Italia – C’è una frase fatta, ripetuta ormai come un noioso, logoro e ipocrita ritornello nei salotti televisivi e nei lussuosi convegni degli imprenditori, che sta letteralmente avvelenando il dibattito sociale del nostro Paese: “I giovani di oggi non hanno più nessuna voglia di lavorare”. Eppure, dietro questa comoda, arrogante e superficiale accusa, si nasconde in realtà una ferita sociale ben più complessa e profonda. Quella a cui stiamo assistendo in questi mesi, nel silenzio quasi totale e colpevole della politica tradizionale, non è affatto una misteriosa epidemia di pigrizia generazionale, ma una vera e propria “rivoluzione silenziosa” dal basso. Le dimissioni volontarie sono in costante, inarrestabile aumento e decine di migliaia di ragazzi, ragazze, ma anche professionisti più adulti con famiglia a carico, stanno compiendo una scelta radicale, dolorosa e coraggiosa: fuggire a gambe levate dai posti di lavoro tossici, decidendo finalmente di mettere al primissimo posto la propria inestimabile salute mentale, la dignità personale e la qualità della vita, piuttosto che soccombere a un sistema anacronistico di sfruttamento legalizzato.
Il crollo definitivo del mito stacanovista: si lavora per vivere, non si vive per lavorare
Fino a un paio di frenetici decenni fa, il modello vincente e indiscusso imposto dalla nostra società capitalistica era senza dubbio quello dello “stacanovista” assoluto. Il dipendente modello, da lodare ed elevare ad esempio, era colui che entrava in ufficio all’alba per uscirne a notte fonda; colui che non si lamentava mai dei soprusi, che saltava i pasti alla scrivania e che sacrificava volentieri e con rassegnazione la propria famiglia, i propri affetti e le proprie passioni sull’altare della folle scalata alla carriera e della cieca fedeltà aziendale. Le nuove generazioni, osservando i danni prodotti, hanno finalmente e bruscamente interrotto e spezzato questo circolo vizioso e autodistruttivo. I Millennials e la tanto criticata Generazione Z hanno compreso a proprie spese una grandissima e inviolabile verità esistenziale: si lavora unicamente per vivere, non si vive per lavorare. Hanno visto con i propri occhi i loro padri e le loro madri logorarsi fino allo sfinimento fisico e nervoso per aziende che, al primissimo momento di difficoltà economica o di calo del fatturato, non hanno esitato un solo secondo a licenziarli in tronco o a parcheggiarli in cassa integrazione. Questa amara e cruda lezione storica ha generato un risveglio collettivo inarrestabile: il prezioso tempo libero, l’amore, lo svago e gli affetti familiari non sono e non saranno mai più merce di scambio negoziabile per un finto, illusorio avanzamento di qualifica.
Stipendi da fame e orari infiniti senza regole: la vera, drammatica radice delle dimissioni di massa
Quando i grandi imprenditori del settore della ristorazione, gli albergatori del turismo o i manager dei servizi denunciano disperati ai microfoni dei giornalisti di non riuscire più a trovare personale disposto a lavorare, omettono quasi sempre, in malafede, la parte più importante e decisiva della narrazione: a quali condizioni contrattuali stanno offrendo esattamente quel lavoro? La nuda e cruda realtà italiana odierna è fatta vergognosamente di stage non retribuiti, mascherati astutamente da false opportunità formative per coprire mansioni ordinarie; di contratti a chiamata o a finti part-time che non garantiscono nemmeno la minima sopravvivenza economica per fare la spesa al supermercato; di straordinari pretesi ogni giorno dal capo come atto dovuto e rigorosamente non pagati a fine mese, e di buste paga tristemente bloccate e ferme ai livelli degli anni Novanta, mentre il reale costo della vita, del carburante e degli affitti nelle città è schizzato vertiginosamente alle stelle. Rifiutare sistematicamente turni massacranti di dieci o dodici ore al giorno, feste incluse, per la miseria di mille euro al mese, non significa affatto essere dei fannulloni o dei viziati, come qualche politico fuori dalla realtà li definì incautamente in passato: significa, al contrario, avere un istinto di conservazione e di sopravvivenza intatto e rifiutare coraggiosamente una forma moderna, subdola e inaccettabile di schiavitù contrattuale.
Il peso devastante e invisibile del “burnout” e l’epidemia di ansia nelle aziende moderne
L’altro enorme, ingombrante elefante nella stanza di cui il cinico mondo del business italiano fa finta di non accorgersi è il crollo della salute mentale. Ambienti di lavoro altamente inquinati e tossici, manager e capi reparto drammaticamente incompetenti che credono di poter motivare e spronare il proprio personale esclusivamente attraverso la leva del terrore psicologico, le continue umiliazioni pubbliche e la sadica pressione costante per raggiungere obiettivi di vendita irraggiungibili, stanno letteralmente distruggendo l’equilibrio e il sistema nervoso di centinaia di migliaia di lavoratori innocenti. La pericolosa sindrome da “burnout”, ovvero l’esaurimento emotivo, fisico e cognitivo totale causato dall’eccessivo stress lavorativo, è purtroppo diventata in Italia un’emergenza clinica e psicologica di proporzioni allarmanti. Rassegnare le proprie dimissioni da un’azienda tossica, persino compiendo un salto nel buio senza avere già un altro impiego pronto, sicuro e blindato, diventa così per molti un disperato atto di puro amor proprio: l’unico vero, grande salvavita in grado di evitare di sprofondare in modo irreversibile nel baratro scuro e profondo dell’ansia clinica cronica e degli invalidanti attacchi di panico quotidiani.
La retorica colpevolizzante e velenosa: il falso mito del “non sanno fare sacrifici”
Invece di farsi un doveroso, umile e profondo esame di coscienza e interrogarsi seriamente sui reali motivi di questa preoccupante fuga di massa e di cervelli, una parte consistente e arrogante della nostra classe dirigenziale preferisce nascondersi e trincerarsi dietro la più banale, vecchia e inutile delle retoriche colpevolizzanti. Il trito e ritrito ritornello “questi ragazzi viziati non sanno più fare sacrifici come noi ai nostri tempi” è solo uno scudo vigliacco e comodissimo per non ammettere pubblicamente il proprio catastrofico fallimento umano e organizzativo. I giovani professionisti di oggi sono prontissimi e incredibilmente disposti a fare sacrifici personali enormi, a rimettersi a studiare, a emigrare all’estero, a reinventarsi da zero e a impegnarsi duramente nelle aziende, ma pretendono — giustamente e a gran voce — che questo loro pesante sacrificio venga finalmente riconosciuto, civilmente rispettato e, soprattutto, retribuito in modo dignitoso ed equo. Non c’è alcuna gloria, alcun eroismo né alcun merito morale nell’accettare passivamente di farsi calpestare la dignità lavorativa: c’è solo un colpevole, doloroso e inaccettabile arretramento dei diritti sociali che ha trasformato l’attuale mercato del lavoro in una giungla spietata in cui sopravvive solo il più forte e il più furbo.
Verso la firma di un nuovo, necessario patto sociale: il tempo umano deve tornare al centro dell’economia
Questa grande rivoluzione silenziosa e pacifica dei lavoratori non si fermerà magicamente con qualche appello televisivo, ed è in realtà un fortissimo segnale di profonda e insperata salute democratica del Paese. Se le aziende italiane, piccole, medie o multinazionali che siano, vogliono davvero tornare ad attrarre in modo serio e a trattenere a lungo i veri talenti, devono cambiare drasticamente, velocemente e con grande coraggio il loro logoro paradigma gestionale. Devono tornare a offrire contratti trasparenti, stipendi base che permettano di fare la spesa senza l’angoscia della carta di credito, vera flessibilità di orari (come il prezioso smart working), ma soprattutto devono garantire con certezza ambienti lavorativi sani, basati sul rispetto umano assoluto e sull’empatia, e mai più sul meschino ricatto economico e sulla paura reverenziale del capo. Bisogna urgentemente firmare un nuovo patto sociale e culturale in Italia: il tempo umano, ovvero l’unico bene veramente non rinnovabile e inestimabile che possediamo su questa Terra, deve tornare a essere il centro gravitazionale e sacro della nostra economia, e non un semplice, anonimo accessorio da spremere fino all’ultima goccia per gonfiare a dismisura i dividendi degli azionisti.