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Attualità

Il Mattutino dal Castello Sforzini: il mistero dell’«eccetera», il fuoco dell’entusiasmo e la forza del passato di Pasolini

Il Mattutino dal Castello Sforzini di giovedì 15 ottobre 2026: il mistero dell’avverbio «eccetera» come luogo dell’inesplicabile, la sacra etimologia dell’entusiasmo come fiamma divina interiore e la profezia di Pier Paolo Pasolini sulla forza immortale del passato. L’augurio per una giornata di libertà, responsabilità e coraggio 👇

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il mattutino del 15 ottobre 2026

Castellar Ponzano – Nel silenzio limpido e solenne delle prime ore del giorno, mentre la luce autunnale accarezza le antiche merlature del Castello Sforzini e le colline del Tortonese si destano dalla quiete della notte, torna puntuale l’appuntamento con Il Mattutino. Una rubrica che non rappresenta un semplice esercizio di stile letterario, ma un vero e proprio rito civile e spirituale: un momento di sosta e raccoglimento laico per orientare la bussola interiore prima che il frastuono frenetico della quotidianità prenda il sopravvento. La meditazione di questo giovedì 15 ottobre 2026 intreccia tre folgorazioni del pensiero umano, chiamandoci a riflettere sui confini del nostro sapere, sull’origine divina delle nostre passioni e sul legame indissolubile che ci unisce alla memoria delle nostre radici.

L’enigma dell’«eccetera»: il catalogo infinito delle verità non ancora comprese

«Eccetera, avverbio. Luogo sterminato nel quale l’umanità deposita tutto ciò che non ha ancora capito». Con questa fulminea e geniale intuizione linguistica si apre la riflessione odierna. Nel linguaggio comune siamo abituati a considerare l’avverbio “eccetera” (dal latino et cetera, “e le restanti cose”) come una sbrigativa scorciatoia grammaticale, un espediente per troncare un elenco troppo lungo o per dare l’illusione di una conoscenza esaustiva che si dà per scontata. Eppure, a uno sguardo filosofico più attento, l’eccetera rivela la sua vertiginosa natura di abisso: è il territorio sconfinato in cui l’uomo accantona il mistero, ciò che sfugge alla catalogazione rassicurante della ragione e della tecnica.

Riconoscere l’eccetera significa riscoprire la virtù socratica dell’umiltà intellettuale. Viviamo in un’epoca dominata dall’illusione dell’onniscienza digitale, in cui ogni domanda sembra trovare risposta istantanea in un algoritmo. Ma la complessità dell’animo umano, il senso del dolore, la bellezza dell’arte e il mistero dell’esistenza non si lasciano racchiudere in formule chiuse. L’eccetera è lo spazio sacro della domanda aperta, l’orizzonte fecondo in cui la scienza incontra la poesia e l’uomo ritrova lo stupore di fronte a ciò che ancora attende di essere compreso e amato.

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L’origine sacra dell’«entusiasmo»: avere un Dio dentro per accendere il coraggio

Il secondo passaggio del Mattutino ci riporta alla radice etimologica di una delle parole più luminose del nostro vocabolario: «La parola “entusiasmo” significava, in origine, avere un dio dentro». Dal greco antico enthousiasmòs (composto da en, “in”, e theòs, “dio”), il termine indicava originariamente lo stato d’ispirazione divina che pervadeva l’artista, il poeta o il filosofo, posseduto da una forza trascendente capace di oltrepassare i limiti dell’ordinario.

Oggi tendiamo spesso a confondere l’entusiasmo con un’eccitazione passeggera, un’effimera euforia emotiva legata all’ebbrezza del momento. Ma l’entusiasmo autentico è una fiamma interiore incrollabile: è la scintilla vitale che ci spinge a intraprendere battaglie giuste anche quando l’esito appare incerto, a credere in un progetto, a costruire bellezza e senso in mezzo alle difficoltà. Avere “un dio dentro” significa custodire una riserva inesauribile di speranza e dignità, rifiutando la rassegnazione e l’apatia cinica che troppo spesso intorpidiscono il nostro tempo.

«Io sono una forza del Passato»: la lezione profetica di Pier Paolo Pasolini

Il trittico si conclude con uno dei versi più celebri, drammatici e potenti del Novecento italiano, tratto da Poesia in forma di rosa (1964) di Pier Paolo Pasolini: «Io sono una forza del Passato. Solo nella tradizione è il mio amore». In queste parole scolpite nella pietra risiede una dichiarazione di resistenza culturale contro l’omologazione distruttiva della modernità liquida.

Pasolini non intendeva il passato come un rifugio nostalgico o una sterile fuga all’indietro. Essere “una forza del Passato” significa riconoscersi eredi di una civiltà millenaria, di una lingua, di valori morali e spirituali che hanno plasmato la nostra identità e che nessun consumismo presente ha il diritto di cancellare. La tradizione non è il culto delle ceneri, ma la custodia del fuoco: amare la tradizione significa trarre nutrimento dalla linfa profonda della storia per affrontare il presente con radici solide e sguardo lungimirante. È il messaggio silenzioso che tramandano le mura storiche del Castello Sforzini, baluardo di pietra e memoria che dialoga ogni giorno con le sfide del futuro.

Libertà, responsabilità e coraggio: l’augurio per la giornata

La meditazione del mattino si chiude con il consueto, solenne viatico che da anni risuona come un imperativo morale: «Che sia una giornata di libertà, responsabilità e coraggio». Tre concetti inscindibili che definiscono la misura della dignità umana: la libertà non può esistere senza l’assunzione di responsabilità verso la comunità e verso noi stessi, e né la libertà né la responsabilità possono essere vissute senza il coraggio di compiere scelte autentiche.

Con questo spirito, il Castello Sforzini di Castellar Ponzano congeda i suoi lettori, affidando alle ore che ci attendono la sfida di abitare il mondo con mente aperta al mistero, cuore acceso dall’entusiasmo e passi saldamente ancorati alla forza nobile della tradizione.

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Esteri

Iran, orrore a Mashhad: la studentessa 23enne Najmeh Amini condannata a morte per un post sui social, il drammatico audio dal carcere

Condannata a morte a soli 23 anni per un post sui social: l’Iran condanna la studentessa Najmeh Amini nel carcere di Vakilabad per «blasfemia». Dalla cella il drammatico appello all’ONU e al mondo per fermare il boia 👇

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Najmeh Amini

Teheran – Una sentenza capitale pronunciata nel silenzio oppressivo di un tribunale rivoluzionario, per aver affidato al web il proprio pensiero. In Iran si consuma l’ennesimo dramma giudiziario contro la libertà di espressione: Najmeh Amini, studentessa universitaria di contabilità di appena 23 anni, è stata condannata a morte dalla magistratura della Repubblica Islamica con l’accusa di presunta «blasfemia», a causa di un post pubblicato sui social network. La giovane si trova attualmente reclusa nel famigerato penitenziario di Vakilabad, situato nella città nord-orientale di Mashhad, teatro negli anni di centinaia di esecuzioni sommarie. A rendere la vicenda ancor più sconvolgente è la doppia scure abbattutasi sulla ragazza: oltre al patibolo, Amini è stata condannata a dodici anni, sei mesi e un giorno di reclusione al termine di due processi farsa separati.

Il capo d’accusa medievale: dal reato di «sab ol-nabi» alla repressione del dissenso digitale

I dettagli procedurali filtrati attraverso le maglie della censura di Stato delineano una strategia punitiva implacabile. Secondo quanto confermato da una fonte vicina alla famiglia all’organizzazione indipendente statunitense Human Rights Activists in Iran (HRAI), Najmeh Amini è stata colpita dal massimo della pena sulla base della fattispecie di «sab ol-nabi» (insulto al Profeta), disciplinata dall’articolo 262 del Codice Penale Islamico, che prevede la pena di morte automatica senza possibilità di commutazione della pena in presenza di presunte ingiurie verso le figure sacre dell’Islam. Nel secondo filone processuale, istruito parallelamente dalle corti della sicurezza, la ragazza ha rimediato oltre un decennio di detenzione con i consueti capi d’imputazione preconfezionati: «atti contro la sicurezza nazionale» e «diffusione di propaganda sovversiva contro il sistema».

L’utilizzo strumentale dell’accusa di blasfemia nei confronti della gioventù iraniana evidenzia l’inasprimento draconiano della sorveglianza digitale da parte del regime di Teheran. Privata del diritto fondamentale a un collegio difensivo indipendente e costretta a subire interrogatori sotto pesante coercizione psicologica, Najmeh è diventata l’ennesimo simbolo della persecuzione sistematica contro le nuove generazioni, la cui sola colpa è quella di rifiutare l’ortodossia teocratica e di rivendicare spazi basilari di libertà individuale sui canali digitali.

L’urlo disperato dal carcere di Vakilabad: «Non voglio fare l’eroina, ascoltatemi»

A squarciare il muro d’omertà che circonda la prigione di Vakilabad è stato un drammatico messaggio vocale registrato clandestinamente dalla stessa ventitreenne e fatto recapitare all’esterno nelle scorse settimane. Una testimonianza straziante, nella quale la studentessa non cerca celebrazioni martiriali ma invoca un immediato soccorso internazionale prima che sia troppo tardi: «Oggi non voglio fare la figura dell’eroina. Voglio solo una cosa: che la mia voce sia ascoltata. Sono una ragazzina innocente con tante speranze e sogni», spiega con voce rotta dall’angoscia.

Le sue parole restituiscono l’orrore psicologico a cui sono sottoposti i condannati a morte e le loro famiglie, costrette a vivere nel terrore quotidiano di una chiamata all’alba: «Ho dei genitori che mi aspettano. Una famiglia che ogni notte, con la paura di perdermi, trasforma la propria notte in un mattino d’inferno». Nel carcere di Vakilabad le esecuzioni capitali per impiccagione vengono spesso eseguite all’alba senza alcun preavviso ai familiari o ai legali, gettando i congiunti in un limbo di disperazione straziante.

Dalle proteste di piazza all’ondata repressiva: oltre 50.000 arresti

L’arresto di Najmeh Amini risale alle imponenti manifestazioni popolari dello scorso gennaio, quando migliaia di cittadini sono scesi nelle piazze dei principali centri urbani dell’Iran per denunciare il carovita, la corruzione e la violazione dei diritti civili. La risposta dell’apparato securitario dei Pasdaran e dei corpi paramilitari Basij è stata feroce: stando alle documentazioni fornite dall’agenzia di stampa HRANA, sono oltre 50.000 le persone finite in manette nell’arco di pochi mesi, mentre centinaia di manifestanti disarmati hanno perso la vita sotto il fuoco delle armi leggere.

Il caso di Najmeh testimonia come la magistratura iraniana continui a usare la forca come deterrente politico di massa. Dopo le rivolte innescate dall’uccisione di Mahsa Amini nel 2022 sotto lo slogan «Donna, Vita, Libertà», il governo guidato dalla Guida Suprema Ali Khamenei ha identificato nei giovani istruiti, nelle donne e negli studenti i principali nemici interni della stabilità istituzionale. Le imputazioni religiose come la blasfemia o la «corruzione sulla Terra» (moharebeh) fungono da corsia preferenziale per eliminare fisicamente i dissidenti ed eludere le garanzie procedurali minime.

La mobilitazione internazionale: appello urgente alle Nazioni Unite

Davanti all’imminenza del pericolo di esecuzione, le principali organizzazioni internazionali per la tutela dei diritti umani, tra cui Amnesty International e l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (OHCHR), hanno avviato una campagna di pressione globale per chiedere l’annullamento immediato della condanna a morte e la liberazione incondizionata della studentessa. Avvocati ed esperti di diritto internazionale sollecitano i governi occidentali e le cancellerie europee a convocare d’urgenza gli ambasciatori iraniani per ribadire che la libertà di espressione non può in alcun caso essere equiparata a un crimine capitale.

Il destino di Najmeh Amini è ora legato alla capacità della comunità internazionale di far sentire la propria voce. Lasciare sola una ragazza di ventitré anni rinchiusa in una cella di Mashhad significherebbe avallare una barbarie che calpesta ogni principio universale di dignità umana.

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Attualità

DDL Caregiver, l’affondo di Comellini (OS.PER.DI.): «Norma che discrimina approvata da una maggioranza risicata, le risorse vadano alle Regioni»

DDL Caregiver approvato alla Camera tra le polemiche: Francesco Alberto Comellini (OS.PER.DI.) contesta il testo («Crea discriminazioni tra chi cura i congiunti»). La proposta di trasferire i fondi direttamente alle Regioni per l’assegno di cura e l’appello per riscriverlo al Senato nel nostro articolo completo 👇

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Comellini (OS.PER.DI.)

Roma – L’approvazione nell’Aula di Montecitorio del disegno di legge sul riconoscimento giuridico e la tutela dei caregiver familiari, anziché segnare una storica conquista per il welfare italiano, si trasforma nell’ennesima occasione mancata e rischia di generare profonde sperequazioni sociali ed economiche. A denunciare con asprezza i limiti strutturali del testo licenziato dalla Camera dei Deputati è Francesco Alberto Comellini, vicepresidente dell’Osservatorio Permanente sulla Disabilità – OS.PER.DI. ONLUS ETS, che punta il dito contro un provvedimento licenziato con numeri risicatissimi e senza un reale ascolto delle esigenze primarie di chi dedica quotidianamente la propria esistenza alla cura di congiunti non autosufficienti.

L’esito del voto in Aula a Montecitorio riflette una profonda spaccatura parlamentare: il disegno di legge è passato infatti con appena 153 voti favorevoli a fronte di 105 contrari e 4 astenuti. Una maggioranza numericamente con il fiato corto che ha blindato il testo senza accogliere le proposte di miglioramento giunte dal Terzo Settore. Secondo l’analisi di Comellini, il provvedimento introduce disparità inaccettabili tra cittadini che affrontano il medesimo, logorante carico di assistenza: «Il lavoro di cura non ammette gerarchie artificiose né tutele a intermittenza. Frammentare la platea dei beneficiari attraverso criteri selettivi iniqui significa misconoscere la natura stessa del sacrificio quotidiano compiuto da chi opera nell’ombra senza soste».

La proposta shock: «Meglio fermare la legge e trasferire i fondi alle Regioni»

Di fronte a un quadro normativo giudicato inadeguato e privo di coperture previdenziali e assicurative universali, il vicepresidente di OS.PER.DI. lancia una proposta pragmatica e provocatoria destinata a far discutere i decisori politici: «A fronte di un testo viziato all’origine da criteri sperequativi, appare doveroso porsi un interrogativo di merito e di metodo: è davvero utile portare a compimento l’iter di questa legge? Molto probabilmente no. Sarebbe di gran lunga preferibile evitare una norma-spot priva di efficacia reale e scegliere invece di destinare integralmente le risorse già stanziate con l’ultima legge di bilancio alla gestione diretta delle Regioni».

Secondo Comellini, il decentramento delle risorse garantirebbe una risposta assai più aderente ai bisogni reali delle famiglie: «Gli enti territoriali, pur tra enormi difficoltà strutturali e di bilancio, garantiscono già da tempo misure di prossimità consolidate come l’assegno di cura e l’assistenza domiciliare integrata. Affidare direttamente a loro questi fondi permetterebbe di rafforzare servizi concreti, tempestivi ed equi, tarati sulle reali condizioni di non autosufficienza dei territori, anziché alimentare una sovrastruttura burocratica centrale che rischia di lasciare fuori la maggioranza dei richiedenti».

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Oltre 2,3 milioni di invisibili: l’appello al Senato per una riscrittura totale

I dati statistici delineano un’emergenza sociale di proporzioni gigantesche che la politica nazionale sembra continuare a sottovalutare. In Italia si stima la presenza di oltre 2,3 milioni di caregiver familiari, nella quasi totalità dei casi donne, madri, figlie o coniugi costrette a rinunciare alla propria occupazione, a ridurre drasticamente le ore lavorative o a compromettere la propria salute psicofisica per garantire un’assistenza continuativa h24 ai propri cari. Si tratta di un pilastro silenzioso che sostiene un sistema sociosanitario pubblico altrimenti destinato al collasso, risparmiando allo Stato miliardi di euro di spesa assistenziale ogni anno.

«I numeri registrati a Montecitorio sono politicamente inequivocabili: una maggioranza risicata e un’opposizione incapace di fare un reale argine testimoniano un disinteresse generalizzato verso chi regge sulle proprie spalle il welfare del Paese», conclude con fermezza Francesco Alberto Comellini. «Chiediamo che durante l’esame al Senato vi sia un sussulto di responsabilità e dignità: o si riscrive radicalmente il provvedimento introducendo una vera e piena copertura assicurativa, previdenziale e pensionistica per tutti i caregiver senza esclusioni, oppure si abbia il coraggio civile di fermare una riforma zoppa a tutela di chi cura nell’ombra senza chiedere privilegi, ma pretendendo rispetto e giustizia».

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Attualità

«L’accessibilità non è una concessione, è un diritto»: OS.PER.DI. ONLUS nomina il nuovo referente per la mobilità urbana contro le barriere fisiche e culturali

«L’accessibilità non è una concessione, ma un diritto»: OS.PER.DI. ONLUS ETS conferisce l’incarico per le politiche di accessibilità e mobilità urbana. Dal presidente Domenico Putignano alle battaglie per abbattere barriere architettoniche e culturali nelle città italiane. Tutti i dettagli nell’articolo completo 👇

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Accessibilità

Roma – L’accessibilità universale non rappresenta un atto di benevola concessione istituzionale né un capitolo secondario delle politiche sociali, ma costituisce un diritto fondamentale della persona sancito dalla Costituzione e dalle convenzioni internazionali, destinato a tradursi in realtà quotidiana per milioni di cittadini. Con questo messaggio di civiltà, l’Osservatorio Permanente sulla Disabilità – OS.PER.DI. ONLUS ETS ha ufficializzato il conferimento del prestigioso incarico di Referente per le politiche di accessibilità e mobilità urbana, corredato da una specifica delega operativa per la rappresentanza istituzionale e il coordinamento delle attività territoriali dell’ente del Terzo Settore. Una nomina che riconosce anni di battaglie sul campo e apre una nuova stagione di proposta e vigilanza nei confronti delle pubbliche amministrazioni.

La designazione, accolta con profondo spirito di servizio, segna un passaggio nevralgico nelle strategie dell’Osservatorio. «Desidero ringraziare sinceramente il Presidente Domenico Putignano, Francesco Alberto Comellini e l’intero direttivo di OS.PER.DI. per la fiducia accordatami e per aver voluto riconoscere il valore di un impegno civico portato avanti con coerenza da tanti anni», si legge nella dichiarazione programmatica diffusa a margine della nomina. L’obiettivo dichiarato è quello di imprimere una decisa svolta culturale: superare definitivamente la concezione pietistica e puramente assistenziale della disabilità per affermare una visione fondata sui diritti inalienabili, sulla libertà di movimento, sull’autonomia individuale e sulla piena partecipazione democratica alla vita delle nostre comunità.

Oltre le barriere fisiche: quando l’inaccessibilità urbana ferisce la democrazia

Il nodo centrale dell’intervento tocca direttamente la conformazione e la vivibilità degli spazi urbani moderni. Una città costellata di ostacoli architettonici non è semplicemente un centro abitato con qualche gradino o marciapiede dissestato: è un modello urbano escludente che comprime la libertà delle persone, ne condiziona le scelte esistenziali, limita l’accesso al lavoro e all’istruzione e ne compromette le opportunità di realizzazione. Questa condizione di svantaggio strutturale non è più tollerabile in una società che pretenda di definirsi equa e solidale.

«L’accessibilità riguarda l’intera collettività, non una singola categoria protetta», viene sottolineato con forza. «Riguarda le persone con disabilità motoria, sensoriale o cognitiva, riguarda gli anziani che vedono ridotta la propria agilità, riguarda i genitori con i passeggini, riguarda chiunque si trovi ad attraversare una temporanea condizione di difficoltà fisica o post-traumatica. In definitiva, l’accessibilità misura il grado di civiltà e la qualità complessiva della nostra democrazia: una città davvero inclusiva non è quella che concede un piccolo spazio a qualcuno, ma quella che appartiene a tutti, senza distinzioni di mobilità».

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Applicare le leggi esistenti e abbattere le barriere culturali

L’assunzione della delega operativa coincide con una chiara linea d’azione pragmatica rivolta agli enti locali, alle aziende di trasporto pubblico e al legislatore. La sfida non risiede unicamente nella formulazione di nuove disposizioni normative, ma nella rigorosa e tempestiva applicazione del quadro legislativo già vigente: dalla redazione e attuazione dei P.E.B.A. (Piani di Eliminazione delle Barriere Architettoniche) all’adeguamento delle infrastrutture di trasporto intermodale, stazioni ferroviarie, fermate bus e percorsi pedonali protetti.

«Servono visione strategica, senso di responsabilità amministrativa, competenze tecniche aggiornate e, soprattutto, la determinazione etica a infrangere quelle barriere culturali che, ancora oggi, si rivelano spesso assai più resistenti e invisibili di quelle fisiche», prosegue il documento dell’Osservatorio. «L’indifferenza burocratica e la rassegnazione dei cittadini devono lasciare spazio a un’alleanza virtuosa tra associazionismo, istituzioni e pianificatori urbanistici affinché i principi sanciti sulla carta si trasformino in risultati tangibili e verificabili nella quotidianità delle persone».

Un principio di civiltà: le città al servizio di tutti

Il manifesto programmatico affidato al nuovo referente di OS.PER.DI. ONLUS ETS si chiude con un monito solenne che ribalta la prospettiva tradizionale del rapporto tra individuo e spazio pubblico: «Non sono le persone con disabilità a doversi adattare a città inaccessibili ed escludenti. Sono le città a dover diventare accessibili, accoglienti e sicure per tutte le persone, senza eccezione alcuna».

Un impegno che l’Osservatorio intende portare avanti con capillarità su tutto il territorio nazionale attraverso tavoli di confronto con i Comuni, monitoraggi sul campo e proposte legislative concrete. Perché abbattere un gradino, installare un semaforo sonoro o garantire una banchina rialzata non costituisce un favore speciale concesso a una minoranza, ma una conquista di dignità, equità e civiltà che rende l’intera società più libera, moderna e giusta.

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