Intervista al giornalista e scrittore calabrese Vinicio Leonetti
30 anni di cronaca nera passati a raccontare omicidi e silenzi di Stato, una passione travolgente per il jazz e il legame indistruttibile con le antiche tradizioni dell’Arbëreshë calabrese. 🍷 📚 Abbiamo intervistato in esclusiva l’autore di romanzi di successo come “Eroine” e “Seppellitemi qui!”. Ci ha raccontato la crisi del giornalismo moderno, i misteri della strage di Piazza Fontana e perché le donne del Sud sono le uniche, vere eroine della nostra storia. Un’intervista profonda e imperdibile, a ritmo di be-bop. Leggila qui! 👇 🖋️
Carfizzi – Ci sono uomini che attraversano la vita in linea retta, e altri che scelgono invece di assecondare le infinite curve del destino, vivendo mille vite in una sola. L’intervista che vi proponiamo oggi è un affascinante viaggio nella mente e nei ricordi di un autore che ha saputo fondere anime apparentemente inconciliabili. Da un lato, il giornalista cinico e disilluso, temprato da quasi trent’anni di trincea nella cronaca nera e giudiziaria, dove il sangue e i silenzi omertosi si scontrano con l’eterna incertezza della legge. Dall’altro, lo scrittore dal cuore antico, visceralmente legato alle radici arbëresh della sua natia Calabria, capace di trasformare le memorie d’infanzia in letteratura pura. Tra le donne coraggiose dei suoi romanzi (da “Eroine” all’ultimo “Seppellitemi qui!”), la passione folle per il ritmo sincopato del jazz e l’amore per il lessico raffinato del vino, emerge il ritratto di un intellettuale irregolare e affamato di verità. Ecco la nostra intervista integrale:<<
Lei nasce in Calabria, con radici arbëresh e una nonna Varipapa di Carfizzi: quanto pesa tuttora quell’eredità invisibile nella sua scrittura e nella sua idea di giustizia?
Ogni volta che torno a Carfizzi, dopo tante curve e tornanti in macchina, è come fare un salto indietro nel tempo. C’erano le nonne, adesso le zie e i cugini, ritrovo l’odore dei camini e i vecchi sapori che funzionano come le madeleine di Proust, istintivamente s’attiva la memoria e sprizza sentimenti dolcissimi. Si parla l’antico arbëresh; scioglie i pensieri… all’inizio mi viene difficile tradurre, poi man mano capisco e rispondo. Quell’intercalare diverso dall’italiano, molto più marcato e ricco di sibili, mi ha molto aiutato nella scrittura, fin da bambino. Pensare e parlare in diversi modi fluidifica la parola, la rende liquida come un assolo di Mark Knopfler. Bisognerebbe fare di più per preservare e valorizzare questi tesori nascosti.
Ha trascorso quasi trent’anni nella cronaca nera e giudiziaria. Cosa resta dentro un uomo dopo aver raccontato per tanto tempo il lato più oscuro del potere e dell’animo umano?
Aver studiato giurisprudenza e poi seguito centinaia di processi nelle aule dei tribunali mi ha portato a vedere le cose sotto due aspetti: quello appunto giurisprudenziale, legato a leggi, codici e procedure, con rispetto per chi esercita il diritto, limitandomi a narrare tutto quello che succede in maniera il più possibile asettica; l’altro aspetto è intimo, del tutto personale, che credo debba restare fuori dalla cronaca. Non sempre ho digerito i verdetti dei giudici, ma li ho rispettati.
Ho visto tanti cadaveri insanguinati di persone uccise da altre persone, si sente un silenzio ovattato intorno, anche quando accade per strada. La pietas ti prende per un attimo, anche quando sotto il piombo è finito un bastardo, ma se sei un cronista devi raccontare non solo chi era quel morto, ma perché si trova là davanti a te, come l’abbiano eliminato, il luogo, i rumours, la fredda scheda della sua vita. Cinismo fa rima con giornalismo.
Dal diritto studiato alla “Federico II” di Napoli alla narrativa: quando ha capito che la legge non bastava a spiegare il mondo e che serviva la letteratura?
Nel diritto romano, che da noi in Italia si studia al primo anno d’università, c’era chi spiegava la cosiddetta “induzione storica” e la “opinio iuris ac necessitatis”, due principi cardine che certificano l’incertezza della legge. Non esiste una giustizia perfetta. Con la letteratura sono andato di pari passo partendo dai libri di testo, ma al liceo per conto mio leggevo i grandi classici italiani e stranieri, scrittori e poeti che lasciano il segno anche su un giovane. Molte cose a quel punto s’intersecano, trovi corrispondenze, emergono analogie.
Può fare un esempio concreto?
Ho capito che non c’era perfezione nella giustizia intorno ai 25 anni. Da corrispondente del quotidiano Gazzetta del Mezzogiorno di Bari, ho seguito nell’aula bunker a Catanzaro decine di udienze del processo sulla strage di Piazza Fontana dove nel 1969 a Milano scoppiò una potentissima bomba innescata da neofascisti in una banca in cui morirono 17 persone e ne uscirono ferite un centinaio. I servizi segreti italiani ebbero un ruolo chiave, ma quando decine di politici di primo piano all’epoca in Italia, (era la fine degli anni ’80), sfilarono davanti alla Corte d’assise per testimoniare, sentii in aula soltanto dei “non so” o dei “non ricordo”. Ancora non capisco se chi governa manipola i servizi segreti, o se avviene il contrario. Di certo non avrei voluto essere nei panni di quei giudici. Ed ecco l’incertezza del diritto: ero un giovane cronista sorpreso da quell’andazzo, invece gli inviati dei grandi giornali seduti accanto a me sorridevano dando tutto per scontato.
In “Eroine” lei mette al centro le figure femminili. Un uomo cresciuto nel Sud, in una cultura spesso patriarcale, come arriva a scegliere le donne come epicentro narrativo?
La donna del Sud parte svantaggiata, come la protagonista del mio recente “Seppellitemi qui!”. Nel Dopoguerra non le facevano studiare oltre la terza media, dovevano soltanto aspettare passivamente che qualcuno le sposasse per far figli e badare alla casa. Se poi le donne nascevano e vivevano in una comunità etnica come quella arbëresh in Calabria, ancora più isolata e arcaica, finivano con l’essere sopraffatte in tutti i sensi. Il mio obiettivo, per quanto possa riuscirci, è quello di far rinascere queste donne, sottolineare la loro importanza, il protagonismo, la grande forza d’animo. Così avviene per Elvira, la cui storia è al centro del mio romanzo, con la sua forza e il suo coraggio pur nella sua grande umiltà; lo stesso è avvenuto per Marisa, protagonista della spy-story “Eroine”, passata dai soprusi mafiosi a dinamica agente di polizia e soprattutto ad abile “testa di cuoio” che salva vite in serio pericolo in mezzo mondo. Tanto da finire sulla copertina di “Time”. Poi nel mio racconto breve “L’amante del boss”, in cui involontariamente mi sono trovato coinvolto di persona, la giovane donna francese del padrino rimasta “vedova”, fonda un ospedale in Irlanda per bambini colpiti da malattie rare, invece di andare a godersi il sole ai Caraibi con l’eredità milionaria.
Ha attraversato redazioni diverse, dalla Rai ai grandi gruppi editoriali economici: il giornalismo italiano oggi è più libero o più fragile rispetto a quando iniziò a 23 anni?
Ho attraversato due momenti spartiacque. Il primo è stato il passaggio dall’amata e rumorosa Olivetti al computer, l’altro l’avvento del Web una decina d’anni dopo. Quest’ultimo molto più rivoluzionario del primo. È stato come quando si passò dalla linotype alla stampa offset, ma ero ancora bambino. Ai cambiamenti ci si adatta, chi più chi meno, non bisogna dire “mai” ma mettersi a lavorare col piglio di sempre. Oggi c’è molta incertezza sulle fonti, la ricerca dell’origine delle notizie da scrivere, c’è una carenza nel lavoro di verifica che ogni giornalista dovrebbe fare prima di pubblicare. Non è una situazione facilmente gestibile dai direttori e capi redattori. Le loro incertezze si riflettono sui singoli redattori in un momento, quello dei social, in cui ognuno crede di fare giornalismo scrivendo un post di quattro righe sul nulla, senza grammatica e piazzando una foto malmessa.
La sua passione per il jazz suggerisce improvvisazione e disciplina insieme. C’è qualcosa di jazzistico nel suo modo di scrivere o di condurre un’inchiesta?
Prima il blues e poi il rock, da giovane. Strimpellavo con la mia Fender. Finché per Radio Palermo Centrale all’ultimo anno di liceo mi hanno incaricato di andare in giro con un piccolo registratore a bobine a registrare in città spezzoni di concerti di grandi del jazz come Horace Silver, Roy Haynes, Dizzie Gillespie, Bill Evans. Poi il Roccella Jazz Festival in Calabria. Mi piaceva e mi piace il be-bop, quando su una stessa base ritmica cominciano gli assoli a sprazzi, fraseggi brevi, attimi di pausa, alternanze magiche, in un crescendo quasi rossiniano. Mentre ascoltavo questa musica leggevo tanto Jack Kerouac, Charles Bukowski, John Fante, versi di Ginsberg e Ferlinghetti della beat generation. Quando scrivo credo di avere una punteggiatura ossessionante, frasi brevi, parole isolate, raramente mi spingo oltre le quattro righe senza stop. Hai presente la famosa Take Five di Brubeck? Ecco, quella lì.
In “Ottomani sullo Stretto” il Mediterraneo non è solo geografia ma destino. La Calabria è periferia o centro nascosto della storia?
Si deve sperimentare. Ci siamo messi insieme quattro ex del quotidiano “Gazzetta del Sud” che nasce tra Messina e Reggio Calabria, nel pittoresco Stretto. Miles Davis negli anni ’60, riunì in uno studio di registrazione a New York cinque o sei grandi musicisti e gli disse: suonate quello che volete, registriamo su più tracce, poi montiamo tutto insieme. Nacque il free jazz, che non muore. Noi giornalisti pensionati di provincia, su iniziativa del capo servizio Aldo Mantineo, abbiamo scritto in tutto otto racconti d’una ventina di pagine, ognuno ne ha partorito due. Siccome 2 mani x 4 fa otto, abbiamo titolato incautamente “Ottomani”, ma stavolta i turchi non c’entrano. Il libro è scritto da tre bravissimi colleghi siciliani e soltanto un calabrese, ognuno ha tirato fuori i suoi scarti segnati sul taccuino, quelli che sul giornale non si possono scrivere e che noi invece abbiamo avuto la sfacciataggine di ritrovare nei fondi dei nostri cassetti. Abbiamo raccontato credo uno Stretto da poesia, quella più intima, anche grazie alla grande fiducia di un editore come Città del Sole di Reggio Calabria che fa della trasgressione la sua arma migliore.
Coordina “Trame a Sud”, spin-off del festival contro le mafie a Lamezia Terme. Dopo decenni di cronaca giudiziaria, crede nella repressione o nell’educazione culturale come vera risposta?
La repressione è roba recente, è facile partorire nuove leggi limitative ma fanno soltanto audience senza effetti significativi sulle mafie o qualsiasi tipo di criminalità. A educare s’impiega più tempo, ci vuole maggiore impegno, la forza di noi umani è maggiore della forza del destino. Il Festival Trame dei libri sulle mafie ci lavora da quindici anni. Resta il fatto che ormai la criminalità organizzata s’è evoluta, rimangono pochi boss sullo stile tradizionale del Padrino di Mario Puzo, i clan con i loro miliardi hanno mandato i figli più meritevoli a studiare nelle migliori università del mondo. Tutta gente che sa investire il denaro sporco in modo tale da confonderlo con i capitali dell’imprenditoria legale. È nato un ibrido pericoloso ma fondamentale per i governi non solo occidentali, il più delle volte autoritari.
Essere sommelier Ais significa educare il gusto e la memoria. Il vino, come la scrittura, è un esercizio di pazienza? Cosa accomuna una grande annata a un buon romanzo?
Il vino dev’essere un divertimento per chi come me non lo produce e non lo vende. Mi sono avvicinato a questo mondo non solo per avere più consapevolezza del bere bene, ma soprattutto perché mi piace molto il linguaggio degli addetti ai lavori, che ha tutto un suo stile. Ho una passione per i linguaggi diversi: c’è il “giustizialese” per i tribunali e le forze dell’ordine, il “politichese” per chi sguazza nelle istituzioni, il “burocratese” parlato da chi vive nei palazzi. Il “vinese” è quello proprio di chi s’intende di vitigni, terroir, barrique, Docg, bollicine, gusti e palati fini, insomma. Potrei paragonare un ottimo Barolo maturo a un romanzo senza tempo di Dostoevskij, un Amarone corposo a una storia d’ordinaria follia di Bukowski, un forte e coraggioso Cirò classico con la fantasia di Calvino.
Nel suo nuovo romanzo “Seppellitemi qui!” il titolo suona come una dichiarazione definitiva. È un ritorno alle radici o una sfida al tempo? Dove vuole “rimanere sepolto”, in un luogo geografico o in una pagina che resti?
La bella protagonista arbëresh del romanzo ha giurato fedeltà e desidera raggiungere il suo amato nell’aldilà per ricongiungersi con lui. Finisce una vita e comincia un’altra nuova, col sigillo eterno dell’amore. L’ho ambientato ad Argjiro, dal nome della mitica Principessa – Princesha che sfuggì all’assalto Ottomano, ricordando le estati della mia infanzia e adolescenza in un paese albanofono in Calabria. Il romanzo è dedicato al mio primo e unico nipotino, Matteo, perché la vita continui nel ricordo di un amore.
Conosce la lingua o la letteratura albanese? Ha letto autori albanofoni?
La lingua moderna no, l’albanese di sei secoli fa lo capisco ma lo parlo così raramente che ho bisogno di qualche giorno d’allenamento sul posto. U fjet si neve – U flijua si ne.
Colpevole di non conoscere a fondo la letteratura albanese, ma solo la bravissima Anilda Ibrahimi che ha scelto di vivere in Italia e pubblica meritatamente per un grande come Einaudi. Ho preso un suo libro un paio d’anni fa non sapendo fosse albanese, mi ha attratto il titolo “Volevo essere Madame Bovary”, perché credo che proprio lei sia stata la prima donna davvero emancipata di Occidente, avendo il coraggio di mollare il marito pur vivendo nel lusso e andare per la propria strada. Tragico l’epilogo del suicidio. Ma la forza di una donna resta, Flaubert è tra i classici della letteratura mondiale. La Ibrahimi scrive pagine preziose. La consiglio, nel mio piccolo.
Quale messaggio vorrebbe dare ai giovani che desiderano diventare giornalisti e/o scrittori?
Tenere presente Cortazar quando scrive che bisogna lottare contro la lingua affinché non imponga le sue regole. Mi permetto di aggiungere che per farlo bisogna avere le basi, perché non puoi suonare jazz senza conoscere il blues. Così si può acquisire la giusta follia per riempire ogni pagina bianca di belle parole>>.
Carola Cestari, quando il noir incontra la poesia della vita
Dai misteri della mente alle piccole storie dell’esistenza, un viaggio nella scrittura di un’autrice che ha fatto del racconto una lente per osservare il mondo. Tra le sue opere più recenti c’è anche Rabbia liquida, pubblicato il 31 gennaio 2026, un titolo che rappresenta una delle tappe più interessanti del suo percorso letterario.
Redazione- Dai misteri della mente alle piccole storie dell’esistenza, un viaggio nella scrittura di un’autrice che ha fatto del racconto una lente per osservare il mondo. Tra le sue opere più recenti c’è anche Rabbia liquida, pubblicato il 31 gennaio 2026, un titolo che rappresenta una delle tappe più interessanti del suo percorso letterario.
Ci sono scrittori che raccontano storie e scrittori che, attraverso le storie, provano a raccontare gli esseri umani. Carola Cestari appartiene a questa seconda categoria. La sua scrittura attraversa il noir, il giallo, il thriller psicologico, il racconto breve, la narrativa sentimentale e la fantascienza, senza mai perdere di vista quella materia incandescente e imprevedibile che è l’animo umano.
Nata a Milano, Carola Cestari ha costruito negli anni un percorso letterario caratterizzato dalla curiosità e dalla versatilità. Una scrittrice capace di muoversi tra atmosfere oscure e improvvise accensioni di leggerezza, tra delitti e sentimenti, tra enigmi della mente e frammenti di vita quotidiana. Un percorso iniziato ufficialmente nel 2021, dopo una serie di riconoscimenti ottenuti in numerosi concorsi letterari, e proseguito con una produzione che oggi comprende romanzi, raccolte di racconti e opere nate dalla collaborazione con altri autori.
E allora, in questa estate fatta di valigie, partenze, treni, aerei, spiagge e qualche meritato momento di silenzio, perché non mettere in valigia anche un libro di Carola Cestari?
Perché leggere, soprattutto d’estate, significa concedersi un piccolo viaggio dentro altri viaggi. E le pagine di Cestari possono diventare una buona compagnia sotto l’ombrellone, in una stanza d’albergo, su una panchina, durante un viaggio o semplicemente in quelle sere in cui il mondo rallenta e un libro diventa il migliore degli interlocutori.
Tra le pubblicazioni più recenti troviamo Rabbia liquida, uscito il 31 gennaio 2026 per Nepturanus. Già dal titolo si percepisce una delle caratteristiche della scrittura dell’autrice: la capacità di trasformare una parola, un sentimento, una condizione dell’animo in un’immagine capace di evocare immediatamente qualcosa.
La rabbia, infatti, non è sempre solida. Può essere fluida, insinuarsi lentamente, cambiare forma, scorrere nelle relazioni, attraversare i pensieri, diventare silenzio oppure esplodere. Ed è proprio questa attenzione verso le zone meno prevedibili dell’essere umano a rappresentare uno dei tratti distintivi della narrativa di Cestari.
Il suo viaggio letterario aveva già trovato una prima importante tappa nel 2021 con Nero Catrame, pubblicato da Dragonfly Edizioni. È il romanzo che segna l’esordio ufficiale dell’autrice nel poliziesco e nel noir, generi nei quali la scrittrice dimostra immediatamente di sapersi muovere con attenzione per le atmosfere e per la costruzione della tensione.
Il noir, nelle sue mani, non è soltanto una successione di misteri da risolvere. È soprattutto uno strumento per entrare nelle contraddizioni dell’uomo, nei suoi lati meno luminosi, nelle scelte che spesso nascono proprio là dove la ragione incontra la paura, il desiderio, la colpa.
Nel 2022 arriva GiallOscuro, ancora per Dragonfly Edizioni, raccolta di racconti noir e polizieschi. Una parola che già nel titolo sembra giocare con le due anime della narrazione: quella del giallo, con i suoi enigmi e le sue domande, e quella dell’oscuro, che introduce il lettore in territori dove le certezze possono diventare improvvisamente fragili.
Molti dei racconti contenuti nella raccolta hanno inoltre ottenuto riconoscimenti in diversi concorsi letterari nazionali. Un elemento che testimonia non soltanto la prolificità dell’autrice, ma anche la capacità dei suoi testi di incontrare il gusto e l’attenzione delle giurie letterarie.
Nel 2023 Cestari torna alla narrativa con OscuraMente, pubblicato da Dragonfly Edizioni, una raccolta di racconti nella quale la scrittrice torna a esplorare le inquietudini, i misteri e le molteplici sfumature della mente umana. E già qui il gioco delle parole diventa una dichiarazione poetica: la mente come luogo misterioso, labirinto, territorio nel quale nulla è necessariamente ciò che sembra.
Il thriller psicologico è, del resto, uno dei generi più affascinanti perché non ha bisogno soltanto di porte chiuse, ombre e misteri. Il vero labirinto può essere dentro di noi. E Cestari sembra conoscere bene questa geografia interiore, fatta di pensieri, paure, ossessioni, ricordi e zone d’ombra.
A completare questo segmento della sua produzione troviamo anche ImPuro sangue, opera che prosegue il percorso dell’autrice nelle atmosfere cupe e misteriose che hanno caratterizzato una parte significativa della sua narrativa.
Ma sarebbe riduttivo fermarsi al noir.
Carola Cestari è infatti una scrittrice che ama cambiare registro, come un musicista che non vuole suonare sempre la stessa melodia. E così, accanto ai delitti, alle indagini e alle inquietudini della mente, arrivano i racconti, i sentimenti, l’ironia e la quotidianità.
Nel 2025 viene pubblicato Racconti al volo, per Nepturanus, una raccolta composta da trentacinque brevi storie e frammenti di vita quotidiana. Qui la scrittrice sembra cambiare obiettivo: dalla lente d’ingrandimento puntata sul mistero passa a quella capace di cogliere il dettaglio.
Trentacinque racconti che attraversano incontri casuali, vicende amorose, difficoltà personali e piccoli momenti dell’esistenza. Una scrittura asciutta e poetica, nella quale la brevità non significa superficialità, ma capacità di lasciare al lettore uno spazio nel quale continuare la storia.
Perché spesso la vita funziona proprio così: ci concede frammenti, non spiegazioni complete. Un incontro su un treno, una telefonata inattesa, uno sguardo, una separazione, una parola detta troppo tardi. Il racconto breve può allora diventare una fotografia dell’anima: pochi centimetri di carta per contenere un universo.
Nel percorso dell’autrice trova posto anche Enceladus, pubblicato da Tomolo Edizioni, un romanzo di fantascienza che amplia ulteriormente il ventaglio delle sue suggestioni letterarie e conferma la sua volontà di attraversare generi e territori narrativi differenti.
E poi c’è il cuore.
Quello che nel noir può battere sotto la paura e che nella narrativa sentimentale può invece diventare protagonista assoluto.
Con Cuore in apnea, pubblicato da Land Editore, Cestari si confronta con il genere chick lit comico, mostrando un’altra faccia della propria scrittura. Qui l’ironia diventa una chiave per raccontare sentimenti, situazioni e relazioni con uno sguardo più leggero e sorridente.
Ma il viaggio sentimentale iniziato con Cuore in apnea non si ferma lì. A seguirne le tracce è Cuore in viaggio, edito da Land Editore, sequel di Cuore in apnea. Un nuovo capitolo che permette alla scrittrice di proseguire il racconto dei suoi personaggi e di esplorare ancora una volta il territorio dei sentimenti, delle relazioni e delle emozioni, mantenendo quella vena ironica e leggera che caratterizza questa parte della sua produzione.
È una dimostrazione importante della versatilità dell’autrice: saper cambiare tono senza perdere la propria identità.
E forse è proprio questa la parola che meglio descrive il percorso di Carola Cestari: contaminazione.
Noir e sentimento. Mistero e quotidianità. Psicologia e ironia. Romanzo e racconto. Solitudine e collaborazione. Fantascienza e realtà.
Una scrittrice che non sembra voler abitare una sola stanza della letteratura, ma attraversare tutta la casa.
E forse è questo che rende interessante il suo percorso. La letteratura contemporanea, del resto, non ha più bisogno di recinti invalicabili. Il lettore può passare dal thriller alla commedia, dal racconto sentimentale al noir, dalla realtà alla fantascienza, proprio come nella vita passa dal sorriso alla malinconia, dalla paura alla speranza.
La bibliografia di Cestari racconta dunque una scrittrice in movimento. Una penna che non sembra avere paura di sperimentare, di cambiare prospettiva, di osservare la realtà da angolazioni differenti.
E mentre l’estate invita tutti a rallentare, i suoi libri possono diventare una piccola mappa per orientarsi tra emozioni e misteri.
Rabbia liquida, pubblicato nel gennaio 2026, rappresenta una delle tappe più recenti di questo viaggio letterario e può essere inserito idealmente nella valigia delle letture estive insieme agli altri titoli dell’autrice. Perché un buon libro da portare in vacanza non deve necessariamente essere leggero: deve essere capace di accompagnarci.
E quelli di Carola Cestari sembrano avere proprio questa ambizione.
Accompagnarci.
Nel mistero quando vogliamo perderci.
Nel sorriso quando abbiamo bisogno di leggerezza.
Nei sentimenti quando abbiamo voglia di riconoscerci.
Nelle inquietudini quando desideriamo guardare più a fondo.
Alla fine, forse, è questo il compito più bello della letteratura: non darci sempre risposte, ma regalarci domande migliori.
Carola Cestari lo fa attraversando generi diversi, costruendo storie e lasciando al lettore la libertà di scegliere quale porta aprire.
Quella del noir, magari, conduce in una stanza buia.
Quella dell’amore potrebbe essere illuminata da una luce diversa.
Quella del racconto breve potrebbe spalancarsi improvvisamente sulla vita quotidiana.
Quella della fantascienza potrebbe condurci lontano, oltre i confini conosciuti.
Ma dietro ogni porta c’è sempre la stessa grande protagonista: l’anima umana.
E allora, prima di chiudere la valigia per le vacanze, una cosa è certa: tra costume, occhiali da sole e crema solare, un po’ di spazio per un libro bisogna trovarlo.
Perché il sole abbronza la pelle.
Le buone storie, invece, continuano a illuminare la memoria anche quando l’estate è già finita.
CAROLA CESTARI: «SCRIVERE SIGNIFICA ENTRARE NELLE ZONE D’OMBRA DELL’ANIMA»
Lei ha attraversato il noir, il thriller psicologico, il racconto breve e persino la narrativa sentimentale. Che cosa cerca, prima di tutto, quando comincia a scrivere una nuova storia?
Cerco qualcosa che abbia ancora la capacità di interrogarmi. Non parto necessariamente da una trama, ma da un’emozione, da una domanda, da un personaggio che improvvisamente comincia a vivere dentro di me. La scrittura, per me, è innanzitutto ascolto. Osservo molto la realtà, le persone, i loro comportamenti, le contraddizioni. Anche un gesto apparentemente insignificante può diventare l’inizio di una storia. Credo che ogni scrittore, in fondo, sia un grande raccoglitore di frammenti di vita. Poi arriva la fantasia e quei frammenti trovano una forma.
Il noir e il thriller psicologico sembrano avere un posto importante nella Sua produzione. Che cosa La affascina maggiormente delle zone d’ombra dell’essere umano?
Mi affascina il fatto che nessuno sia completamente prevedibile. L’essere umano è molto più complesso di quanto voglia apparire. Dietro una persona apparentemente tranquilla possono nascondersi paure, desideri, ferite, rabbie e segreti. Il noir mi permette di entrare proprio lì, dove normalmente non guardiamo. Non mi interessa soltanto il mistero da risolvere: mi interessa capire perché una persona arriva a compiere determinate scelte. La parte più inquietante di una storia, spesso, non è il delitto in sé, ma la mente che lo ha concepito.
Il Suo libro “Rabbia liquida”, porta già nel titolo un’immagine molto potente. Che cosa rappresenta per Lei quella “rabbia liquida”?
La rabbia è un sentimento particolare perché può assumere forme diverse. Può esplodere, ma può anche sedimentare lentamente. Può scorrere dentro una persona senza che gli altri se ne accorgano, fino a quando trova una via d’uscita. L’aggettivo “liquida” mi è sembrato particolarmente evocativo proprio perché restituisce l’idea di qualcosa che non rimane fermo, che si muove, penetra, cambia forma. Credo che tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo dovuto fare i conti con una rabbia che non sapevamo bene dove collocare. La letteratura può servire anche a questo: dare un nome a emozioni che spesso non riusciamo a spiegare.
Lei ha scritto anche “Racconti al volo”, una raccolta di trentacinque storie e frammenti di vita quotidiana. Quanto è difficile raccontare tanto attraverso la brevità?
La brevità, secondo me, è una delle forme più difficili della scrittura. Quando si hanno poche pagine bisogna scegliere ogni parola con grande attenzione. Non si può dire tutto e forse proprio per questo bisogna imparare a suggerire. In “Racconti al volo” ho cercato di fermare piccoli momenti: incontri, sentimenti, difficoltà, situazioni che potrebbero sembrare insignificanti e che invece, osservate da vicino, raccontano molto di noi. Mi piace l’idea che il lettore possa riconoscersi in un frammento e poi continuare dentro di sé la storia.
Lei ha pubblicato diversi libri e ha ricevuto riconoscimenti in numerosi concorsi letterari. Guardando oggi al Suo percorso, che cosa significa per Lei essere una scrittrice?
Significa soprattutto avere la responsabilità delle parole. Quando scriviamo consegniamo qualcosa di nostro a persone che non conosciamo e che possono interpretarlo in maniera completamente diversa. È una forma bellissima di condivisione, ma anche una grande responsabilità. I premi e i riconoscimenti fanno piacere e rappresentano certamente una gratificazione, ma la soddisfazione più grande rimane sapere che una persona ha letto un mio libro e, dopo averlo chiuso, ha continuato a pensare a una storia, a un personaggio o a una frase. Se accade questo, credo che la scrittura abbia raggiunto il suo obiettivo più autentico.
Carola Cestari
Alla fine dell’intervista con Carola Cestari rimane una sensazione precisa: quella di aver “incontrato” una scrittrice che non utilizza la letteratura per fuggire dalla realtà, ma per guardarla più attentamente.
Il noir diventa così una lente puntata sulle fragilità umane, il thriller un viaggio dentro la mente, il racconto breve una fotografia dell’esistenza e persino la narrativa sentimentale un’altra occasione per interrogarsi sull’amore, sulle relazioni e sulle infinite contraddizioni del cuore.
La sua bibliografia è un viaggio attraverso generi differenti, ma con un unico filo conduttore: l’essere umano.
E forse è proprio qui che si trova la forza della sua scrittura. Nel ricordarci che dietro ogni mistero c’è una persona, dietro ogni rabbia una ferita, dietro ogni incontro una possibile storia.
In un’estate nella quale tutti cercano un libro da mettere in valigia, le opere di Carola Cestari sembrano avere una destinazione privilegiata: quella dell’anima.
Perché un buon libro non è soltanto quello che ci fa compagnia sotto l’ombrellone. È quello che, una volta tornati a casa, continua a camminare con noi.
“Merita il Nobel per la Letteratura”: la clamorosa consacrazione internazionale per l’illustre poetessa Maria Teresa Liuzzo
“Questa Autrice italiana, grande amica del mondo, merita di essere tra i futuri candidati al Nobel per la Letteratura”. 🖋️ 🌍 La voce poetica della Dottoressa Maria Teresa Liuzzo conquista il panorama accademico internazionale! A lanciare la prestigiosissima proposta è l’illustre critico, romanziere e accademico algerino Med Nadhir Sebaa, che in una bellissima e commossa lettera analizza la “dissezione dell’anima umana” condotta magistralmente nei romanzi e nelle poesie della Liuzzo. Leggi l’articolo e scopri il testo integrale di questo commovente riconoscimento letterario. 👇 📖
Redazione- Ci sono voci letterarie che nascono per rimanere confinate nel proprio recinto accademico, e ci sono anime che, invece, scrivono con un respiro talmente universale da riuscire a scavalcare le montagne, attraversare gli oceani e unire popoli lontanissimi tra loro. Maria Teresa Liuzzo appartiene indiscutibilmente a questa seconda, rarissima e preziosissima categoria di autori. La sua scrittura, da sempre caratterizzata da una sensibilità quasi dolorosa e da un amore viscerale per l’umanità, continua ininterrottamente a raccogliere consensi e riconoscimenti di altissimo prestigio internazionale. L’ultimo, in ordine di tempo, è un tributo critico di una levatura e di una portata emotiva eccezionali, giunto direttamente dalle aule universitarie dell’Algeria, a firma di uno degli intellettuali più raffinati del bacino del Mediterraneo: il professor Med Nadhir Sebaa, docente di Letteratura presso l’Università di Batna, noto saggista, poeta, romanziere e critico d’arte di chiara fama.
Una dissezione dell’anima tra umanesimo, scienza e infinito amore
Nel suo approfondito e commosso saggio critico, il professor Sebaa non si limita a un’analisi stilistica fredda e distaccata dell’immensa antologia della Liuzzo, ma entra in profonda connessione con la spiritualità della scrittrice. Definisce la sua opera come “abbondante, originale e variegata”, lodando la sua straordinaria capacità di riproporre le grandi tematiche universali dell’esistenza umana (la vita, la morte, il dolore, la speranza) senza mai cadere nella retorica o in stili antiquati. Anzi, secondo l’accademico algerino, Maria Teresa Liuzzo compie nei suoi testi una vera e propria “dissezione quasi psicanalitica” dell’animo umano.
È una passeggiata dell’intelligenza, la sua, condotta sempre con l’ausilio di due stampelle fondamentali: l’umanesimo più puro e un’impalcatura scientifica che le impedisce di scivolare nella banalità. L’autrice rifugge con fermezza quello che il critico chiama genialmente il “lettino da scrittura di Procuste”, ovvero la tentazione di piegare la realtà alle proprie tesi, costringendo il lettore in schemi rigidi. Al contrario, la Liuzzo resta sempre umile, fedele al suo principio fondante: “Scrivere significa rimanere umili, perché solo l’amore per i nostri simili innalza gli altri”.
Il rifugio dell’infanzia e la feroce condanna dei vizi adulti
La grandezza della Liuzzo, che il critico sottolinea con ammirazione, risiede nella sua lealtà, nella semplicità e nel calore con cui affronta argomenti abissali. L’amore universale si traduce spesso in un disperato e romantico ritorno all’infanzia, l’unico vero luogo dell’innocenza. Nei versi e nella prosa della poetessa emerge con forza la certezza incrollabile che ogni bambino nasca intelligente, buono e puro, e che debba essere protetto con i denti e con le unghie dalla “stupidità e dalla perversione degli adulti”, mali che l’autrice denuncia e seziona meticolosamente, condannando i vizi, gli odi ingiustificati e le trasgressioni ridicole dell’era moderna.
L’appello del professor Med Nadhir Sebaa: “Candidatela al Nobel”
Attraverso grandi affreschi che rendono omaggio alla dignità delle donne e dell’essere umano nella sua interezza, le opere della Liuzzo (da “La luce del ritorno” a “Genesis”, passando per lo struggente “Non dirmi che ho amato il vento!”) dimostrano una padronanza stilistica sbalorditiva. Maria Teresa domina sia la lingua letteraria più alta e cesellata, sia la forza saporita e carnale dei dialetti. Ed è proprio al culmine di questa incisiva disamina che il professor Sebaa lancia il suo appello vibrante e inequivocabile: questa autrice, grande amica dell’Algeria e del mondo intero, “merita di essere tra i futuri candidati al Nobel per la Letteratura”.
Il testo integrale della lettera critica
Per onorare la statura intellettuale del mittente e della destinataria, e per permettere ai lettori di assaporare la bellezza assoluta di queste parole, riportiamo di seguito il testo integrale e originale redatto dal Professor Med Nadhir Sebaa (datato 28 luglio 2023):
«Per la scrittrice e poetessa Maria Teresa Liuzzo: opera abbondante, originale e variegata…
“Scrivere significa rimanere umili”. Solo l’amore per i nostri simili innalza gli altri (M.T.L.). L’opera di Maria Teresa Liuzzo, famosa scrittrice – poetessa italiana, riconosciuta dal grande pubblico, è caratterizzata dalla geniale ripetizione di argomenti attuali, nelle forme moderne, da tradurre nell’ottica di una dissezione quasi psicanalitica, la passeggiata della bella intelligenza umana con umanesimo, scienza e grande originalità, evitando il ”lettino da scrittura di PROCUSTE”, elastico, sbiadito e attuale.
Maria Teresa, lontana da ogni pretesa intellettuale descritta nelle sue suggestive poesie e nei romanzi in prosa, le gioie, i dolori, le speranze della vita… con lealtà, semplicità e calore… L’amore degli uomini del mondo, dei suoi fratelli e simili, è uno dei tanti temi essenziali, fino al ritorno all’infanzia per estrarre la certezza che ogni bambino è intelligente, fondamentalmente innocente e che va protetto dalla stupidità e dalla perversione degli adulti; che lei denuncia meticolosamente.
Ricco, variegato, affascinante, il lavoro della Dottoressa Liuzzo, romantico e talvolta autobiografico – e che disegna grandi affreschi in omaggio all’essere umano, alle donne e all’umanità, ha il raro privilegio di avere suscitato un considerevole numero di studi dedicati alla sua esperienza e al suo percorso intimo. Le critiche più diverse sono state formulate sulla sua antologia, composta da ”La luce del ritorno ”, ”L’ombra affamata della madre”, ”E adesso parlo!”, ”Genesis”, ”Umanità” …trasporto abilmente dei temi di tutto ciò che aveva vissuto finora, scritti con sensibilità e intrisi di energia, motivazione, nuovo Spirito e amore, che hanno dominato la sua vita, ogni disegno dall’arsenale della sua autobiografia, per misurare il suo talento, la sua originalità, alla vigilia di un’infinita ricerca umanista espressa con forza nel suo bellissimo ”Non dirmi che ho amato il vento!”.
Poiché sottolinea il ridicolo delle trasgressioni, degli odi e dei vizi, Maria Teresa si è volentieri collocata in diacronia, attraverso un contributo e un immaginario che danno alla lettura alcune sorti di personaggi, attori, registrate nella Storia più esaustiva di uno spazio familiare ampliato nell’ambiente sociale. Con una grande tecnica di spogliarello e armata di mente acuta, uno sguardo osservatore, una grande sensibilità, Maria Teresa Liuzzo ci rivela le innumerevoli risorse sia della lingua letteraria sia dei dialetti che lei utilizza con indirizzamento e in modo gustoso.
Questa Autrice, grande amica del mio Paese Algeria e del mondo, merita di essere tra i futuri candidati al NOBEL per la LETTERATURA.
Sanremo come dispositivo di nazionalizzazione della canzone italiana: un’idea di “italianità musicale” che trae origine dal patrimonio mediterraneo della canzone partenopea del Novecento.
Quando nel 1951 nasce il Festival di Sanremo, la canzone italiana non ha ancora un’identità autonoma: è proprio la tradizione napoletana a fornire il modello melodico e poetico su cui il Festival costruirà la propria estetica. Un punto spesso dimenticato è che il Casinò di Sanremo ospitò in effetti già prima, nel 1931, una grande manifestazione dedicata alla musica napoletana, il Festival partenopeo di canti, tradizioni e costumi .
Redazione- Quando nel 1951 nasce il Festival di Sanremo, la canzone italiana non ha ancora un’identità autonoma: è proprio la tradizione napoletana a fornire il modello melodico e poetico su cui il Festival costruirà la propria estetica. Un punto spesso dimenticato è che il Casinò di Sanremo ospitò in effetti già prima, nel 1931, una grande manifestazione dedicata alla musica napoletana, il Festival partenopeo di canti, tradizioni e costumi .
La kermesse, pur non ripetuta, rimase nella memoria cittadina e divenne il modello mentale per chi, dopo la guerra, immaginò un festival musicale stabile. . Questo dato è cruciale: la canzone napoletana, primo repertorio urbano moderno d’Italia, entra così nel DNA del Festival prima ancora che il Festival stesso esista!
Non è un caso che molti dei primi interpreti sanremesi — da Nilla Pizzi a Claudio Villa — incarnino una vocalità chiaramente debitrice della tradizione partenopea.
La canzone napoletana struttura il DNA stesso di Sanremo.
Nel processo di formazione della canzone italiana, Napoli svolge un ruolo fondativo: non solo perché la canzone napoletana costituisce il primo repertorio urbano moderno della penisola, ma perché offre all’immaginario nazionale un modello melodico, linguistico e sentimentale che diventerà la matrice della produzione musicale italiana, anche nel mondo.
L’autore Aniello Califano è dunque uno dei mediatori attraverso cui la tradizione napoletana si apre alla dimensione nazionale: la sua scrittura, più immediata e melodicamente “cantabile”, prefigura quella linea melodica che, attraverso Murolo, Bruni, Ranieri e poi D’Alessio, confluirà nella canzone italiana del secondo Novecento.
La forza della canzone napoletana sta nella sua capacità di rinnovarsi senza perdere la propria identità. Nel corso del Novecento e fino ai giorni nostri, la tradizione partenopea continua a generare nuove forme: la scuola chitarristica di Roberto Murolo, la vocalità drammatica di Sergio Bruni, la modernizzazione blues e jazz di Pino Daniele, la linea melodica pop di Massimo Ranieri e Gigi D’Alessio e la reinvenzione elettronica e urbana di Liberato
Tutte queste traiettorie, pur diversissime, mantengono un legame profondo con la tradizione ottocentesca e con quella generazione d’oro di poeti che ha definito il linguaggio della canzone napoletana.
In questo orizzonte, la figura di Aniello (Alessandro) Califano si colloca come punto di snodo tra la grande stagione poetica di fine Ottocento e la successiva nazionalizzazione del gusto melodico. Rispetto ai tre grandi autori che hanno definito l’identità della canzone napoletana — Salvatore Di Giacomo, Ferdinando Russo e Libero Bovio —A. Califano ha saputo trasformare, in questo continuum, la tradizione in un linguaggio accessibile, popolare, nazionale, contribuendo a costruire quel ponte che unisce Napoli alla canzone italiana.
Califano è uno dei parolieri più influenti della canzone napoletana classica: autore di alcuni dei testi più celebri della tradizione partenopea, tra cui ’O surdato’nnammurato (1915), Tiempe belle, presenti nelle raccolte e nei concerti dedicati alla tradizione partenopea e interpretate da generazioni di cantanti napoletani e non solo, rimanendo nel repertorio fino a oggi.
La sua scrittura combina lirismo popolare, attenzione alla vita quotidiana e un forte senso melodico, elementi che diventeranno tratti distintivi della canzone napoletana del Novecento.
La sua poetica si fonda su una emozione immediata, diretta, capace di parlare a un pubblico vasto senza rinunciare a una forte intensità espressiva e comunicativa che anticipa la futura canzone italiana.
’O surdato ’nnammurato, con la sua apparente semplicità, è un esempio perfetto: una canzone popolare che trascende il locale, capace di diventare simbolo identitario e di attraversare il Novecento fino a oggi, preludendo a quella linea melodica che, attraverso Murolo, Bruni e poi Ranieri, confluirà nella canzone italiana del secondo Novecento. In questo senso, Califano non è soltanto un autore della tradizione napoletana: è uno dei mediatori attraverso cui “Napoli entra nel cuore della canzone italiana”, trasformando un patrimonio locale in un linguaggio nazionale.
La canzone italiana, così come si definisce nel dopoguerra, non nasce dal nulla: eredita a piene mani dalla tradizione napoletana una serie di elementi strutturali e simbolici: la melodia, la forma strofica regolare (strofa–ritornello, modulazioni) e la tematizzazione dell’amore, della nostalgia, del mare e della città.
Un’idea di “italianità musicale” fondata sul Mediterraneo che il Festival di Sanremo eredita e istituzionalizza.
Non è un caso che molti dei primi interpreti sanremesi provenissero da quella tradizione o ne fossero influenzati.
La kermesse , in questo senso, non inventa la canzone italiana: la istituzionalizza, la nazionalizza, la televisivizza. E lo fa a partire da un patrimonio che è, in larga parte, napoletano.
Quando nel 1951 nasce il Festival di Sanremo, infatti, la canzone italiana “nazionale”, come già ribadito, non esiste ancora come genere autonomo.
Il Festival dei fiori come dispositivo di nazionalizzazione della canzone italiana
Il Festival di Sanremo nasce nel 1951 in un’Italia che sta ricostruendo la propria identità culturale e simbolica dopo la guerra, e fin dall’inizio si configura come un vero dispositivo di nazionalizzazione della musica leggera. impressa nella memoria cittadina e fornì il modello mentale per la futura manifestazione. Quando in quell’anno la RAI e il Casinò decidono di creare una competizione dedicata alla “canzone italiana”, non fanno altro che istituzionalizzare un patrimonio già riconosciuto come nazionale, trasformando un repertorio locale in un linguaggio condiviso.
L’arrivo della televisione nel 1955 amplifica il processo: il Festival di San Remo diventa un rito collettivo, un luogo in cui la melodia mediterranea, la vocalità lirica e il sentimentalismo ereditati dalla tradizione napoletana vengono diffusi in tutto il Paese, contribuendo a costruire un immaginario musicale unitario in un’Italia ancora profondamente regionale. In questo senso, Sanremo non è semplicemente un festival: è un meccanismo culturale che seleziona, codifica e trasmette un’idea di italianità musicale, trasformando la canzone in un bene nazionale. La sua funzione non è solo estetica, ma politica e simbolica: attraverso la radio prima e la televisione poi, la kermesse crea un repertorio comune, un lessico affettivo condiviso, un pantheon di interpreti e melodie che diventano parte della memoria collettiva. La canzone napoletana, che aveva già elaborato un linguaggio melodico riconoscibile e una poetica dell’emozione immediata, trova così nel Festival il luogo della propria nazionalizzazione definitiva, mentre Sanremo trova in essa la propria matrice estetica. Il risultato è un processo circolare: Napoli fornisce il modello, il Festival di Sanremo lo diffonde, l’Italia lo riconosce come proprio.
La televisione come vettore di nazionalizzazione del Festival di Sanremo
Il ruolo della televisione nella storia del Festival di Sanremo è così decisivo da poter essere considerato il vero motore della sua trasformazione in un dispositivo di nazionalizzazione della canzone italiana. Se le prime edizioni del Festival (1951–1954) avevano un impatto limitato e si svolgevano nel salone del Casinò, tra tavolini e pubblico distratto, è solo con il 1955 — anno in cui la RAI trasmette per la prima volta la kermesse in diretta televisiva — che Sanremo diventa un fenomeno culturale di massa, capace di raggiungere un pubblico nazionale e di costruire un immaginario condiviso .
La televisione, introdotta in Italia nel gennaio 1954, era allora un medium nuovo, desiderato, quasi magico. Poche famiglie possedevano un apparecchio, ma la visione collettiva nei bar, nei circoli, nei locali pubblici trasformava ogni trasmissione in un rito comunitario. Il Festival di Sanremo, trasmesso in diretta già dal secondo anno di vita della TV, divenne immediatamente uno degli appuntamenti più seguiti: un evento che non solo intratteneva, ma riuniva gli italiani, contribuendo a costruire una cultura nazionale in un Paese ancora segnato da forti differenze regionali.
La televisione amplificò il Festival proprio nel momento in cui l’Italia stava vivendo il miracolo economico, un periodo di modernizzazione accelerata che favorì la diffusione di nuovi consumi culturali e di nuovi modelli di vita. In questo contesto, Sanremo divenne il luogo in cui la musica leggera — fino ad allora diffusa soprattutto attraverso la radio e i circuiti locali — veniva codificata, selezionata e trasmessa come repertorio nazionale.
La televisione non si limitò a mostrare le canzoni: costruì un’estetica, un linguaggio, una ritualità. Le inquadrature, i costumi, la scenografia, la presenza del presentatore, la gestualità dei cantanti: tutto contribuiva a creare un immaginario riconoscibile e ripetibile. La canzone italiana, attraverso Sanremo, divenne un prodotto visivo oltre che sonoro, e la sua diffusione televisiva ne garantì la circolazione capillare. Brani come Grazie dei fiori o Nel blu dipinto di blu non furono solo successi musicali: furono eventi televisivi, momenti di identificazione collettiva che entrarono nella memoria nazionale.
La televisione, inoltre, rese possibile un processo di standardizzazione del gusto: ciò che veniva premiato a Sanremo diventava automaticamente “italiano”, mentre ciò che restava fuori tendeva a essere percepito come periferico o minoritario. In questo senso, il Festival agì come un filtro culturale: selezionava, legittimava e diffondeva un modello melodico che, pur trasformandosi nel tempo, rimase sempre riconoscibile. La tradizione napoletana — già radicata nel DNA del Festival grazie alla kermesse del 1931‑32 — trovò così nella televisione il mezzo per diventare definitivamente nazionale.
In sintesi, la televisione non fu un semplice canale di trasmissione: fu il dispositivo che trasformò Sanremo in un rito nazionale, capace di unificare il Paese attraverso la musica. Senza la televisione, Sanremo sarebbe rimasto un festival locale; con la televisione, divenne il luogo in cui l’Italia imparò a riconoscersi nella propria canzone.
Il Festival, nato per rilanciare il turismo e creare un repertorio nazionale, compie un’operazione culturale precisa: trasforma un modello locale (napoletano) in un modello nazionale, lo “normalizza” attraverso l’orchestrazione RAI , lo rende televisivo e popolare.
Negli anni ’50, quando la televisione entra nelle case (dal 1955) Sanremo diventa il luogo in cui la canzone napoletana si mescola con:
– swing e jazz americano
– chanson francese
– primi influssi rock
– musica orchestrale da varietà
Il risultato è la “canzone italiana moderna”, che conserva però un nucleo melodico chiaramente mediterraneo.
Gli ultimi cantanti vincitori della rassegna sanremese hanno proposto canzoni facilmente riconducibili alle tematiche e sonorità melodiche napoletane: la recente canzone vincitrice neomelodica Per sempre Sì ,presentata dall’artista Sal da Vinci, è un esempio eclatante di come il gusto musicale nazionale sia stato negli anni fortemente influenzato dalla tradizione melodica imperante nella più seguita ed amata kermesse canora italiana!
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