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Sanremo come dispositivo di nazionalizzazione della canzone italiana: un’idea di “italianità musicale” che trae origine dal patrimonio mediterraneo della canzone partenopea del Novecento.

Quando nel 1951 nasce il Festival di Sanremo, la canzone italiana non ha ancora un’identità autonoma: è proprio la tradizione napoletana a fornire il modello melodico e poetico su cui il Festival costruirà la propria estetica. Un punto spesso dimenticato è che il Casinò di Sanremo ospitò in effetti già prima, nel 1931, una grande manifestazione dedicata alla musica napoletana, il Festival partenopeo di canti, tradizioni e costumi .

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Tiziana Fiori

Redazione-  Quando nel 1951 nasce il Festival di Sanremo, la canzone italiana non ha ancora un’identità autonoma: è proprio la tradizione napoletana a fornire il modello melodico e poetico su cui il Festival costruirà la propria estetica. Un punto spesso dimenticato è che il Casinò di Sanremo ospitò in effetti già prima, nel 1931, una grande manifestazione dedicata alla musica napoletana, il Festival partenopeo di canti, tradizioni e costumi .

 La kermesse, pur non ripetuta, rimase nella memoria cittadina e divenne il modello mentale per chi, dopo la guerra, immaginò un festival musicale stabile. . Questo dato è cruciale: la canzone napoletana, primo repertorio urbano moderno d’Italia, entra così nel DNA del Festival prima ancora che il Festival  stesso esista!

Non è un caso che molti dei primi interpreti sanremesi — da Nilla Pizzi a Claudio Villa — incarnino una vocalità chiaramente debitrice della tradizione partenopea.

 La canzone napoletana struttura il DNA stesso di Sanremo.

Nel processo di formazione della canzone italiana, Napoli svolge un ruolo fondativo: non solo perché la canzone napoletana costituisce il primo repertorio urbano moderno della penisola, ma perché offre all’immaginario nazionale un modello melodico, linguistico e sentimentale che diventerà la matrice della produzione musicale italiana, anche nel mondo.

 L’autore Aniello Califano è dunque uno dei mediatori attraverso cui la tradizione napoletana si apre alla dimensione nazionale: la sua scrittura, più immediata e melodicamente “cantabile”, prefigura quella linea melodica che, attraverso Murolo, Bruni, Ranieri e poi D’Alessio, confluirà nella canzone italiana del secondo Novecento.

La forza della canzone napoletana sta nella sua capacità di rinnovarsi senza perdere la propria identità. Nel corso del Novecento e fino ai giorni nostri, la tradizione partenopea continua a generare nuove forme: la scuola chitarristica di Roberto Murolo, la vocalità drammatica di Sergio Bruni, la modernizzazione blues e jazz di Pino Daniele, la linea melodica pop di Massimo Ranieri e Gigi D’Alessio e la reinvenzione elettronica e urbana di Liberato

Tutte queste traiettorie, pur diversissime, mantengono un legame profondo con la tradizione ottocentesca e con quella generazione d’oro di poeti che ha definito il linguaggio della canzone napoletana.

 In questo orizzonte, la figura di Aniello (Alessandro) Califano si colloca come punto di snodo tra la grande stagione poetica di fine Ottocento e la successiva nazionalizzazione del gusto melodico. Rispetto ai tre grandi autori che hanno definito l’identità della canzone napoletana — Salvatore Di Giacomo, Ferdinando Russo e Libero Bovio —A. Califano ha saputo trasformare, in questo continuum, la tradizione in un linguaggio accessibile, popolare, nazionale, contribuendo a costruire quel ponte che unisce Napoli alla canzone italiana.

Califano è uno dei parolieri più influenti della canzone napoletana classica: autore di alcuni dei testi più celebri della tradizione partenopea, tra cui ’O surdato ’nnammurato (1915), Tiempe belle, presenti nelle raccolte e nei concerti dedicati alla tradizione partenopea e interpretate da generazioni di cantanti napoletani e non solo, rimanendo nel repertorio fino a oggi.

La sua scrittura combina lirismo popolare, attenzione alla vita quotidiana e un forte senso melodico, elementi che diventeranno tratti distintivi della canzone napoletana del Novecento.

 La sua poetica si fonda su una emozione immediata, diretta, capace di parlare a un pubblico vasto senza rinunciare a una forte intensità espressiva e comunicativa che anticipa la futura canzone italiana.

’O surdato ’nnammurato, con la sua apparente semplicità, è un esempio perfetto: una canzone popolare che trascende il locale, capace di diventare simbolo identitario e di attraversare il Novecento fino a oggi, preludendo a quella linea melodica che, attraverso Murolo, Bruni e poi Ranieri, confluirà nella canzone italiana del secondo Novecento. In questo senso, Califano non è soltanto un autore della tradizione napoletana: è uno dei mediatori attraverso cui “Napoli entra nel cuore della canzone italiana”, trasformando un patrimonio locale in un linguaggio nazionale.

La canzone italiana, così come si definisce nel dopoguerra, non nasce dal nulla: eredita a piene mani dalla tradizione napoletana una serie di elementi strutturali e simbolici: la melodia, la forma strofica regolare (strofa–ritornello, modulazioni) e la tematizzazione dell’amore, della nostalgia, del mare e della città.

Un’idea di “italianità musicale” fondata sul Mediterraneo che il Festival di  Sanremo eredita e istituzionalizza.

Non è un caso che molti dei primi interpreti sanremesi provenissero da quella tradizione o ne fossero influenzati.

 La kermesse , in questo senso, non inventa la canzone italiana: la istituzionalizza, la nazionalizza, la televisivizza. E lo fa a partire da un patrimonio che è, in larga parte, napoletano.

Quando nel 1951 nasce il Festival di Sanremo, infatti, la canzone italiana “nazionale”, come già ribadito, non esiste ancora come genere autonomo.

Il Festival dei fiori come dispositivo di nazionalizzazione della canzone italiana

Il Festival di Sanremo nasce nel 1951 in un’Italia che sta ricostruendo la propria identità culturale e simbolica dopo la guerra, e fin dall’inizio si configura come un vero dispositivo di nazionalizzazione della musica leggera. impressa nella memoria cittadina e fornì il modello mentale per la futura manifestazione. Quando in quell’anno la RAI e il Casinò decidono di creare una competizione dedicata alla “canzone italiana”, non fanno altro che istituzionalizzare un patrimonio già riconosciuto come nazionale, trasformando un repertorio locale in un linguaggio condiviso.

L’arrivo della televisione nel 1955 amplifica il processo: il Festival di San Remo diventa un rito collettivo, un luogo in cui la melodia mediterranea, la vocalità lirica e il sentimentalismo ereditati dalla tradizione napoletana vengono diffusi in tutto il Paese, contribuendo a costruire un immaginario musicale unitario in un’Italia ancora profondamente regionale. In questo senso, Sanremo non è semplicemente un festival: è un meccanismo culturale che seleziona, codifica e trasmette un’idea di italianità musicale, trasformando la canzone in un bene nazionale. La sua funzione non è solo estetica, ma politica e simbolica: attraverso la radio prima e la televisione poi, la kermesse crea un repertorio comune, un lessico affettivo condiviso, un pantheon di interpreti e melodie che diventano parte della memoria collettiva. La canzone napoletana, che aveva già elaborato un linguaggio melodico riconoscibile e una poetica dell’emozione immediata, trova così nel Festival il luogo della propria nazionalizzazione definitiva, mentre Sanremo trova in essa la propria matrice estetica. Il risultato è un processo circolare: Napoli fornisce il modello, il Festival di  Sanremo lo diffonde, l’Italia lo riconosce come proprio.

La televisione come vettore di nazionalizzazione del Festival di Sanremo

Il ruolo della televisione nella storia del Festival di Sanremo è così decisivo da poter essere considerato il vero motore della sua trasformazione in un dispositivo di nazionalizzazione della canzone italiana. Se le prime edizioni del Festival (1951–1954) avevano un impatto limitato e si svolgevano nel salone del Casinò, tra tavolini e pubblico distratto, è solo con il 1955 — anno in cui la RAI trasmette per la prima volta la kermesse in diretta televisiva — che Sanremo diventa un fenomeno culturale di massa, capace di raggiungere un pubblico nazionale e di costruire un immaginario condiviso .

La televisione, introdotta in Italia nel gennaio 1954, era allora un medium nuovo, desiderato, quasi magico. Poche famiglie possedevano un apparecchio, ma la visione collettiva nei bar, nei circoli, nei locali pubblici trasformava ogni trasmissione in un rito comunitario. Il Festival di Sanremo, trasmesso in diretta già dal secondo anno di vita della TV, divenne immediatamente uno degli appuntamenti più seguiti: un evento che non solo intratteneva, ma riuniva gli italiani, contribuendo a costruire una cultura nazionale in un Paese ancora segnato da forti differenze regionali.

La televisione amplificò il Festival proprio nel momento in cui l’Italia stava vivendo il miracolo economico, un periodo di modernizzazione accelerata che favorì la diffusione di nuovi consumi culturali e di nuovi modelli di vita. In questo contesto, Sanremo divenne il luogo in cui la musica leggera — fino ad allora diffusa soprattutto attraverso la radio e i circuiti locali — veniva codificata, selezionata e trasmessa come repertorio nazionale.

La televisione non si limitò a mostrare le canzoni: costruì un’estetica, un linguaggio, una ritualità. Le inquadrature, i costumi, la scenografia, la presenza del presentatore, la gestualità dei cantanti: tutto contribuiva a creare un immaginario riconoscibile e ripetibile. La canzone italiana, attraverso Sanremo, divenne un prodotto visivo oltre che sonoro, e la sua diffusione televisiva ne garantì la circolazione capillare. Brani come Grazie dei fiori o Nel blu dipinto di blu non furono solo successi musicali: furono eventi televisivi, momenti di identificazione collettiva che entrarono nella memoria nazionale.

La televisione, inoltre, rese possibile un processo di standardizzazione del gusto: ciò che veniva premiato a Sanremo diventava automaticamente “italiano”, mentre ciò che restava fuori tendeva a essere percepito come periferico o minoritario. In questo senso, il Festival agì come un filtro culturale: selezionava, legittimava e diffondeva un modello melodico che, pur trasformandosi nel tempo, rimase sempre riconoscibile. La tradizione napoletana — già radicata nel DNA del Festival grazie alla kermesse del 1931‑32 — trovò così nella televisione il mezzo per diventare definitivamente nazionale.

In sintesi, la televisione non fu un semplice canale di trasmissione: fu il dispositivo che trasformò Sanremo in un rito nazionale, capace di unificare il Paese attraverso la musica. Senza la televisione, Sanremo sarebbe rimasto un festival locale; con la televisione, divenne il luogo in cui l’Italia imparò a riconoscersi nella propria canzone.

Il Festival, nato per rilanciare il turismo e creare un repertorio nazionale, compie un’operazione culturale precisa: trasforma un modello locale (napoletano) in un modello nazionale, lo “normalizza” attraverso l’orchestrazione RAI , lo rende televisivo e popolare.

Negli anni ’50, quando la televisione entra nelle case (dal 1955)   Sanremo diventa il luogo in cui la canzone napoletana si mescola con:

– swing e jazz americano

– chanson francese

– primi influssi rock

– musica orchestrale da varietà

Il risultato è la “canzone italiana moderna”, che conserva però un nucleo melodico chiaramente mediterraneo.

Gli ultimi cantanti vincitori della rassegna sanremese hanno proposto canzoni facilmente riconducibili alle tematiche e sonorità melodiche napoletane: la  recente canzone vincitrice neomelodica  Per sempre Sì ,presentata dall’artista Sal da Vinci, è un esempio eclatante di come il gusto musicale nazionale sia stato negli anni fortemente influenzato dalla tradizione melodica imperante nella più seguita ed amata  kermesse canora italiana!

Per cui vale ancora più che mai  lo slogan

PERCHE’ SANREMO È SEMPRE SANREMO!

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Lifestyle

“La cosa che non abbiamo messo in valigia”: la solitudine moderna e il bisogno d’Amore nel meraviglioso e struggente scritto di Menda Vreto

“Oggi abbiamo tutto (case, lavori, soldi, cellulari), ma paradossalmente ci sentiamo vuoti: abbiamo riempito la valigia della nostra vita scordandoci di metterci dentro l’Amore!”. La meravigliosa e struggente riflessione della scrittrice Menda Vreto che vi farà venire i brividi! 🧳 💔 Quante volte, rientrati a casa stanchi dal lavoro, vi siete seduti sul divano e, nel silenzio della stanza, avete provato un senso di profonda solitudine, un vuoto a cui non sapete dare un nome? Il testo potentissimo e dolcissimo intitolato “La cosa che non abbiamo messo in valigia” (scritto in modo magistrale da Menda VRETO) scatta una fotografia spietata ma verissima di tutti noi. Quando eravamo bambini ci bastava sporcarci col fango e ridere con gli amici per essere immensamente felici.Oggi lavoriamo come pazzi, compriamo mille oggetti, abbiamo il telefono pieno di contatti social… eppure ci sentiamo incredibilmente SOLI! L’autrice si sofferma su un dramma del nostro secolo: la superbia di credere di “avere sempre tempo” per chiedere scusa e per amare. “Ci sono parole che continuiamo a rimandare: i ‘Mi manchi’, i ‘Ti voglio bene’, gli ‘Scusami’. Le rimandiamo, fino a quando è troppo tardi. Sappiamo tutto di tutti su Internet, ma non sappiamo nulla dei veri dolori della persona seduta sul divano accanto a noi!”. Nelle note finali, Menda ci ricorda come questa dolorosa nostalgia la assalga quando pensa ai figli ormai grandi che hanno preso la loro strada. L’unica salvezza è smettere di riempirci di “cose materiali”, e tornare a riempirci di Amore vero, tenendoci per mano e guardandoci negli occhi! Leggete l’analisi di questo vero e proprio capolavoro nel nostro articolo completo! 👇 ⏳ E voi quante parole non dette, quanti abbracci mancati e quanti “Scusa” avete lasciato indietro nella vostra valigia, per orgoglio o per presunzione? Fermatevi un attimo a leggere queste righe, diteci cosa provate nei commenti e condividete questo meraviglioso post con le persone a cui tenete davvero!

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Valigia

La Riflessione – Ci sono testi che, lette le prime due righe, ti costringono a fermarti, a posare il telefono sul tavolo e a fare i conti con un nodo alla gola che non sapevi nemmeno di avere. Il meraviglioso e struggente scritto di Menda Vreto, intitolato significativamente “La cosa che non abbiamo messo in valigia”, è uno di questi capolavori. È uno specchio impietoso e dolcissimo in cui tutti noi (uomini e donne del ventunesimo secolo, perennemente affannati e stanchi) siamo costretti a guardarci.
La riflessione dell’autrice parte da una sensazione universale e dolorosa: quella solitudine invisibile che non dipende dall’assenza fisica delle persone. È quel vuoto opprimente che ci assale magicamente e inesorabilmente a fine giornata, quando la porta di casa si chiude alle nostre spalle, i rumori si spengono, le distrazioni svaniscono e ci ritroviamo drammaticamente e inesorabilmente soli a fare i conti con noi stessi, con i nostri silenzi e con un’inquietudine a cui non sappiamo dare un nome.

Il fango, la semplicità e il bagaglio smarrito

Il viaggio emotivo di Menda Vreto scava indietro nel tempo, ripescando i ricordi dorati di quando eravamo bambini. Ripensa ai giochi nel fango, a quando bastava avere le ginocchia sbucciate, un sorriso e un amico accanto per sentirsi i padroni del mondo. «Oggi abbiamo molte più possibilità», riflette l’autrice. Abbiamo case bellissime, automobili veloci, carriere sudate con mille sacrifici, possiamo viaggiare e parlare in videochiamata con l’altro capo del mondo.
Eppure, in questa disperata e affannosa rincorsa al miglioramento materiale, abbiamo perso per strada un pezzo fondamentale della nostra anima. «Forse abbiamo riempito le nostre valigie di cose necessarie per andare avanti, e ci siamo dimenticati di mettere dentro ciò che ci serviva davvero. Abbiamo tutto e, qualche volta, ci sembra di non avere niente». È il dramma del nostro secolo: valigie pesantissime e piene di oggetti costosi, ma cuori svuotati dell’essenziale.

Le parole non dette e il coraggio dei sentimenti

Il passaggio più doloroso dello scritto di Menda riguarda i rimpianti. Quante volte torniamo a casa, apriamo la rubrica del cellulare con migliaia di nomi, ma ci accorgiamo che ci manca quell’unica persona con cui non riusciamo o non possiamo più parlare come un tempo?
L’autrice punta il dito contro il nostro peccato più grande: la superbia di credere di avere “sempre tempo”. È per questa presunzione che rimandiamo le parole più importanti della nostra vita. I “Mi manchi”, i “Ti voglio bene”, gli “Scusami, ho sbagliato”. Frasi che teniamo chiuse in gola fino a quando gli anni passano e pronunciarle diventa impossibile. Menda Vreto ci sbatte in faccia un paradosso atroce: siamo la società iper-connessa, sempre raggiungibili, sappiamo cosa mangiano gli sconosciuti sui social, ma siamo totalmente incapaci di essere “disponibili” per la persona seduta accanto a noi sul divano.

Il nido vuoto: scrivere per sopravvivere alla nostalgia

L’appello finale dello scritto è un richiamo disperato a ritornare alla purezza della nostra infanzia, ad accorgerci che la felicità non si compra e non fa rumore. La vera felicità, come suggerisce Menda Vreto, è «una persona che resta, una voce che chiama, una mano che cerca la nostra».
Nelle struggenti righe finali, l’autrice svela anche il motore intimo e profondo di questa riflessione. È il dolore dolcissimo della madre che vede crescere i propri figli, i quali (come è giusto che sia) spiccano il volo e prendono le loro strade, lasciando in casa il rumore assordante dei ricordi. Ed è proprio per sopravvivere a questa dilaniante nostalgia, a questo vuoto lasciato dal tempo che fugge, che Menda Vreto ha deciso di prendere in mano la penna. Scrivere diventa così un atto di salvezza e di coraggio. Perché non dobbiamo riempire la nostra vita di oggetti, ma dobbiamo avere il coraggio di renderla immensamente e faticosamente più Vera. Buon viaggio con la vostra valigia.

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Lifestyle

Multe e Autovelox, allarme sulle strade per la folle “Mossa del Canguro”. Cos’è e come i Comuni stanno stroncando i furbetti del pedale

Attenzione alla “Mossa del Canguro”! Il trucchetto folle e pericolosissimo inventato dai “furbetti” per non prendere le multe all’Autovelox. Ma i Comuni corrono ai ripari: arrivano le nuove Telecamere! 📸 🦘 L’incubo di prendere una raffica di multe all’Autovelox spinge a volte gli automobilisti a inventarsi dei trucchetti davvero assurdi! Nelle ultime settimane sta spopolando in tutta Italia una tecnica ribattezzata, appunto, “La mossa del Canguro”. In cosa consiste? Il furbetto (che viaggia oltre il limite di velocità) scorge da lontano il famoso cartello blu che avvisa del controllo elettronico. A quel punto INCHIODA BRUSCAMENTE con i freni, riducendo drasticamente la velocità in un decimo di secondo (come un balzo del canguro, appunto). Passa lentissimo e beffardo davanti alla telecamera, e un metro dopo l’Autovelox, schiaccia di nuovo il piede sull’acceleratore riprendendo la sua folle corsa! Un comportamento non solo sleale, ma ASSOLUTAMENTE PERICOLOSISSIMO e potenzialmente MORTALE! Inchiodare di colpo a bordo strada rischia di innescare tamponamenti a catena devastanti, distruggendo le macchine di chi viaggia dietro di noi! Proprio per fermare questo gioco assurdo, i Comuni stanno correndo ai ripari: addio ai vecchi autovelox, si stanno installando i famigerati TUTOR di nuova generazione, che calcolano la “Velocità Media” per svariati chilometri. Con i Tutor, fare il furbetto e frenare all’ultimo secondo non servirà più a niente! Scopri come funzionano e come difendersi (rispettando le regole!) nel nostro articolo completo. 👇 🚔 Voi cosa pensate di questi trucchetti da strada? Quante volte vi è capitato di rischiare un incidente grave solo perché l’auto davanti a voi ha fatto “la mossa del canguro”, inchiodando all’improvviso per non farsi fare la foto dall’Autovelox? Diteci la vostra nei commenti e condividete questo post per allertare i vostri amici al volante!

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Autovelox

Roma – È l’incubo numero uno di qualsiasi automobilista italiano, lo spauracchio silenzioso capace di rovinare le vacanze o il budget mensile di un’intera famiglia: stiamo parlando del famigerato Autovelox. Nonostante le campagne di sensibilizzazione sulla sicurezza stradale e l’obbligo tassativo (civico e morale, prima ancora che legale) di non superare le soglie di velocità stabilite dal Codice della Strada, purtroppo moltissimi conducenti continuano a pigiare pesantemente sul pedale dell’acceleratore, sfidando la sorte e rischiando salassi spaventosi.
Ma siccome l’ingegno (spesso applicato nel modo sbagliato) non ha limiti, nelle ultime settimane è diventato virale sulle nostre strade un nuovo, banalissimo ma astuto escamotage. Un metodo inventato dai classici “furbetti” del volante per scongiurare il salasso economico della sanzione amministrativa e per salvare i preziosissimi punti della patente. Questa tecnica, che sta letteralmente facendo impazzire le polizie stradali e municipali di mezza Italia, è stata simpaticamente (ma tragicamente) ribattezzata in gergo come “la mossa del canguro”.

Il trucco del cartello: come funziona la “Mossa del Canguro”

Il meccanismo alla base di questo stratagemma è tanto elementare quanto, purtroppo, molto efficace (almeno inizialmente). Il trucco si basa sullo sfruttamento di un obbligo di legge: il Codice della Strada italiano impone infatti che, prima di ogni dispositivo di rilevazione della velocità, vi sia un cartello ben visibile (il famoso segnale blu con il vigile stilizzato) che annuncia in anticipo la presenza dell’occhio elettronico. Un avviso pensato originariamente per invitare l’automobilista distratto a rallentare dolcemente per motivi di prudenza.
Ma il furbetto del “canguro” usa questa regola a proprio esclusivo vantaggio. L’autista, che sta viaggiando a velocità folle e sostenuta oltre il limite, nota da lontano il cartello di preavviso. A quel punto, invece di scalare le marce dolcemente, effettua una frenata e una decelerazione improvvisa e violentissima (un balzo all’indietro, proprio come un canguro), per far scendere istantaneamente il tachimetro sotto il limite consentito. Con la macchina praticamente frenata a dismisura, sfila lentamente davanti all’obiettivo della telecamera senza far scattare il famigerato flash. Poi, un metro dopo aver superato la scatola dell’autovelox e il “pericolo”, riaffonda immediatamente e pesantemente il piede sull’acceleratore, riprendendo la sua folle corsa.

Frenate brusche e tamponamenti: un gioco che può essere mortale

Questa pratica, oltre a essere moralmente scorretta ed eticamente deprecabile nei confronti di chi rispetta sempre le regole, è potenzialmente mortale. L’istinto di inchiodare brutalmente alla vista della macchinetta crea un pericolo gigantesco per l’incolumità pubblica.
Chi guida dietro alla vettura “canguro” (magari una famiglia con bambini a bordo che viaggia a distanza normale) si ritrova improvvisamente un muro di metallo frenato davanti al muso. Il rischio che si verifichino violentissimi tamponamenti a catena è altissimo, senza contare che in caso di asfalto bagnato o viscido, l’autista del “canguro” potrebbe perdere irrimediabilmente il controllo della propria vettura, innescando carambole letali solo per non pagare una sanzione di poche centinaia di euro.

La vendetta dello Stato: addio ai vecchi Autovelox, arrivano i Tutor

Considerato che la “mossa del canguro” sta diventando una prassi sempre più scandalosamente comune, le varie amministrazioni locali e il Ministero dei Trasporti hanno deciso di dire basta e prendere contromisure drastiche. Lo Stato non ci sta a farsi prendere in giro.
La soluzione è letale per i furbetti: i vecchi rilevatori di velocità puntuali (i classici scatoloni a bordo strada, facili da ingannare con una frenata dell’ultimo secondo) stanno venendo progressivamente rottamati e sostituiti da occhi elettronici di nuova generazione. Stiamo parlando dei temutissimi e infallibili sistemi Tutor. Queste apparecchiature avanzatissime non fotografano la velocità in un singolo e preciso punto, ma calcolano in modo spietato la velocità media di percorrenza dell’auto su intere e lunghe tratte stradali. Con il Tutor, rallentare all’ultimo secondo per poi accelerare di nuovo risulta del tutto inutile, perché il cronometro totale condannerà comunque l’automobilista indisciplinato. Il tempo dei balzi del canguro, per fortuna, è agli sgoccioli.

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Marco Columbro racconta l’incontro con gli UFO : ” eravamo in duecento nel vederli “

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Marco Columbro, Ufo

Redazione-  Un incontro con gli UFO dopo avere partecipato a una conferenza tenuta da una donna che sostiene di ricevere messaggi dal popolo delle Pleiadi. È quanto racconta Marco Columbro dopo essere stato ospite di Supernova, il podcast condotto da Alessandro Cattelan. L’ex conduttore di Canale5 ha fatto riferimento a un episodio accaduto diversi anni fa al quale dice di credere profondamente, al punto da essere certo che insieme a lui avrebbero assistito al fenomeno circa 200 persone.

“Ero andato in America per una conferenza di una donna, Anna, che, dall’età di 9 anni, riceve messaggi dal popolo dei Pleiadiani, cioè gli abitanti di una stella della costellazione delle Pleiadi”, ha raccontato Columbro, “Alle 22.30, finita la conferenza, usciamo e vedo sopra di noi arrivare un globo lattiginoso. E non era luce, era qualcosa di diverso, sembrava proprio fatto di latte. Subito dopo ne è arrivato un altro, poi un altro ancora. Io mi sono rivolto ad Anna stupito e lei, molto tranquillamente, mi ha detto: ‘Sì, sono loro che ci salutano’. Hanno fatto un giro e poi sono spariti, in un lampo. E li abbiamo visti in 200 persone”.

Con il termine Pleiadiani si fa riferimento agli immaginari alieni nordici, extraterrestri rappresentati come umanoidi alti, biondi e con gli occhi azzurri. Nel folklore ufologico sono tra gli alieni più noti insieme ai rettiliani. Esistono anche libri e guide in commercio che propongono i modi più disparati per tentare di entrare in contatto con tali entità.

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