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Politica

La dura replica del PD sui fatti di Ceuta. Morani a gamba tesa: “C’è un Vannacci in ogni Stato, l’emergenza migranti è creata ad arte per soffiare sulla paura”

Il PD passa al contrattacco e smonta la linea dura del Governo sui fatti di Ceuta! 🔴 🇪🇺 Scontro infuocato a “Filorosso” tra destra e sinistra. Alessia Morani punta il dito contro Meloni e l’estrema destra europea: “L’emergenza migranti? È tutta inventata ad arte per soffiare sulla paura della gente. Esiste un Vannacci in ogni Stato d’Europa (da Vox all’Afd) e il Governo fa la voce grossa con la Spagna solo per rincorrere l’elettorato estremista”. Leggi il duro attacco dell’esponente Dem e dicci da che parte stai nei commenti! 👇 📺

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Filorosso

Roma – La miccia accesa sui confini spagnoli di Ceuta continua a far esplodere la polemica politica all’interno dei confini italiani. Se da un lato il Governo Meloni, attraverso i suoi esponenti, rivendica con orgoglio la rigidità delle scelte prese per difendere l’interesse nazionale e scongiurare infiltrazioni terroristiche, dall’altro lato la trincea dell’opposizione risponde al fuoco con accuse pesantissime. A guidare la controffensiva mediatica e dialettica del centrosinistra è stata l’onorevole Alessia Morani. L’esponente di spicco del Partito Democratico, ospite nel salotto televisivo di Filorosso su Rai 3 (sotto l’attenta conduzione di Antonino Monteleone e Adele Grossi), ha offerto una chiave di lettura diametralmente opposta dello scontro diplomatico tra Roma e Madrid, spostando l’asse del problema dalla sicurezza dei confini alle presunte e ciniche strategie elettorali delle destre europee.

“Il fantasma di Vannacci aleggia sull’Europa”: l’accusa della Morani

Il cuore dell’intervento dell’esponente Dem non si è limitato a criticare la singola scelta del Governo italiano di richiedere la sospensione del trattato di Schengen, ma ha puntato il dito contro un’ideologia che, a suo dire, sta pericolosamente infettando l’intero Vecchio Continente. Per spiegare questa deriva, la Morani ha coniato un paragone fortissimo, utilizzando il nome del Generale più discusso d’Italia come vera e propria “unità di misura” dell’estremismo politico.

«Siamo di fronte a un fenomeno preoccupante: c’è un Vannacci in ogni singolo Stato europeo», ha attaccato la Morani in diretta tv, snocciolando i nomi dei partiti sovranisti che stanno cavalcando il malcontento popolare. «C’è un Vannacci spagnolo, che si incarna perfettamente nelle politiche di Vox. Esiste un Vannacci tedesco, e porta il nome di Alternative für Deutschland (AfD). E c’è persino un Vannacci danese. Qual è il filo rosso che li unisce? Ognuno di questi Paesi ha l’enorme problema di gestire un’estrema destra che ha la cinica e disperata necessità di creare dal nulla un’emergenza migranti, con l’unico scopo di soffiare incessantemente sul fuoco della paura dei cittadini».

La strategia di Giorgia Meloni: “Una faccia cattiva per contenere le destre”

Secondo la narrazione offerta dal Partito Democratico, la durissima presa di posizione dell’esecutivo italiano contro il premier spagnolo Pedro Sanchez (accusato dal centrodestra di effettuare respingimenti illegali) non sarebbe dettata da reali esigenze di sicurezza nazionale, ma si configurerebbe come una vera e propria mossa di “teatro politico”.

«Questo è l’esatto quadro clinico che lega indissolubilmente l’Italia al fenomeno Vannacci e alle mosse di Giorgia Meloni», ha incalzato l’ex sottosegretaria Morani. «La Presidente del Consiglio sta maldestramente provando a contenere questa gigantesca ondata di estrema destra facendo la voce grossa e la faccia cattiva, del tutto inutilmente, con il governo socialista della Spagna. È una prova muscolare che serve solo a rincorrere l’elettorato più radicale, ma che non ha alcuna reale giustificazione sul piano della politica internazionale».

I fatti di Ceuta minimizzati: “Un’invasione lampo risolta in 48 ore”

Infine, l’esponente Dem ha cercato di ridimensionare fortemente la portata drammatica di quanto accaduto nell’enclave spagnola, criticando aspramente la drastica decisione di Palazzo Chigi di blindare i confini richiedendo la procedura d’urgenza a Bruxelles.

«Vorrei ricordare a tutti, per onore di verità, che quella che è stata impropriamente chiamata ‘l’invasione Stella’ è un fenomeno che si è consumato nell’arco di appena 48 ore. E sempre in sole 48 ore si è totalmente risolto», ha concluso sferzante Alessia Morani. «L’Italia ha preteso e ottenuto di bloccare le frontiere di Schengen nonostante sul campo fossero stati rimpatriati praticamente tutti i soggetti coinvolti. E tutto questo senza che ci fosse, numeri alla mano, un reale, imminente e documentato pericolo di infiltrazioni, anche perché ricordiamo che Ceuta si trova in Marocco. La verità è una sola: ci troviamo di fronte a un’emergenza totalmente inventata e creata ad arte, unicamente per contenere questa travolgente ondata di estrema destra».

Le parole della Morani tracciano un solco profondissimo e insanabile tra le forze politiche italiane, trasformando la complessa gestione geopolitica dei flussi migratori nell’ennesimo, violentissimo terreno di scontro ideologico e pre-elettorale. E mentre i leader litigano nei salotti televisivi, la questione epocale dei confini europei resta drammaticamente aperta.

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Politica

Da Giannini a Grillo, passando per Fallaci e Miglio: quando la rabbia inascoltata del cittadino fa la Storia

Il “qualunquismo”? Un termine usato per disprezzare un uomo che aveva capito i mali dell’Italia prima di tutti! 🇮🇹 ⚖️ Da Guglielmo Giannini a Beppe Grillo, passando per le visioni profetiche di Oriana Fallaci e Gianfranco Miglio. Luca Sforzini (Presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale) lancia una sfida culturale altissima: intercettare la rabbia dei cittadini inascoltati e trasformarla in un grande progetto di governo per il Paese, senza etichette e senza nostalgie. Leggi il bellissimo editoriale che spiega la “costellazione dei ribelli” per una nuova Italia. 👇 📖

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Guglielmo Giannini

Castellar Ponzano (AL) – Ci sono personaggi della storia politica italiana che hanno avuto una singolare, spietata sfortuna: quella di essere sopravvissuti a se stessi soltanto attraverso un aggettivo. È accaduto a Guglielmo Giannini, un uomo che la maggioranza degli italiani oggi conosce esclusivamente attraverso la parola “qualunquista”. Un termine pronunciato quasi sempre con un’alzata di spalle e con malcelato disprezzo, senza mai la curiosità intellettuale di andare a scoprire chi fosse davvero l’uomo da cui quella parola derivò. Quale Italia avesse interpretato, cosa avesse scritto, e soprattutto per quale motivo, in un momento drammatico della nostra storia nazionale, milioni di cittadini si fossero ostinatamente riconosciuti in lui. A riportare alla luce questa figura complessa, togliendola dalla polvere della caricatura, è un lungo e profondo intervento di Luca Sforzini, Presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale, che ha deciso di inserire provocatoriamente Giannini nel proprio Pantheon culturale.

Oltre la caricatura del “qualunquismo”: chi era davvero Guglielmo Giannini

Secondo Sforzini, recuperare la figura di Giannini oggi è un’operazione doverosa. Non per accettarne integralmente il pensiero (come non lo si è fatto per Oriana Fallaci o per Gianfranco Miglio), ma per rendere omaggio a quegli “italiani irregolari” che seppero vedere, con lucida disperazione, qualcosa che le élite del tempo non volevano guardare.

Nato a Pozzuoli nel 1891, Giannini non era un politico di professione. Era un intellettuale, un commediografo, un uomo di teatro e un padre devastato dal dolore per la perdita del figlio Mario, caduto in guerra nel 1942. Quando, nel dicembre del 1944, nella Roma appena liberata uscì il primo numero de L’Uomo Qualunque, l’Italia era un cumulo di macerie fumanti. Il fascismo era crollato, i nuovi partiti si contendevano ferocemente il potere e milioni di cittadini volevano semplicemente ricominciare a vivere in pace, senza dover necessariamente giurare fedeltà a nuove ortodossie. Giannini diede una voce assordante a questa immensa fetta di Paese. Il simbolo del suo giornale era di una semplicità brutale: un omino schiacciato da un torchio. La perfetta rappresentazione del cittadino oppresso dallo Stato.

Dalla protesta alla Costituente: il grido di un’Italia stanca di padroni

Quello del Fronte dell’Uomo Qualunque non fu folclore, ma un trionfo politico vero. Alle elezioni per la Costituente del 1946 incassò oltre il 5% dei voti, portando 30 deputati in Parlamento. Ridurre quel fenomeno politico al mero “qualunquismo” significa rinunciare a capirne l’essenza: la feroce diffidenza verso lo Stato invasivo, l’odio per la neonata partitocrazia, la disperata richiesta di abbassare le tasse e, soprattutto, la pretesa che lo Stato smettesse di voler “educare” o “plasmare” il cittadino a proprio piacimento. «Oggi come allora – si chiede provocatoriamente Sforzini – dove finisce il bene della comunità e dove inizia quello Stato che, con la scusa di proteggerci, finisce per dirci perfino come dobbiamo pensare?».

Il Pantheon dei ribelli: Fallaci, Miglio, Giannini e l’allarme per la democrazia

Certo, Giannini fallì politicamente. La sua fu una meteora fulminea, schiacciata dai grandi partiti di massa. La sua rabbia riuscì ad aprire una porta, ma non fu capace di costruirci dentro una casa solida. Eppure, il suo fallimento è la più grande lezione per l’attualità. Il Centro Studi Rinascimento Nazionale ha così composto una costellazione di ribelli apparentemente inconciliabili. Dalla Fallaci si eredita la denuncia orgogliosa della civiltà occidentale; da Miglio si prende la critica radicale al centralismo e la necessità di un’architettura federale; da Giannini si recupera la domanda primordiale: l’apparato politico esiste ancora per servire l’uomo, o l’uomo esiste solo per mantenerlo?

Da Grillo a Futuro Nazionale: dare una vera casa politica alla rabbia

È proprio in questo solco che si inserisce la clamorosa apertura, suggerita nei giorni scorsi da Sforzini, nei confronti di Beppe Grillo. Parliamo di Italie e contesti lontanissimi, eppure il Movimento 5 Stelle delle origini ha intercettato, come Giannini, una disperata rivolta contro la politica professionale. Il punto non è convertire Grillo alla destra, chiarisce Sforzini, ma capire se esiste oggi un vastissimo spazio politico di milioni di persone che non si riconoscono nelle vecchie etichette e che chiedono a gran voce la fine di un sistema autoreferenziale.

«Futuro Nazionale ha davanti a sé una possibilità immensa, ma anche un rischio mortale», ammonisce il Presidente. Il rischio è illudersi che basti cavalcare il malcontento. La storia di Giannini insegna che la rabbia, se non diventa cultura politica, visione economica, senso delle istituzioni e classe dirigente, è destinata a implodere o a degenerare in odio.

Non serve cercare antenati da imbalsamare, né riproporre il vecchio e stantio “album di famiglia” della destra novecentesca. Serve ripartire da italiani liberi, irregolari e coraggiosi. Serve rimettere al centro della politica non il qualunquismo, ma l’Uomo Qualunque. Che è una cosa completamente, intimamente diversa: perché dietro quella definizione c’è la parola Uomo. E nessun Rinascimento potrà mai nascere se non partendo, di nuovo, dal volto e dai diritti inalienabili degli esseri umani.

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Politica

Da Oriana Fallaci a Roberto Vannacci: “Quando la politica ignora la rabbia del popolo, le paure si trasformano in odio”

Che cosa succede quando un intero popolo non si sente più ascoltato e le sue paure vengono censurate dal “politicamente corretto”? 🇮🇹 ⚖️ Da Oriana Fallaci al Generale Roberto Vannacci, Luca Sforzini (Presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale) lancia una profonda e lucidissima riflessione politica. “Ignorare il disagio e zittire i cittadini è il modo più rapido per trasformare la rabbia in odio”. Scopri nell’articolo come Futuro Nazionale intende passare dalla denuncia civile alla creazione di un grande programma di governo per difendere la nostra identità e i nostri confini. Leggi l’editoriale! 👇 📖

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Oriana Fallaci

Castellar Ponzano (AL) – Ci sono voci che la storia, troppo spesso, cerca frettolosamente di silenziare, bollandole come scomode, eccessive o semplicemente fuori dal coro. Ma quando quelle voci toccano i nervi scoperti di una Nazione intera, prima o poi sono destinate a riemergere con una forza dirompente. È quello che sta accadendo oggi nel panorama politico italiano, dove il filo rosso della riflessione identitaria sembra unire, a distanza di oltre vent’anni, le profetiche denunce della compianta Oriana Fallaci e l’attuale proposta politica del Generale Roberto Vannacci. A lanciare questa audace, ma profondamente lucida, chiave di lettura è Luca Sforzini, Presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale, commentando l’ultimo editoriale firmato da “L’Umanista” e pubblicato proprio in queste ore sul sito del Centro Studi.

Il fantasma del “politicamente corretto”: le profezie inascoltate della Fallaci

La riflessione parte da una constatazione dolorosa ma ineludibile. L’Umanista individua con chirurgica esattezza il filo logico che lega le coraggiose invettive della Fallaci dei primi anni Duemila al dibattito contemporaneo. «Possiamo discutere le parole della Fallaci, possiamo giudicarne eccessivi alcuni toni, possiamo persino contestarne alcune conclusioni», ammette candidamente Sforzini. «Quello che non possiamo più fare, a venticinque anni di distanza, è fingere con ipocrisia che le domande che poneva non esistessero».

Identità europea, controllo dell’immigrazione, la crisi dei modelli di integrazione, il rapporto sempre più fragile e conflittuale fra le libertà fondamentali occidentali e culture che non sempre ne condividono i presupposti: tutti temi che l’autrice fiorentina aveva sollevato quando il mostro del politicamente corretto stava iniziando a stendere la sua cappa di piombo sul pensiero libero. Temi che oggi, travalicando le fazioni, sono diventati l’emergenza centrale e innegabile della politica europea.

Il ruolo di Roberto Vannacci: incanalare l’indignazione per difendere la democrazia

Ed è proprio in questo cortocircuito tra verità negate e malcontento popolare che si inserisce l’analisi del fenomeno politico del momento. «Per troppi anni – denuncia il Presidente di Rinascimento Nazionale – una parte presuntuosa delle élite politiche, culturali e mediatiche ha pensato che bastasse qualificare come ‘populista’, ‘estremista’, ‘xenofoba’ o impresentabile qualsiasi legittima inquietudine dei cittadini riguardante l’immigrazione incontrollata e la sicurezza». Un errore strategico di proporzioni colossali. Perché oscurare un problema o impedire alle persone di nominarlo non lo fa scomparire: lo nutre sottotraccia, facendolo crescere nel buio.

Il passaggio chiave dell’analisi è illuminante: una democrazia sana non deve mai avere paura della rabbia dei cittadini, ma deve avere il terrore di una rabbia senza rappresentanza politica. Il merito storico di Roberto Vannacci, secondo Sforzini, è stato esattamente questo: aver avuto il coraggio di intercettare questa marea di frustrazione popolare e di portarla alla luce del sole, dentro il perimetro democratico. Perché è solo quando le istituzioni sbattono la porta in faccia alle paure della gente che la rabbia sedimenta, diventando rancore, per poi trasformarsi, nel peggiore dei casi, in cieco odio.

“Futuro Nazionale”: dalla protesta civile alla sfida del buongoverno

Tuttavia, l’indignazione da sola non basta per cambiare le sorti di un Paese. Se la Fallaci scelse l’asprezza della parola per rompere un muro di omertà, oggi alla politica, e in particolare a Futuro Nazionale, spetta un compito molto più gravoso: trasformare la denuncia in una solida e credibile proposta di governo. Il passaggio obbligato è l’evoluzione dalla semplice protesta alla costruzione di una classe dirigente capace di amministrare la complessità.

Regole chiare e assimilazione: il manifesto per un’Italia che non si arrende

L’obiettivo finale non è, e non deve mai essere, l’odio verso l’altro, ma la difesa sacrosanta del nostro Stato di Diritto. «Controllare in maniera ferrea i confini, pretendere un’autentica assimilazione per chi aspira alla cittadinanza italiana, difendere a testa alta la nostra cultura e contrastare senza sconti ogni forma di integralismo non significa odiare qualcuno», conclude con forza Sforzini. «Significa stabilire, democraticamente, le regole della comunità alla quale abbiamo l’onore di appartenere».

La sfida di Vannacci e di Futuro Nazionale è ormai lanciata. E il Centro Studi Rinascimento Nazionale ha già scelto da che parte stare: non alimentare mai l’odio, ma lottare strenuamente per impedire che il silenzio di Stato, imposto con la forza sulle legittime paure degli italiani, finisca inevitabilmente per produrlo.

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Politica

Il federalismo non è morto. Sforzini rilancia l’eredità di Miglio: “Il Futuro Nazionale passa dalle autonomie e da uno Stato più leggero”

Il federalismo torna prepotentemente al centro dell’agenda politica e culturale! 🇮🇹 ⚖️ A 25 anni dalla morte del geniale politologo Gianfranco Miglio, Luca Sforzini (Presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale) lancia una sfida cruciale al centrodestra: “Basta con lo statalismo cieco! Il futuro della Nazione passa attraverso vere autonomie territoriali, la responsabilità fiscale e uno Stato centrale molto più leggero. Federalismo e identità nazionale non sono affatto nemici”. Leggi il profondo e illuminante articolo che riapre il dibattito sul futuro dell’Italia. 👇 💡

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Gianfranco Miglio

Castellar Ponzano (AL) – Ci sono figure intellettuali e politiche che la Storia, per pigrizia o per calcolo, tende a rinchiudere frettolosamente nelle teche polverose della memoria. Le si commemora in modo rituale, si spolverano i loro busti una volta all’anno, ma ci si guarda bene dall’affrontare la carica eversiva e dirompente delle loro idee. È esattamente il destino che una certa politica conformista ha cercato di riservare a Gianfranco Miglio, uno dei più grandi, lucidi e controversi politologi italiani del Novecento. Oggi, a venticinque anni esatti dalla sua scomparsa, c’è chi ha deciso di infrangere questo comodo tabù per riportare il suo pensiero al centro esatto dell’arena politica. A farlo è Luca Sforzini, Presidente del vivace e sempre più influente Centro Studi Rinascimento Nazionale, che ha scelto questa ricorrenza per lanciare una vera e propria sfida culturale all’intero schieramento di centrodestra.

Oltre il “santino”: Miglio e Cattaneo, padri di un Risorgimento diverso

L’occasione per riaprire il monumentale “dossier Miglio” è stata la pubblicazione di un saggio denso e provocatorio firmato dal professor Paolo Luca Bernardini, illustre studioso e voce autonomista del Centro Studi. Il titolo del contributo è già di per sé un manifesto programmatico: “Il futuro nazionale è futuro federale”. Nelle pagine di questo lavoro, Bernardini traccia un ponte storico e ideale, vertiginoso ma solidissimo, tra due giganti del pensiero italiano: Carlo Cattaneo e, per l’appunto, Gianfranco Miglio. Due intellettuali distanti nel tempo, ma uniti da una feroce critica al centralismo burocratico e dalla granitica convinzione che l’unità nazionale non debba mai tradursi in una grigia e asfissiante uniformità amministrativa.

«Gianfranco Miglio non merita assolutamente una stanca commemorazione rituale», tuona Sforzini, presentando il saggio. «Merita qualcosa di assai più coraggioso e impegnativo: essere riletto, studiato, discusso e, dove necessario, persino ferocemente contestato. Perché soltanto le idee vive possono essere discusse. Il modo migliore per rendergli omaggio è togliere il suo pensiero dalla teca dei ricordi e gettarlo nuovamente dentro il grande dibattito sul futuro istituzionale dell’Italia».

Le domande radicali: quanto Stato centrale serve davvero all’Italia?

La forza del saggio promosso dal Centro Studi risiede proprio nel rifiuto dell’agiografia. Nessuno vuole trasformare Miglio in un intoccabile “santino”. Al contrario, si accetta la sfida delle sue domande più scomode e radicali. Quanto Stato centrale serve davvero per far funzionare l’Italia? Quante decisioni cruciali possono (e debbono) essere restituite direttamente ai territori? È possibile rafforzare l’identità del nostro Paese proprio valorizzando, e non mortificando, le sue storiche differenze?

«Dopo decenni ininterrotti di stratificazione burocratica, di accentramento folle delle competenze e di progressiva, incolmabile distanza fra i cittadini e le istituzioni, possiamo ancora considerare sacra e intoccabile l’architettura dello Stato costruita nel Novecento?» si chiede provocatoriamente Sforzini. Bernardini, nel suo testo, si spinge fino a sostenere che senza una trasformazione radicale in senso federale, il declino economico e sociale italiano rischia di diventare irreversibile. Un’ipotesi forte, che il Centro Studi offre come strumento di puro dibattito, ribadendo la propria natura di fucina del pensiero libero (e non di “ufficio stampa” per partiti come Futuro Nazionale o per leader come Roberto Vannacci).

Identità nazionale e federalismo non sono nemici

Il cuore pulsante dell’iniziativa tocca un nervo scopertissimo della destra italiana: il presunto (e falso) dualismo tra nazione e autonomie. «Per troppo tempo», riflette a voce alta Sforzini, «abbiamo lasciato che il federalismo e il sentimento nazionale venissero percepiti e rappresentati come concetti fatalmente antagonisti. Non lo sono affatto. Al contrario, una Nazione può essere tanto più forte, coesa e fiera quanto più si dimostra capace di riconoscere le proprie meravigliose articolazioni storiche, culturali, economiche e territoriali».

L’Italia non è nata piallando le sue diversità, ma facendole convergere dentro una storia comune. «Il Risorgimento stesso», chiosa Sforzini in un passaggio di altissimo profilo storico, «fu molto più ricco, plurale e contraddittorio della successiva e noiosa vulgata centralista. Esiste un Risorgimento delle autonomie, dei liberi comuni, delle libertà locali. Recuperarlo significa liberare definitivamente il concetto di Nazione dalla falsa e ricattatoria alternativa fra il centralismo burocratico e la dissoluzione anarchica dello Stato».

Un nuovo cantiere: concorrenza istituzionale e “Stato leggero”

Il federalismo del XXI secolo, tuttavia, non può e non deve essere un pretesto per moltiplicare inutili poltrone. «Il federalismo che ci interessa non può limitarsi a moltiplicare a dismisura amministrazioni periferiche, pletorici assessorati e centri di spesa. Quello sarebbe soltanto un disastroso centralismo riprodotto in miniatura», avverte Sforzini, sgombrando il campo dai fantasmi della mala politica regionale.

La vera ricetta federale si basa sulla concorrenza istituzionale: se un territorio amministra male le proprie risorse, i cittadini se ne accorgono subito confrontando i disservizi con il territorio vicino. «Se vogliamo riaprire seriamente il dossier Miglio», prosegue il Presidente di Rinascimento Nazionale, «dobbiamo avere il fegato di discutere contemporaneamente di federalismo, di sussidiarietà, di severa responsabilità fiscale e di uno Stato centrale drasticamente più leggero. Portare il potere più vicino al cittadino deve necessariamente significare anche limitarlo e renderlo più controllabile».

Per trasformare queste riflessioni in azione politica, Sforzini ha lanciato un guanto di sfida intellettuale, annunciando l’organizzazione di un grande convegno al Castello Sforzini di Castellar Ponzano interamente dedicato a Gianfranco Miglio. Costituzionalisti, economisti e politici di diversa estrazione si siederanno allo stesso tavolo, «non per celebrare un monumento di pietra, ma per riaprire un vitale cantiere». Perché, come ricorda Sforzini in conclusione, aprire i vecchi cassetti in cui Miglio e Cattaneo hanno lasciato i loro sogni significa, in fondo, «trovare non il nostro passato, ma un pezzo indispensabile del nostro futuro».

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