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Francesca Corno vince l’Ultra del Turchino 50 km 2026 in 3h47’28”

Domenica, 26 luglio 2026 ore 00.01 è partita l’ottava edizione dell’Ultra del Turchino, organizzata da Impossible Target ASD. Km 50 con circa 1.280 metri di dislivello positivo da Ovada (AL) a Genova Voltri attraversando il Passo del Turchino.

Tra le donne ha vinto Francesca Corno 4h46’26”, precedendo Francesca Di Modugno 4h50’16” e Paola Bottanelli 4h55’05”. Il vincitore assoluto è stato Gian Luca Coniglio in 3h47’28”, precedendo Christian Marzola 3h50’18” e Claudio Stefanini 3h53’44”.

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Francesca Corno ,premiazione

Redazione-  Domenica, 26 luglio 2026 ore 00.01 è partita l’ottava edizione dell’Ultra del Turchino, organizzata da Impossible Target ASD. Km 50 con circa 1.280 metri di dislivello positivo da Ovada (AL) a Genova Voltri attraversando il Passo del Turchino.

Tra le donne ha vinto Francesca Corno 4h46’26”, precedendo Francesca Di Modugno 4h50’16” e Paola Bottanelli 4h55’05”. Il vincitore assoluto è stato Gian Luca Coniglio in 3h47’28”, precedendo Christian Marzola 3h50’18” e Claudio Stefanini 3h53’44”.

Di seguito approfondiamo la conoscenza di Francesca Corno (Monza Marathon Team ASD) attraverso risposte ad alcune mie domande.

Come ti definisci atleticamente?

Mi definisco una donna con una buona preparazione atletica. La velocità e la forza sono da migliorare; la testa e la resistenza alla fatica aiutano molto in quello che faccio.

Qual è stato il tuo percorso sportivo?

Lo sport è parte di me sin da bambina quando quello che più mi piaceva fare era giocare a calcio. Il basket è stato il mio grande amore sportivo che ho praticato per 20 anni. Anche in quello la mia caratteristica principale era la corsa. Ho iniziato a correre dopo essere diventata mamma 16 anni fa e negli ultimi 3 anni questo sport è diventato ancora più importante. Inizialmente era tutto un po’ improvvisato, sia allenamenti che gare. Ora che faccio parte di una squadra e ho un allenatore si è trasformato in una passione più ‘seria’.

 

Ci sono momenti, periodi, fasi che attraversiamo incontrando e praticando discipline sportive che poi abbandoniamo, tralasciamo o ci impegniamo per cercare di Esprimerci nel miglior modo possibile sperimentando benessere e possibilmente anche performance, in sport individuali e di squadra.

Complimenti per la vittoria all’Ultra Turchino, ti aspettavi di vincerla?

La vittoria all’Ultra del Turchino è stata una sorpresa inaspettata. Essendo la prima l’ho vissuta con poche aspettative ma con grande voglia di farla bene, e così è stato. Mi sono divertita e mi sono messa alla prova in una sfida nuova che sicuramente avrà un seguito.

 

Le gare di ultramaratone sono davvero delle sfide per mettersi in gioco, provare e fare esperienza possibilmente con un allenamento sufficiente e adeguato.

Hai temuto qualche atleta?

Non ho temuto atleti perché fondamentalmente non conoscevo nessuno.

Cosa dicono familiari e amici del tuo sport?

I miei familiari e amici mi supportano e sopportano in tutto quello che faccio. Sono i miei primi tifosi e mi sostengo anche se a essere onesti non è facile coniugare lo sport, la famiglia, il lavoro e tutto il resto. È un lavoro di squadra!

 

La pratica di uno sport richiede davvero spazi e tempi da dedicare per allenarsi a sufficienza e adeguatamente e per poter partecipare a gare per mettersi in gioco e bisogna trovare un sano equilibrio tra gli altri impegni lavorativi e familiari.

Cosa hai scoperto di te stessa grazie allo sport?

Grazie allo sport ho capito che con l’impegno si può arrivare dove si vuole. E se non ci si riesce c’è sempre un’altra possibilità! Lo sport è onesto, meritocratico e non tradisce mai! È sempre lì ad aspettarci per far tirare fuori il meglio da noi stessi. Il basket sicuramente mi ha insegnato a stare nel gruppo e a vivere la competizione e la condivisione del risultato, bello o brutto che sia.

 

La pratica di una disciplina sportiva insegna a fissare obiettivi sfidanti, difficili ma non impossibili se ci si allena con impegno e costanza con la consapevolezza che non tutto è facile e se una volta non va bene la prossima volta può andar meglio lavorando miratamente e adeguatamente sulle criticità riscontrate da soli o con l’aiuto di amici esperti o professionisti.

Prossimi obiettivi?

Prossimi obiettivi tanti, riassunti in un unico verbo che è migliorare.

Cosa c’è dietro una vittoria?

Dietro una vittoria c’è la preparazione costante e la consapevolezza dei propri mezzi.

Come vivi il pre-gara, la gara e il post gara?

Il pre-gara, così come la gara, li vivo molto serenamente. Ho imparato negli anni a gestire bene l’ansia e a trasformarla in qualcosa di utile.

Alimentazione prima, durante, dopo le gare?

Prima della gara faccio il classico ‘carbo load’ aumentando nei giorni precedenti la quota di carboidrati. Specialmente riso e pane. Durante sto imparando a gestire l’alimentazione con i gel, cosa che purtroppo non è scontata. Dopo integro liquidi e mangio quello che mi va. Il riso viene cancellato dalla dieta fino alla gara successiva 😂.

 

C’è sempre da imparare con il passare del tempo affrontando e gestendo ogni gara, documentandosi e confrontandosi con altri sui diversi aspetti che contribuiscono al benessere e alla performance, tra i quali la gestione dell’ansia, l’alimentazione adeguata.

Cosa diresti a te stessa di 10 anni fa? Come ti vedi tra 10 anni?

Tra 10 anni mi direi brava, hai fatto un po’ di strada ma ce n’è ancora un po’ fa fare. Tra 10 anni mi vedo con la sveglia alle 4,40 per uscire a correre tutte le mattine come faccio adesso. In forma e senza acciacchi 🤞.

 

Ogni tanto è importante e utile fermarsi e fare il quadro della situazione, capire quando e come si è iniziato, il percorso fatto, i progressi e capire il percorso che si vuol continuare a fare con impegno e costanza alla ricerca di obiettivi, progetti, mete e sogni sfidanti.

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Sport

Laura Ligia: “L’Ultramaratona del Gran Sasso ha avuto un significato profondo”

Ha incoronato ultramaratoneta il mio compagno di viaggio
Domenica 26 luglio 2026 ha avuto luogo l’Ultramaratona del Gran Sasso 50km.
Il vincitore è stato Filippo Bovanini in 3h25’39”, precedendo Pierpaolo Pio Bovenzi 3h30’55” e Matteo Zucchini 3h31’34”.
Tra le donne ha vinto Federica Moroni 4h06’50”, precedendo Denise Tappata 4h09’27” e Barbara Cimarrusti 4h25’17”.
Grandissimo protagonista della gara è stato l’ultraottantenne Adriano Leidi (Podistica Solidarietà), il meno giovane (classe 1941), che ha concluso la 50km del Gran Sasso in 7h03’38”.

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Laura Ligia

Redazione-  Domenica 26 luglio 2026 ha avuto luogo l’Ultramaratona del Gran Sasso 50km.

Il vincitore è stato Filippo Bovanini in 3h25’39”, precedendo Pierpaolo Pio Bovenzi 3h30’55” e Matteo Zucchini 3h31’34”.

Tra le donne ha vinto Federica Moroni 4h06’50”, precedendo Denise Tappata 4h09’27” e Barbara Cimarrusti 4h25’17”.

Grandissimo protagonista della gara è stato l’ultraottantenne Adriano Leidi (Podistica Solidarietà), il meno giovane (classe 1941), che ha concluso la 50km del Gran Sasso in 7h03’38”.

Tra i partecipanti anche Laura Ligia e di seguito approfondiamo la sua conoscenza.

Come ti definisci atleticamente?

Sono un’ultramaratoneta che ama lo sport e i suoi valori: disciplina, motivazione, la capacità di porsi obiettivi e la ricerca della bella competizione. Quella che non serve solo a vincere, ma che ti ispira, ti mette alla prova e ti fa scoprire capacità e competenze fondamentali, soprattutto nella vita. L’ultramaratona è per me una metafora dell’esistenza: ogni gara è un viaggio dentro sé stessi.

 

L’ultramaratona è uno sport di obiettivi e sfide da preparare e portare a termine, con fiducia, consapevolezza, resilienza, un passo alla volta, senza stress.

Complimenti per la 50km del Gran Sasso, cosa significa per te?

L’Ultramaratona del Gran Sasso ha avuto un significato profondo, quasi introspettivo. Rappresenta i movimenti della vita: scendere, salire, girare intorno senza sapere cosa apparirà dietro la curva. Un paese all’orizzonte può diventare il simbolo di un obiettivo da raggiungere. L’ombra del Gran Sasso ti protegge dal vento o dal sole caldo di fine luglio, mentre lo scollinamento, corso dopo tanta pazienza nella gestione dello sforzo, restituisce quella straordinaria sensazione di libertà. In quei momenti metti in pratica tutta l’esperienza costruita negli anni e scopri che ogni chilometro racconta qualcosa di te.

In effetti, la 50 km del Gargano è un grande viaggio attraversando montagne e paesaggi stupendi, facendo percorsi in salita e in discesa, con l’obiettivo di arrivare al traguardo.

A chi la dedichi?

Come tutte le mie gare, la dedico prima di tutto a me stessa e, di riflesso, a tutte le donne che hanno deciso di uscire da uno stato di torpore sociale in cui essere mamma e lavoratrice sembra non lasciare spazio allo sport. Per noi donne allenarsi e gareggiare richiede spesso uno sforzo organizzativo ed emotivo maggiore. Ma è proprio questa motivazione profonda che ci rende più forti e resilienti.

Dedico quindi questa gara a tutte noi, che vogliamo regalarci un’opportunità da conquistare e rivendicare. Stiamo crescendo nel panorama sportivo, anche grazie a movimenti spontanei come L’Onda Donna, protagonista della gara simbolo dell’inclusione, ‘La Miguel’. Siamo però ancora troppo poche e, soprattutto, ancora troppo poco libere di scegliere il nostro tempo per lo sport.

 

Sempre più donne praticano sport e nello sport di endurance come le ultramaratone si dimostrano fortissime, a volte superando gli uomini.

Qual è stata la parte più difficile? Hai temuto il caldo o qualcos’altro?

La parte più difficile è stata la gestione degli imprevisti, che in una 50 km sono praticamente inevitabili. Sono partita con un’infiammazione al trocantere, quindi fin dal primo chilometro il mio obiettivo era mantenere il dolore sotto controllo. Con me c’era Alessio Montenero, al suo debutto come futuro ultramaratoneta, anche lui alle prese con un problema fisico. Entrambi abbiamo cercato di non sovraccaricare le parti già infiammate e la situazione è rimasta stabile fino all’altopiano. Lì il vento ci ha messi davvero con le spalle al muro. Sembrava di correre contro una parete di gomma, mentre i dolori iniziavano a farsi sentire.

Abbiamo allora cambiato strategia: alternare camminata e corsa ad alta frequenza, alleggerendo l’impatto a terra e contrastando meglio le raffiche. È stata la scelta vincente. Superati quei dieci chilometri di vento siamo stati ripagati da una discesa meravigliosa fino al traguardo, tagliato in volata tra sorrisi ed emozioni.

Quel traguardo non rappresentava soltanto un tempo o una distanza: aveva un valore umano enorme e ha incoronato ultramaratoneta il mio compagno di viaggio.

 

Nelle ultramaratone come nella vita ci sono tanti momenti difficili da attraversare, gestire, superare, senza stress e senza fretta. E, insieme, risulta essere molto meglio nella condivisione di crisi, fatiche, arrivi. Laura e Alessio hanno concluso, insieme, la 50 km del Gran Sasso in 6h32’59”.

Cosa hai scoperto di te stessa in questi 50km?

Ogni gara mi insegna a vivere pienamente il momento. Ogni volta scopro qualcosa di nuovo su me stessa e sulla bellezza dell’istante che sto attraversando.

Prossimi obiettivi? Sogni realizzati, da realizzare, incompiuti?

Ho deciso di alzare ancora l’asticella e mettere alla prova la mia capacità di interpretare e gestire gare sempre più lunghe e impegnative. Il prossimo grande appuntamento sarà la 100 km del Vulcano, il 5 settembre 2026, dopo aver concluso la 100 km di Asolo nel 2025. Sarà un privilegio correre con l’Etna come protagonista, un altro immenso colosso della nostra straordinaria Italia.

 

Domenica 6 settembre 2026 ore 00.00 avrà luogo a Bronte (CT) l’11^ Etna Extreme – 100 km del Vulcano (D+ 2.450 m), organizzata dall’ASD Ecotrail Sicilia.

Il 5 luglio 2025 Laura ha corso la 13^ Asolo 100 km, corsa su strada, in 16h25’. Il vincitore fu Francesco Perini 8h09’39”, precedendo Marco Visintini 8h50’35” e Nathan Koziol (FRA) 9h29’27”.  Tra le donne vinse Antonella Ciaramella 9h42’18” precedendo Silvia Serafini 10h12’47” e Silvia Gambino 10h27’57”.

Cosa ti motiva essere Guida FISPES, Alfiera e Pacer?

Essere Guida FISPES nasce da una mia esigenza personale. Lo definisco il mio ‘sano egoismo’. Essere completamente in relazione con un atleta non vedente o ipovedente significa non gareggiare più per sé stessi, ma per un tutt’uno. L’energia diventa circolare, così come la concentrazione e la forza. Si diventa una combinazione di resistenza, fiducia e collaborazione. La stessa sensazione la vivo quando partecipo con la Fondazione Carol SOD Italia come alfiera: tirare, spingere o bilanciare la joëlette crea una straordinaria sinergia con il capitano che accompagni fino al traguardo.

Essere Pacer, invece, significa ricevere la fiducia di chi sceglie di affidarsi a te per raggiungere il proprio obiettivo. Mi piace pensare al pacer come a una nave che trasporta persone diverse verso lo stesso porto. Nessuno può rimanere indietro, perché ogni persona è importante e ha riposto in te la propria fiducia.

 

Sono tante le modalità di fare sport, per benessere, per performance, per se stessi, per gli altri.

Cosa dicono di te i tuoi figli? Ti considerano un esempio da imitare?

Come vivono tutto questo i tuoi figli? I miei tre figli sono inevitabilmente coinvolti nei miei impegni. Qualcuno li vive con maggiore entusiasmo, qualcuno li subisce un po’, ma alcuni sono diventati parte attiva dei miei progetti, partecipando agli allenamenti e accompagnandomi come Guida FISPES o come alfiera.

Anche quando non condividono direttamente questa passione, respirano un messaggio importante: quello dell’inclusione. Un mondo in cui non esiste chi dà e chi riceve, ma persone che si scambiano ciò che hanno, in un continuo reciproco arricchimento.

 

La pratica di uno sport è anche un’educazione alla vita per se stessi ma anche per la propria famiglia, colleghi di lavoro, amici che osservano, apprezzano, sostengono, imitano.

Cosa diresti a te stessa di 10 anni fa? Come ti vedi tra 10 anni?

Le direi che c’è ancora tantissimo da fare e da conquistare. Le ricorderei, però, che dieci anni prima aveva soltanto un piccolo progetto. Oggi quel progetto è diventato una realtà importante e sono certa che, tra altri dieci anni, sarà ancora più forte e protagonista nel mondo della corsa.

 

È importante la consapevolezza di quello che si è fatto, che si sta facendo, che si vuol fare in futuro con fiducia, impegno, resilienza.

Un messaggio ai runner che hanno perso la motivazione?

A tutti i runner che hanno perso il mordente o si sono allontanati dalla corsa per qualsiasi motivo voglio dire una cosa. Condividete il vostro vissuto sportivo. Diventate Guide FISPES, donate la vostra esperienza e le vostre capacità.

Scoprirete che aiutare qualcuno a correre può diventare la vostra rinascita sportiva. Vi cambierà profondamente. Grazie Matteo per questa opportunità. Con affetto, Laura ‘La Ligia’.

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Sport

Il treno dello sport: Presentazione di Valerio Piccioni

Ma sì, perché no, se spesso si dice che la vita è un viaggio, lo sport può essere un treno. Un treno speciale, però: sposta le sue rotaie in terre sconosciute, manda un vagone di qua e un altro di là, si ferma e sembra che sia tutto buio, poi accelera e spunta il sole, oppure il sole può pure spuntare andando più piano… Matteo Simone ci porta in giro per chilometri, stati d’animo, imprese nel palcoscenico di riferimento del suo racconto, l’Ultramaratona.

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Valerio Piccione

Redazione-  Ma sì, perché no, se spesso si dice che la vita è un viaggio, lo sport può essere un treno. Un treno speciale, però: sposta le sue rotaie in terre sconosciute, manda un vagone di qua e un altro di là, si ferma e sembra che sia tutto buio, poi accelera e spunta il sole, oppure il sole può pure spuntare andando più piano… Matteo Simone ci porta in giro per chilometri, stati d’animo, imprese nel palcoscenico di riferimento del suo racconto, l’Ultramaratona. Andiamo sul Monte Bianco, poi ci spostiamo sul Rosa, quindi ecco la Cagliari-Sassari o il deserto del Sahara o la Transilvania. Traguardi impossibili per la maggior parte di noi, ma non importa. Perché, dice Matteo, ognuno ha il suo treno, la sua velocità, il suo modo di essere, di correre, di vivere. Lo sport e non solo. E per dirlo si fa aiutare da una fantastica galleria di testimonianze, raccolte proprio sul campo: colloqui che non sono figli di whatsapp, ma piuttosto – questa è l’idea che ci siamo fatti – del fiatone di uno sforzo appena compiuto o addirittura di un “durante” di qualche incontro ravvicinato proprio nel bel mezzo di una gara.

L’ascolto. La capacità di ascoltare. Sembra facile, non lo è. Perché nelle nostre vite fatichiamo sempre più a comunicare. Connessi sì, ma incapaci di scendere un po’ più nel profondo di una persona: la chiacchierata di una volta ha ceduto il posto a messaggi compulsivi, “sparati” ormai a qualsiasi ora del giorno e persino molto spesso della notte. C’è un tempo da recuperare, da proteggere, un territorio da riconquistare. E la corsa, la corsa lunga, se ci pensate è proprio un posto ideale per farlo perché c’è una paradossale dimensione di lentezza che si accompagna anche con quella sensazione di “invincibilità”, citiamo le parole di una delle testimonianze, che ti prende quando tagli il traguardo. Una gioia che però non è solo tua perché sport è anche condivisione, è anche capacità di applaudire l’altro senza, è anche fare gruppo, squadra. Come dimostrano i fantastici “cortei” festosi che accompagnano la joelette, questo mezzo che ormai non manca mai sulle nostre strade podistiche e che dà la possibilità a persone senza autonomia motoria di essere trasportate da compagni e amici nella “pancia” della gara.

Attenzione, però, tutto questo non si compra al mercato. Nel senso che lo sport è anche un posto dove a volte compare l’ossessione, la dipendenza, una sensazione di sabbie mobili con cui è difficile fare i conti. L’esito della partita con questi fantasmi non è scontato, ecco perché molti dei protagonisti fanno riferimento alla necessità di un aiuto, di qualcuno che ti dia una mano nella sfida: il tecnico, il nutrizionista, lo psicologo. Se molte porte si chiudono, bisogna tenerne aperta almeno qualcuna. E a volte da solo non ce la fai. Ma forse c’è un’altra cosa che emerge da questo filo magico di racconti: l’importanza del crederci può e deve spostarsi con la cultura del limite. Il limite non è rinuncia, il limite è consapevolezza, è capacità di portare le tue energie al punto più avanzato senza immaginare che tutto sia possibile. A volte, si può e si deve scalare la marcia.

Di fronte a tutti queste corse, grandi e piccole, soprattutto lunghe, a questo impasto di realtà e sogni in cui qualche volte non si riesce a distinguere gli uni dall’altra, mi viene in mente che questi racconti dovrebbero andare un po’ in giro. Salendo sul famoso treno. Perché questo è un altro problema dello sport: fra l’esperienza di chi abbraccia questa dimensione della vita portandola dentro le sue giornate in modo così importante, e chi invece ne è ancora lontano, non riesce a nascere un minimo di confronto. Che invece è necessario, perché da questo incrocio non nascerà magari l’emulazione, ma un desiderio di provarci almeno un po’, magari semplicemente per vivere meglio e provare emozioni sconosciute.

E qui vi devo raccontare una cosa. Una cosa che mi succede quando mi immergo nelle dolcissime mattinate del Mille di Miguel, le corse per i ragazzi della Corsa di Miguel dedicate al maratoneta poeta argentino desaparecido Miguel Sanchez. La caratteristica di queste gare un po’ poco gare è che la maggior parte di chi partecipa scopre, “assaggia”, debutta nell’atletica, qualcuno vedendo per la prima volta una pista. In questo approccio da matricole ci sono tanti atteggiamenti. C’è chi parte a tutta. E chi, invece, è impaurito dalla distanza o semplicemente dalla pistola dello starter. La cosa sorprendente sono quei ragazzi e quelle ragazze che vivono i mille metri come un Everest da scalare. Credono che le loro gambe e il loro cuore proprio non possano farcela. Partono generalmente piano e quando vedono sfrecciare i loro compagni più audaci (o temerari), si sentono ancora più insicuri. Bastano però quei due giri e qualche spicciolo, e all’ultima curva li vedi come posseduti da una favolosa energia, eccoli o eccole tirare fuori un’energia insospettabile, come se il serbatoio di risorse non aspettasse altro che di essere aperto. A volte, sottovalutiamo noi stessi. Vediamo troppi muri e il buttarne giù qualcuno non è così facile come si crede. Per questo lo sport ci serve, per questo bisogna salire su quel treno.

Valerio Piccioni

(Giornalista e scrittore di sport)

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Campionati Italiani, doppietta d’oro e d’argento per la Pinguino Nuoto: Giorgia Fabiani e Federico Giffi brillano al Foro Italico.

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Fabiani e Federico Giffi

ROMA – Una giornata da incorniciare per la Pinguino Nuoto Avezzano ai Campionati Italiani di categoria in corso allo Stadio del Nuoto del Foro Italico. Nel giro di pochi minuti, il sodalizio marsicano ha conquistato un oro e un argento nei 50 metri rana, al termine di due prestazioni che raccontano talento, lavoro e determinazione.

A salire sul gradino più alto del podio è stata Giorgia Fabiani, protagonista di una vittoria dal significato particolare, arrivata al termine di un percorso fatto di sacrifici, fiducia, impegno e capacità di superare i momenti più difficili. Un successo che va oltre il risultato sportivo e premia la sua capacità di tornare a esprimersi ai massimi livelli.

Medaglia d’argento, invece, per Federico Giffi, autore di una prestazione che gli ha consentito di conquistare un secondo posto di grande prestigio. Un risultato costruito giorno dopo giorno attraverso allenamenti, rinunce e una costante volontà di migliorarsi senza mai arrendersi.

Due medaglie che portano la firma degli atleti, ma che sono anche il risultato del lavoro dell’intero staff tecnico. Un riconoscimento particolare arriva per Mario Paris, allenatore capace di accompagnare i propri atleti con competenza e sensibilità, valorizzandone le caratteristiche e sostenendoli nei momenti più delicati.

«Le medaglie di oggi sono il frutto di una guida competente, appassionata e instancabile», è il messaggio della direzione tecnica della Pinguino Nuoto, che ha voluto sottolineare il prezioso lavoro svolto dal coach e da tutto il gruppo.

Il bilancio della Pinguino Village ai Campionati Italiani è, al momento, particolarmente significativo: un oro, un argento, due quarti posti e due quinti posti, uno dei quali ottenuto dalla staffetta 4×100 misti.

Numeri che restituiscono la fotografia di una squadra competitiva e in crescita, capace di andare oltre le singole prestazioni. Dietro ogni piazzamento ci sono infatti allenamenti, sacrifici e il lavoro quotidiano di un gruppo che condivide obiettivi e ambizioni.

Per la Pinguino Nuoto, però, la manifestazione non è ancora conclusa. Domani torneranno in vasca Gabriele ed Ester, pronti a dare il massimo e a rappresentare ancora una volta i colori della società avezzanese, della Marsica e dell’Abruzzo.

La doppietta firmata da Fabiani e Giffi rappresenta dunque molto più di un oro e un argento: è la fotografia di un movimento che continua a crescere e di una squadra che ha saputo trasformare impegno e passione in risultati concreti.

La Pinguino Nuoto può già essere orgogliosa dei suoi ragazzi. Ma al Foro Italico la sfida continua.

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