Tracce e Visioni: quando la cultura incontra le persone
La cultura cambia, si trasforma, mescola linguaggi e soprattutto mette in connessione persone diverse. È proprio questa energia a emergere dalla cerimonia del Premio “Tracce e Visioni”, che il 24 settembre 2026 ha portato nella Sala del Carroccio in Campidoglio un parterre ricco e trasversale.
L’iniziativa è stata ideata da Terza Pagina Magazine e dal suo direttore Alessandro Scarnecchia, e promossa dall’On. Francesca Leoncini, Presidente del Gruppo Capitolino Italia Viva.
Una serata nella quale giornalismo, letteratura, arte, architettura, moda, comunicazione e impegno sociale si sono incontrati, mostrando quanto sia variegato il panorama culturale contemporaneo.
Redazione- La cultura cambia, si trasforma, mescola linguaggi e soprattutto mette in connessione persone diverse. È proprio questa energia a emergere dalla cerimonia del Premio “Tracce e Visioni”, che il 24 settembre 2026 ha portato nella Sala del Carroccio in Campidoglio un parterre ricco e trasversale.
L’iniziativa è stata ideata da Terza Pagina Magazine e dal suo direttore Alessandro Scarnecchia, e promossa dall’On. Francesca Leoncini, Presidente del Gruppo Capitolino Italia Viva.
Una serata nella quale giornalismo, letteratura, arte, architettura, moda, comunicazione e impegno sociale si sono incontrati, mostrando quanto sia variegato il panorama culturale contemporaneo.
Sul palco sono saliti Annalisa Bruchi, Adriana Pannitteri, Laura Delli Colli, Claudia Conte, Eleonora Ivone, Enrico Manera, la Maison Luigi Borbone, Rino Jupiter e Federica Pucciariello. Con loro Ilaria Solazzo, Giovanni Tonti, Renzogallo, Andrea Contorni, Evandra De Rosa, Rosella Giorgetti, Heike Hinneburg, Roberta Gulotta, Christopher Pacioni, Andrea Ciaffaroni, Marco De Angelis e Roberta Testaguzza.
Nomi, professioni e storie differenti, ma un elemento in comune: aver costruito, ciascuno nel proprio campo, un percorso capace di lasciare una traccia.
Ed è proprio la parola traccia a diventare centrale. Una traccia è qualcosa che resta. Una storia, un’idea, un’opera, un incontro. Una visione, invece, è lo sguardo rivolto a ciò che ancora deve arrivare.
La manifestazione ha raccontato entrambe le dimensioni.
La memoria dello spettacolo attraverso i libri dedicati a Raffaella Carrà e Monica Vitti, il giornalismo, la narrativa, la pittura, la scultura, l’illustrazione, l’architettura, l’Alta Moda e l’impegno sociale hanno trovato un unico spazio di confronto.
Tra i riconoscimenti assegnati anche quello a Ilaria Solazzo, premiata nella categoria Giornalismo e Comunicazione.
Per lei la comunicazione non è soltanto un mestiere. È soprattutto un modo per incontrare persone, ascoltare storie e trasformare esperienze individuali in racconti capaci di arrivare agli altri.
E quella del 24 settembre è stata una serata speciale anche per un altro motivo: tra i premiati c’erano infatti persone che fanno parte del suo percorso, professionale e umano, come Eleonora Ivone, Adriana Pannitteri, Claudia Conte, Giovanni Tonti e Roberta Testaguzza.
Il Campidoglio è diventato così anche un luogo di incontri, amicizie, ricordi e nuove emozioni.
Abbiamo incontrato Ilaria Solazzo per parlare del premio, del suo lavoro e di cosa significhi oggi fare giornalismo e comunicazione in un mondo nel quale tutto corre velocemente, ma nel quale le storie delle persone continuano ad avere un valore enorme.
Ilaria Solazzo: «Raccontare le persone significa prima di tutto ascoltarle»
Intervista alla giornalista e scrittrice premiata nella categoria Giornalismo e Comunicazione
ROMA, 24 settembre 2026 – La Sala del Carroccio in Campidoglio ha fatto da cornice a una serata dedicata a professionisti e personalità provenienti da mondi diversi.
Tra loro Ilaria Solazzo, giornalista pubblicista, scrittrice e professionista della comunicazione, che ha ricevuto il Premio “Tracce e Visioni” nella categoria Giornalismo e Comunicazione.
Un riconoscimento arrivato dopo anni dedicati alla scrittura, alle interviste e al racconto di persone appartenenti al mondo della cultura, dello spettacolo, dell’arte e dell’imprenditoria.
Con lei abbiamo parlato del premio, delle emozioni vissute in Campidoglio e del suo modo di intendere il giornalismo.
Dottoressa Solazzo, partiamo dalla domanda più semplice: che effetto Le ha fatto ricevere questo premio proprio in Campidoglio?
Mi ha fatto un effetto molto forte.
Un premio fa piacere, naturalmente, ma quando arriva dopo tanti anni di lavoro lo vivi in maniera diversa. Ti fermi un attimo e guardi indietro.
Pensi alle persone incontrate, alle interviste fatte, alle occasioni che hai avuto e anche alle difficoltà che hai superato?
Il Campidoglio ha dato a tutto questo un significato ancora più particolare. È un luogo che racconta Roma, la sua storia e la sua cultura. Essere lì, in quel momento, mi ha fatto sentire ancora di più la responsabilità di quello che faccio.
La categoria è “Giornalismo e Comunicazione”. Per Lei che differenza c’è tra queste due parole?
Sono vicine, ma non sono la stessa cosa.
Il giornalismo ha una responsabilità precisa: informare, verificare e rispettare chi legge.
La comunicazione è un universo più grande. Comprende il modo in cui raccontiamo qualcosa, il linguaggio che scegliamo, le relazioni che costruiamo e il modo in cui riusciamo a valorizzare una storia.
Nel mio lavoro queste due dimensioni si incontrano continuamente.
E c’è una cosa che per me viene prima di tutto: la persona.
Lei ha intervistato tantissime persone. Che cosa cerca quando incontra qualcuno per un’intervista?
Cerco di ascoltare davvero.
Per me un’intervista non è semplicemente una lista di domande preparate prima. È un incontro.
Mi interessa capire chi ho davanti, cosa c’è dietro il personaggio pubblico, dietro la professione, dietro il successo.
Una persona può raccontarti che cosa fa, ma può anche raccontarti perché lo fa. Ed è proprio lì che spesso nasce la parte più interessante dell’intervista.
Oggi viviamo in un mondo velocissimo, fatto di social, video, contenuti continui. Ha ancora senso fermarsi ad ascoltare una storia?
Assolutamente sì.
Anzi, forse oggi ne abbiamo ancora più bisogno.
Siamo sommersi dalle informazioni, ma avere tante informazioni non significa necessariamente conoscere davvero qualcuno.
Una storia richiede tempo. Richiede ascolto.
Credo che il giornalismo possa ancora creare quello spazio nel quale una persona non sia soltanto un nome o un’immagine, ma possa raccontarsi davvero.
Il titolo del premio è “Tracce e Visioni”. Quale delle due parole sente più vicina al Suo percorso?
In realtà entrambe.
La traccia è tutto ciò che abbiamo lasciato alle nostre spalle: gli incontri, il lavoro, le parole, le persone che abbiamo conosciuto.
La visione è invece quello che immaginiamo per il futuro.
Io credo che non possiamo scegliere soltanto una delle due. Abbiamo bisogno della memoria, ma anche della capacità di guardare avanti.
Tra i premiati c’erano anche Eleonora Ivone, Adriana Pannitteri, Claudia Conte, Giovanni Tonti e Roberta Testaguzza, persone che conosce e alle quali è legata. Che effetto Le ha fatto vivere questa serata insieme a loro?
È stata una delle parti più belle.
Quando condividi un momento importante con persone che conosci e stimi, l’emozione cambia.
Ci sono rapporti che nascono dal lavoro e poi diventano amicizia, affetto, condivisione.
Vedere premiate persone alle quali voglio bene mi ha fatto piacere sinceramente.
Credo che una bella amicizia sia anche questo: riuscire a essere felici per i successi degli altri senza pensare soltanto ai propri.
Eleonora Ivone è una persona particolarmente importante per Lei. Il suo riconoscimento ha avuto un’emozione diversa?
Sì, sicuramente.
Eleonora per me è una persona importante e la nostra storia è legata anche alla memoria di Angelo Longoni, che ho avuto la possibilità di conoscere e intervistare.
Ci sono persone che continuano a esserci anche quando fisicamente non ci sono più.
Restano attraverso quello che hanno creato, attraverso le parole, le opere e i ricordi che hanno lasciato.
Per questo vedere Eleonora ricevere quel riconoscimento mi ha emozionata particolarmente.
Il premio Le è stato consegnato da Giovanni Di Negri di Eurocomunicazione. Che cosa ricorda di quel momento?
Ricordo soprattutto la gratitudine.
Ringrazio Giovanni Di Negri per avermi consegnato il premio e Alessandro Scarnecchia, insieme a Terza Pagina Magazine, per aver creato questa occasione.
Ci sono momenti nei quali ti rendi conto che dietro un riconoscimento ci sono tante persone.
E questo, per me, è importante.
A chi pensa quando guarda questo premio?
Penso alle tante persone che ho incontrato.
A quelle conosciute e famose, certo, ma anche a quelle meno conosciute dal grande pubblico.
Perché ogni persona ha qualcosa da raccontare.
Dedico questo riconoscimento a chi ha scelto di affidarmi una parte della propria storia e mi ha permesso di trasformarla in un racconto.
E lo dedico anche a chi non c’è più, ma continua a vivere attraverso la memoria.
In particolare ad Angelo Longoni e a Eleonora Ivone, mia dolcissima amica.
Secondo Lei un premio è un punto di arrivo o un nuovo inizio?
Io lo vedo come una tappa.
È bello ricevere un premio e sarebbe inutile fingere il contrario. Ma non deve diventare un punto fermo.
Deve darti energia.
Deve farti venire voglia di continuare, di imparare, di migliorare.
Alla fine, la cosa più importante non è quanti premi ricevi, ma quanto riesci ancora a metterti in gioco.
Dopo “Tracce e Visioni”, quale sarà la Sua prossima visione?
Continuare a raccontare.
Continuare a incontrare persone, fare domande, ascoltare storie e cercare nuovi punti di vista.
Mi piacerebbe continuare a usare la comunicazione per creare connessioni.
Perché comunicare non significa soltanto pubblicare qualcosa. Significa mettere in relazione persone, idee ed esperienze.
E vorrei che ogni mio articolo, ogni intervista, ogni racconto lasciasse qualcosa a chi lo legge.
Anche solo una curiosità.
Anche solo un’emozione.
Se dovesse spiegare “Tracce e Visioni” con una sola frase, quale sceglierebbe?
Direi che la traccia è quello che lasciamo agli altri.
La visione è quello che decidiamo di costruire da domani.
E forse è proprio questo il senso più bello del premio.
Il 24 settembre non lo considero un traguardo, ma una nuova tappa.
Una pagina importante, sì, ma ancora dentro un libro che sto continuando a scrivere.
Nel Suo percorso ha incontrato tante persone e tante storie. C’è qualcosa che un’intervista ha insegnato a Lei e che oggi porta sempre con sé?
Sì: che non bisogna mai dare nulla per scontato.
Ogni persona arriva con un mondo che non vediamo immediatamente. A volte bastano una domanda fatta nel modo giusto, un silenzio o un ascolto sincero per far emergere una parte completamente diversa di chi abbiamo davanti.
Le interviste mi hanno insegnato anche a essere curiosa. La curiosità, quando è accompagnata dal rispetto, è una delle qualità più belle che possa avere chi racconta gli altri.
Se potesse lasciare un messaggio a chi oggi vuole avvicinarsi al giornalismo e alla comunicazione, quale sarebbe?
Direi di non avere fretta di arrivare.
Viviamo in un’epoca nella quale sembra che tutto debba accadere subito: visibilità, risultati, riconoscimenti. Ma un percorso vero ha bisogno di tempo.
Studiate, osservate, fate domande, ascoltate e soprattutto non smettete di essere voi stessi. La tecnica si può imparare, gli strumenti cambiano continuamente, ma l’autenticità non passa mai di moda.
E ricordatevi che dietro ogni contenuto ci sono delle persone. Raccontarle significa avere una responsabilità, ma anche una grande opportunità: quella di lasciare una traccia positiva.
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«Marguerite Yourcenar. L’eleganza del mito»: a Villa Adriana a Tivoli una giornata tra archeologia e letteratura per le «Memorie di Adriano»
Domenica 25 ottobre a Villa Adriana a Tivoli si celebra Marguerite Yourcenar con «L’eleganza del mito»: passeggiata archeologica, conferenza con Alberto Samonà e Stanislao de Marsanich ed esposizione di rari documenti autografi per i 45 anni dall’ingresso all’Académie française 👇
Tivoli – Era la mattina radiosa dell’8 giugno 1924 quando una giovanissima Marguerite Yourcenar, appena ventunenne, varcava per la prima volta a fianco del padre i cancelli di Villa Adriana a Tivoli. Tra le maestose rovine in laterizio, i cipressi secolari, le architetture ardite volute dall’imperatore filosofo e il fascino struggente del mito di Antinoo, prese forma una scintilla intellettuale ed emotiva destinata a segnare in modo indelebile la storia della letteratura mondiale del Novecento. Da quella folgorazione giovanile nacque infatti la gestazione, durata quasi tre decenni, di «Memorie di Adriano», il capolavoro assoluto pubblicato nel 1951 che seppe restituire respiro vitale, voce interiore e vertiginosa umanità a uno dei più complessi protagonisti dell’impero romano, trasformando i resti materiali di una civiltà scomparsa in una meditazione universale sul senso del potere, della bellezza, dell’amore e del limite della morte.
A oltre un secolo da quel primo fatidico incontro, domenica 25 ottobre 2026, a partire dalle ore 10:30, la splendida residenza imperiale tiburtina torna a celebrare questo legame indissolubile con l’evento speciale «Marguerite Yourcenar. L’eleganza del mito». Organizzata dall’Istituto Autonomo Villa Adriana e Villa d’Este – VILLÆ, diretto da Alberto Samonà, in collaborazione con il Centro Internazionale Antinoo per l’Arte e con la rete de I Parchi Letterari, la manifestazione celebra una ricorrenza storica di portata internazionale: il quarantacinquesimo anniversario dell’ingresso di Marguerite Yourcenar all’Académie française, dove il 22 gennaio 1981 fu accolta come prima donna eletta a sedere tra i quaranta «Immortali» in oltre tre secoli e mezzo di storia dell’istituzione parigina.
Consigliato dalla Redazione Grandi Classici & Letteratura
Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar: Edizione Pregiata Classici Einaudi
Il capolavoro assoluto della letteratura del Novecento nella storica e magistrale traduzione di Lidia Storoni Mazzolani, con i taccuini di appunti dell’autrice e un ricco apparato critico sul pensiero dell’imperatore romano.
★★★★★ 4.8 su 5 (oltre 19.800 recensioni verificate)
Le parole di Alberto Samonà: «L’incontro tra l’architettura imperiale e l’interiorità umana»
A illustrare il significato filosofico e patrimoniale dell’iniziativa è il direttore dell’Istituto Villa Adriana e Villa d’Este, Alberto Samonà: «Marguerite Yourcenar ha compiuto un’operazione rara: ha attraversato la distanza che separa il nostro presente dal mondo antico, facendone una via privilegiata per avvicinarsi all’imperatore Adriano e, insieme, all’uomo. A Villa Adriana, Memorie di Adriano ci invita a guardare oltre la grandezza del visibile, verso ciò che ogni esistenza custodisce di irriducibile, di fragile, di misterioso. Tra la scrittrice e questi luoghi si è stabilito un legame profondo, che il tempo non ha fatto che arricchire di nuovi significati. Le architetture della Villa testimoniano la visione di un imperatore; le pagine di Yourcenar ci danno la possibilità di immaginare l’uomo che quella visione concepì, le sue inquietudini, la sua consapevolezza del limite. È nell’incontro fra la permanenza e la genialità delle architetture adrianee e l’interiorità che la letteratura sa dischiudere che il patrimonio culturale rivela una delle sue dimensioni più profonde: la forza di continuare a parlarci, ben oltre il tempo in cui è nato».
Un omaggio che non si esaurisce in una semplice celebrazione celebrativa, ma apre una prospettiva ambiziosa: come annunciato dallo stesso Samonà, l’appuntamento del 25 ottobre inaugura un percorso culturale pluriennale che culminerà nel 2027, quando le VILLÆ dedicheranno un solenne cartellone di eventi al quarantennale della scomparsa dell’autrice, a partire da una grande mostra monografica allestita nella primavera del prossimo anno.
Il programma: passeggiata archeologica, conferenza e rari documenti d’epoca
La Giornata dei Parchi Letterari di domenica 25 ottobre prenderà il via alle ore 10:30 dal Teatro Greco della Villa, dove i visitatori saranno guidati in una passeggiata archeologica di circa un’ora lungo il suggestivo «Percorso Yourcenar». A condurre l’itinerario sarà Sabrina Pietrobono, funzionario archeologo dell’istituto che da anni conduce rigorose ricerche sul rapporto tra la scrittrice belga-francese e la topografia antica del complesso imperiale. I partecipanti ripercorreranno gli spazi che accesero l’immaginazione di Marguerite – dal Pecile alle Grandi Terme, fino al celebre bacino d’acqua del Canopo –, scoprendo come le pietre romane siano state trasfigurate in sequenze narrative immortali.
Alle ore 12:00, all’interno dei Mouseia – Musei del Canopo, si aprirà l’incontro di approfondimento moderato da Stanislao de Marsanich, Presidente de I Parchi Letterari, incentrato sull’impatto culturale dell’elezione della Yourcenar all’Académie e sul fecondo triangolo creativo tra la scrittrice, Adriano e Tivoli. Nelle teche del museo, inoltre, sarà inaugurata una preziosa esposizione documentaria resa possibile grazie alla collaborazione del Centro Internazionale Antinoo per l’Arte. Tra i pezzi rari in mostra spicca l’edizione illustrata originale di Mémoires d’Hadrien (edizioni Plon del 6 ottobre 1958), recante una dedica autografa e firmata da Marguerite Yourcenar a Lidia Storoni Mazzolani, storica e insuperata traduttrice italiana del romanzo, la cui amicizia con l’autrice fu determinante per la diffusione dell’opera nel nostro Paese.
Come partecipare all’evento a Villa Adriana
Curata da Alberto Samonà, Sara Tarissi de Jacobis e Arianna Trifogli, la giornata rappresenta un’opportunità straordinaria per immergersi nella grandezza senza tempo del sito UNESCO di Tivoli con una chiave di lettura poetica e letteraria di impareggiabile suggestione.
La partecipazione alle attività culturali, alla passeggiata guidata e alla conferenza è inclusa nel consueto biglietto d’ingresso al sito archeologico di Villa Adriana, con ritrovo previsto alle 10:30 presso il Teatro Greco. Tutte le informazioni operative, i dettagli di visita e le modalità di accesso sono disponibili sul sito web istituzionale all’indirizzo villae.cultura.gov.it.
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Ippolito Nievo e la nascita del romanzo moderno: a Casa dei Carraresi a Treviso la lectio magistralis di Paolo Ruffilli per «I Giovedì della cultura»
Giovedì 22 ottobre alle ore 18 a Casa dei Carraresi a Treviso, la rassegna «I Giovedì della cultura» ospita la conferenza di Paolo Ruffilli su Ippolito Nievo e la nascita del romanzo moderno. L’epopea de «Le confessioni d’un italiano» e la rivoluzione linguistica del Risorgimento. Tutti i dettagli 👇
Treviso – Lo straordinario affresco storico, morale e linguistico del Risorgimento italiano torna a illuminare le sale monumentali di Casa dei Carraresi nel cuore di Treviso. Nell’ambito della prestigiosa rassegna settimanale «I Giovedí della cultura», promossa dalla Fondazione Cassamarca in collaborazione con l’Associazione 50&Più e realizzata con il sostegno di Banca delle Terre Venete (Gruppo BCC Iccrea), il prossimo giovedì 22 ottobre 2026, alle ore 18:00, si terrà una conferenza di altissimo profilo letterario intitolata «La nuova letteratura italiana: Ippolito Nievo». Protagonista dell’incontro sarà uno dei più autorevoli e raffinati scrittori e poeti del panorama contemporaneo, Paolo Ruffilli, tra i massimi studiosi ed esegeti dell’opera nieviana.
L’appuntamento rappresenta il 219° tassello di un percorso divulgativo iniziato nel 2019 che ha saputo conquistare un pubblico vasto e appassionato, consolidando Treviso come laboratorio vivace di approfondimento umanistico. Al centro della lectio di Ruffilli vi sarà l’analisi critica de «Le confessioni d’un italiano», il capolavoro monumentale che Nievo compose febbrilmente in appena otto mesi tra il dicembre 1857 e l’agosto 1858, ma che vide la luce postumo soltanto nel 1867, a sei anni dalla tragica scomparsa dell’autore nel naufragio del piroscafo Ercole. Un’opera titanica che non si limitò a ridefinire la narrativa patriottica della seconda metà dell’Ottocento, ma inaugurò a tutti gli effetti la modernità del romanzo europeo, esercitando un’influenza formidabile e duratura sulle generazioni di narratori a venire.
Consigliato dalla Redazione Grandi Classici & Letteratura
Le Confessioni d’un Italiano di Ippolito Nievo: Edizione Integrale Annotata
Il capolavoro assoluto del Risorgimento italiano: l’epopea di Carlino Altoviti e della Pisana, dalle stanze feudali del castello di Fratta all’Unità d’Italia, in una prestigiosa edizione commentata per studenti e appassionati.
★★★★★ 4.8 su 5 (oltre 13.100 recensioni verificate)
Oltre Manzoni: realismo storico, epopea civile e indagine psicologica
Nel corso del suo intervento, Paolo Ruffilli illustrerà le ragioni per cui l’affresco di Nievo compie un salto evolutivo rispetto al canone manzoniano de I promessi sposi. Se Alessandro Manzoni aveva edificato il romanzo storico su una solida e provvidenziale architettura morale ancorata al Seicento lombardo, Nievo sceglie invece di immergere la penna nel magma vivo e febbrile dell’età contemporanea, fondendo in un organismo armonico il romanzo di formazione, l’epica risorgimentale e un’indagine psicologica di sconcertante modernità.
Attraverso la voce narrante dell’ottuagenario Carlo Altoviti – che apre le sue memorie con la celebre e fiera affermazione «Io nacqui veneziano […] e morrò per la grazia di Dio italiano» –, Nievo non si limita a registrare il crollo della Serenissima Repubblica e il trapasso dal vecchio ordine feudale delle campagne friulane all’alba dello Stato unitario. L’autore plasma la Storia facendola sgorgare dai sentimenti individuali, creando figure indimenticabili come la Pisana, archetipo femminile rivoluzionario, volubile, passionale e generoso, lontanissimo dalla stilizzata purezza delle eroine romantiche coeve. Una fusione perfetta tra biografia privata e destino collettivo che anticipa i maestri del realismo europeo come Lev Tolstoj e Gustave Flaubert.
La rivoluzione linguistica di Nievo: una lingua nazionale, viva e antiaccademica
Un capitolo centrale della conferenza sarà dedicato all’eccezionale intuizione linguistica di Ippolito Nievo. Ben prima che la commissione ministeriale manzoniana imponesse il modello del fiorentino colto come norma unificatrice, Nievo seppe forgiare spontaneamente una lingua narrativa autenticamente nazionale, svincolata dalle gabbie del regionalismo dialettale ma altrettanto lontana dalla pedanteria accademica e dai paludamenti aulici della tradizione classicista.
La prosa delle Confessioni è rapida, sinuosa, colloquiale, intrisa di una feconda oralità e di una ricchezza lessicale capace di registrare i minimi sussulti dell’animo umano così come i fragori delle battaglie garibaldine. Nievo inventa una lingua duttile, moderna e polifonica, in grado di restituire la complessa realtà del neonato Paese in tutte le sue sfaccettature sociali e territoriali. Una lezione stilistica di straordinaria attualità che dimostra come l’italiano moderno sia nato dalla vitalità della creazione artistica prima ancora che dai precetti grammaticali di scuola.
Paolo Ruffilli: il profilo di un maestro della letteratura contemporanea
A guidare il pubblico in questo viaggio sarà la voce autorevole di Paolo Ruffilli, intellettuale poliedrico che alla figura di Nievo ha dedicato studi pionieristici, tra cui la fondamentale biografia pubblicata per Camunia nel 1991. Poeta tradotto in tutto il mondo, autore di capolavori lirici insigniti di prestigiosi riconoscimenti – da «Piccola colazione» a «Camera oscura» per Garzanti, fino a «Le cose del mondo» edito da Mondadori nel 2020 –, Ruffilli unisce alla sensibilità poetica una prestigiosa produzione narrativa (con romanzi acclamati come «Preparativi per la partenza» e il recente «Fuochi di Lisbona» per Passigli) e una vasta attività saggistica culminata nei volumi «Maschere e figure» e «Incanto e disincanto».
L’appuntamento di giovedì 22 ottobre alle 18:00 a Casa dei Carraresi è a ingresso libero e aperto a tutta la cittadinanza. Un’occasione imperdibile per riscoprire le radici vive della nostra identità nazionale attraverso lo sguardo geniale e appassionato del più moderno tra i padri della letteratura italiana.
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La vertigine dei sentimenti e il filo dell’esistenza: tre poesie inedite di Irma Kurti, voce poetica tra le più premiate al mondo
Tre poesie straordinarie e toccanti di Irma Kurti, tra le autrici più tradotte e premiate al mondo: «Il testamento», «La vita a un filo» e «La peggiore solitudine». Una riflessione lirica senza filtri sulla dignità, la brevità del tempo e l’incomprensione umana 👇
Roma – Nel panorama letterario contemporaneo internazionale poche figure incarnano con altrettanta intensità, fecondità creativa e rigore etico il valore della parola poetica come ponte tra popoli e culture quanto Irma Kurti. Poetessa, scrittrice, giornalista, paroliera e traduttrice albanese naturalizzata italiana, Kurti rappresenta una delle voci più tradotte e celebrate del nostro tempo, con all’attivo oltre 124 opere pubblicate tra raccolte in versi, romanzi, racconti e saggi, tradotte in quaranta lingue e distribuite in venticinque Paesi del mondo. Una carriera monumentale coronata da oltre cento premi internazionali conferiti da istituzioni accademiche e letterarie in Svizzera, Stati Uniti, Canada, Libano, Cina, Grecia e Filippine, culminata nel 2026 con il conferimento del prestigioso Golden Pen Award da parte dell’Associazione Coreana di Letteratura Mondiale.
Già nominata a vita Ambasciatrice di Pace dall’Università della Svizzera Italiana, Presidente Onorario di WikiPoesia e Dama dell’Ordine di Dante Alighieri della Repubblica dei Poeti, Irma Kurti regala oggi ai lettori una straordinaria trilogia lirica di toccante potenza introspettiva: «Il testamento», «La vita a un filo» e «La peggiore solitudine». Tre componimenti densi, vertiginosi e intrisi di dolente verità, nei quali la parola si spoglia di ogni artificio retorico per interrogare le paure più recondite dell’animo umano: l’angoscia della decadenza fisica, la precarietà del tempo che fugge tra futili rancori e il paradosso crudele dell’isolamento vissuto nel mezzo della folla.
Consigliato dalla Redazione Poesia, Letteratura & Grandi Autori
Antologia della Poesia Contemporanea Mondiale: Voci e Anime del Nostro Tempo
Un’opera monumentale che raccoglie i versi più toccanti dei maestri della lirica del Novecento e di oggi: una riflessione senza tempo sulla condizione umana, la fragilità dei legami, l’amore e la ricerca della libertà interiore.
★★★★★ 4.8 su 5 (oltre 14.200 recensioni verificate)
«Il testamento»: la dignità della mente e il rifiuto della decadenza inerte
Nel primo testo, «Il testamento», l’autrice affronta uno dei tabù più rimossi e taciuti della civiltà occidentale: la perdita dell’autosufficienza e l’umiliazione dello spirito imprigionato in un corpo reso inerte dalla vecchiaia avanzata. Con versi asciutti e strazianti, Kurti descrive la paura viscerale di essere ridotta a un manichino spostato distrattamente su una sedia a rotelle da mani indifferenti, esposta alla pietà fredda o al deriso silenzioso degli estranei. Davanti a questa prospettiva di discesa, il testamento spirituale della poetessa è un inno alla natura primigenia: l’invocazione di essere restituita al mare o lasciata in un bosco selvaggio, dove gli alberi e gli uccelli possano accogliere i resti mortali per costruire nuova vita.
IL TESTAMENTO
C’è una stagione di vita, non voglio viverla:
la stagione della lunga e profonda vecchiaia,
quando le memorie ti abbandonano a una a una
e il corpo resta inerte come un albero marcio.
Mi toccheranno, si avvicineranno ad aiutarmi
tante di quelle fredde e insensibili persone,
ci saranno alcuni che faranno qualche battuta
e dietro le mie spalle rideranno di cuore.
Mi alzeranno distratti dalla sedia a rotelle,
così come si sposta in vetrina un manichino,
oh, nel mio corpo fiacco lasceranno macchie,
ma di più, mi si imprimeranno nello spirito.
Non voglio vivere la stagione della discesa,
nessuno ascolta la voce del cuore afflitto,
gettatemi nel mare, lasciatemi in un bosco,
dove gli uccelli possono costruire un nido.
Questo è un testamento, vi prego, apritelo
quando il cervello sarà un bicchiere vuoto.
Sto scrivendo velocemente, finché ancora
posso parlare con la nostalgia del ricordo.
«La vita a un filo»: l’illusione dell’infinito e il risveglio tardivo
La seconda lirica, «La vita a un filo», rappresenta una potente meditazione esistenziale sulla caducità e sull’irrecuperabilità del tempo sprecato. L’essere umano tende a vivere prigioniero dell’illusione che i giorni siano infiniti, dissipando ore preziose in litigi meschini, acredine e rancori sterili che tessono ragnatele soffocanti attorno all’esistenza. Ma quando il filo invisibile a cui siamo appesi inizia a tremare e minaccia di spezzarsi, la consapevolezza della fine ci coglie impreparati, scatenando il desiderio disperato di riparare i torti, perdonare e risvegliare amori assopiti. Eppure, avverte il verso amaro di chiusura, spesso quel risveglio giunge quando è ormai troppo tardi.
LA VITA A UN FILO
La nostra vita è appesa a un filo
ma di questo non ci rendiamo conto,
nei giorni litighiamo molto spesso
e rimaniamo prigionieri del rancore.
Sprechiamo giorni senza fare niente,
riempiamo le ore di parole insensate,
esse ci collegano come ragnatele
con le minuzie alla vita degli altri.
Pensiamo che il tempo sia illimitato,
che il mondo e la vita siano infiniti.
In un attimo sentiamo, il filo trema
ed è pronto a rompersi, è così sottile.
E allora vogliamo modificare tutto,
innamorarci anche di un solo istante,
risvegliare quegli amori assonnati
e i vecchi risentimenti cancellare.
Ma il filo si rovina, è troppo tardi…
«La peggiore solitudine»: il dramma dell’incomprensione in mezzo agli altri
La trilogia si sigilla con «La peggiore solitudine», radiografia psicologica magistrale sulla falsità delle relazioni sociali contemporanee. L’esperienza dell’isolamento viene qui spogliata del suo significato fisico: non è la mancanza di persone attorno a renderci soli, ma la presenza asfissiante di conoscenti, parenti e sorrisi di circostanza pronti a conficcare gli artigli alle spalle non appena cala la maschera dell’apparenza. Essere soli significa non essere compresi, vedere le proprie lacrime scambiate per debolezza e il proprio pudico silenzio etichettato come freddezza o stranezza.
LA PEGGIORE SOLITUDINE
Doveva passare una vita
per capire che solitudine
non significa essere soli,
ma circondati da persone.
Da conoscenti, parenti,
da tanti sorrisi, ti danno
pacche sulle spalle,
poi ti conficcano
gli artigli.
Essere soli vuol dire
avere intorno quelli
che non riescono a capirti,
le tue lacrime prendono
per debolezza
e per il tuo silenzio
ti etichettano
come strana e fredda.
Sentire i loro sguardi
che forano come spine,
raccoglierti come lumaca
intorno a te stesso,
desiderare un angolo
per piangere in silenzio.
In mezzo alla gente…
la peggiore solitudine
è proprio questa.
Il valore universale della poesia di Irma Kurti
Leggere i versi di Irma Kurti significa compiere un’immersione senza sconti nella verità dell’essere umano. La sua scrittura, affilata come una lama ma capace di sconfinata dolcezza materna, non concede alibi alle nostre ipocrisie quotidiane, richiamandoci al dovere dell’autenticità e alla sacralità di ogni singolo respiro concesso all’esistenza.
Una lezione di vita prima ancora che di stile, che conferma la poetessa italo-albanese come uno dei fari morali e artistici più luminosi della letteratura contemporanea mondiale.
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