamente turni massacranti di dieci o dodici ore al giorno, feste incluse, per la miseria di mille euro al mese, non significa affatto essere dei fannulloni o dei viziati, come qualche politico fuori dalla realtà li definì incautamente in passato: significa, al contrario, avere un istinto di conservazione e di sopravvivenza intatto e rifiutare coraggiosamente una forma moderna, subdola e inaccettabile di schiavitù contrattuale.

Il peso devastante e invisibile del “burnout” e l’epidemia di ansia nelle aziende moderne

L’altro enorme, ingombrante elefante nella stanza di cui il cinico mondo del business italiano fa finta di non accorgersi è il crollo della salute mentale. Ambienti di lavoro altamente inquinati e tossici, manager e capi reparto drammaticamente incompetenti che credono di poter motivare e spronare il proprio personale esclusivamente attraverso la leva del terrore psicologico, le continue umiliazioni pubbliche e la sadica pressione costante per raggiungere obiettivi di vendita irraggiungibili, stanno letteralmente distruggendo l’equilibrio e il sistema nervoso di centinaia di migliaia di lavoratori innocenti. La pericolosa sindrome da “burnout”, ovvero l’esaurimento emotivo, fisico e cognitivo totale causato dall’eccessivo stress lavorativo, è purtroppo diventata in Italia un’emergenza clinica e psicologica di proporzioni allarmanti. Rassegnare le proprie dimissioni da un’azienda tossica, persino compiendo un salto nel buio senza avere già un altro impiego pronto, sicuro e blindato, diventa così per molti un disperato atto di puro amor proprio: l’unico vero, grande salvavita in grado di evitare di sprofondare in modo irreversibile nel baratro scuro e profondo dell’ansia clinica cronica e degli invalidanti attacchi di panico quotidiani.

La retorica colpevolizzante e velenosa: il falso mito del “non sanno fare sacrifici”

Invece di farsi un doveroso, umile e profondo esame di coscienza e interrogarsi seriamente sui reali motivi di questa preoccupante fuga di massa e di cervelli, una parte consistente e arrogante della nostra classe dirigenziale preferisce nascondersi e trincerarsi dietro la più banale, vecchia e inutile delle retoriche colpevolizzanti. Il trito e ritrito ritornello “questi ragazzi viziati non sanno più fare sacrifici come noi ai nostri tempi” è solo uno scudo vigliacco e comodissimo per non ammettere pubblicamente il proprio catastrofico fallimento umano e organizzativo. I giovani professionisti di oggi sono prontissimi e incredibilmente disposti a fare sacrifici personali enormi, a rimettersi a studiare, a emigrare all’estero, a reinventarsi da zero e a impegnarsi duramente nelle aziende, ma pretendono — giustamente e a gran voce — che questo loro pesante sacrificio venga finalmente riconosciuto, civilmente rispettato e, soprattutto, retribuito in modo dignitoso ed equo. Non c’è alcuna gloria, alcun eroismo né alcun merito morale nell’accettare passivamente di farsi calpestare la dignità lavorativa: c’è solo un colpevole, doloroso e inaccettabile arretramento dei diritti sociali che ha trasformato l’attuale mercato del lavoro in una giungla spietata in cui sopravvive solo il più forte e il più furbo.

Verso la firma di un nuovo, necessario patto sociale: il tempo umano deve tornare al centro dell’economia

Questa grande rivoluzione silenziosa e pacifica dei lavoratori non si fermerà magicamente con qualche appello televisivo, ed è in realtà un fortissimo segnale di profonda e insperata salute democratica del Paese. Se le aziende italiane, piccole, medie o multinazionali che siano, vogliono davvero tornare ad attrarre in modo serio e a trattenere a lungo i veri talenti, devono cambiare drasticamente, velocemente e con grande coraggio il loro logoro paradigma gestionale. Devono tornare a offrire contratti trasparenti, stipendi base che permettano di fare la spesa senza l’angoscia della carta di credito, vera flessibilità di orari (come il prezioso smart working), ma soprattutto devono garantire con certezza ambienti lavorativi sani, basati sul rispetto umano assoluto e sull’empatia, e mai più sul meschino ricatto economico e sulla paura reverenziale del capo. Bisogna urgentemente firmare un nuovo patto sociale e culturale in Italia: il tempo umano, ovvero l’unico bene veramente non rinnovabile e inestimabile che possediamo su questa Terra, deve tornare a essere il centro gravitazionale e sacro della nostra economia, e non un semplice, anonimo accessorio da spremere fino all’ultima goccia per gonfiare a dismisura i dividendi degli azionisti.

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