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Esteri

Echi di Obama e Sanders nella vittoria di El-Sayed in Michigan

«Non ho bisogno che ti piaccia, ho solo bisogno che tu vinca». Così Chuck Schumer, senatore dello Stato di New York e leader della minoranza democratica al Senato, si è rivolto ad Abdul El-Sayed dopo la sua vittoria alle primarie del Partito Democratico in Michigan per un seggio al Senato. Schumer aveva offerto il suo endorsement a Haley Stevens, che El-Sayed ha sconfitto con il 48,5% contro il 47,5% dei voti. Schumer aveva preferito la Stevens, ritenendo El-Sayed troppo progressista e considerando che, in Michigan, uno degli Stati tradizionalmente in bilico, una candidata centrista avrebbe avuto più possibilità di vittoria. Dopo l’esito elettorale, però, è tornata la pace e sia Schumer sia Stevens hanno fatto quadrato per sconfiggere Mike Rogers, avversario repubblicano di El-Sayed, che ha ricevuto l’endorsement del presidente Donald Trump.

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El-Sayed

Redazione-  «Non ho bisogno che ti piaccia, ho solo bisogno che tu vinca». Così Chuck Schumer, senatore dello Stato di New York e leader della minoranza democratica al Senato, si è rivolto ad Abdul El-Sayed dopo la sua vittoria alle primarie del Partito Democratico in Michigan per un seggio al Senato. Schumer aveva offerto il suo endorsement a Haley Stevens, che El-Sayed ha sconfitto con il 48,5% contro il 47,5% dei voti. Schumer aveva preferito la Stevens, ritenendo El-Sayed troppo progressista e considerando che, in Michigan, uno degli Stati tradizionalmente in bilico, una candidata centrista avrebbe avuto più possibilità di vittoria. Dopo l’esito elettorale, però, è tornata la pace e sia Schumer sia Stevens hanno fatto quadrato per sconfiggere Mike Rogers, avversario repubblicano di El-Sayed, che ha ricevuto l’endorsement del presidente Donald Trump.

La vittoria di El-Sayed echeggia quelle di altri progressisti come Alexandria Ocasio-Cortez, parlamentare democratica di New York, e, in tempi più recenti, quelle di Zohran Mamdani, sindaco di New York, Katie Wilson, sindaca di Seattle, Brandon Johnson, sindaco di Chicago, e Michelle Wu, sindaca di Boston. In questi casi, però, si tratta di luoghi considerati roccaforti democratiche. La vittoria di El-Sayed è avvenuta in uno Stato “turchese”, che nelle elezioni presidenziali può passare da un partito all’altro. Trump vinse nel 2016 e nel 2024, sconfiggendo rispettivamente Hillary Clinton e Kamala Harris, ma nel 2020 fu sconfitto da Joe Biden. Schumer aveva dunque scommesso su una candidata centrista, seguendo una strategia tradizionale dell’establishment democratico.

El-Sayed è però riuscito a prevalere con una campagna incentrata su una piattaforma che riflette quella del gruppo dei Democratic Socialists of America, anche se lui non si è definito membro dell’organizzazione. Le sue idee, però, echeggiano temi già noti di tanti progressisti: l’ampliamento della sanità pubblica per coprire tutti i cittadini, la revisione dei finanziamenti a Israele e ad altri Paesi, l’aumento delle tasse per i più benestanti, il rifiuto di contributi politici da parte delle grandi aziende, l’aumento del salario minimo, ecc. Idee che sono nate con il «nonno» dei progressisti, Bernie Sanders, ma che sono state adottate da una nuova leva di giovani politici progressisti.

El-Sayed è riuscito a sconfiggere Stevens nonostante quest’ultima avesse ricevuto notevoli contributi finanziari dall’establishment del Partito Democratico e altri ingenti fondi da lobby. Si calcola che decine di milioni di dollari siano stati spesi per sostenere la campagna di Stevens, con una parte significativa proveniente da AIPAC, l’American Israel Public Affairs Committee, una lobby americana il cui obiettivo consiste nel sostenere politiche favorevoli a Israele. El-Sayed, nella sua campagna, ha preso le distanze dalla politica americana di forte sostegno a Israele, che il neo-candidato a senatore del Michigan ha accusato di genocidio, come hanno fatto anche altri leader progressisti.

Per queste idee il presidente Trump ha attaccato ferocemente El-Sayed, accusandolo di «odiare Israele» e definendolo anche comunista, come spesso fa con tanti altri suoi avversari politici. Questa presa di posizione verso Israele non ha impedito a El-Sayed di prevalere, anche perché l’opinione pubblica americana si è allontanata da quella del governo israeliano. L’indice di gradimento degli iscritti al Partito Democratico nei confronti di Israele è sceso sensibilmente negli ultimi anni. La politica fortemente militarista di Israele ha anche modificato le preferenze degli americani e la loro visione del conflitto tra palestinesi e israeliani. Gli ultimissimi sondaggi ci dicono che i palestinesi sono leggermente più sostenuti degli israeliani (41 contro 36%).

Anche Trump se ne è reso conto e i dissapori con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu stanno venendo a galla, poiché il presidente Usa sembra avere capito che la pressione per entrare in guerra contro l’Iran si è rivelata un grosso sbaglio.

I democratici dovrebbero avere successo nelle elezioni di midterm a novembre, specialmente alla Camera, dove si ritiene che abbiano ottime possibilità di conquistare la maggioranza. Al Senato la strada non è altrettanto spalancata, ma il seggio del Michigan, che potrebbe essere vinto da El-Sayed, sarebbe indispensabile.

Alcuni analisti hanno fatto notare le similarità fra El-Sayed e Barack Obama, il 44esimo presidente Usa. I due hanno forti legami con altri Paesi. Va ricordato che il padre di Obama era nato in Kenya, mentre i genitori di El-Sayed sono nati in Egitto. Entrambi hanno completato brillanti carriere accademiche, con legami con la Columbia University. Obama si è laureato alla Columbia University a New York, completando più tardi la laurea in giurisprudenza alla Harvard University. El-Sayed si è laureato all’Università del Michigan, poi ha ottenuto un dottorato in salute pubblica alla Oxford University con una prestigiosa borsa di studio Rhodes Scholar, e la laurea in medicina alla Columbia University.

Entrambi sono oratori carismatici, ma El-Sayed si trova politicamente più a sinistra. Obama ha ottenuto successi politici creando una coalizione di diversi gruppi, mentre El-Sayed ha puntato su una politica maggiormente populista. Dopo la sua vittoria alle primarie, El-Sayed ha ricevuto una telefonata da Obama, senza però rivelare i contenuti della conversazione. El-Sayed spera che l’ex presidente faccia campagna politica per sostenerlo, anche se ha ammesso di non vedere tutto alla stessa maniera. Nel suo libro Healing Politics ha scritto che la presidenza di Obama rappresenta, in parte, «intenzioni ispirate ma non realizzate». Forse El-Sayed riuscirà a realizzarle da senatore o, chissà, da presidente?

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

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Alta tensione Italia-Spagna: Ceuta brucia ma Madrid attacca la Meloni. E Sanchez va in vacanza sui gommoni di Stato

Il confine esplode, i medici implorano aiuto, ma la colpa… è di Giorgia Meloni! 🇪🇸 ⚡ 🇮🇹 Nuovo, gravissimo attacco frontale della Spagna contro l’Italia sui fatti di Ceuta. Il ministro degli Esteri di Madrid accusa il nostro Governo di usare l’emergenza migranti “solo per biechi fini elettorali”. Peccato che l’Europa (Svezia in testa) stia isolando la Spagna bocciando le politiche socialiste. E mentre i territori africani di Madrid rischiano di collassare a Ferragosto, il leader Pedro Sanchez che fa? Consiglia canzoni pop sui social e si gode le vacanze facendo immersioni usando i motoscafi della Guardia Civil! Leggi tutto l’assurdo retroscena della crisi diplomatica nel nostro nuovo articolo. Tu da che parte stai? Ditecelo nei commenti! 👇 🛳️

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Pedro Sanchez

Madrid – Mentre le frontiere collassano e i medici lanciano disperati SOS umanitari, c’è chi preferisce voltarsi dall’altra parte e puntare il dito contro il vicino di casa pur di nascondere la polvere (o meglio, le proprie clamorose mancanze) sotto il tappeto. La gravissima crisi esplosa nell’enclave di Ceuta, unita alla minaccia sempre più realistica di una nuova ondata migratoria massiccia prevista per la giornata di Ferragosto, non è bastata a far suonare la sveglia nei palazzi del potere di Madrid. Invece di concentrarsi sui drammatici problemi interni di una nazione che rischia di perdere il controllo dei propri confini, il governo socialista di Pedro Sanchez ha scelto la strada più facile e politicamente scorretta: attaccare a testa bassa l’Italia e il Governo guidato da Giorgia Meloni.

Le pesanti accuse del ministro Albares: “Roma pensa solo alle elezioni”

L’offensiva mediatica e diplomatica iberica è stata affidata alle parole, dure e sferzanti, del ministro degli Esteri José Manuel Albares. Ignorando il grido di dolore dei sanitari operanti a Ceuta (che denunciano ormai una vera e propria “catastrofe sanitaria” con richieste disperate di aiuto verso la capitale), il capo della diplomazia spagnola ha preferito sprecare fiato per impartire lezioni di morale al nostro Paese.

«L’atteggiamento dell’Italia non è stato di solidarietà e di sostegno alla Spagna, come invece ha fatto la stragrande maggioranza dei Paesi dell’Unione Europea», ha dichiarato Albares, innescando l’incidente diplomatico. «Il comportamento di Roma è stato probabilmente dettato da meri interessi di parte: un tentativo cinico di sfruttare questa situazione, per noi senza precedenti, esclusivamente per rispondere alle esigenze elettorali interne del governo italiano».

Ma il ministro non si è fermato qui, rincarando la dose con dati volti a sminuire le preoccupazioni italiane: «Ciò che sorprende enormemente è che sia proprio il Paese con il maggior numero di ingressi irregolari in Europa – praticamente il doppio rispetto alla Spagna – ad aver proposto l’introduzione di rigidissimi controlli per i voli e le navi provenienti dal nostro territorio. Soprattutto considerando che quelli che a Bruxelles vengono definiti ‘movimenti secondari’ tra Spagna e Italia sono in realtà numeri minimi, che non arrivano a toccare neanche la soglia dell’1%».

Il trucco della sinistra europea: attaccare la Meloni per coprire i fallimenti

Leggendo tra le righe di queste dichiarazioni, appare ormai del tutto evidente la mossa disperata dell’esecutivo socialista spagnolo. Con un indice di gradimento popolare colato a picco e una crisi interna sempre più ingestibile, Pedro Sanchez sembra aver adottato in pieno la medesima, logora strategia della sinistra nostrana (sua storica alleata in Europa): quando non sai come risolvere un problema, punta il dito contro la “brutta e cattiva” Giorgia Meloni.

È un gioco di prestigio politico, utile a compattare l’elettorato radicale ma totalmente scollato dalla realtà internazionale. Madrid, infatti, ignora bellamente e colpevolmente il fatto che una larghissima parte dell’Unione Europea si sia ormai schierata nettamente, e senza mezzi termini, contro le scellerate politiche migratorie spagnole. L’ultima sonora bocciatura è arrivata, non a caso, dalla Svezia. Il Primo Ministro svedese, Ulf Kristersson, ha pubblicamente bollato l’idea di una maxi-regolarizzazione dei migranti avviata da Sanchez come una “pessima e pericolosissima idea”, lanciando un avvertimento pesantissimo ai partner europei: mosse del genere rischiano di far precipitare l’Europa in una crisi migratoria devastante, simile se non peggiore a quella vissuta nel 2015, mettendo definitivamente in discussione la sopravvivenza stessa della zona Schengen.

E mentre Ceuta affonda, Sanchez fa immersioni con la Guardia Civil

L’aspetto più grottesco e, per certi versi, offensivo di questa intera vicenda, riguarda però il clamoroso scollamento tra il leader spagnolo e la drammatica realtà dei confini. Mentre le enclave di Madrid in terra d’Africa bruciano sotto il peso dell’emergenza umanitaria e sanitaria, cosa fa il Premier spagnolo? All’evidenza dei fatti, per Pedro Sanchez sembra essere molto più urgente e prioritario consigliare ai propri follower letture estive e playlist musicali rilassanti.

O, peggio ancora, le cronache raccontano di un Presidente del Governo impegnato a godersi le vacanze spensierate, andando a fare immersioni in mare aperto a bordo dei costosissimi motoscafi in dotazione alla Guardia Civil. Imbarcazioni militari e mezzi di Stato che, forse, sarebbero stati impiegati molto meglio nel pattugliare le acque bollenti di Ceuta per difendere i confini, anziché scortare il leader socialista nelle sue scorribande turistiche subacquee. Una cartolina amara e surreale, che spiega alla perfezione le priorità di una certa sinistra europea: severissima e inflessibile contro l’Italia, ma drammaticamente cieca di fronte alle proprie catastrofi.

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Afghanistan, cinque anni dopo: un Paese dimenticato tra fame, speranza e una crisi senza fine

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Afghanistan, cinque anni dopo: un Paese dimenticato tra fame, speranza e una crisi senza fine

Redazione- Cinque anni dopo il ritorno dei talebani al potere, l’Afghanistan continua a vivere una delle crisi più gravi della sua storia recente. Dietro i numeri e le statistiche ci sono milioni di persone che ogni giorno lottano per trovare cibo, una casa sicura e un futuro per i propri figli.

Il Consiglio Norvegese per i Rifugiati lancia un nuovo appello alla comunità internazionale: l’Afghanistan non può essere lasciato solo mentre le emergenze umanitarie, economiche e climatiche si aggravano.

Secondo l’organizzazione, il rientro di oltre sei milioni di afghani dai Paesi vicini negli ultimi anni ha aumentato la pressione su un sistema già fragile, dove servizi essenziali come sanità, acqua, istruzione e assistenza umanitaria sono sempre più sotto pressione.

«Il mondo ha promesso sostegno al popolo afghano, ma oggi molte di quelle promesse sembrano dimenticate», ha dichiarato Jan Egeland, segretario generale del Consiglio Norvegese per i Rifugiati, sottolineando che milioni di civili stanno pagando il prezzo di una crisi che non hanno scelto.

A soffrire maggiormente sono le famiglie più vulnerabili: donne, bambini, sfollati e persone rientrate dall’estero senza lavoro né risorse. Secondo il NRC, circa tre quarti dei rimpatriati non hanno un’occupazione stabile e molte famiglie non riescono nemmeno a garantire i bisogni fondamentali.

La diminuzione degli aiuti internazionali ha aggravato la situazione. Molte organizzazioni umanitarie sono state costrette a ridurre programmi essenziali di sostegno alimentare, sanitario e abitativo proprio nel momento in cui la popolazione ne ha più bisogno.

L’Afghanistan è inoltre sempre più esposto agli effetti del cambiamento climatico: siccità, crisi agricole e disastri naturali stanno rendendo ancora più difficile la vita delle comunità già colpite da decenni di guerra.

Il Consiglio Norvegese per i Rifugiati chiede un nuovo impegno globale, non solo attraverso gli aiuti d’emergenza, ma anche con investimenti di lungo periodo capaci di offrire stabilità e dignità al popolo afghano.

La crisi dell’Afghanistan non è soltanto una questione politica: è soprattutto una tragedia umana che riguarda milioni di persone che chiedono una cosa semplice — la possibilità di vivere con sicurezza, dignità e speranza.

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Apocalisse in Colombia, devastante terremoto di magnitudo 7.4: strage all’ospedale di Cali, bambini sotto le macerie

“È crollato il reparto pediatrico, ci sono bambini sepolti sotto le macerie”. 💔 🇨🇴 Le immagini e le notizie che arrivano dalla Colombia occidentale mettono i brividi. Un devastante terremoto di magnitudo 7.4 ha sbriciolato palazzi, chiese e, soprattutto, gli ospedali. Il bilancio, drammatico e in continuo aggiornamento, parla già di 50 morti accertati. Il dramma più straziante si sta consumando all’Ospedale Universitario di Cali, crollato al 30% inghiottendo i reparti di pediatria e terapia intensiva. Centinaia di malati gravi evacuati a cielo aperto nei giardini e appelli disperati a donare sangue. L’Italia, con il Premier Meloni, si stringe alla popolazione. Leggi gli ultimi, drammatici aggiornamenti nel nostro articolo. 👇 🚨

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Terremoto in Colombia

Bogotá (Colombia) – La terra ha tremato con una violenza inaudita, sprigionando una forza devastante capace di piegare il cemento armato e spezzare, in pochi istanti, la vita di decine di persone. Un vero e proprio scenario apocalittico si è spalancato questa mattina sulla Colombia occidentale. Alle 7:34, ora locale (le 14:34 in Italia), l’incubo si è materializzato sotto forma di un violentissimo terremoto di magnitudo 7.4. Secondo i dati diffusi dallo US Geological Survey, l’epicentro del sisma è stato localizzato a San José del Palmar, nel dipartimento del Chocó (circa 280 chilometri a ovest della capitale Bogotá), a una profondità di 107 chilometri. Un abisso che non è bastato ad attutire l’impatto distruttivo in superficie, propagando le onde sismiche in moltissime città del Paese e innescando, subito dopo, scosse di assestamento di magnitudo 2.8 e 4.8.

Il bilancio del terrore: 50 morti accertati e palazzi collassati

Mentre i vigili del fuoco, l’esercito e i volontari continuano a scavare a mani nude, in una vera e propria corsa contro il tempo per estrarre sopravvissuti, il bilancio delle vittime continua drammaticamente a salire minuto dopo minuto. Al momento, si contano 50 morti accertati, ma la sensazione angosciante è che questo numero rappresenti soltanto la tragica punta di un iceberg. I dati preliminari parlano di 18 vittime nella città di Pereira, due a Manizales (dove la furia del sisma ha provocato il crollo della maestosa torre della cattedrale) e tre bimbi morti accertati nella zona del Val del Cauca. La governatrice del Chocó, Nubia Carolina Córdoba Curi, ha denunciato danni gravissimi e una situazione disperata nel capoluogo regionale Quibdó.

Il dramma nel dramma: crolla il reparto pediatrico dell’Ospedale di Cali

Ma il cuore dell’emergenza umanitaria, il luogo in cui in queste ore si sta consumando una tragedia indescrivibile, è la città di Cali. Il sindaco Alejandro Eder, con la voce rotta dall’angoscia, ha appena comunicato alla nazione che almeno 20 edifici cittadini sono collassati, intrappolando decine di residenti. L’epicentro del dolore, in questo caso, ha un nome e un indirizzo precisi: l’Ospedale Universitario del Valle. La struttura sanitaria, punto di riferimento per l’intera regione, ha ceduto strutturalmente. «In questo momento sappiamo che ci sono almeno 10 persone intrappolate e possiamo confermare almeno un morto, ma temiamo che le vittime accertate possano essere già cinque», ha dichiarato il direttore dell’ospedale.

Le immagini trasmesse in diretta dalle televisioni colombiane mostrano uno scenario raccapricciante: sono collassati almeno quattro piani di un intero blocco dell’ospedale. Il crollo ha interessato il 30% dell’intera struttura sanitaria, inghiottendo letteralmente nel vuoto i reparti più delicati e indifesi: l’ala pediatrica e quella di terapia intensiva. Bambini innocenti e pazienti gravissimi sono finiti sotto tonnellate di macerie.

“Non abbiamo più spazio, donate sangue”: l’evacuazione disperata nei giardini

A rendere l’idea della catastrofe è stato il dottor Irne Torres, intervenuto ai microfoni di Radio Caracol: «È un dramma nel dramma. Non possiamo più ricevere pazienti, e abbiamo un disperato, urgente bisogno di sangue. L’intera struttura residua è danneggiata, abbiamo dovuto evacuare il 100% dei ricoverati posizionandoli sui prati e nei giardini antistanti, sotto il cielo aperto. Siamo in un’emergenza assoluta». Danni gravissimi vengono segnalati anche nella struttura ospedaliera associata di Cartago, molto più vicina all’epicentro del sisma.

Città in ginocchio e aeroporti bloccati. L’Italia prega per la Colombia

L’intera macchina dei soccorsi sudamericana è in tilt. L’Aeronautica civile della Colombia ha comunicato ufficialmente di aver sospeso, per ragioni di estrema sicurezza, tutte le operazioni aeree negli aeroporti di Pereira, Manizales, Quibdo, Armenia, Cartago e Buenaventura, scali che avrebbero subito danni strutturali ancora da quantificare con esattezza. Un parziale sospiro di sollievo arriva, per il momento, solo dalla capitale Bogotá, dove il sindaco Carlos Fernando Galán ha confermato che non si registrano crolli significativi, ma solo profonde crepe negli edifici che i vigili del fuoco stanno ispezionando quartiere per quartiere.

Di fronte a questa strage umanitaria, il mondo intero si sta mobilitando per esprimere vicinanza e inviare aiuti concreti. Dall’Italia, è arrivato tempestivo il messaggio di profondo cordoglio della Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni: «Leggo con apprensione gli aggiornamenti sul violento terremoto che ha colpito la Colombia. In queste ore difficili, l’Italia si stringe al popolo colombiano, alle famiglie colpite e a quanti sono impegnati nelle operazioni di soccorso e assistenza». Nelle prossime ore, la Farnesina farà scattare tutte le procedure per verificare l’eventuale coinvolgimento di connazionali in questa spaventosa tragedia.

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